PASQUALE VILLARI.
...
.
...
Niccol Machiavelli e i suoi tempi.
...
.
...
Volume Primo.
...
.
...
1912. ULRICO HOEPLI, Editore-Libraio della Real Casa, .
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo fornito da: Claudio Paganelli, Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
...
.
...
TERZA EDIZIONE riveduta e corretta dall'Autore.
Tipografia S. Landi, Via Santa Caterina, 14. FIRENZE.
...
.
...
INDICE.
...
.
...
DEDICA.	
AVVERTENZA.	
Avvertenza premessa alla seconda edizione.
Prefazione alla prima edizione.
...
INTRODUZIONE.
Capo 1. Il Rinascimento.
...
Capo 2. I principali Stati italiani.
1. Milano.
2. Firenze.
3. Venezia.
4. Roma.
5. Napoli.
...
Capo 3. Letteratura.
1. Il Petrarca e l'Erudizione.
2. Gli eruditi in Firenze.
3. Gli eruditi in Roma.
4. Milano e Francesco Filelfo.
5. Gli eruditi a Napoli.
6. I minori Stati italiani.
7. L'Accademia Platonica.
8. Risorgimento della letteratura italiana.
...
Capo 4. Condizioni politiche dell'Italia alla fine del secolo XV.
1. Elezione di papa Alessandro VI.
2. Venuta di Carlo VIII in Italia.
3. I Borgia.
4. Il Savonarola e la Repubblica fiorentina.
...
.
...
LIBRO PRIMO.
...
Dalla nascita di Niccol Machiavelli alla sua destituzione dall'ufficio di segretario dei Dieci (1469-1512).
...
CAPITOLO. 1.
Nascita e primi stud di Niccol Machiavelli.
Viene eletto segretario dei Dieci (1469-1498).
...
.
...
CAPITOLO. 2.
Niccol Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di segretario dei Dieci.
Sua legazione a Forl.
Condanna a morte di Paolo Vitelli.
Discorso sopra le cose di Pisa (1498-1499).
...
.
...
CAPITOLO. 3.
Luigi XII in Italia.
Disfatta e prigionia del Moro.
Niccol Machiavelli al campo di Pisa.
Prima legazione in Francia (1499-1500).
...
.
...
CAPITOLO. 4.
Tumulti in Pistoia, dove  inviato il Machiavelli.
Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini.
Nuovo esercito francese in Italia.
Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli col.
Continua la guerra di Pisa.
Ribellione d'Arezzo e della Val di Chiana.
Il Machiavelli e il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino.
I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo.
Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati.
Creazione del Gonfaloniere a vita (1501-1502).
...
.
...
CAPITOLO. 5.
Legazione al duca Valentino in Romagna.
Ci che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma.
Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna (1502-1503).
...
.
...
CAPITOLO. 6.
Necessit di nuove imposte.
Discorso sulla provvisione del danaro.
Provvedimenti contro i Borgia.
Guerra di Pisa.
Nuovi misfatti del Papa.
Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame.
Morte di Alessandro VI.
Elezione di Pio III e di Giulio Secondo (1503).
...
.
...
CAPITOLO. 7.
I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani.
Legazione a Roma.
Gli Spagnuoli trionfano nel Reame.
Seconda legazione in Francia.
Si ripiglia la guerra di Pisa.
Vani tentativi per deviare l'Arno.
Decennale Primo.
Uno scritto perduto (1503-1504).
...
.
...
CAPITOLO. 8.
Tristi condizioni dell'Umbria.
Legazione a Perugia.
Nuova Legazione a Siena.
Rotta dell'Alviano.
I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti.
Legazione presso Giulio Secondo.
Istituzione della milizia fiorentina (1505-1507).
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
A LINDA VILLARI.
...
.
...
A te, che mi sei compagna diletta negli stud, nelle gioie e nei dolori della vita, dedico questo libro con un affetto che invano cercherei parole a descrivere.
P. VILLARI.
...
.
...
AVVERTENZA.
...
.
...
Nel dare alle stampe la terza edizione di questa mia opera, debbo solo dire al lettore, che ho cercato di tener conto delle pubblicazioni fatte, in questi ultimi anni, intorno al Machiavelli.
.
Firenze, ottobre 1911.
...
.
...
AVVERTENZA. PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE.
...
.
...
Nel presentare al lettore una nuova edizione di questo libro, non ho bisogno di aggiungere molte parole. Mi basta dir solamente, che l'ho riveduto con quella maggiore diligenza che ho saputo, correggendo gli errori di cui mi sono avvisto, tenendo conto di tutte le osservazioni che mi furono fatte dai critici, e dei nuovi scritti che vennero alla luce sul Machiavelli. Sento per il dovere di ringraziar sinceramente i miei amici professor Cesare Paoli e cav. Alessandro Gherardi. Il primo di essi mi ha aiutato rileggendo tutte le bozze di stampa, il secondo, facendo per me nell'Archivio fiorentino i moltissimi riscontri di cui l'ho continuamente pregato.
...
.
...
Firenze, 1895.
...
.
...
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE.
...
.
...
Si  scritto e si scrive tanto sul Machiavelli, che nel pubblicare una nuova biografia di lui, mi par necessaria qualche spiegazione.
Per lungo tempo sembrava che egli fosse una sfinge, di cui niuno poteva comprendere l'enigma. Chi lo dipingeva come un mostro di perfidia, e chi lo diceva animato dal pi puro e nobile patriottismo. Secondo alcuni, i suoi scritti davano iniqui consigli, per rendere sicura la tirannide; secondo altri, il Principe era una satira sanguinosa dei despoti, fatta per affilare i pugnali contro di essi, ed istigare i popoli a ribellione. A coloro che esaltavano il merito letterario e scientifico delle sue opere, rispondevano altri affermando che erano un ammasso di dottrine erronee e pericolose, capaci solo di corrompere e di mandare a rovina qualunque societ stolta abbastanza per accettarle. E cos il nome stesso del Machiavelli divenne nel linguaggio popolare un'ingiuria.
Non poche di queste esagerazioni,  vero, sono coll'andare del tempo, e per opera di critici autorevoli scomparse; ma s'ingannerebbe di certo chi credesse, che almeno sui punti di capitale importanza vi sia oggi un giudizio universalmente accettato. Molti ricorderanno le grida d'indignazione che alcuni sollevarono, specialmente in Francia, contro il Governo Provvisorio della Toscana, quando sin dai primi giorni della rivoluzione del 1859, esso decretava una nuova edizione di tutte le opere del Segretario fiorentino. Alle ingiurie che allora furono scagliate contro gl'italiani in generale, e contro il Machiavelli in particolare, risposero altri esaltandone il genio politico e l'animo incorrotto.  scorso appena qualche anno dacch vide la luce una nuova Storia della Repubblica di Firenze, scritta da uno degli uomini pi amati e venerati in Italia. In essa troviamo un paragone molto eloquente, pieno di acute e giuste osservazioni, fra il Guicciardini ed il Machiavelli, nel quale, dopo aver manifestato una preferenza decisa pel primo dei due scrittori, si afferma che il Machiavelli ebbe malvagio l'ingegno, l'anima corrotta dalla disperazione del bene.(1) Questo giudizio non  certo improvvisato;  anzi il resultato di molti stud e di lungo meditare, ed  dato da uno storico fra noi autorevolissimo. I due eruditi toscani, che incominciarono nel 1873 la pi recente edizione delle opere del Machiavelli, alludono pi volte all'intima e cordiale amicizia che, secondo essi, egli avrebbe avuta col Valentino, di cui lo fanno consigliere, anche quando questi insanguinava le sue mani nei pi atroci delitti; e pubblicano qualche documento inedito a conferma della loro asserzione. Da un altro lato i pi recenti biografi, sebbene non vadano sempre fra di loro d'accordo, pure esaltano di nuovo il patriottismo non meno che l'ingegno del Machiavelli, e qualcuno, dopo accurate indagini sulle opere di lui e su documenti inediti, ne loda la generosit, la nobilt e squisita delicatezza d'animo, tanto da farne un modello impareggiabile di virt pubbliche e private. Tutto questo prova, mi sembra, che siamo assai lontani da un giudizio, da un'opinione concorde, e che per nuove ricerche e nuovi stud non sono del tutto superflui.
Le cagioni di un cos grande e continuo dissenso furono varie. I tempi in cui il Machiavelli visse, sono per lo storico pieni di difficolt e contradizioni, che in lui si personificano e moltiplicano in modo da farlo qualche volta sembrare addirittura un mistero inesplicabile. Vedere un uomo che in alcune pagine esalta la libert e la virt con eloquenza inarrivabile; in altre insegna come ingannare e tradire, come opprimere i popoli e render sicuri i tiranni, deve far nascere certamente molti dubb. Vederlo quindici anni servire fedelmente la Repubblica, sostenere poi miseria e persecuzioni pel suo amore alla libert, e vederlo pi tardi ancora raccomandarsi per essere adoperato a servire i Medici, fosse pure a voltolare un sasso, non pu certo dissipare questi dubb. Pure le contradizioni nella storia e nell'umana natura sono molte, e nel caso presente si sarebbero assai pi facilmente spiegate, se la maggior parte degli scrittori non avessero in ogni modo voluto essere accusatori o difensori del Machiavelli, facendosi giudici non sempre imparziali della moralit e del patriottismo di lui, piuttosto che veri biografi. A molti sembrava, specialmente in Italia, che bastasse aver provato che egli am la libert, l'unit e l'indipendenza della patria, per essere indulgenti su tutto il resto, esaltarne le dottrine ed il carattere morale, anche prima d'averli con diligenza e con critica esaminati, quasi che il patriottismo fosse una prova sicura del genio politico e letterario, n venisse mai accompagnato da viz e da colpe nella vita privata. Questo doveva inevitabilmente promuovere opinioni contrarie, cui dettero facile alimento le contradizioni pi sopra notate. Cos fu che, a poco a poco, tutta la questione parve ridotta a sapere se il Principe e i Discorsi erano stati scritti da un uomo onesto o disonesto, da un repubblicano o da un cortigiano, quando invece si doveva cercar di sapere che valore scientifico avevano le teorie in essi sostenute: erano vere o erano false, contenevano o no verit nuove, facevano o no avanzare la scienza? Nessuno vorr negare che se le dottrine fossero false, le virt dello scrittore non le muterebbero in vere; come, se fossero vere, non potrebbero i suoi viz renderle false.
Certo non mancarono scrittori autorevoli, i quali intrapresero un esame imparziale e razionale delle opere del Machiavelli; ma essi ci dettero quasi sempre opuscoli storici o dissertazioni critiche, non vere e proprie biografie. Occupati nell'esame filosofico delle dottrine, si fermarono troppo poco ad esaminare i tempi ed il carattere dell'autore, o ne parlarono solo, come se ogni disputa si potesse comporre dicendo, che il Machiavelli ebbe la sua indole dal secolo in cui visse, e che fedelmente ritrasse nei propr scritti. Ma in un secolo v' luogo per molti uomini, molte idee, viz e virt diverse; n possono i tempi per s soli spiegare tutto ci che  opera, creazione personale del genio. Lo studio di essi  tuttavia sempre necessario a chi vuol conoscere e giudicare le dottrine di un pensatore, massime quando si tratta d'un uomo come il Machiavelli, che tanto ricevette dalla societ in cui nacque, e tanta parte di s pose ne' suoi libri. Ma io non voglio qui prendere in esame i biografi ed i critici, dei quali dovr parlare altrove, assai spesso citandoli e valendomi delle loro opere. Il mio scopo  ora solamente di dichiarare che non intendo essere n l'apologista, n l'accusatore del Segretario fiorentino. Mi accinsi a studiarne la vita, i tempi e gli scritti, per tentare di conoscerlo e descriverlo quale fu veramente, con tutti i suoi meriti e demeriti, i suoi viz e le sue virt.
Questo,  vero, pu sembrare una strana presunzione, dopo i tentativi fatti da uomini assai pi autorevoli di me. Se non che i materiali storici di recente pubblicati, e quelli che solamente ora son divenuti accessibili a tutti, rendono oggi molto pi agevole il risolvere parecchi di quei dubb che prima sembravano presentare difficolt insormontabili.  certo che pubblicazioni come, ad esempio, i dieci volumi delle Opere inedite del Guicciardini, i carteggi diplomatici di quasi ogni provincia italiana, un numero infinito d'altri documenti, per non parlare dei tanti scritti originali d'Italiani e stranieri, hanno dissipato molte oscurit e contradizioni nella storia letteraria e politica del Rinascimento italiano. Anche i rapidi progressi fatti ai nostri giorni dalle scienze sociali, debbono rendere assai pi agevole determinare il valore intrinseco ed il carattere storico di quello che molti chiamarono il Machiavellismo. E quanto alla persona stessa del Segretario fiorentino, non poca luce posson dare le carte che, dopo la sua morte, andarono alla famiglia Ricci, poi alla Biblioteca Palatina di Firenze, dove per molto tempo vennero assai gelosamente custodite, ed oggi sono nella Nazionale visibili a tutti, in parte anzi gi pubblicate. I signori Passerini e Milanesi, nei cinque volumi(2) finora usciti alla luce della nuova edizione delle Opere, da essi cominciata in Firenze, sono andati stampando dagli archiv e dalle biblioteche fiorentine molti utili documenti. Restava nondimeno ancora inesplorata una mole non piccola di carte preziosissime. Posso, ad esempio, affermare che ascendono a parecchie migliaia le lettere d'ufficio scritte di propria mano del Machiavelli, tuttavia inedite, e, per quanto io sappia, da nessun biografo esaminate. In tali condizioni adunque non mi parve addirittura presuntuoso l'accingersi a ritentare la prova.
Se tutte le biografie dovessero aver sempre la medesima forma, io di certo potrei meritar severo biasimo, per essermi, in alcune parti di quest'opera, fermato assai lungamente a parlar dei tempi. Ma ho creduto di dover preferire quella forma che meglio s'adattava alla natura del soggetto. Si conosce cos poco del Machiavelli in tutti gli anni nei quali egli compiva i suoi stud giovanili, e s'andava formando la sua propria indole, che io ho cercato di colmare, in qualche parte almeno, la grave lacuna con un minuto esame della societ e dei tempi in cui egli visse. Mi sono quindi sforzato di esaminare come nel secolo XV andasse sorgendo lo spirito del Machiavellismo, prima che egli comparisse sulla scena a dargli l'impronta originale del suo genio, a formularlo scientificamente. E dopo di avere, se cos posso esprimermi, studiato il Machiavelli prima del Machiavelli, mi sono finalmente avvicinato a lui, quando egli comincia personalmente a divenir visibile nella storia, ed ho cercato di studiarne, di conoscerne le passioni, i pensieri, per quanto ho saputo e potuto, nei suoi propr scritti, in quelli degli amici pi intimi e degli altri contemporanei. Non ho mai tralasciato d'esaminare gli scrittori moderni, ma ho preferito sempre fondarmi sull'autorit di coloro che pi erano vicini ai fatti che dovevo narrare.
Ma anche ci ha contribuito non poco a dare una forma del tutto speciale a questa biografia. Uno dei documenti pi importanti a conoscere la vita del Machiavelli sono di certo le Legazioni, trovandosi in esse non solamente la storia fedele delle sue ambascere, ma anche i primi germi delle sue dottrine politiche. Nondimeno, sebbene tutto ci fosse stato gi da altri, specialmente dal Gervinus, pi volte avvertito, pure continuarono sempre ad esser poco lette, perch in esse l'autore  necessariamente costretto a ripetere assai spesso le medesime cose, fermandosi di continuo sopra minuti particolari, e perch a farle universalmente intendere e gustare occorrerebbe un comentario perpetuo sugli avvenimenti di cui ragionano o a cui alludono. Io quindi, affinch il lettore potesse assistere da s, e quasi vedere coi propr occhi come nacquero e come s'andarono formando le idee del nostro autore, ho dovuto riportare letteralmente od in sunto molti de' suoi dispacci,(3) assai pi che non avrei voluto e che non giovi alla rapidit della narrazione, ma non pi di quello che mi parve necessario alla piena conoscenza del soggetto.
Complemento opportunissimo alle Legazioni sono le lettere d'ufficio, che il Machiavelli scrisse nella Cancelleria. Se le prime ci fanno conoscere la sua vita politica fuori, le seconde ce la fanno conoscere dentro la Repubblica. Moltissime di certo non hanno valore alcuno, essendo semplici ordini dati ad uno o un altro Commissario, ripetendo fino alla saziet in fretta e furia le medesime cose. In altre per rifulgono di tanto in tanto lo stile, il pensiero, l'originalit del grande scrittore. La massima parte di esse restando, come abbiamo gi detto, ancora inedite, era pur necessario percorrerle ed esaminarle. E per m'accinsi al lungo e spesso ingrato lavoro, copiandone o facendone copiare qualche migliaio, molte citandone nelle note, di altre riportando notevoli brani; solo alcune poche dtti integralmente nell'Appendice, affinch si potesse avere una chiara idea di ci che veramente sono. Ed anche questo fece procedere pi lenta la narrazione. Ma, per quanto io vi riflettessi e stessi in guardia contro me stesso, non vi potei trovare rimedio alcuno. Passare sotto silenzio quello che per tanti anni era stato il lavoro principale del Machiavelli, non mi sembrava possibile; n potevo parlare d'una s vasta mole di lettere inedite senza spesso citarle e darne qualche saggio, tanto pi non essendo sperabile che qualcuno mai s'accingesse a pubblicarle tutte. Non star qui ad enumerare i molti altri documenti che cercai e che lessi: si vedr facilmente dalle note. Ricorder nondimeno che, durante queste indagini, potei dare alla luce i tre volumi di Dispacci d'Antonio Giustinian,(4) i quali raccolsi e studiai, non solamente perch recavano nuova luce sui tempi di cui m'occupavo, ma ancora perch mi davano modo di porre accanto al Segretario ed Oratore fiorentino uno dei principali ambasciatori della repubblica veneta, e cos paragonarli fra loro.
Quando nel 1512, dopo la battaglia di Ravenna, i Medici tornarono a Firenze, la libert fu spenta, ed il Machiavelli, uscito d'ufficio, ricadde nell'oscurit della vita privata. La sua biografia allora muta aspetto, dovendosi ridurre quasi esclusivamente all'esame delle opere che scrisse, ed al racconto degli avvenimenti in mezzo ai quali le compose. Ma tutto ci former il soggetto del secondo volume, il quale, mi duole di doverlo dire, si far aspettare pi lungamente che non vorrei, essendo ancora lontano dal suo compimento.(5) Avrei certo preferito di ritardare la stampa fino a quando avessi potuto dare alla luce tutta l'opera. Ma nei lunghi anni nei quali andavo continuando i miei stud, vidi pubblicar di continuo non solamente nuove dissertazioni e biografie del Machiavelli, ma anche documenti spesso da me gi trovati e copiati, ed altri lavori gi s'annunziano ora; sicch, arrivato alla fine di questo primo volume, deliberai di darlo alla luce, senza pi aspettare.  questa del resto un'usanza divenuta ormai cos generale, che spero di non dover esser biasimato, se anch'io me ne giovo.
Debbo qui avvertire che per gli scritti del Machiavelli, mi sono valso dell'edizione che porta la data d'Italia 1813, una delle migliori fra quelle finora compiute. Ho per tenuto sempre a riscontro l'altra pi recente, incominciata in Firenze l'anno 1873, ma ancora lontana dal suo compimento, e che ora ha perduto nel conte Passerini il principale suo collaboratore. In questa si cerc di riprodurre pi fedelmente l'antica ortografia del Machiavelli, il che fu certo lodevole pensiero. Ma nel riportare, come spesso dovetti fare, brani de' suoi scritti, io ho creduto che certe forme puramente convenzionali e notissime si potessero, senza danno, purch con molta cautela e parsimonia, tralasciare in un libro moderno, anche per non mutare troppo spesso e troppo rapidamente la forma materiale dello scrivere. Nell'Appendice mi sono invece attenuto sempre scrupolosamente all'antica ortografia. Il lettore vedr che ho dovuto pi volte dissentire dai due eruditi, i quali curarono la nuova edizione, massime per la importanza e pel significato che vollero attribuire ad alcuni dei documenti da essi pubblicati. Ma di ci altrove; qui non intendo menomamente porre in dubbio il merito che ebbero per la molta diligenza usata nel darli alla luce, tanto pi che, in ogni modo, sono documenti utilissimi al biografo, ed io stesso me ne giovai di frequente.
V' per una notizia errata, che essi dettero, e della quale debbo qui necessariamente parlare. Nella Prefazione al terzo volume, venuto alla luce nel 1875, dopo aver deplorato la perdita di molte lettere del Machiavelli, i nuovi editori aggiungevano: " noto infatti che andarono fuori d'Italia e per sempre i molti volumi delle sue lettere familiari, che erano nelle case dei Vettori, venduti per fraudolento inganno d'un prete a lord Guildford, e poi passati nelle mani di un signor Phillipps inglese, il quale tenne, finch visse, con grandissima gelosia quelle ed altre rare cose che possedeva, tantoch si rifiut di farle esaminare, non che copiare, anche per la nuova edizione delle Opere del Machiavelli, decretata nel 1859 dal Governo Toscano, il quale per il marchese di Laiatico suo ambasciatore straordinario a Londra, ne lo aveva fatto richiedere. N ora che egli, morendo, ha per testamento lasciato quelle ed altre sue cose al Museo Britannico, possiamo profittarne, perch sono saltati fuori i suoi creditori, ed impediscono che quel lascito abbia il suo effetto." - Scrivere una biografia del Machiavelli, senza prima cercare in ogni modo di vedere i molti volumi di lettere familiari, delle quali con tanta certezza s'affermava l'esistenza, non era possibile. Fatte dunque alcune indagini, trovai che realmente erano da Firenze venuti nelle mani di lord Guildford tre volumi di lettere manoscritte, date nel suo Catalogo a stampa per lettere inedite del Machiavelli, e dichiarate anche un tesoro letterario d'inestimabile valore. Le aveva comprate poi il gran collettore inglese di manoscritti d'ogni genere, sir Thomas Phillipps, che le lasci, con tutta la sua ricchissima biblioteca,(6) alla propria figlia, la quale, maritata al reverendo signor E. Fenwick, trovasi ora in Cheltenham, dove io andai, e cos finalmente ebbi nelle mani i tre preziosi volumi. Il lettore capir certo la mia maraviglia, quando gli dir che nell'aprirli dovetti quasi istantaneamente accorgermi, che una sola di quelle lettere, sebbene neppur essa autografa, poteva ritenersi del Machiavelli; tutte le altre certamente non eran di lui.
Questi tre volumi di antica scrittura, segnati nel Catalogo Phillipps col numero 8238, hanno per titolo: Carteggio originale di Niccol Machiavelli, al tempo che fu segretario della Repubblica fiorentina. Inedito. La prima lettera, senza nessuna importanza,  del 20 ottobre 1508, scritta in nome dei Dieci, ed a pi di pagina vi si trova il nome Nic.s Maclavello, messovi, secondo il solito, dal coadiutore che copiava nei registri della Cancelleria.  la sola di cui si possa credere che la minuta sia stata scritta dal Machiavelli, senza per neppure averne l'assoluta certezza. Tutte le altre, a cominciare dalla seconda del primo volume, vanno dal 1513, quando gi il Machiavelli era uscito d'ufficio, e i Medici erano tornati a Firenze, sino al 1526, quando di certo egli non era stato ancora richiamato agli affari. Esse sono tutte indirizzate a Francesco Vettori, che in quegli anni fu ambasciatore a Roma ed altrove; sono scritte sempre in nome degli Otto di Pratica, che successero ai Dieci di Libert nel 1512, quando il Machiavelli venne destituito. A piedi di molte pagine del registro si leggono le iniziali N. M. Qualche volta invece vi si legge, pi o meno abbreviato, in modo per da non lasciare nessun dubbio, il nome di Niccol Michelozzi, che allora appunto era il Cancelliere degli Otto di Pratica. La prima lettera adunque, cavata da un pi antico registro della Repubblica, fu messa in fronte a questi volumi, per ingannare il troppo credulo compratore, il quale perci le credette tutte di Niccol Machiavelli, sebbene, anche senza conoscerne la scrittura, avrebbe assai facilmente, guardando solo alle date, potuto capire che non erano di lui. E cos, dopo aver fatto invano il lungo viaggio, esaminato che ebbi il Catalogo della ricca biblioteca, preso qualche appunto da altri manoscritti italiani, dovetti tornarmene a Firenze con la certezza che il supposto epistolario del Machiavelli era un sogno.
Ed ora non mi resta che un'ultima parola. Assai spesso chi scrive un libro ha, nello scegliere il soggetto, un segreto pensiero che lo muove. Io sono stato mosso principalmente dal pensiero, che il Rinascimento italiano, di cui il Machiavelli fu certo uno dei pi illustri rappresentanti,  il tempo in cui il nostro spirito nazionale ebbe la sua ultima manifestazione, la sua ultima forma veramente originali. Segu poi un lungo sonno, da cui appena ci siamo svegliati. Lo studio d'un tale periodo storico pu quindi, se non m'inganno, riuscire a noi doppiamente utile, facendoci non solo conoscere una parte assai splendida della nostra antica cultura, ma dandoci ancora pi d'una spiegazione cos dei viz, contro i quali combattiamo oggi, come delle virt che ci aiutarono a risorgere. E la lezione potr essere ancora pi utile, se lo storico non dimenticher, che il suo ufficio non  di bandire precetti di politica o di morale, ma solo di sforzarsi a far rivivere il passato, dal quale  venuto il presente, che da esso riceve lume ed ammaestramento continuo anche per l'avvenire. Un tale pensiero in ogni modo  quello che pi volte m'infuse lena e mi di coraggio, mantenendo in me sempre viva la fede che, pure restando lontano dal mondo e chiuso fra i libri, io non dimenticavo il debito che tutti noi, ciascuno secondo le sue forze, oggi pi che mai, abbiamo verso la patria.
...
.
...
Firenze, 1877.
...
.
...
INTRODUZIONE.
...
.
...
I.
...
.
...
IL RINASCIMENTO
...
.
...
 difficile trovare nella storia dell'Europa moderna un periodo che abbia l'importanza di quello cui suol darsi, nella storia italiana, il nome di Rinascimento. Posto fra il cadere del Medio Evo ed il costituirsi delle societ moderne, pu dirsi che gi cominci con Dante Alighieri, il quale nelle sue opere immortali ci lasci la sintesi d'una et che muore, e ci annunzi il sorgere d'un'ra novella. Questa, che  appunto il Rinascimento, s'inizi davvero con Francesco Petrarca e con gli eruditi, fin con Martino Lutero e la Riforma, la quale alter profondamente la storia anche dei popoli che restarono cattolici, e port di l dalle Alpi il centro di gravit della cultura europea. Durante il periodo di cui ragioniamo, vedesi in Italia una rapida trasformazione sociale, una grandissima operosit intellettuale. Da per tutto tradizioni, forme, istituzioni antiche, che crollano dinanzi alle nuove che sorgono. La scolastica cede il luogo alla filosofia, il principio d'autorit cade innanzi alla libera ragione ed al libero esame, che s'avanzano. Comincia lo studio delle scienze naturali: con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci si danno i primi passi alla ricerca del metodo sperimentale; progrediscono il commercio e l'industria; si moltiplicano i viaggi, e Cristoforo Colombo scopre l'America. La stampa, trovata in Germania, diviene subito un'industria italiana. L'erudizione classica si diffonde per tutto, e l'uso della lingua latina, che sembra, per qualche tempo, tornata la lingua universale dei popoli civili, pone l'Italia in stretta relazione con l'Europa, che l'accetta a guida e maestra del sapere. Si creano la scienza politica e l'arte della guerra; la cronaca cede il luogo alla storia civile del Guicciardini e del Machiavelli; la cultura antica rinasce, ed il poema cavalleresco sorge in mezzo ad altre ed altre nuove forme di componimenti letterar. Il Brunelleschi crea un'architettura nuova, Donatello fa risorgere la scultura, Masaccio ed una miriade di pittori toscani ed umbri apparecchiano, collo studio della natura, la via a Raffaello ed a Michelangelo. Il mondo sembra rinnovarsi e ringiovanirsi, illuminato dal sole della cultura italiana.
Ma in mezzo a cos grande splendore si osservano strane ed inesplicabili contradizioni. Questo popolo tanto ricco, industrioso, intelligente, innanzi a cui l'Europa resta come estatica d'ammirazione, va corrompendosi rapidamente. La libert scomparisce e sorgono tiranni per tutto; i vincoli della famiglia sembrano indebolirsi, e il focolare domestico profanarsi: nessuno si fida pi della fede italiana. La nazione diviene politicamente e moralmente cos debole, che non pu resistere ad alcun urto di potenza straniera; il primo esercito che passa le Alpi, percorre la Penisola senza quasi colpo ferire, e seguono altri, che vengono con uguale facilit a lacerarla e calpestarla. Usi a sentire ogni giorno ripetere, che l'istruzione e la cultura costituiscono la grandezza e misurano la forza dei popoli, siamo naturalmente indotti a domandarci: come dunque l'Italia, in mezzo a tanto splendore di lettere e di arti, s'indebolisce, si corrompe e decade?  facile il dire: colpa degl'italiani, che, invece d'unirsi a difesa comune, si lacerano fra loro. Ma perch sono essi a un tratto divenuti cos colpevoli? L'Italia del Medio Evo non era stata pi divisa e pi forte ad un tempo, le vendette e le guerre civili non erano state pi cieche e pi sanguinose? N vale il dire che essa s'era esaurita nelle lotte e nella grandezza raggiunta nel Medio Evo. Pu dirsi veramente esaurita una nazione nel momento in cui, con la sua intelligenza ed operosit, trasforma la faccia del mondo? Invece d'affaticarsi a formulare giudiz e sentenze generali, val meglio fermarsi ad osservare e descrivere i fatti. Ed il fatto principale nel secolo XV  questo: che le istituzioni medievali avevano in Italia prodotto una societ nuova ed un progresso civile tale, che esse si trovarono a un tratto divenute insufficienti o anche dannose. Una radicale trasformazione e rivoluzione era quindi inevitabile. Or fu nel momento appunto, in cui questo generale sconvolgimento sociale seguiva nella Penisola, che gli stranieri le piombarono addosso, e le resero impossibile l'andare innanzi.
Il Medio Evo non conosceva quell'organismo politico che noi chiamiamo Stato, che riunisce e coordina con norme precise le forze sociali. La societ era invece divisa in feudi e sotto-feudi, in Comuni grossi e piccoli, ed il Comune non era altro che un fascio di associazioni minori, malamente legate insieme. Al di sopra di s vasta ed incomposta mole stavano il Papato e l'Impero, che sebbene, essendo spesso in guerra fra loro, crescessero il generale scompiglio, pur costituivano allora la informe unit del mondo civile. Tutto ci era mutato affatto nel secolo XV. Da un lato le grandi nazioni cominciavano a formarsi, da un altro l'autorit dell'Impero, circoscritta in Germania, era in Italia poco pi che una memoria del passato; ed i papi, occupati a costituire un vero e proprio principato temporale, restando pur capi della Chiesa universale, non potevano pi pretendere al dominio politico del mondo, e cercavano perci divenire sovrani come gli altri. In questo stato di cose il Comune, che aveva costituito la passata grandezza d'Italia, si trov in una condizione sostanzialmente nuova, che fu troppo poco esaminata dagli storici.
Esso aveva ora ottenuto la tanto sospirata indipendenza, e non doveva contare che sulle proprie forze; nelle sue guerre coi vicini non v'era pi da sperare o temere che s'interponesse un'autorit superiore. Era quindi necessario estendere il proprio territorio, e rendersi pi forte, specialmente se, volgendo intorno lo sguardo, si osservava che in tutta Europa s'andavano formando i grandi Stati e le monarchie militari. Ma la costituzione politica del Comune era tale, che ogni estensione del suo territorio faceva sorgere pericoli nuovi e cos gravi che ne mettevano a repentaglio l'esistenza. Poteva dirsi giunta per esso un'ora funesta, nella quale ci che pi gli era necessario, pi lo minacciava. Il Comune medievale non conosceva il governo rappresentativo, ma solo il governo diretto de' suoi liberi cittadini, i quali era perci necessario ridurre ad un numero assai ristretto, se non si voleva cadere nell'anarchia. Il diritto di cittadinanza era quindi un privilegio concesso solo ad alcuni di coloro che abitavano dentro la cerchia delle mura. Firenze, che era la repubblica pi democratica dell'Italia, e che nel 1494 ebbe la sua pi libera costituzione, contava allora circa 90,000 abitanti, di cui solo 3200 erano veri e propr cittadini.(7) Neppure i Ciompi, nel loro incomposto tumulto, avevano preteso di dare la cittadinanza a tutti. E quanto al contado, pareva gi molto l'avere abolito la servit; a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiamarlo a parte del governo.
Questo stato di cose trovava la sua sanzione non solo negli statuti, nelle leggi e nelle consuetudini esistenti, ma nelle convinzioni radicate e profonde degli uomini pi illustri. Dante Alighieri, che aveva preso non piccola parte alla legge tanto democratica degli Ordinamenti di Giustizia, al tempo di Giano della Bella, rimpiange nel suo poema i tempi nei quali il territorio del Comune si stendeva solo fino a pochi passi oltre le mura, e gli abitanti delle vicine terre di Campi, Figline e Signa non s'erano venuti a mescolare con quelli di Firenze; perch

Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal della Cittade.

Ed il Petrarca, che sognava anch'egli l'antico Impero, ed era tanto entusiasta di Cola di Rienzo, raccomandava che, nel riordinare la repubblica romana, se ne affidasse il governo ai soli cittadini, escludendone come stranieri gli abitanti del Lazio, ed anche gli Orsini ed i Colonna, perch, sebbene romani, discendevano, secondo lui, da stranieri.(8)
Quando adunque il Comune ingrandiva il suo territorio, sottomettendo un altro Comune, questo, anche se governato con mitezza, si trovava d'un tratto escluso da ogni vita politica, ed i suoi principali cittadini se ne andavano esuli e raminghi per il mondo. Vedere un Pisano, un Pistoiese nei Consigli della repubblica fiorentina, sarebbe stato allora come il vedere oggi un cittadino di Parigi o Berlino sedere fra i deputati del Parlamento italiano. Si preferiva quindi cadere sotto una monarchia, perch in essa almeno tutti i sudditi erano nelle medesime condizioni, ed agli uffic pubblici poteva ogni abitante, di qualunque provincia, partecipare. Il Guicciardini infatti osservava al Machiavelli, quando questi immaginava una grande repubblica italiana, che ci sarebbe stato tutto a vantaggio d'una sola citt, ed a rovina delle altre; perch la repubblica non concede il benefizio della sua libert "a altri che a' suoi cittadini propr;" la monarchia invece " pi comune a tutti."(9) E non v'era spavento che potesse uguagliare quello provato dalle repubbliche italiane, quando Venezia, che pur governava i sudditi suoi con maggiore libert, volgendosi alla terraferma, sembr aspirare al dominio della Penisola. Avrebbero preferito non solo la monarchia, ma ancora lo straniero, che poteva lasciar qualche locale indipendenza, cosa allora non sperabile in Italia da una repubblica. Cosimo dei Medici, quando aiut Francesco Sforza a divenir signore di Milano, salv, secondo il Guicciardini, la libert di tutta Italia, che sarebbe altrimenti caduta sotto Venezia.(10) E Niccol Machiavelli, che pur sospirava cos spesso la repubblica, in tutte le sue lettere d'ufficio, in tutte le sue legazioni, parla sempre di Venezia come del maggior nemico che avesse la libert d'Italia.
Fra queste condizioni e queste convinzioni, era impossibile sperare che il Comune potesse, formando una forte repubblica, riunire l'Italia. Si poteva sperare in una confederazione o in una monarchia; ma la prima supponeva gi un governo centrale diverso da quello dei Comuni, nel quale la citt non fosse pi lo Stato, e aveva contro di s i papi ed i re di Napoli. La monarchia, invece, trovava contro di s, da un lato l'antico amore di libert, che aveva reso gloriosa l'Italia, e da un altro i papi, che, messi nel centro della Penisola, troppo deboli per poterla riunire, abbastanza forti per impedire che altri la riunisse, di tanto in tanto chiamavano gli stranieri, i quali venivano a sovvertire ogni cosa. Per tutte queste ragioni il Comune, che aveva formato l'antica forza e grandezza d'Italia, sopravvisse come a s stesso, in presenza dei nuovi problemi sociali, che sorgevano ad ogni pi sospinto; fra i mille pericoli, che scaturivano come dal suo proprio seno.
Esso aveva proclamato la libert e l'uguaglianza; era quindi naturale che il basso popolo, il quale trovavasi escluso dal governo, dopo avere coi ricchi mercanti combattuto e vinto il feudalismo, non potesse rimanere contento. N gli abitanti del contado, che pure erano colle armi chiamati a difendere la patria, tolleravano pi di buon animo d'essere esclusi da ogni ufficio pubblico, da ogni diritto di cittadinanza. E quando il territorio si estendeva, e nuove citt venivano conquistate, la moltitudine degli oppressi cresceva, e le passioni s'infiammavano, perch la sproporzione fra il piccolo numero dei governanti e quello sempre maggiore dei governati aumentava, ed ogni equilibrio riusciva affatto impossibile. Un abile tiranno, che fosse sorto allora, avrebbe trovato in suo appoggio la moltitudine infinita degli scontenti, ai quali sarebbe apparso come un liberatore o almeno come un vendicatore.
Se poi dalle condizioni politiche volgiamo lo sguardo alle sociali, osserveremo una trasformazione non meno grave, n meno pericolosa. I Comuni del Medio Evo, chi li guarda da lontano, appariscono gi come un piccolo Stato, nel senso moderno della parola; ma erano invece un agglomerato di mille associazioni diverse: Arti maggiori ed Arti minori, Societ delle torri, Consorterie, Leghe, ordinate tutte come altrettante repubbliche, con le loro assemblee, statuti, tribunali, ambasciatori. Esse erano qualche volta pi forti dello stesso governo centrale, di cui facevano le veci, quando, fra le continue rivoluzioni, questo si trovava come momentaneamente soppresso, il che di tanto in tanto avveniva. Si direbbe quasi che la forza del Comune fosse tutta nelle associazioni, che lo dividevano e lo governavano. I cittadini erano ad esse cos tenacemente legati, che spesso sembravano combattere a difesa della repubblica, solo perch tutelava l'esistenza dell'associazione cui essi appartenevano, ed impediva che venisse oppressa dalle altre.
Il Medio Evo  stato perci a giusta ragione chiamato un'et di consorterie e di caste. Il numero e la variet grande di esse produssero una variet infinita di caratteri e di passioni, ignota al mondo antico; ma l'indipendenza dell'uomo moderno non era anche nata, perch l'individuo restava come assorbito nella casta, in cui e per cui viveva. Infatti, per lunghissimo tempo la storia italiana ci tace quasi del tutto i nomi dei politici, dei soldati, degli artisti e dei poeti, che fondarono e difesero i Comuni; crearono le istituzioni, le lettere, le arti. Sono Guelfi e Ghibellini, Arti maggiori e minori, poeti vaganti, maestri comacini, sempre associazioni o partiti, non mai individui. Le stesse grandi figure dei papi e degl'imperatori ricevono la loro importanza, meno dal proprio carattere personale, che dal sistema e dalla istituzione cui appartengono e che rappresentano.
Tutto ci scomparisce rapidamente nel secolo XIV. La figura colossale di Dante si stacca dal fondo medievale, in mezzo a cui vive ancora, ed egli si vanta orgogliosamente d'essersi fatta parte per s stesso. I nomi dei poeti, dei pittori, dei capi di parte si moltiplicano d'ora in ora, e i caratteri individuali si determinano, si disegnano nettamente, e si separano dalla folla. Noi assistiamo ad una generale trasformazione di tutta la societ italiana, la quale, dopo avere distrutto il feudalismo e proclamata l'uguaglianza, si trova obbligata a decomporre le associazioni che l'avevano costituita. E ci si vede assai pi chiaro che altrove in Firenze, dove gli Ordinamenti di Giustizia (1293) abbattono i nobili e li cacciano dal governo; sopprimono alcune delle associazioni e rendono impossibili le consorterie; pongono per la prima volta alla testa del Comune un gonfaloniere.(11) La necessit di cominciare a costituire l'unit dello Stato moderno scaturiva naturalmente dalla forma sempre pi democratica che aveva preso il Comune; questo era anzi il grande problema che doveva risolvere l'Italia del secolo XV. Ma il periodo di passaggio e di trasformazione era pieno di mille pericoli, perch le antiche istituzioni si decomponevano prima che le nuove sorgessero; l'individuo, abbandonato a s stesso, si trovava dominato solo dall'interesse personale e dall'egoismo: la corruzione dei costumi diveniva inevitabile.
La moralit del Medio Evo era fondata principalmente sugli stretti vincoli della famiglia e della casta cui si apparteneva. Di questi vincoli le leggi e le consuetudini erano state in mille modi gelose custodi: mantenevano la eredit nelle famiglie; impedivano che i matrimon la portassero fuori del Comune; rendevano difficilissimi quelli fra persone non solo di diverso Comune, ma di diverso partito o consorteria. Di qui una grande comunanza d'interessi, le affezioni tenaci e i forti sacrifiz nel seno della casta, le gelosie e spesso gli od, le vendette contro i vicini. A poco a poco tutto questo scomparve per le riforme politiche, che spezzarono i vecchi legami, per la cresciuta uguaglianza, pel continuo prevalere del diritto romano imperiale, che rendeva la donna meno sottoposta alla tutela de' suoi. E nel medesimo modo in cui il Comune s'era a un tratto trovato abbandonato a s stesso, per la cessata supremazia dell'Imperatore e del Papa, il cittadino, sciolto da ogni vincolo, si trov isolato e costretto a fare assegnamento sulle sole sue forze. Esso quindi non poteva pi sentire l'antico interesse nel destino de' suoi vicini, che non s'occupavano pi di lui; il suo avvenire, il suo stato nel mondo dipendeva unicamente dalle sue qualit individuali. Cos si vide, in un medesimo tempo, l'egoismo impadronirsi rapidamente degli animi, e la personalit umana svolgersi sotto forme sempre pi varie e nuove. Non solo si moltiplicano ora i nomi degl'individui, e ambiziosi capi di parte sorgono per tutto; ma le guerre intestine dei Comuni sembrano mutarsi in guerre personali; le citt si dividono secondo i nomi dei pi potenti e turbolenti; le famiglie stesse si scindono e si lacerano, perch gli uomini non sanno sottostare pi a nessun vincolo. I pregiudizi, le tradizioni, le virt e i viz del Medio Evo scompariscono affatto, per dar luogo ad un'altra societ, ad altri uomini.
Chi osserva ora la doppia mutazione che han subita le nostre repubbliche, s'accorge come da un lato, secondo che esse ingrandivano il proprio territorio, divenivano internamente pi deboli, e sentivano sempre maggiore bisogno d'un governo centrale pi forte e pi uguale verso tutti; e come da un altro lato, secondo che le consorterie si scioglievano, aumentava il numero degli ambiziosi e degli audaci, i quali non avevano altro scopo, che d'essere primi e soli a comandare. Queste ambizioni, manifestandosi nel tempo appunto in cui il Comune era portato naturalmente verso la forma monarchica, costituivano un pericolo gravissimo; e cos, come v'era stato un giorno nel quale si videro in Italia sorgere per tutto i Comuni, era adesso giunta l'ora in cui si vedevano per tutto sorgere i tiranni.
Il tiranno italiano per, con molti vizi, aveva una propria originalit di carattere, una vera importanza storica. A lui non era necessario discendere di nobile o potente famiglia, e neppure essere primogenito della sua casa. Un mercante, un bastardo, un venturiero qualunque potevano comandare un esercito, fare una rivoluzione, divenire tiranni, se avevano l'audacia e l'arte necessarie a riuscire. Le storie ci raccontano, a questo proposito, strane avventure, ed i novellieri italiani, che s fedelmente descrivono i costumi del tempo, ridono spesso d'uomini da nulla, i quali si ponevano in mente di farsi tiranni, come quel calzolaio che, invece di fare scarpe, voleva, secondo narra il Sacchetti, "tor la terra a messer Ridolfo da Camerino."(12)
Il secolo XV fu giustamente chiamato il secolo degli avventurieri e dei bastardi: Borso d'Este a Ferrara, Sigismondo Malatesta a Rimini, Francesco Sforza a Milano, Ferdinando d'Aragona a Napoli, molti e molti altri signori o principi erano bastardi. Nessuno di essi si sentiva pi legato da alcuna convenzione o tradizione; tutto dipendeva dalle qualit personali di coloro che osavano tentare la fortuna, dagli amici e aderenti che sapevano guadagnarsi. Costretti ad impadronirsi del potere in mezzo a mille pericoli, contro mille emuli, si trovavano come in uno stato di guerra continua, nel quale tutto era permesso: nessuno scrupolo vietava la violenza, il tradimento ed il sangue. Il male, per questi tiranni, non aveva altri limiti se non quelli imposti dalla opportunit e dalla utilit personale; doveva essere un mezzo adatto a conseguire il fine desiderato. Di l da questi confini era non una colpa, ma una folla indegna d'un uomo politico, perch non portava alcun vantaggio. La loro coscienza non conosceva rimorsi, la loro ragione calcolava e misurava tutto. Ma una volta superate le difficolt, e riusciti nell'intento, i pericoli non cessavano per questo. Bisognava lottare contro lo scontento fierissimo di coloro che, per lunga consuetudine, s'erano usati a non saper vivere senza partecipare al governo; contro le ire feroci di coloro che avevano anch'essi aspirato alla tirannide, ed erano stati prevenuti o vinti. Se colla forza si vinceva un tumulto popolare, i pugnali s'appuntavano nelle tenebre da ogni lato. E le congiure erano allora pi crudeli, perch assumevano il carattere di vendette personali; s'ordivano fra gli amici, nella famiglia stessa: si vedevano i pi stretti parenti, anche i fratelli, contendersi il trono col ferro o col veleno. Cos il tiranno italiano poteva dirsi condannato a riconquistare ogni giorno il suo regno; e pur di ottenere questo fine, esso credeva giustificato ogni mezzo.
In s misero stato di cose, non bastavano il coraggio personale, il valor militare e una coscienza senza rimorsi; bisognava avere anche una grande accortezza, una fine astuzia, una profonda conoscenza degli uomini e delle cose, sopra tutto un perfetto dominio delle proprie passioni. Bisognava studiare i fenomeni sociali come si studiano i fenomeni della natura, non avere alcuna illusione, fondarsi solo sulla realt delle cose. Bisognava conoscere a fondo il proprio Stato e gli uomini in mezzo ai quali si viveva, per poterli dominare; trovare la nuova forma di governo; riordinare, in mezzo alle rovine del passato, l'amministrazione, la giustizia, la polizia, le opere pubbliche, ogni cosa. Il potere, in sostanza, si concentr allora tutto nel tiranno, e l'unit del nuovo Stato nacque come una creazione personale di lui. E con lui nascevano la scienza e l'arte di governo; ma si cominciava ancora a diffondere quella opinione, che divenne poi un errore assai generale e funesto, che cio le leggi e le istituzioni siano un trovato dell'uomo politico, non gi un resultato naturale della storia, dello svolgimento sociale e civile dei popoli. Pel Medio Evo lo Stato e la storia erano un'opera della Provvidenza, in cui nulla potevano la ragione e la volont dell'uomo; pel Rinascimento, invece, tutto era opera dell'uomo, che se non riusciva, doveva dolersi prima di se stesso, e poi della fortuna, a cui si dava allora grandissima parte nel destino delle cose umane.
In un paese diviso e suddiviso come l'Italia, queste vicende si moltiplicavano e ripetevano per tutto; ed  facile immaginarsi quanto dovessero contribuire alla corruzione del paese, e in quanti modi diversi. Sorgevano i tiranni in mezzo alle repubbliche, ai papi, ai re di Napoli; e gelosi tutti gli uni degli altri, ricorrevano all'amicizia dei vicini o degli stranieri, cercando indebolire o dividere i nemici. Cos le trame e gl'intrighi crescevano all'infinito; e nello stesso tempo si formava un intreccio singolare d'interessi politici, che moltiplicava le relazioni fra i diversi Stati; faceva sorgere in Italia la prima idea d'un equilibrio politico; dava alla nostra diplomazia un'attivit, una intelligenza, un'accortezza meravigliose. Fu allora un tempo in cui ogni Italiano sembrava un diplomatico nato: il mercante, il letterato, il capitano di ventura sapevano presentarsi e discorrere ai re ed agl'imperatori con tutta la conoscenza delle forme convenzionali, con un acume ed una penetrazione che facevano restare ammirati. I dispacci dei nostri ambasciatori furono uno dei pi grandi monumenti della storia e letteratura di quel tempo. Primeggiavano i Veneziani pel senno pratico e l'osservazione dei fatti, i Fiorentini per la eleganza del dire e l'acume con cui esaminavano, intendevano i caratteri; ma tutti gli altri erano emuli non indegni di quelli. L'arte del dire e dello scrivere divenne cos una potenza formidabile, acquist una importanza nuova fra gl'italiani.
Si videro allora dei soldati di ventura, che non si movevano per minacce, per preghiere o piet, cedere ai versi di un erudito. Lorenzo dei Medici, andando a Napoli, persuadeva coi suoi ragionamenti Ferrante d'Aragona a smettere la guerra e fare alleanza con lui. Alfonso il Magnanimo, prigioniero di Filippo Maria Visconti, quando tutti lo credevano morto, fu invece liberato con onore, perch, secondo il Machiavelli, aveva saputo persuadere a quel tiranno cupo e crudele, che gli tornava pi conto avere gli Aragonesi che gli Angioini a Napoli, concludendo: Vuoi tu piuttosto soddisfare ad un tuo appetito che assicurarti lo Stato?(13) Nella rivoluzione promossa a Prato da Bernardo Nardi, questi aveva, secondo lo stesso Machiavelli, gi messo il capestro al Podest fiorentino per impiccarlo, quando si lasci dagli accorti ragionamenti di lui persuadere a desistere, e cos nulla pi gli pot riuscire.(14) Simili fatti possono essere qualche volta esagerati o anche inventati; ma il vederli tante volte ripetuti e creduti, prova quali erano le idee e l'indole di quegli uomini.
Non  perci da meravigliarsi, se anche i tiranni studiavano e proteggevano con s grande ardore le arti, le lettere, la cultura sotto ogni sua forma. Non era solo un sottile accorgimento di governo, un mezzo per deviare dalla politica l'attenzione del popolo; era una necessit della loro condizione, un bisogno vero e reale del loro spirito. Una nota diplomatica abilmente scritta, un discorso accorto solevano risolvere le pi gravi questioni politiche. A chi il tiranno italiano doveva il proprio Stato, se non al suo ingegno? E come poteva essere indifferente alle arti che lo educano e lo accrescono? Le pi felici ore di riposo dagli affari di Stato, le passava tra i libri, i letterati e gli artisti. Il museo e la biblioteca tenevano per lui il posto che presso molti signori feudali del settentrione, tenevano la scuderia e la cantina; tutto ci che poteva coltivare o ingentilire lo spirito era un elemento necessario alla sua esistenza; nel suo palazzo si formavano il perfetto cortigiano, la raffinatezza dei modi del gentiluomo moderno.
V'era per un singolare contrasto negli uomini di quel tempo, un contrasto che ci sembra spesso un enimma inesplicabile. Noi possiamo perdonare al Medio Evo, tanto diverso da noi, le sue selvagge passioni ed i suoi delitti, o almeno possiamo comprenderli; ma vedere degli uomini, che discorrono e pensano come noi; che sono rapiti con la pi spontanea sincerit innanzi ad una Madonna del Beato Angelico o di Luca della Robbia, innanzi alle aeree curve dell'architettura dell'Alberti e del Brunelleschi; che si mostrano disgustati da ogni atto appena grossolano, da un gesto che non sia della pi perfetta eleganza; e vederli abbandonarsi ai pi atroci delitti, ai pi osceni viz; apparecchiare il veleno per cacciar dal mondo un rivale o un parente pericoloso, questo  quello che non comprendiamo. Era un periodo di transizione, in cui si direbbe che le passioni ed i caratteri di due et diverse si trovavano fra loro come innestati, per formare innanzi ai nostri sguardi una sfinge misteriosa, che ci maraviglia e quasi ci spaventa. Verso di essa noi siamo troppo severi, quando dimentichiamo che un secolo non pu essere giudicato colle norme e i criter di un altro.
Ovunque noi rivolgiamo lo sguardo, vediamo sotto forme diverse riprodursi i medesimi fatti. La milizia del secolo XV anch'essa non  pi quella del Medio Evo, ma inizia la moderna, da cui pur tanto differisce. Al tempo dei Comuni, le guerre s'erano fatte con fanti leggermente armati: il mercante e l'artigiano ogni primavera indossavano la corazza, ed uscivano fuori delle mura a combattere i castelli baronali e le terre vicine, per poi tornare alle loro officine. Pochissima importanza aveva la cavalleria, formata il pi dai nobili. Ma col tempo le cose mutarono affatto. Le guerre divennero assai pi complicate, e la forza degli eserciti pass nella cavalleria pesante o, come dicevano allora, negli uomini d'arme. Ognuno di essi era seguito da due o tre cavalieri, che portavano la sua grave armatura, di cui egli ed il cavallo di battaglia si coprivano solo nel momento dell'azione, perch era cos pesante, che, se con essa cadevano  a terra, non si rialzavano pi senza aiuto. E questa specie di torre corazzata spingeva innanzi una lunghissima lancia, colla quale atterrava il fantaccino prima che esso, coll'alabarda o la spada, potesse recare alcuna offesa. Uno squadrone di tale cavalleria bastava a sbaragliare un esercito di fanti, fino a che la invenzione della polvere e il perfezionamento delle armi da fuoco non vennero pi tardi a trasformar di nuovo l'arte della guerra. I Fiorentini se ne avvidero a Montaperti (1260), quando pochi cavalieri tedeschi uniti agli esuli ghibellini, posero in rotta il pi forte esercito di fanti che si fosse mai visto in Toscana. Ed a Campaldino (1289) i fanti, per abbattere gli uomini d'arme, dovettero avanzarsi sotto i loro cavalli e sventrarli. Questo nuovo modo di guerreggiare riusc funesto alle nostre repubbliche. L'uomo d'arme doveva educarsi con un lungo tirocinio, un esercizio continuo; come potevano l'artigiano ed il mercante avere il tempo da ci? Eserciti stanziali non v'erano allora, e l'aristocrazia, che sola poteva educarsi a vivere nelle armi, era stata nei Comuni italiani distrutta. Che fare adunque? Si ricorse agli stranieri, e cominciarono i soldati mercenar.
Fuori d'Italia l'aristocrazia era sempre potentissima, e per gli uomini che vivevano nelle armi, abbondavano: erano appunto nobili seguti dai loro vassalli. Ogni volta che gli Angioini ritentavano la loro eterna impresa di Napoli, o gli Spagnuoli facevano qualche nuova scorrera, restavano, dopo la guerra, soldati e drappelli sbandati, che, vaghi d'avventure, cercavano e trovavano servizio presso i signori o le repubbliche. I primi arrivati furono subito di richiamo agli altri, perch le paghe erano grosse, e lo straniero trovava pi facile preda e vittoria, per la mancanza fra noi d'uomini d'arme. E cominciarono a formarsi le compagnie di ventura, che mettevano a prezzo la propria spada al maggiore offerente. Esse divennero subito minacciose, insolenti, e dettarono leggi ad amici ed a nemici. Ma gl'Italiani pi tardi s'arrolarono alla spicciolata sotto queste bandiere, ed allettati da questo nuovo genere di vita, crebbero tanto di numero, e cos bene riuscirono, che si provarono poi a costituire compagnie nazionali. Non mancava invero fra noi la materia per formare capitani e soldati. Che cosa dovevano fare tutti quei capi di parte, che erano stati vinti nei loro ambiziosi disegni da pi ambiziosi o fortunati rivali? Essi correvano l dove trovavano rizzata una bandiera di ventura, e s'educavano alle armi, per comandare poi una squadra o una compagnia. I pi piccoli tiranni, servendo sotto un capo di reputazione, o formando una compagnia, trovavano modo di difendere il proprio Stato e d'ingrandirlo. Quando una repubblica era vinta e sottomessa da un'altra, i cittadini che l'avevano governata e poi difesa invano, emigravano qualche volta in massa, per correre il mondo come soldati di ventura, e cercavano nell'armi quella libert che avevano perduta in casa. Cos fecero i Pisani, quando la loro repubblica cadde sotto i Fiorentini; cos altri moltissimi. Il contado dava buon numero di soldati; ed alcune provincie, come la Romagna, le Marche e l'Umbria, dove il disordine era tale che gli uomini sembravano vivere di rapine, di vendette e di brigantaggio, furono addirittura un vivaio e mercato di capitani e soldati di ventura.
Queste compagnie non si possono dire una istituzione del Medio Evo, e neppure una istituzione moderna. Proprie d'un periodo di transizione, si compongono dei rottami di tutte le vecchie istituzioni, ora distrutte o cadenti, e sono una grande calamit; ma lo spirito del Rinascimento italiano si manifesta anche in esse, che ne ricevono e ne determinano sempre pi il carattere. Le nostre, che subito cominciarono ad aver vittoria contro le straniere, specialmente quando Alberico da Barbiano cre la nuova arte della guerra, presero una forma, ebbero un carattere proprio e diverso dalle straniere. Queste, infatti, erano comandate da un Consiglio di capi, ognuno dei quali aveva molta autorit sopra i suoi uomini, che solevano essere, in parte almeno, suoi vassalli, i quali all'occorrenza lo seguivano, quand'egli voleva separarsi dagli altri. In Italia, invece, l'importanza e la forza della compagnia dipesero affatto dal valore e dal genio militare di chi la comandava e quasi la personificava; i soldati obbedivano alla volont suprema del capo, senza per essere legati a lui da alcuna fedelt o sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano pi famoso o per una paga maggiore. La guerra divenne l'opera d'una mente direttrice, l'esercito fu unito dal nome e dal valore del capitano, la battaglia fu come una sua creazione militare.
Cos si form la scuola d'Alberico da Barbiano, cui tennero dietro quelle di Braccio da Montone, degli Sforza, dei Piccinini e di molti altri, gli uni formandosi sotto la guida e disciplina degli altri. Il capitano italiano creava la scienza e l'arte militare, come il principe creava la scienza e l'arte di governare. Nell'uno e nell'altro l'ingegno e la personalit si manifestavano in altissimo grado; nell'uno e nell'altro mancava quella forza morale, che sola pu dare stabilit vera alle opere dell'uomo. Nella compagnia, pi che altrove, il capitano era sciolto da tutti i vincoli convenzionali del Medio Evo; la sua fama e la sua potenza dipendevano unicamente dal suo valore e dal suo ingegno. Muzio Attendolo Sforza, uno dei pi temuti capitani del suo tempo, divenuto anche gran contestabile del regno di Napoli, aveva in origine coltivato i campi, e cominci la sua vita militare col custodire e condurre i cavalli. Il suo bastardo Francesco fu duca di Milano. Il Carmagnola, che comand i pi formidabili eserciti di Venezia, e fu signore di molte terre, era stato in origine guardiano di vacche. Niccol Piccinini, prima di diventare capitano famoso, era stato ascritto all'arte dei macellai in Perugia. N ci recava la pi piccola maraviglia ad alcuno. La compagnia era il campo aperto all'attivit individuale; in essa comandavano solo la forza, la fortuna e l'ingegno; non v'erano vincoli tradizionali n morali di sorta. La guerra si faceva senza servire ad alcun principio, ad alcuna patria, passando, per danari o promesse, dall'amico al nemico. L'onor militare, la fede ai patti giurati, la fedelt alla propria bandiera, tutto ci era ignoto al capitano di ventura, che avrebbe trovato puerile e ridicolo il lasciarsi da questi ostacoli fermare nel cammino intrapreso a costituire la propria fortuna e potenza, unico scopo alla vita.
Sotto molti aspetti la sua sorte ed il suo carattere somigliavano a quelli del tiranno italiano. Alla testa di un'amministrazione complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere nuovi soldati, per riempire i vuoti che facevano nelle sue file, non tanto il ferro nemico, quanto la continua diserzione, e trovare ogni giorno i danari, coi quali pagare, nella pace e nella guerra, i suoi uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per cercare condotte, avere danari colle minacce o colle promesse, dare ascolto a coloro che, con maggiori offerte, volevano levarlo al nemico. Pareva in sostanza quasi principe d'una citt che si moveva di paese in paese, il che non la rendeva di certo pi facile ad amministrare o governare; ed al pari del tiranno, viveva in continui pericoli, nella pace non meno che nella guerra. Egli era minacciato dalle gelosie degli altri capi di bande o compagnie; dalle ambizioni dei sottoposti, che spesso tramavano congiure contro di lui; dalla mancanza di condotte, che, lasciandolo senza danari, poteva sciogliere il suo esercito. La nessuna sicurezza della sua fede teneva gli Stati che serviva sempre in sospetto, e dal sospetto facilmente si passava alle vie di fatto, testimon il Carmagnola e Paolo Vitelli, improvvisamente presi e decapitati, l'uno dai Veneziani, l'altro dai Fiorentini, alla testa dei cui eserciti combattevano. Singolare era poi vedere questi uomini, il pi delle volte di bassa origine e senza cultura, circondati in campo da ambasciatori, e da poeti, da eruditi, che leggevano loro Livio e Cicerone, e nei propri versi li paragonavano sempre a Scipione, ad Annibale, a Cesare o Alessandro. Quando conquistavano per proprio conto una terra, o la ricevevano in cambio di servigi prestati, il che pur seguiva qualche volta, erano addirittura capitani e principi ad un tempo.
La guerra divenne allora per gli Stati italiani una specie di operazione diplomatica e finanziaria: vinceva chi sapeva trovare pi danari, procurarsi pi amici, meglio lusingare e pagare i capitani pi reputati, la cui fedelt si alimentava solo con nuovi danari o nuove speranze. Ma il vero spirito militare and presto decadendo in questi soldati, che avevano oggi di fronte i compagni di ieri, coi quali potevano essere domani nuovamente uniti. Il loro scopo non era pi la vittoria, ma la preda. Pi tardi le compagnie di ventura scomparvero affatto cedendo il luogo agli eserciti stanziali, cui avevano apparecchiato la via; ma esse lasciarono dietro di loro la memoria di grandi calamit, durante le quali gl'Italiani dettero prova di molto ingegno e molto coraggio; fondarono la nuova arte della guerra; manifestarono una variet infinita di attitudini e di qualit militari; produssero una gran moltitudine di capitani, e pure sbandarono indebolendo e corrompendo sempre di pi.
Nelle lettere, meglio che altrove, si vede chiara la generale trasformazione che seguiva in quel tempo. Gli storici deplorano generalmente, e sembrano non comprendere per qual ragione gl'Italiani, dopo avere creata una cos splendida letteratura nazionale con la Divina Commedia, il Decamerone ed il Canzoniere, deviassero dal cammino gloriosamente percorso, volgendosi alla imitazione degli antichi, disprezzando quasi la propria lingua, e rimettendo in onore l'uso del latino. Ma leggendo le opere di Dante, del Boccaccio, del Petrarca, si vede subito che aprirono essi la via per cui il secolo XV entr. Nella Divina Commedia l'antichit riceve continuamente un posto d'onore, ed  quasi santificata da un'ammirazione senza limiti; nel Decamerone il periodo latino gi trasforma e sconvolge il periodo italiano; il Petrarca  addirittura il primo degli eruditi. Chi poi paragona gli scrittori italiani del Trecento con quelli che compariscono sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, s'accorge subito, che il tempo speso in questo mezzo sui classici, non  andato perduto. Leggendo infatti, non dir i Fioretti di San Francesco e le Vite del Cavalca, ma il De Monarchia ed il Convivio di Dante, anche alcuni canti della Divina Commedia, noi dobbiamo come trasportarci in un altro mondo: l'autore assai di frequente ragiona ancora al modo scolastico, non osserva e non vede il mondo come lo vediamo noi. Se invece apriamo le opere del Guicciardini, del Machiavelli e dei loro contemporanei, troviamo degli uomini che, anche avendo opinioni diverse dalle nostre, pensano o ragionano come noi. La scolastica, il misticismo, l'allegoria del Medio Evo sono scomparsi per modo che sembra quasi se ne sia perduta la memoria. Siamo sulla terra, in mezzo alla realt, con uomini che non guardano il mondo attraverso alcun velo fantastico di mistiche illusioni, ma con i propri occhi, con la propria ragione, senza essere schiavi d'alcuna autorit. E cos vien fatto di chiedere: in che modo gli eruditi del secolo XV, tornando verso gli antichi, poterono scoprire un mondo nuovo, simili quasi, come fu detto, al Colombo che trov l'America, cercando d'arrivare alle Indie per un'altra strada?
Il Medio Evo, per ridestare nell'uomo una nuova vita dello spirito, aveva disprezzato la vita terrena e la societ civile; sottomesso la filosofia alla teologia, lo Stato alla Chiesa. Il reale gli sembrava utile solo come simbolo o allegora per esprimere l'ideale, la Citt terrena solo come un apparecchio alla Citt di Dio: si reagiva contro tutto ci che era stata l'essenza del Paganesimo, l'ispirazione dell'arte antica. E cos lo spirito umano rest chiuso nei sillogismi della scolastica, nelle nebbie del misticismo, nelle fantastiche e intricate creazioni della poesia cavalleresca e delle canzoni provenzali. Ma quando, come per uno slancio improvviso di nuova ispirazione, in mezzo alle libert comunali, sorsero la poesia e la prosa italiana a descrivere gli affetti, le passioni reali e vere dell'uomo, il mondo del Medio Evo fu condannato a perire. Le vecchie forme, incerte e fantastiche, non resistettero pi di fronte a quelle nuove analisi cos precise, a quelle immagini cos splendide e chiare, a quello stile, a quel linguaggio, in cui il pensiero trasparisce come attraverso purissimo cristallo. Ma questa letteratura, dando un nuovo indirizzo allo spirito umano, fece ben presto nascere anche bisogni nuovi, che essa non poteva tutti soddisfare. Il linguaggio poetico s'era gi trovato, e s'erano avuti, in una forma ammirabile, la novella, il sonetto, la canzone ed il poema; ma il nuovo stile filosofico, epistolare, oratorio, storico mancavano affatto: il bisogno di trovarli diveniva irresistibile.
Lo scrittore del Trecento somigliava perci assai spesso ad un uomo che, pure avendo buone gambe, si trovi in una via cos piena di ostacoli e di pericoli, che non pu camminar senza aiuto: di tanto in tanto egli s'appoggia novamente alle grucce della scolastica. Quando lo stesso Alighieri, nella sua Monarchia, discute se il Papa debba essere paragonato al sole, e l'Imperatore alla luna; se il fatto di Samuele che depose Saul, e l'offerta dei re Magi a Cristo bambino possano provare la dipendenza dell'Impero dalla Chiesa, chi non vede che egli ha ancora un piede nel Medio Evo? Leggendo la Cronica di Giovanni Villani, troviamo non solo uno scrittore molto chiaro, ma un osservatore acutissimo, cui nulla sfugge; un uomo pratico del mondo e degli affari. Tutto egli vede e registra: battaglie, rivoluzioni politiche e sociali, forme di governo, nuovi edifiz, quadri, opere letterarie, industria, commercio, tasse, entrate ed uscite della Repubblica, perch egli comprende che di tutto ci si compone la societ umana, e che da ci risulta la potenza e la prosperit degli Stati. Ma egli ci d ancora come storie le pi favolose e fantastiche leggende sull'origine di Firenze. E neppure una volta sola gli riesce di trovare la logica unit della narrazione storica, che connette i vari avvenimenti, e ne rende visibile il legame; il suo lavoro non esce perci mai dai modesti confini della cronica. Ogni volta che lo scrittore del Trecento scrive di filosofia o di politica, ogni volta che compone una orazione o una lettera, egli  condannato a tornare fra quelle pastoie, che poco prima sembrava avere spezzate per sempre.
Bisognava dunque allargare lo stile; diffondere la lingua; renderla pi universale, pi duttile; trovare le nuove forme letterarie, che ancora mancavano ed erano divenute necessarie. Ma questo bisogno cominciava a sentirsi nel momento stesso in cui ogni giovanile e vigoroso incremento delle forze nazionali veniva contrastato dalle complicazioni politiche e sociali, che abbiamo pi sopra accennate. Cominciava perci a mancare quella forza creatrice che gi aveva dato origine alla nostra letteratura, e sola poteva portarla al suo naturale compimento, facendole trovare le altre forme che essa cercava. Se non che, queste forme non sono mutabili a capriccio, sono determinate dalle leggi stesse del pensiero e della natura, ed erano state trovate la prima volta dai Greci e dai Romani, negli scritti dei quali serbano in eterno tutto il vigore, lo splendore e la originalit, che le opere dell'arte raggiungono solo nel momento della prima creazione. Il ritorno al passato si presentava quindi come un progresso naturale, necessario, e la grande relazione della cultura latina con la italiana lo faceva sembrare come un ritemprarsi alle prime sorgenti, un ritorno all'antica grandezza nazionale. I Greci ed i Latini presentavano inoltre agl'Italiani una letteratura ispirata alla natura ed alla realt, guidata dalla ragione, non sottoposta ad alcuna autorit, non circondata da nessun velo allegorico, da nessun misticismo: imitarla era quindi un liberarsi affatto dal Medio Evo. E cos tutto spingeva ora verso il mondo antico. La pittura e la scultura vi trovavano lo studio perfezionato delle forme umane, un disegno insuperabile; l'architettura vi trovava una costruzione pi solida e meglio pieghevole ai var bisogni della vita sociale; l'uomo di lettere, quel magistero di stile, di cui andava in cerca; il filosofo, l'indipendenza della ragione e l'osservazione della natura; il politico trovava nel concetto di Roma antica quella unit dello Stato, che non solo la scienza, ma la societ stessa cercavano allora come un loro fine necessario. La imitazione dei Greci e dei Romani divenne perci come una mana, che s'impadron rapidamente di tutti gli animi: i tiranni vollero imitare Cesare ed Augusto; i repubblicani, Bruto; i capitani di ventura, Scipione ed Annibale; i filosofi, Aristotele e Platone; i letterati, Virgilio e Cicerone; perfino i nomi stessi delle persone e dei paesi si mutarono in greci e romani.
Il Medio Evo conosceva certo molti degli antichi scrittori; per alcuni di essi ebbe anzi come un ossequio religioso. Ma la sua erudizione, salvo alcune eccezioni, era ben diversa da quel rinascimento che cominciava ora. Essa restringevasi ad un piccolo numero di scrittori latini, dei pi recenti, i quali, meno lontani dalle idee cristiane, e vissuti sotto l'Impero, che sembrava dominare ancora la societ umana, essere anzi immutabile ed immortale, erano quasi letti come scrittori contemporanei, e le loro opere venivano forzate, piegate a sostenere i concetti stessi del Cristianesimo. Virgilio profetizzava la venuta di Cristo; l'etica di Cicerone doveva essere identica a quella del Vangelo; ed Aristotele, conosciuto solo nelle traduzioni latine, alterato dai comentatori, era costretto a sostenere l'immortalit e spiritualit dell'anima, cui non aveva creduto. Ben diversi erano i desideri e i gusti del secolo XV. Esso non voleva trasformare in cristiano il mondo pagano; voleva anzi tornare a questo, che lo riconduceva dalla Citt di Dio a quella degli uomini, dal cielo alla terra. Non gli bastava perci la conoscenza di pochi scrittori pi recenti; li voleva leggere tutti, ed i pi lontani con pi ardore, perch obbligavano ad uno sforzo maggiore della mente, e facevano fare un pi lungo viaggio intellettuale. Si cercarono, quindi, si disseppellirono ed illustrarono gli antichi codici, gli antichi monumenti con una febbrile attivit, di cui non v' altro esempio nella storia. Sembrava che gl'Italiani volessero non solo imitare il mondo antico, ma evocarlo dalla tomba, farlo rivivere, perch in esso sentivano di ritrovare s stessi, entrando come in una seconda vita: era un vero e proprio rinascimento. E non s'accorgevano punto che le loro imitazioni e riproduzioni venivano animate da uno spirito nuovo, che si andava svolgendo, dapprima invisibile e nascosto, per liberarsi poi a un tratto dalla sua crisalide, uscendo alla luce in una forma nazionale e moderna.
Cos l'erudizione fu il mezzo con cui gl'Italiani seppero liberare s stessi e l'Europa dalle pastoie del Medio Evo, non interrompendo, ma continuando e compiendo, sotto diversa forma, l'opera iniziata dagli scrittori del Trecento. Ma le nuove opere letterarie ed artistiche non furono il risultato d'una giovane e vigorosa ispirazione, sorta in una societ come quella in cui visse Dante, piena d'ardore e di fede, tra forti caratteri e fiere passioni. Formate in un tempo, nel quale continuava una febbrile attivit della mente, ma si spegnevano le pi nobili aspirazioni del cuore umano, risentirono le conseguenze di un tale stato di cose. Si riesc mirabilmente in tutti quei generi nei quali la natura visibile, lo studio esteriore dell'uomo e delle sue azioni hanno parte principale. Le arti belle, plastiche sempre di loro natura, perderono l'epica grandezza di Giotto e dell'Orcagna, quella ispirazione religiosa che tanto si ammira nelle antiche cattedrali cristiane; ma, assimilando le forme classiche, che modificarono inconsapevolmente, s'ispirarono al genio greco, imitarono la natura, e la riprodussero nelle loro nuove e spontanee creazioni, circondate d'un velo etereo, con colori che hanno uno smalto, una freschezza, una fragranza inarrivabili.  un'arte che, innestando le forme cristiane e pagane, acquista una spontaneit e verginit nuova; resta una gloria immortale del secolo e dell'Italia, la manifestazione pi compiuta del Rinascimento, da cui riceve ed a cui comunica il proprio carattere. La poesia fu del pari inarrivabile nelle descrizioni e riproduzioni del vero, che apparisce chiaro e preciso anche in mezzo alle pi fantastiche creazioni del poema cavalleresco ed eroicomico. La scienza politica, che esamina le azioni umane nel loro valore obbiettivo ed esteriore, nelle loro pratiche conseguenze, quasi astraendo dal carattere morale che acquistano nella coscienza dell'uomo, e dalle intenzioni con cui vengono compiute, non solo fior del pari, ma fu la creazione pi originale nella letteratura dei secoli XV e XVI.
Si lavor con energia irrefrenabile; si cercarono e si trovarono tutte le forme letterarie; si ottenne una grande verit e facilit nella prosa e nella poesia; si crearono il linguaggio e lo stile oratorio, diplomatico, storico, filosofico; ma svaniva il sentimento religioso; s'infiacchiva il senso morale, ed il culto della forma cresceva spesso a scapito della sostanza, difetto che rimase per molti secoli nella letteratura italiana. Nel vedere questa prodigiosa attivit intellettuale, che sotto mille forme diverse si riproduce sempre pi ricca e pi splendida, eppur sempre accompagnata da una sociale e morale decadenza, lo storico che studia quei tempi, resta sgomento, sentendosi come in presenza di una misteriosa contradizione, che fa presagire futuri guai. Quando il male che travaglia internamente questo popolo, verr alla superficie, una catastrofe sar inevitabile. Il lento e continuo avanzarsi di essa, in mezzo a tanto progresso intellettuale,  appunto la storia del Rinascimento. Per meglio comprenderla bisogna esaminare le cose anche pi da vicino.



II.

I PRINCIPALI STATI ITALIANI

1. - MILANO.

La prima trasformazione del Comune italiano che, per mezzo della tirannide, apr la via alla costituzione dello Stato moderno, noi la troviamo a Milano. Divenuta centro d'una vasta agglomerazione di repubbliche e signorie, che interessi e gelosie diverse ora riunivano ed ora separavano, vide sorgere nel suo seno il dominio della famiglia Visconti, lacerata anch'essa da interni e sanguinosi dissid. Nel 1378 si trovano di fronte Bernab ed il nipote Giovan Galeazzo, pi noto col nome di conte di Virt. Ambedue ambiziosi e malvagi del pari, il primo era ciecamente dominato dalle sue passioni, e fu quindi preda del nipote, che sapeva dirigerle ad un fine premeditato. Questi riusc nel 1385 a farlo con i figli mettere in prigione, donde non uscirono pi vivi; e restato cos solo, si pose con ardore all'opera di riordinare lo Stato, per liberarlo dall'anarchia.
In mezzo a mille nemici, egli non aveva un esercito, ed era anche privo di valor militare; ma accoppiava ad una grandissima astuzia una profonda conoscenza degli uomini ed un vero ingegno politico. Chiuso nel suo castello di Pavia, prese a stipendio i primi capitani d'Italia, ed i pi accorti diplomatici, distendendo con questi le fila della sua tenebrosa politica in tutta la Penisola, che subito riemp d'intrighi e di guerre, dirigendo le operazioni militari dal suo gabinetto. Con un occhio sicuro ed una volont pronta, egli riusc a fare una vera ecatombe di piccoli tiranni nella Lombardia, unendosi con gli uni ad abbattere gli altri, per poi rivolgersi contro quelli che lo avevano aiutato, e impadronirsi dei loro Stati. Cos form il Ducato di Milano, di cui ebbe l'investitura dall'Imperatore. Estese poi il suo dominio sino a Genova, a Bologna, alla Toscana, e vagheggiava mettersi sul capo la corona d'Italia, dopo aver vinto Firenze, che gi aveva esaurita con le continue guerre. Ma il 3 dicembre 1402 la morte venne a troncare tutti gli ambiziosi disegni.
Mirabile fu vederlo chiuso nelle mura del suo castello, gettarsi in tante guerre, che di l seppe dirigere e vincere fortunatamente. Nello stesso tempo egli cre ed ordin un nuovo Stato. Occupazione principale del suo governo fu veramente imporre tasse, per alimentare le guerre incessanti; ma la giustizia veniva nei casi ordinar bene amministrata, le finanze procedevano con ordine, e la prosperit cresceva. Le libere assemblee furono mutate in Consigli amministrativi e di polizia; ogni citt ebbe un Podest, eletto dal Duca, non pi dal popolo; il Comune non fu pi uno Stato, ma un organo amministrativo, come nelle societ moderne; ed un collegio d'uomini autorevoli nella capitale rendeva gi immagine dei nostri ministeri. Circondato da letterati ed artisti, iniziatore di molte opere pubbliche, fra cui i due pi grandi monumenti della Lombardia, il duomo di Milano e la certosa di Pavia, ove dtte anche nuova vita e splendore alla universit, egli fu uno dei primi principi moderni. Con lui le istituzioni del Medio Evo scompariscono affatto, e sorge l'unit del nuovo Stato. Questo fu per una creazione tutta personale del principe, che ebbe di mira solamente il suo interesse personale; e quindi con la sua morte la societ ricadde ben presto nell'anarchia, lacerata dalle ambizioni dei capitani di ventura.
Pi tardi Filippo Maria, figlio di Giovan Galeazzo, ripigli in mano le redini del governo, per camminare sulle orme del padre. Egli aveva dovuto dividere il Ducato col fratello Giovanni Maria, uomo feroce, che faceva sbranare le sue vittime dai cani, di cui teneva perci gran moltitudine; ma il pugnale dei congiurati venne a far vendetta, ed il 12 maggio 1412 Giovanni fu pugnalato in chiesa. Filippo era una copia peggiorata del padre, di cui non aveva l'ingegno politico; astuto, falso, traditore e crudele univa ad una grande conoscenza degli uomini un perfetto dominio delle sue passioni. Timido fino alla vilt, aveva la strana passione di gettarsi in guerre continue e pericolose, le quali conduceva scegliendo, con mirabile accortezza, i primi capitani d'Italia, che poneva gli uni in sospetto degli altri, per essere sicuro dalle loro ambizioni. Circondato di spie, chiuso nel suo castello di Milano, da cui non usciva mai, ingann sempre e trov sempre da ingannare; visse in continua guerra con tutti, e si salv sempre dalle disfatte con l'astuzia. I Fiorentini furono da lui rotti a Zagonara nel 1424; dai Veneziani, che sempre combatt, fu pi e pi volte vinto; ma dopo paci non sempre accorte ed onorevoli, raccoglieva danari e ripigliava la guerra. Si gett perfino nella contesa napoletana fra gli Angioini e gli Aragonesi, e riusc a prendere prigioniero Alfonso d'Aragona, che poi liber per non lasciar piena vittoria agli Angioini. In mezzo a questo grande turbino d'eventi e di nemici da lui provocati, riconquist e riordin lo Stato paterno, che tenne sicuro fino alla morte (1447), unicamente per mezzo della sua infernale astuzia.
Egli non aveva eredi legittimi, ma solo una figlia naturale, Bianca, il che aveva reso assai pi pericolosa la sua condizione, essendo molti coloro che aspiravano a succedergli. Fra di essi v'era Francesco Sforza, tenuto in Italia il primo capitano del secolo, al cui aiuto il Visconti dovette di continuo ricorrere, trovandosi perci inevitabilmente in bala di lui. Questi era un leone che sapeva far la volpe, e Filippo Maria era una volpe che amava mettersi la pelle del leone. Cos vissero ambedue lunghi anni, tendendosi a vicenda agguati, e conoscendo ognuno assai bene le intenzioni segrete dell'altro. Lo Sforza fu pi e pi volte sull'orlo d'una totale rovina, circondato dalle trame del Visconti, che poi invece lo aiutava. Nel 1441 davagli in isposa la propria figlia, e ne alimentava cos le ambiziose speranze, per meglio valersene nelle guerre, salvo poi a ordir nuove trame contro di lui, che pur sapeva scamparne senza mai lasciarsi vincere dal desiderio della vendetta. Ed in questo modo, quando, dopo quasi mezzo secolo di regno, il Visconti moriva di morte naturale, lo Sforza si trov abbastanza potente per riuscire nel disegno lungamente meditato d'impadronirsi del Ducato.
A una dinastia ne succede ora un'altra, ed il principato italiano si presenta a noi sotto un aspetto totalmente diverso. I Visconti erano stati una grande famiglia, e coll'astuzia, l'ardire e l'ingegno politico s'erano impadroniti del Ducato che avevano costituito; gli Sforza, invece, uomini nuovi, usciti di assai basso stato, s'aprirono la via colla spada. Muzio Attendolo, il padre di Francesco Sforza, era nato d'una famiglia romagnola, che viveva in Cotignola una vita di semi-brigantaggio e d'ereditarie vendette. Dicesi che la cucina della loro casa pareva un arsenale di guerra: tra i piatti e le padelle affumicate pendevano le corazze, i pugnali e le spade, che uomini, donne e bambini maneggiavano con uguale ardire. Ancora giovanetto, Muzio fu menato via da una banda di ventura, ed in breve tempo, raggiunto dai suoi, si pose alla testa d'una propria compagnia, e fu noto col nome di Sforza, datogli in campo. D'un coraggio, d'una forza e d'una volont indomabili, pi che un generale fu un soldato che si gettava nella mischia, e scannava i nemici colle proprie mani. D'indole assai impetuosa, commise spesso azioni da brigante, come quando trapass con la spada Ottobuono III di Parma, mentre questi parlamentava col marchese d'Este. Eppure, sebbene andasse sempre da uno ad un altro padrone, portando scompiglio e desolazione per tutto, riusc ad esser signore di molte terre, le quali tenne per s e per coloro che lo avevano seguto. Nel regno di Napoli, ai servigi della capricciosa regina Giovanna II, ebbe le sue maggiori e pi strane vicende: prima generale, poi prigioniero, poi gran contestabile del regno, poi di nuovo in carcere, era per finire i suoi giorni miseramente, quando a Tricarico la sorella Margherita, con la spada in pugno e l'elmo in testa, spavent per modo i messi reali, che ne ottenne la salvezza del fratello. Fu di nuovo comandante delle forze reali, e poi mor presso Aquila, affogando nel fiume Pescara, quando lo passava a nuoto, per incoraggiare i suoi a seguirlo nella vittoria, che pareva assicurata. E cos compi la vita, non meno agitata del mare, in cui il suo corpo and finalmente a trovar sepoltura (1424).
Francesco suo figlio naturale, che aveva 23 anni, prese subito il comando delle schiere paterne, e le condusse di vittoria in vittoria, dimostrando un vero genio militare, una grandissima accortezza politica. Sempre padrone di s, scatenava l'impeto indomito delle sue passioni solamente quando voleva. Serv il Visconti contro i Veneziani, i Veneziani contro il Visconti; attacc il Papa, togliendogli la Romagna, ed emanando col i suoi ordini: invitis Petro et Paulo; poi lo difese. Pel suo valor militare divenne l'uomo che tutti volevano a loro servigio, perch pareva che senza di lui nessuno in Italia potesse vincere, sebbene vi fossero allora capitani come i Piccinini ed il Carmagnola. Ma in mezzo a tutte queste vicende, egli seppe tener sempre fermo l'occhio alla sua mira costante; e quando Filippo Maria mor, si vide subito in che modo il capitano di ventura sapeva mutarsi in uomo di Stato.
Milano aveva proclamato la repubblica; le citt sottoposte s'eran ribellate; Venezia minacciava; i partiti interni si scatenavano. Egli offr la sua spada in servigio della pericolante citt, che credette d'aver trovato un'ncora di salvezza, ed invece fu poco di poi assediata dal suo stesso capitano, che il 25 marzo 1450 vi faceva l'ingresso trionfale, avendo gi ordinata la propria corte. Il suo primo atto fu d'interrogare il popolo se, a difesa contro i Veneziani, volevano ricostruire la fortezza di porta Giovia, o mantenere piuttosto un esercito permanente in citt. Votarono per la fortezza, che fu invece valido baluardo della tirannide contro il popolo. Amici e nemici, se temibili, furono subito imprigionati, spogliati di tutto, ed anche spenti senza esitare. Il territorio dello Stato fu riconquistato; i ribelli furono sottomessi; l'ordine, l'amministrazione, la giustizia dei tribunali ordinar ristabiliti con maravigliosa rapidit. E in tutto ci lo Sforza procedeva con la calma dell'uomo che si sente forte, e che vuole aver nome d'imparziale e giusto. Pure quando gli pareva opportuno, nessuno pi di lui sapeva, per disfarsi d'amici o nemici, essere perfido e crudele.
La rivolta di Piacenza fu soffocata nel sangue dal suo fido capitano Brandolini. Arrivate le stragi al colmo, e pacificata ogni cosa, si vide con generale maraviglia il Brandolini messo in carcere come sospetto; poi fu trovato con la gola tagliata, e una spada spuntata e sanguinosa accanto. Si disse dal volgo, che il Duca aveva voluto disapprovare e punire le crudelt eccessive del suo capitano; si disse invece dai pi accorti che, dopo essersene servito, gettava via l'inutile strumento, perch su di esso solamente cadesse l'odio del sangue versato. Nato e vissuto nella guerra, egli voleva ora essere un uomo di pace, e mirava unicamente a consolidare il proprio Ducato ne' suoi naturali confini, abbandonando del tutto gli ambiziosi e pericolosi disegni dei Visconti. E quando, dopo una guerra quasi generale, ma di nessuna importanza, i potentati italiani vennero l'anno 1454 ad una pace comune, egli seppe fare in modo da essere implicitamente riconosciuto da tutti, restando a lui anche il Bergamasco, la Ghiara d'Adda ed il Bresciano. Noto fra i pi audaci e tumultuosi capitani di ventura, conosceva meglio d'ogni altro di che grande calamit essi erano agli Stati ordinati e pacifici; quindi fu tra coloro che pi contribuirono, se non a farli scomparire del tutto, a far loro perdere assai della passata importanza, come gi per forza naturale delle cose cominciava a seguire. Uno solo della vecchia scuola sopravviveva allora, Iacopo Piccinini, ed era veramente di quelli che, rizzando una bandiera, potevano mettere insieme un esercito pericoloso. Costui se ne viveva tranquillo a Milano, quando gli venne voglia d'andare a vedere le sue terre nel reame di Napoli, e fu dal Duca assai incoraggiato, sebbene ognuno sapesse quanto era inviso a Ferrante d'Aragona. Arrivato col, venne accolto a braccia aperte dal Re, che lo condusse a vedere la reggia e poi lo mise in prigione, dove presto mor. Lo Sforza protest, strepit contro la violata fede; ma tutti credettero che, d'accordo con Ferrante, egli si fosse voluto liberare d'un incomodo vicino.
Francesco Sforza, dice felicemente uno storico moderno, era proprio l'uomo secondo il cuore del secolo XV(15).
 Grande capitano ed accorto politico, egli sapeva fare a tempo la volpe ed il leone; sapeva, occorrendo, metter le mani nel sangue: ma quando ci non era necessario, voleva invece giustizia imparziale, e si dimostrava anche generoso e pietoso. Fond una dinastia; conquist uno Stato, che lasci sicuro e bene amministrato; costru grandi opere pubbliche, come il canale della Martesana e l'ospedale maggiore di Milano. Si circond d'esuli greci e d'eruditi italiani, e cos la corte del gi capitano di ventura divenne subito una delle pi splendide d'Italia. Sua figlia Ippolita fu celebre pei discorsi latini, che tutti lodavano, esaltavano. Il famoso Cicco (Francesco) Simonetta, calabrese, uomo dottissimo e d'una fedelt a tutta prova, fu il segretario del Duca; il fratello Giovanni ne fu lo storiografo; Francesco Filelfo, il poeta cortigiano, ne cant le lodi nella Sforziade. Celebrato cos in verso ed in prosa, col nome di giusto, di grande, di magnanimo, moriva il giorno 8 marzo 1466. Tutto aveva tentato ed in tutto era riuscito; i contemporanei lo credettero perci il pi grande uomo del secolo. Ma che cosa era lo Stato da lui definitivamente costituito? Una societ in cui tutte le forze s'andavano rapidamente esaurendo; un popolo di cui il sovrano credeva poter fare tutto quello che voleva, materia plastica nelle mani d'un nuovo artista, il cui valore stava solo nel conseguire il fine propostosi, qualunque esso fosse. N i Visconti n lo Sforza ebbero mai alcuna idea politica veramente grande e feconda, perch essi non s'immedesimarono mai col popolo, ma lo fecero solo servire ai loro propri interessi. Furono maestri nel trovar l'arte di governo; ma non riuscirono a fondare un vero governo, perch ne avevano colla tirannide disfatti gli elementi essenziali. Le funeste conseguenze di questa politica, che fu pur troppo la politica italiana del secolo XV, si dovevano ben presto vedere in tutta la Penisola, come si cominciarono a vedere in Milano dopo la morte del Duca.
Il figlio Galeazzo Maria, dissoluto e crudele, era di un'indole cos triste, che fu perfino accusato d'avere avvelenato la propria madre. Credendo che al principe tutto fosse lecito e possibile, egli, in un secolo che omai si poteva dir civile, fece seppellir vivi alcuni de' suoi sudditi; altri condann a morir fra torture crudeli, per frivoli pretesti, perdonando solo a coloro che si riscattavano con danaro. Dissipava tesori nelle feste in Milano e nelle cavalcate che faceva per tutta Italia, portando corruzione dovunque andava. N gli bastava corrompere le donne delle pi nobili famiglie milanesi, che le esponeva egli stesso anche al pubblico disprezzo. Le istituzioni o la volont popolare non potevano allora metter freno a questo cieco furore, perch un popolo pi non esisteva, e le istituzioni eran tutte divenute congegni atti solo a servir la tirannide. Ben vi pose fine una congiura delle pi singolari e notevoli, in quello che pu veramente dirsi il secolo delle congiure.
Girolamo Olgiati e Giannandrea Lampugnani, discepoli di Niccola Montano, che li aveva coi classici educati all'amore della libert e all'odio della tirannide, ingiuriati dal Duca, deliberarono di vendicarsi, e trovarono in Carlo Visconti, per le stesse ragioni, un terzo compagno. S'infiammarono all'impresa colla lettura di Sallustio e di Tacito, si esercitarono tra loro a ferire colle guaine dei pugnali; e quando ebbero fissato ogni cosa pel 26 dicembre 1476, l'Olgiati, entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, si gett ai piedi della immagine del Santo, pregandolo che non facesse fallire il colpo. Il mattino del giorno stabilito assistevano alle funzioni religiose nella chiesa di Santo Stefano, recitando una preghiera latina, espressamente composta dal Visconti: - Se tu ami la giustizia e odii l'iniquit, - dicevano al Santo, - sii favorevole alla magnanima impresa, e non ti adirare quando fra poco dovremo insanguinare i tuoi altari, per liberare il mondo da un mostro. - Il Duca fu ucciso, ma il Visconti ed il Lampugnani restarono vittime del furore del popolo, che volle vendicare il proprio oppressore. L'Olgiati fugg e si nascose, ma fu di poi anch'egli preso e condannato all'estremo supplizio. Lacerato dalla tortura, evocava in suo aiuto le ombre dei Romani, e si raccomandava alla Vergine Maria; incitato a pentirsi, dichiarava che, se avesse dieci volte dovuto spirare fra quei tormenti, avrebbe dieci volte consacrato il sangue all'eroica impresa. Vicino a morire, componeva ancora epigrammi latini, rallegrandosi che riuscissero bene; e quando il carnefice gli era gi accanto, le sue ultime parole furono: Collige te, Hieronyme, stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua.(16) Qui si vede che, se era spenta nel popolo ogni vera passione politica, in alcuni individui si mescolavano, nel modo pi strano, sentimenti pagani e cristiani; l'amore della libert con un odio personale, irrefrenabile e feroce; un'eroica rassegnazione alla morte con una sete inestinguibile di sangue, di vendetta e di gloria. I rottami di vecchi sistemi, gli avanzi di civilt diverse si trovano mescolati insieme nello spirito italiano, e con essi s'apparecchia e si feconda il germe d'una nuova forma individuale e sociale, che ancora non  visibile ai nostri occhi. Poco di poi Lodovico il Moro, fratello del morto Duca, ambizioso, timido, irrequieto, usurp il dominio al nipote Galeazzo, e per mantenere la male acquistata signoria, mise a soqquadro l'Italia intera, come avremo occasione di vedere, quando, dopo esaminate le condizioni dei var Stati italiani, daremo uno sguardo generale a tutta la Penisola.


2. - FIRENZE.

La storia di Firenze ci conduce in mezzo a condizioni sostanzialmente diverse da quelle di Milano. A prima vista sembra che noi siamo in un gran caos di avvenimenti disordinati, dei quali non si possa comprendere n la ragione n il fine. Ma, esaminando poi le cose pi da vicino, si ritrova un filo conduttore, e si vede come quella repubblica, attraverso una serie infinita di rivoluzioni, percorrendo tutte le forme politiche che il Medio Evo poteva conoscere, mir costantemente al trionfo della democrazia, alla distruzione totale del feudalismo, scopo che consegu cogli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, l'anno 1293. Da quell'anno Firenze, divenuta una citt di soli mercanti, non  pi divisa in Grandi e popolani; ma in popolo grasso e popolo minuto, in Arti maggiori ed Arti minori. Le prime s'occupano della grande industria e del grande commercio d'importazione e di esportazione; le seconde s'occupano della piccola industria e del commercio interno della Citt. Nasce da ci una divisione, e spesso ancora una collisione d'interessi, da cui scaturisce la nuova formazione dei partiti politici. Quando si tratta d'ingrandire il territorio della repubblica; di combattere Pisa per tenersi aperta la via del mare, o Siena per assicurarsi il commercio con Roma; di respingere gli assalti continui e minacciosi dei Visconti di Milano, il governo cade inevitabilmente in mano delle Arti maggiori, pi ricche, pi intraprendenti, pi audaci e capaci d'intendere e tutelare i grandi interessi dello Stato fuori de' suoi confini. Ma quando posano le armi e comincia la pace, allora subito le Arti minori, sospinte anche dall'infima plebe, insorgono contro la nuova aristocrazia del danaro, che, con le guerre e le tasse continue, le opprime, e chiedono maggiori libert, pi generale uguaglianza. Questo continuo avvicendarsi dura per pi di un secolo, fino al tempo, cio, in cui il territorio della repubblica si  costituito, e le interminabili guerre con Milano hanno termine. Allora diviene inevitabile il trionfo definitivo delle Arti minori, ed esse con la loro inesperienza, colle loro intemperanze, spianano la via alla tirannide dei Medici.
Ben s'illuderebbe, per, chi s'aspettasse di vederli salire al potere con le arti ed i mezzi adoperati dai Visconti e dagli Sforza. Colui che avesse in Firenze cominciato a torturare arbitrariamente i cittadini, a seppellirne vivo qualcuno, a farne sbranare qualche altro dai cani, come fecero i signori di Milano, sarebbe stato subito cacciato a furore di popolo dalle Arti maggiori e dalle minori unite insieme. L'importanza e l'originalit politica tutta propria dei Medici sta anzi in questo, che il loro trionfo  la conseguenza d'una condotta tradizionale, seguita da quella famiglia, per pi di un secolo, con una costanza ed un'accortezza impareggiabili, per arrivare ad impadronirsi del potere senza ricorrere alla violenza. E l'essere a ci riusciti in una citt cos accorta, cos inquieta, cos gelosa delle sue antiche libert,  prova di un vero genio politico.
Sin del 1378, in mezzo all'incomposto tumulto dei Ciompi, noi troviamo la mano di Salvestro dei Medici, che, quantunque delle Arti maggiori, aiuta, eccita le minori a rovesciarne il potere, e acquista cos una grande popolarit. Fallito quel tumulto, ricominciata la guerra, e quindi tornate le Arti maggiori e gli Albizzi al potere, noi vediamo Vieri de' Medici rimanersene tranquillo, pensando solo a far danari. Non cess tuttavia di mostrarsi favorevole sempre al partito popolare, nel quale seppe acquistarsi tanta autorit da far dire al Machiavelli, "che se fosse stato pi ambizioso che buono, poteva, senza alcuno impedimento, farsi principe della citt."(17) Vieri per conosceva meglio il suo tempo, e si content d'aspettare, agevolando la via a Giovanni di Bicci, che fu il vero fondatore politico della casa. Questi vide chiaramente, che trasformare colla violenza il governo non era possibile in Firenze, e che non avrebbe giovato gran fatto il salire, anche pi volte, al potere, in una repubblica che mutava ogni due mesi i suoi principali magistrati. Non v'era che un mezzo solo per ottenere un predominio reale e sicuro: costituire e guidare un partito che avesse la prudenza e la forza di far continuamente entrare nei pi importanti uffici della Repubblica i propri aderenti. E gli Albizzi s'avvidero subito che questo disegno cominciava a riuscire, perch i loro avversari, nonostante il continuo ammonirli ed esiliarli, risultavano eletti in numero sempre maggiore. Invano cercarono di controminare l'opera di Giovanni de' Medici, col proporre inopportunamente leggi intese ad indebolire le Arti minori, perch essi non potevano farle approvare nei Consigli senza l'aiuto del loro avversario, che invece le combatteva apertamente, e ne diveniva cos sempre pi potente appresso il popolo (1426). Egli, come afferma il Machiavelli, sostenne la legge del Catasto,(18) con la quale si ordinava che fosse riconosciuta e scritta la fortuna di ciascun cittadino, il che impediva che i potenti, tassando ad arbitrio, gravassero senza misura i pi deboli. La legge fu vinta, l'autorit dei Medici ne crebbe sempre di pi, e mentre essi salivano volando al principato, pareva invece che dessero solo una forma pi popolare alla Repubblica. Questa fu allora e sempre la loro arte.
Quando nel 1429 Cosimo dei Medici, in et di quarant'anni, succedeva al padre, egli, che era per s stesso uomo di grande autorit e fortuna, trovava la via gi spianata dinanzi a s. Aveva col commercio aumentato assai il ricco patrimonio avto, e ne usava cos largamente, imprestando o donando, che non v'era quasi uomo autorevole in Firenze, che, nei suoi bisogni, non ricorresse a lui e non lo trovasse pronto. Onde  che, senza mai uscire, in apparenza almeno, dalla modestia di privato cittadino, vedeva ogni giorno aumentare la sua potenza, e se ne valeva a demolire gli ultimi avanzi del potere degli Albizzi e de' loro amici. Il che li fece montare in tanto furore, che, levatisi a tumulto, lo cacciarono in esilio, non osando fare di peggio (1433). Ma Cosimo neppure allora perdette la sua calma prudente. Se ne and a Venezia come un benefattore ripagato d'ingratitudine, e fu da per tutto accolto come un principe. L'anno seguente un tumulto popolare, favorito dal numero infinito di coloro che aveva beneficati o che speravano benefizi, cacciati gli Albizzi, lo richiam a Firenze, dove essendo partito potente, torn potentissimo, coll'animo irritato dal desiderio della vendetta. Abbandon allora l'antica riserva, per mettere a profitto il momento opportuno. Senza spargere molto sangue, colle persecuzioni e gli esil disfece addirittura il partito avverso, abbassando i potenti, tirando su uomini "bassi e di vile condizione."(19) Ed a chi lo accusava di trascendere, rovinando troppi cittadini, soleva rispondere: coi paternostri non si governano gli Stati, e con poche canne di panno rosato si fanno nuovi cittadini e uomini da bene.(20)
Cosimo de' Medici era adesso di fatto il padrone della Citt; ma legalmente restava sempre un privato, il cui potere, fondato tutto e solo sulla propria autorit personale, poteva da un momento all'altro svanire. Si pose quindi a consolidarlo, dando un passo nuovo e assai accorto. Fece creare una Bala con facolt d'eleggere per cinque anni i principali magistrati. Composta di cittadini a lui devoti, essa lo rendeva sicuro per lungo tempo; e facendola ogni quinquennio rinnovare nel medesimo modo, Cosimo pot risolvere questo singolare problema: essere, per tutto il resto della sua vita, principe e padrone assoluto in una repubblica, senza mai entrare negli uffic, conservando anzi le apparenze di privato cittadino. Ci per altro non gl'imped, a suo tempo, di ricorrere anche al sangue. Quando vide sorgere ogni giorno pi potente nella Citt Neri di Gino Capponi, che, politico accorto e valoroso soldato, aveva anche l'aiuto di Baldaccio d'Anghiari capitano delle fanterie, non potendo assalirlo di fronte, pens disfarlo, abbattendone gli amici. Infatti, appena che fu eletto gonfaloniere un nemico personale di Baldaccio, questi venne in un improvviso tumulto gettato dalle finestre di Palazzo Vecchio; e molti sospettarono, sebbene nessuno potesse provarlo, che Cosimo fosse stato il principale istigatore del delitto.(21) Ma dopo uno di tali fatti, egli tornava subito a governare con quelli che chiamavano allora i modi civili, e che costituirono sempre l'arte dei Medici. Questo accorto e poco dotto mercante, che non lasci mai il banco; questo politico senza scrupoli, si circond di letterati ed artisti: parchissimo nello spendere per s, profuse tesori nel proteggere le arti belle, costruire chiese, biblioteche ed altri pubblici edificii; pass le ore pi felici della sua vita facendosi leggere e comentare i Dialoghi di Platone; fond l'Accademia Platonica. Cos in parte non piccola si deve a lui, se Firenze divenne allora il centro principale della cultura in Europa. Egli aveva capito che le arti, le lettere e le scienze divenivano nella nuova societ una potenza, su cui ogni governo doveva fare assegnamento.
N fu meno accorto nella politica estera. Avendo protetto e soccorso di danari Niccol V, quando era cardinale, lo ebbe amicissimo quando fu papa; e cos gli affari della Curia vennero affidati al banco de' Medici in Roma, con loro grande guadagno. Aveva anche prima di tutti presentito il futuro destino di Francesco Sforza, e gli s'era perci fatto amicissimo; onde questi, divenuto signore di Milano, gli fu alleato potente e fido. Cessarono allora le guerre continue fra Milano e Firenze, che si tenne debitrice a Cosimo della lunga pace. Non  quindi da maravigliare se, dopo la morte, continuando sempre a governare i Medici, lo chiamarono Padre della patria. Il Machiavelli dice, che egli fu il pi riputato cittadino "d'uomo disarmato," che avesse mai non solo Firenze, ma qualunque altra citt. Secondo lui, nessuno lo raggiunse nella intelligenza delle cose politiche, perch vedeva i mali discosto, e vi provvedeva in tempo; e solo cos pot tenere lo Stato trentun anno, "in tanta variet di fortuna, in s varia citt e volubile cittadinanza."(22) N diversa  in ci l'opinione, del pari autorevole, del Guicciardini. Pure, con questa politica, tutte le antiche istituzioni della Citt furono ridotte ad un nome vano, senza che si riuscisse a crearne delle nuove; ed una continua accortezza, una serie inesauribile di sempre nuovi ripieghi fu necessaria a reggere il timone dello Stato.
Gli ultimi anni della vita di Cosimo furono assai tristi per Firenze, perch i partigiani dei Medici, non moderati pi dalla prudenza del loro capo, divenuto per l'et impotente, si diedero a parteggiare, e cos crebbero a dismisura le persecuzioni e gli esil. N mutarono le cose quando, per breve tempo, gli successe il figlio Piero. Alla costui morte per (1469) compaiono sulla scena Lorenzo e Giuliano, il primo dei quali, sebbene avesse solo ventun anno, era gi assai autorevole. Educato dai principali letterati del secolo, s'era dimostrato uguale a molti di essi per ingegno e dottrina; viaggiando l'Italia, per conoscere le Corti ed acquistare esperienza degli uomini, aveva dovunque lasciato grande opinione di s. Egli afferr subito con animo deliberato le redini del governo, ed avvistosi che la elezione della nuova Bala non era d'esito sicuro nel Consiglio dei Cento, fece, con l'aiuto dei pi fidi, e come per sorpresa, votare che i Signori in ufficio, insieme con la vecchia Bala, eleggessero la nuova. Assicuratosi cos il potere per cinque anni, si mise all'opera assai pi tranquillo.
Lorenzo, simile all'avo per accortezza politica, lo superava di gran lunga per ingegno e cultura letteraria. In molte cose era per assai diverso da lui. Cosimo non lasci mai il suo banco; Lorenzo lo trascurava, ed era cos poco adatto al commercio, che dovette ritirarsi dagli affari, per non mandare a rovina il ricco patrimonio avto. Cosimo era parco nello spendere per s, ed imprestava largamente agli altri; Lorenzo amava il vivere splendido, e fu perci chiamato il Magnifico; spendeva fuor di misura nel proteggere i letterati; si perdeva negli amori pi che la sua debole salute non comportasse, tanto che abbrevi i suoi giorni. Questo suo vivere lo ridusse a tali strettezze, che dovette vendere alcuni de' suoi possessi, e ricorrere agli amici per danari. N ci bastando, s'indusse anche a mettere la mani nel pubblico danaro, cosa che non era seguta mai a Cosimo. Pi volte, per avidit d'illeciti guadagni, fece pagare gli eserciti fiorentini dal suo proprio banco; profitt ancora delle somme raccolte nel Monte Comune o cassa del debito pubblico, e di quelle raccolte nel Monte delle Fanciulle, dove erano le doti accumulate dai privati risparm, danari fino allora rispettati da tutti come sacri. Fu opinione assai generale de' suoi contemporanei, che egli, mosso sempre dalla stessa avidit di guadagno, entrasse l'anno 1471 a parte dei guadagni delle ricche miniere d'allume in Volterra, nel momento in cui quel Comune voleva sciogliersi da un contratto tenuto eccessivamente oneroso. Ed avrebbe allora, colla sua autorit, spinto le cose a tale, che ne segu nel 1472 prima la guerra, e poi il sacco crudelissimo dell'infelice citt, cosa affatto insolita in Toscana.(23) Di tutto ci fu sempre universalmente biasimato in Firenze. Ma egli era oltre misura superbo, e non si curava d'alcuno; non tollerava uguali; voleva essere il primo sempre ed in tutto, anche nei giuochi. Nell'abbattere i potenti e nel sollevare gli uomini di bassa condizione, non usava nessuno di quei riguardi, di quelle cautele tanto osservate da Cosimo.
Non  quindi da far maraviglia, se i nemici crebbero a segno tale che ne scoppi la terribile Congiura dei Pazzi, il 26 aprile del 1478. Tramata nel Vaticano stesso, dove Sisto IV era nemico di Lorenzo, vi presero parte molti delle pi potenti famiglie fiorentine. In duomo, nel momento in cui s'elevava l'ostia consacrata, si sguainarono i pugnali, e Giuliano de' Medici venne ucciso; ma Lorenzo si difese colla spada, e pot salvarsi. Fu un tumulto tale che pareva ne crollasse il tempio. La plebe si sollev al grido di palle, palle; i nemici de' Medici furono scannati per le vie, o impiccati alle finestre di Palazzo Vecchio. Ivi si videro fra gli altri sospesi i cadaveri dell'arcivescovo Salviati e di Francesco de' Pazzi, che nella convulsione della morte, s'erano addentati fra loro, e cos restarono un pezzo. Da settanta persone perirono in quel giorno, e Lorenzo, profittando del momento, spinse le cose agli estremi con le confische, gli esil, le condanne. La sua potenza ne sarebbe stata infinitamente accresciuta, se papa Sisto IV, accecato dall'ira, non si fosse indotto a scomunicare la Citt, ed a muoverle guerra insieme con Ferdinando d'Aragona. Ma Lorenzo allora, senza esitare, and a Napoli, e fece capire al Re, come a lui convenisse molto meglio avere in Firenze il governo d'un solo, piuttosto che una repubblica, mutabile sempre, e che certo non gli sarebbe stata mai amica. Cos torn con la pace conclusa, e con un'autorit e popolarit senza limiti. Ora egli poteva dirsi davvero signore della Citt, e facile doveva sembrargli distruggere affatto il governo repubblicano. Ambizioso e superbo come era, il desiderio di rendersi uguale agli altri principi e tiranni italiani fu certo in lui vivissimo, tanto pi che il riuscirvi pareva allora dipendere solo da lui. Ma Lorenzo mostr invece che la sua accortezza politica non si lasciava accecare dai prosperi successi, e conoscendo bene la sua Citt, non devi dalla politica tradizionale dei Medici: dominare la Repubblica di fatto, rispettandola in apparenza. Pens bene a rendere saldo e duraturo il suo potere; ma per ci fare ricorse ad una riforma accortissima, con cui, senza abbandonare la vecchia strada, ottenne mirabilmente lo scopo.
Invece della solita Bala quinquennale, istitu nel 1480 il Consiglio dei Settanta, che si rinnovava da s, e fu come una Bala permanente con poteri ancora pi larghi. Composto d'uomini tutti a lui devoti, gli assicur per sempre il governo. Con esso, dicono i cronisti del tempo, la libert fu in tutto sotterrata e perduta;(24) ma con esso ancora gli affari pi importanti dello Stato furono condotti da uomini intelligenti e colti, che ne promossero grandemente la prosperit materiale. Firenze si chiamava ancora una repubblica, i nomi delle antiche istituzioni duravano ancora; ma tutto ci sembrava ed era solo un'ironia. Lorenzo, padrone assoluto di tutto, si poteva veramente dire un tiranno: circondato da staffieri e da cortigiani, che spesso ricompensava coll'affidar loro l'amministrazione delle opere pie; scandaloso pe' suoi amori, teneva uno spionaggio generale e continuo, ingerendosi anche negli affari privati; non permetteva i matrimon di qualche importanza, se non gli piacevano; e gli uomini pi vili, saliti ai maggiori uffici, erano, come dice il Guicciardini, divenuti i "signori del giuoco."(25) Pure abbagliava tutti col suo ingegno, collo splendore del suo governo; onde lo stesso scrittore osserva, che era un tiranno, ma sarebbe stato impossibile immaginare "un tiranno migliore e pi piacevole."
L'industria, il commercio, le opere pubbliche erano fiorenti. L'uguaglianza civile, propria degli Stati moderni, non aveva allora in alcuna citt del mondo raggiunto il grado, a cui era pervenuta non solo in Firenze, ma nel suo contado ed in quasi tutta la Toscana. L'amministrazione, la giustizia civile procedevano nei casi ordinar assai regolarmente; i delitti comuni scemavano. Soprattutto poi la cultura letteraria era divenuta un elemento sostanziale del nuovo Stato; gli uomini dotti entravano facilmente nei pubblici uffic, e da Firenze irradiava una luce che illuminava il mondo. Lorenzo, che aveva un intelletto vario ed universale, con una grande penetrazione, un giusto criterio in tutte le parti dello scibile, era un Mecenate che proteggeva, ed era anche egli stesso fra i primi letterati del secolo; partecipava attivamente al lavoro che promoveva non solo per arte di governo, ma anche per un bisogno sincero e reale del proprio spirito. Tuttavia, per far servire le lettere a scopo politico, cerc co' suoi Canti carnascialeschi e colle feste d'infiacchire, corrompere il popolo, e pur troppo vi riusc. Cos senza un esercito, senza un ufficio con cui potesse legalmente comandare, era di fatto non solo il padrone di Firenze e di gran parte della Toscana, ma esercitava un predominio immenso su tutti i potentati italiani. Morto il suo nemico Sisto IV, papa Innocenzo VIII che successe, non solo gli fu amico ma s'imparent con lui, ne nomin cardinale il figlio Giovanni ancora fanciullo, e si volgeva sempre a lui per consiglio. L'antagonismo che era nato tra Lodovico il Moro e Ferdinando d'Aragona, e minacciava di porre a soqquadro tutta Italia, fu raffrenato da Lorenzo, il quale venne perci giustamente chiamato l'ago della bilancia d'Italia, e solo dopo la morte di lui si videro le funeste conseguenze di quell'odio. Le sue lettere politiche, che sono spesso monumenti di politica sapienza e d'eleganza, vennero dallo storico Guicciardini dichiarate fra le pi eloquenti del secolo.
Ma neppure questa politica poteva riuscire a fondar nulla di stabile. Modello impareggiabile d'accortezza e prudenza, essa promosse e svolse in Firenze tutti quanti i nuovi elementi, di cui la societ moderna doveva comporsi, senza riuscir mai a costituirla definitivamente, perch era una politica di equivoco e d'inganno, diretta da un uomo di molto ingegno, che in sostanza aveva di mira il suo interesse personale e quello della propria famiglia, ai quali era sempre disposto a sacrificare i veri interessi del popolo e dello Stato.


3. - VENEZIA.

La storia di Venezia sembra essere in diretta contradizione con quella di Firenze. Questa, infatti, ci presenta una serie di rivoluzioni che, partendo da un governo aristocratico, arrivano alla pi grande uguaglianza democratica, per cadere poi nel dispotismo d'un solo; Venezia, invece, procede con ordine e fermezza alla costituzione di un'aristocrazia sempre pi forte. Firenze cerca invano salvare la libert, mutando sempre pi spesso i suoi magistrati; Venezia crea il Doge a vita, rende ereditario il Maggior Consiglio, consolida la repubblica, diviene potentissima e riman libera per molti secoli. Una cos grande divergenza per, non solamente si spiega, ma apparisce ai nostri occhi assai minore, se esaminiamo le speciali condizioni, tra cui s'and formando la repubblica veneta.
Fondata dai rifugiati italiani che popolarono la laguna, sulla quale non arrivarono le invasioni barbariche, non ebbe, o assai poco, il feudalismo n le altre istituzioni e leggi germaniche, che penetrarono largamente nel resto d'Italia. Cos a Venezia, fin dal principio si trovarono di fronte il popolo dato all'industria ed al commercio, e le antiche famiglie italiane, che, non avendo l'aiuto dell'Impero, n la forza dell'ordinamento feudale, vennero facilmente domate e vinte. E si form subito l'aristocrazia del danaro o del popolo grasso, cui fu molto facile impadronirsi del governo e tenerlo per secoli. Questo trionfo, che a Firenze fu lento, che segu dopo molte lotte, dopo lunghe interruzioni, e condusse poi alla signoria de' Medici, fu invece a Venezia rapidissimo e permanente. Sin dal principio la prosperit della laguna venne dalle lontane imprese, dai lontani commerci, che, pi o meno dappertutto in Italia, costituirono la forza del popolo grasso. A ci si aggiungeva da un lato, che il popolo minuto era occupato molti mesi dell'anno in lunghe navigazioni, e dall'altro, che il governo delle colonie dava modo ai pi ambiziosi cittadini di comandare senza mettere a repentaglio la Repubblica.
Cos la costituzione veneta, cominciata con forme non molto dissimili da quelle degli altri Comuni italiani, s'and alterando per le condizioni affatto diverse, in mezzo a cui si trovava. Sin dal principio s'ebbe il Doge a vita, perch la citt, divisa in isole che tendevano a rendersi indipendenti l'una dall'altra, sent assai presto il bisogno d'un accentramento maggiore che altrove. Il Doge era circondato da nove cittadini, coi quali formava la Signoria, e v'erano, come negli altri Comuni, due Consigli, i Pregati o Senato, ed il Maggior Consiglio. Nei casi pi solenni si faceva appello al popolo radunato in pubblica assemblea, che chiamavasi Arrengo, come a Firenze era detta Parlamento. Se le cose fossero restate in questi termini, la costituzione di Venezia, salvo il Doge a vita, non sarebbe stata gran fatto diversa da quella di Firenze. Ma la forza assai maggiore che, per le condizioni da noi accennate, prese subito l'aristocrazia del denaro, a poco a poco concentr quasi tutti i poteri dello Stato nel Maggior Consiglio, che, abolito l'Arrengo e limitata l'autorit del Doge, fu il vero sovrano, e divenne ereditario, merc una serie di lente riforme (1297-1319), che portarono a quella che si chiam la Serrata del Maggior Consiglio. Il cerchio fu cos chiuso, e si ebbe il governo d'una potente aristocrazia, che pi tardi volle il suo Libro d'oro. Sebbene per non s'avesse a lottare contro il feudalismo, tutte queste riforme non seguirono senza forte resistenza delle antiche famiglie, che, vedendosi escluse dal governo, cercarono e trovarono seguito nel popolo minuto. La congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) fu tale che, per alcuni giorni, mise a grave repentaglio l'esistenza stessa della Repubblica. Ma, dopo un ostinato combattimento nelle vie della citt e fuori, venne anch'essa soffocata nel sangue; e fu creato il terribile Consiglio dei Dieci, tribunale, che con processi sommar, ma sempre assai bene determinati dalle leggi, puniva di morte qualunque tentativo di rivolta. Allora finalmente non vi furono pi pericoli pel governo aristocratico, che acquist una forza ogni giorno maggiore. La fermezza delle istituzioni aiut la prosperit del commercio, e le cresciute ricchezze dettero animo a sempre nuove imprese in Oriente, che era il campo dei guadagni e delle glorie veneziane.
Col aveva la Repubblica incontrato due potenti rivali, Pisa e Genova; ma la potenza marittima dei Pisani venne disfatta alla Meloria (1284) dai Genovesi, che alla loro volta, dopo lunga e sanguinosa lotta, furono irreparabilmente sconfitti dai Veneziani a Chioggia (1380). E cos, alla fine del secolo XIV, Venezia si trov senza rivali, signora dei mari, sicura nell'interno, prosperissima nel commercio. Rivolse allora le sue mire anche alle conquiste di terraferma, ed entr in un nuovo periodo della sua storia, durante il quale si trov trascinata fra tutti gl'intrighi della politica italiana; perdette il suo primo carattere di potenza esclusivamente marittima, e cominci a corrompersi. Di ci le venne mossa grave accusa dai contemporanei e dai posteri; ma Venezia era spinta nella nuova via da cause irresistibili. Infatti, quando si andavano formando intorno ad essa Stati pi grossi assai dei piccoli Municip d'una volta, il dominio delle lagune non era pi sicuro, e non le bastava a tutelare il proprio commercio sulla terraferma. Gli Scaligeri, i Visconti, i Carrara, gli Este odiavano la fiorente repubblica, la minacciavano e cercavano d'isolarla, nel momento appunto in cui essa aveva un bisogno sempre maggiore di trovare nuovi sbocchi alle sue progredite industrie, al suo commercio d'Oriente, che s'alimentava con quello d'Occidente. E quando i Turchi s'avanzarono e cominciarono a fermarla nelle sue conquiste orientali, a minacciare le sue colonie, quella necessit divenne per un altro verso anche pi stringente. Certo Venezia, spingendosi nella terraferma, si trov d'ambo i lati circondata da mille pericoli; ma erano inevitabili, ed essa li affront, combattendo per mare e per terra, con un ardimento eroico, e sulle prime con non sperata fortuna.
A promuovere questi suoi nuovi interessi non ebbe di certo molti scrupoli: costretta pi volte a combattere in Italia nemici sleali, us anch'essa la violenza e l'inganno. Pure non era mai il capriccio personale d'un solo, che sottoponeva tutto al proprio volere; ma un'aristocrazia, che aveva il sentimento della patria, e la difendeva colle armi. Primi nel secolo XV a sentire in Italia le unghie del Leone di San Marco furono i Carrara, signori di Padova, che finirono strangolati (1406). Dopo di ci fu mandato a Padova un rettore pel civile, un capitano pel militare, lasciando intatte le antiche leggi ed istituzioni locali. Lo stesso segu o era gi seguto altrove, nel Friuli, nell'Istria, a Vicenza, Verona, Treviso. Questa era una politica assai intelligente e liberale per quel tempo; ma i nuovi sudditi perdevano pur sempre, colla indipendenza, ogni speranza di libert. I paesi conquistati traevano certo grande vantaggio dall'essere sotto un governo forte e giusto, e dal partecipare all'immenso commercio di Venezia; ma se il benessere materiale faceva nelle moltitudini dimenticare l'amore della libert e della indipendenza, nelle famiglie potenti che avevano governato o sperato di poter governare, restava invece un odio inestinguibile contro la nuova dominatrice, che, invidiata per l'ordine e la forza del suo governo, era giudicata il nemico pi temibile di tutti gli altri Stati italiani.
Essa procedeva tuttavia sicura nelle sue conquiste, ed il secolo XV, in cui l'Italia cominciava rapidamente a decadere, sembrava invece aprire a Venezia un'ra di crescente prosperit. La sua aristocrazia, coi grandi sacrifiz fatti per la patria, col coraggio dimostrato nelle battaglie navali che essa comandava, aveva fatto dimenticare la violenza della propria origine. Occupata nella politica, lasciava liberamente partecipare il popolo al commercio ed all'industria, che, tutelati dalla fermezza delle istituzioni e dalle armi, prosperavano maravigliosamente. Lo stesso avanzarsi dei Turchi, che pur doveva recare tanti danni alla Repubblica, sembrava tornarle ora quasi di vantaggio. Infatti molte isole dell'Arcipelago, molte terre, trovandosi in gran pericolo per l'impotenza dell'Impero greco a difenderle dal terribile uragano che s'avanzava, invocarono la protezione di Venezia, e si abbandonarono ad essa, che cos cresceva il proprio dominio, ed acquistava nuovi sudditi, pronti a versare il sangue combattendo il comune nemico, che nei primi scontri sub gravissime perdite. Tutto ci rialzava moltissimo l'animo della Repubblica, che in quel momento si sentiva come destinata ad essere la difesa dei Cristiani e la dominatrice d'Italia. Nella sua condotta politica, nelle relazioni de' suoi ambasciatori, nelle guerre continue per terra e per mare, il sentimento della patria dominava su tutto, ed ispirava una balda fierezza al linguaggio di quei cittadini, che erano sempre pronti a sacrificarsi per essa. L'onore, la gloria di Venezia erano in cima dei loro pensieri, e nella lotta col Turco che s'avanzava, dettero prove di vero eroismo. Quando nel maggio 1416 l'armata veneta s'affront col formidabile nemico presso Gallipoli, Pietro Loredano, che l'aveva comandata, scriveva al suo governo: "Virilmente io capitano investii nella prima galera nemica, piena di Turchi che combattevano come draghi. Circondato da ogni lato, ferito da una freccia che mi pass la mascella sotto l'occhio, da una che mi pass la mano, e da altre molte, non mi restai punto, n mi sarei restato fino alla morte: presi la prima galera e misi la mia bandiera su quella. I Turchi che vi erano sopra furono tagliati a pezzi, il resto della flotta sconfitto."(26) Di queste ardite imprese, di questo franco linguaggio, solo Venezia era capace in Italia nel secolo XV. La piccola repubblica delle lagune era divenuta uno dei grandi potentati d'Europa, e pareva sorgere a nuova altezza, quando tutti gli altri Comuni decadevano. Ma i pericoli che s'accumulavano intorno ad essa erano immensi e crescevano da ogni lato.
Il doge Tommaso Mocenigo li prevedeva, e dal suo letto di morte, nell'aprile del 1423, pregava, scongiurava i suoi amici, perch non si lasciassero spingere pi oltre alle guerre ed alle conquiste; sopra tutto non eleggessero a suo successore Francesco Foscari, la cui smodata ambizione li avrebbe trascinati in mezzo alle pi audaci e pericolose imprese. Ma questi consigli di prudenza erano vani adesso. Filippo Maria Visconti minacciava tutta l'Italia superiore e la centrale; il Turco s'avanzava; Francesco Foscari venne eletto, ed egli non era certamente uomo da voler ricondurre in porto la nave gi lanciata in alto mare. E quando i Fiorentini chiesero a Venezia aiuto contro il Visconti, egli esclam in Senato: Se mi trovassi in capo al mondo, e vedessi un popolo in pericolo di perdere la sua libert, io lo aiuterei. "Nu patiremo che Filippo tuoga la libert ai Fiorentini? Sto furibondo tiran scorrer per tutta Italia, la strugger e conquasser senza gastigo?"(27) Cos nel 1426 incominci quella formidabile lotta che, interrotta e ripresa pi volte, fin solo colla morte del Visconti l'anno 1447. In questi ventun anno il Foscari dimostr un patriottismo ed un'energia veramente romani, combattendo contro pericoli esterni ed interni d'ogni sorta. Coi suoi tesori il Visconti metteva ogni anno in campo nuovi eserciti, e la Repubblica era sempre pronta ad affrontarli. Il Carmagnola, che lo aveva disertato per servire Venezia, parve, subito dopo le prime vittorie, divenire a questa infido, e fu perci, senza esitazione, con regolare processo condannato a morte. Il 5 maggio 1432, cum una sprangha in bucha, et cum manibus ligatis de retro, iuxta solitum,(28) venne condotto fra le colonne della Piazzetta, e decapitato. Nel 1430 vi fu un attentato contro la vita stessa del Doge, e nel 1433 una congiura contro il suo governo; ma i Dieci fecero di tutto pronta ed esemplare giustizia. Pi tardi, istigato dal Visconti, l'ultimo dei Carrara tent di ripigliare i suoi domin, e fece anche ribellare Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, che era sotto la protezione di Venezia. E allora al Carrara fu tagliata la testa fra le colonne della Piazzetta (1435); il Polentano fin esule in Creta, e Ravenna fece parte del dominio veneto. Morto il Visconti, e posata da poco la guerra di Venezia con Milano, segu la caduta di Costantinopoli (1453), nella quale tanti Italiani, massime Veneti, perderono la vita. Questo fatto, che incominci un'epoca nuova nella storia dell'Europa, fu un colpo mortale a Venezia. Pure essa riusc nel 1454 a fare un trattato, che assicur libero commercio ai propr sudditi, e le dtte il tempo d'apparecchiarsi a nuove battaglie.
Ma il pericolo maggiore alla Repubblica venne dai nuovi germi di corruzione interna, che cominciarono a minacciare di dividerla. I nemici del Foscari, dopo avere invano cospirato contro la sua vita ed il suo governo, si volsero ora a tormentarlo col perseguitare il figlio Iacopo, unico superstite dei maschi, di carattere leggerissimo, ma pur ciecamente amato dal padre. Esiliato nel 1445, per avere accettato donativi, il che le leggi vietavano severamente al figlio del Doge, fu, dopo ottenuta la grazia, esiliato di nuovo nel 1451 alla Canea, perch accusato di connivenza nell'uccisione d'uno di coloro che erano stati suoi giudici. Richiamato di l nel 1456, venne sottoposto a nuovo processo, per aver tenuto segreta corrispondenza col duca di Milano, e fu condannato a pi lungo esilio. Entrato nella prigione, il vecchio Doge disse, impassibile, al figlio che cercava grazia ai suoi piedi: "Va, obbedisci a quel che vuol la terra, e non cercar pi altro." Ma uscito dal carcere, appoggiato al suo bastone, Francesco Foscari tramort.(29) Poco dopo Iacopo mor nell'esilio (12 gennaio 1457), ed il cuore paterno di colui che aveva sostenuto con una volont di ferro una lotta titanica in difesa della repubblica, si spezz per le persecuzioni patite dal figlio. Invecchiato, abbattuto, prostrato, non aveva pi la forza necessaria a condurre gli affari e a difendersi dai nemici. Allora, invitato a dimettersi e non volendo, fu deposto. Spezzatogli l'anello e toltogli il berretto ducale, egli discese, franco e sereno, per la scala medesima per cui era salito all'alto ufficio, discorrendo tranquillo con chi gli era accanto, senza volersi appoggiare ad alcuno. Il suo successore fu eletto il 30 ottobre, ed egli mor di crepacuore il d 1 novembre, dopo trentaquattro anni di dogato. Francesco Foscari  certo uno dei pi grandi caratteri politici del suo tempo.(30) Con lui Venezia giunse al colmo della sua potenza; dopo di lui cominci subito a decadere, ma fu una decadenza eroica.
Abbandonata da tutti gl'Italiani, si trov sola di fronte al Turco, che s'avanzava con forze formidabili. Il sopracomito Girolamo Longo scriveva nel 1468, che la flotta turca con cui doveva affrontarsi, era di 400 vele, le quali occupavano sei miglia di lunghezza. "Il mare pareva un bosco: questa a sentirla dire pare cosa incredibile, ma a vederla  cosa stupenda...; or vedete se sia possibile con astuzia aver vantaggio. Ci vogliono forze e non parole."(31) Sembrano quasi un linguaggio di paura accanto a quello da noi riportato pi sopra del Loredano. Infatti i tempi erano mutati: la Repubblica armava sempre altre navi, che combattevano con eroismo; organizzava la resistenza di tutte le popolazioni cristiane, che versavano generosamente il proprio sangue; mandava armi e danari ai Persiani, perch anch'essi attaccassero Maometto II, che s'avanzava minaccioso; ma tutto ci era inutile. Negroponte, Caffa, Scutari, altre citt e terre cadevano l'una dopo l'altra, sebbene si difendessero con gran valore. E finalmente Venezia, stanca di trovarsi sempre sola a combattere il nemico della Cristianit, venne nel gennaio 1479 ad una pace che le assicurava il proprio commercio, e che nelle tristi condizioni a cui era ridotta, poteva dirsi onorevole. Allora tutti gl'Italiani, che nulla avevano fatto per aiutarla, furono pronti a gridare unanimi contro di essa, specialmente nel 1480, quando il loro spavento giunse al colmo, per avere i Turchi preso la citt di Otranto. Ma questi poco dopo si ritirarono per la morte di Maometto II, e per le discordie seguite nel suo impero: allora gl'Italiani non pensaroro pi ad altro.
Da questo momento l'orizzonte della Repubblica si va restringendo sempre di pi. Occupata solo de' suoi interessi materiali, avviluppata negl'intrighi della politica italiana, essa non pretese pi d'essere la guardiana della Penisola e della Cristianit contro gl'infedeli. Tutto allora sembrava seguire a suo danno nella storia del mondo. La scoperta d'America e quella del Capo di Buona Speranza la posero fuori delle principali vie del commercio. Ristretta da ogni lato, perdette a poco a poco con i grandi guadagni la sua storica importanza, che le veniva dall'essere stata l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente. Ora tutto si ridusse a strappar qualche terra ai vicini; imporre ad essi il proprio commercio, sempre grande e potente. Avanzatasi fino all'Adda da un lato, occupava dall'altro Ravenna, Cervia, Rimini, Faenza, Cesena ed Imola nelle Romagne; nel Trentino teneva Roveredo e le sue dipendenze; aveva anche portate le sue armi sulla costa adriatica del Napoletano, dove si era impadronita di alcune terre. Ma l'aver tolto a tutti qualche cosa, faceva s che tutti la temessero e l'odiassero.
Da un altro lato questo Stato cos vasto era dominato tutto da una sola citt, nella quale comandava per diritto ereditario una piccola parte dei cittadini. Neppure in Venezia era quindi possibile aspettarsi il grande ed organico svolgimento dello Stato moderno; essa anzi rimase esempio vivente dell'antica forma repubblicana, sopravvissuta quasi a s stessa, destinata ad esaurirsi come per mancanza d'alimento. Ma intanto essa era sempre il governo pi forte, pi morale che vi fosse in Italia. A misura per che si restringeva la cerchia della sua attivit, cessavano le magnanime virt e gli eroici caratteri, sorti fra i grandi pericoli, contro cui avevano dovuto combattere, e i continui sacrifiz che erano stati chiamati a fare. Crebbero invece l'egoismo, l'amore del lusso e del danaro negli ordini dominanti dei cittadini. Le mogli dei patriz veneti, coperte di gioie, vestite di stoffe preziose, abitavano nel secolo XV quartieri di tanta ricchezza, che non si trovavano neppure nei palazzi dei principi italiani. Gli uomini per, dice il milanese Pietro da Casola, erano sempre assai pi modesti e severi che altrove; "parevano a vederli tanti dottori di legge, e chi trattava con essi doveva tener bene aperti gli occhi e le orecchie."(32) Tuttavia la loro politica, se non era quella dell'egoismo personale, che dominava nel resto d'Italia; se ebbe ancora giorni di grandi sacrifiz e d'eroismo, era anch'essa guidata da un ristretto patriottismo locale e quasi di casta. Guardavano con piacere alla rovina d'Italia, perch speravano cos di riuscire pi facilmente a dominarla. E quando gli stranieri s'avvicinarono alle Alpi, li lasciarono passare, credendo di poterli poi cacciare per succedere ad essi. Invece, questo egoismo che non giovava a nessuno e minacciava tutti, port alla Lega di Cambray, in cui l'Europa s'alle ai danni della piccola Repubblica, la quale pot qualche tempo ancora resistere con valore, ma non gi salvarsi, come aveva presunto, in mezzo alla rovina generale della patria comune.


4. - ROMA.

Fra l'infinita variet di caratteri e d'istituzioni che ci presenta l'Italia nel secolo XV, la storia di Roma forma quasi un mondo a parte. Centro principale degli interessi di tutti i paesi cristiani, la Citt Eterna risentiva, pi d'ogni altra, le grandi trasformazioni che seguivano in Europa. La costituzione di Stati grandi e indipendenti aveva spezzata e resa impossibile per sempre quella universale unit, che il Medio Evo in parte aveva conseguita, in parte sognata. L'Impero s'andava sempre pi restringendo nei confini della Germania, e l'Imperatore cercava rendersi forte con un dominio pi sicuro e diretto ne' suoi Stati propr e personali. Cos i Papi, dovendo omai rinunziare ad ogni pretensione di universale dominio civile nel mondo, sentivano pi urgente la necessit di costituire davvero un loro regno temporale. Se non che il trasferimento della sede in Avignone, ed il lungo scisma avevano gettato nel disordine e fatto cadere nell'anarchia lo Stato della Chiesa. Roma era dicerto un Comune libero, con una costituzione simile a quella delle altre citt italiane; ma, trovandosi in mezzo ad una campagna deserta, il commercio e l'industria non vi erano mai progrediti, ed il suo organismo politico non s'era mai potuto svolgere con vigore, a cagione anche della eccezionale supremazia esercitata dal Papa, dall'Imperatore, e dalla strapotenza dei nobili, che, favoriti dai Papi, mettevano tutto a soqquadro. Gli Orsini, i Colonna, i Prefetti di Vico erano veri e propri principi nei loro immensi domin, nei quali tenevano armi ed armati, nominavano giudici e notai, qualche volta coniavano anche moneta. Il territorio di Roma era abbastanza vasto, perch andava dal Garigliano ai confini della Toscana; ma molte delle citt che ne facevano parte erano o cercavano continuamente di rendersi indipendenti.
A che cosa fosse poi ridotto allora il dominio dei Papi in citt come Bologna, Urbino, Faenza, Ancona, le quali facevano parte dello Stato della Chiesa, ma erano costituite in repubbliche o signorie affatto indipendenti, pu immaginarselo ognuno. Per fondare il dominio temporale, bisognava quindi fare una vera e propria conquista. Innocenzo VI (1352-62) aveva iniziato l'opera, mandando in Italia il cardinale d'Albornoz, che col ferro e col fuoco sottomise una gran parte dello Stato della Chiesa. Ma questa vantata sottomissione si ridusse, in fondo, a costruire nelle principali citt, fortezze tenute in nome del Papa; a trasformare i tiranni in vicar del Papa, e far prestare dalle repubbliche atto d'obbedienza, riconoscendo per i loro Statuti. Cos gli Este, i Montefeltro, i Malatesta, gli Alidosi, i Manfredi, gli Ordelaffi furono legittimi signori di Ferrara, Urbino, Imola, Rimini, Faenza, Forl. Invece Bologna, Fermo, Ascoli ed altre citt restarono repubbliche, sebbene riconoscessero anch'esse la supremazia del Papa. La costituzione politica del Comune di Roma cominci allora ad essere trasformata. I Papi da lungo tempo cercavano mutare in amministrative le sue magistrature politiche, e per questa medesima via continuarono sempre fino a che non riuscirono a distruggere del tutto le libert comunali della Citt Eterna. Un tale lavoro, gi molto avanzato, fu alla fine del secolo XIV interrotto dallo scisma che lacer lungamente la Chiesa, gett di nuovo ogni cosa nell'anarchia, e imped la formazione d'ogni forte governo, d'ogni ferma autorit.
L'anno 1417 finalmente il Concilio di Costanza fece cessare lo scisma, deponendo tre Papi, ed eleggendo Ottone Colonna, che prese il nome di Martino V. Cos incominci nella storia del Papato un nuovo periodo, che dur sino al principio del secolo seguente, ed in esso i successori di San Pietro sembrarono deporre ogni pensiero della religione, per occuparsi solo di costituire il loro regno temporale. Divenuti simili affatto agli altri tiranni italiani, adoperarono le stesse arti di governo. Se non che la grande diversit della loro condizione nel mondo, e l'indole propria dello Stato che dovevano governare, dava alle loro azioni un carattere affatto speciale. Eletti generalmente in et avanzata, i Papi si trovavano ad un tratto, in mezzo ad una nobilt riottosa e potente, alla testa d'uno Stato disordinato, scomposto, in una citt tumultuosa, nella quale erano spesso senza parenti o amici, qualche volta stranieri affatto. Quindi, per cercar forza, chiamavano e si davano a proteggere i fratelli, i nipoti che spesso invece erano figli; e cos ebbe origine quello scandalo nella Chiesa, che fu noto col nome di nepotismo, e che  proprio pi specialmente di questo secolo. Entrati una volta nel turbinoso vortice della politica italiana, i Papi si trovarono costretti a promuovere nel medesimo tempo due interessi, che non di rado erano in collisione fra loro, il politico cio ed il religioso. Assai spesso la religione divenne il mezzo di cui si valsero per conseguire i loro fini politici, e quindi, sebbene sovrani di uno Stato piccolo e disordinato, poterono, con l'autorit della Chiesa, mettere l'intera Italia a soqquadro; e quantunque non riuscissero mai a dominarla tutta, la tennero divisa, debole e sempre pi facile preda degli stranieri, che essi continuamente chiamarono. Da un altro lato cercavano valersi della loro autorit politica, per tener viva quella forza religiosa che s'andava spegnendo negli animi. Uno stato di cose tanto anormale sembr turbare stranamente la coscienza stessa di coloro che avrebbero dovuti essere i rappresentanti di Dio sulla terra, e che, a poco a poco, perduto ogni pudore, caddero in tali oscenit e delitti, che il Vaticano parve qualche volta essere divenuto un'orgia di avvelenamenti, di congiure e di stupri. Si correva cos il rischio di estirpare ogni sentimento religioso dal cuore dell'uomo, di scalzare per sempre le basi stesse della morale.
I primi germi di questa funesta corruzione pur troppo nascevano fatalmente dalle condizioni in cui si trovava allora il Papato, e quindi cominciarono a portare i loro frutti anche sotto Martino V, che fu forse il migliore dei Papi in quel secolo. Egli s'avanz da Costanza, secondo l'espressione d'un moderno, come un signore senza terra, s che a Firenze i fanciulli gli cantavano dietro canzoni di scherno. Quando entr in Roma il 28 settembre 1420, cogli aiuti della regina Giovanna di Napoli, il popolo romano, perdute ormai le libere istituzioni, si presentava a lui come una folla di poveri. La peste, la fame, la guerra avevano per molti anni desolata la Citt Eterna; i monumenti, le chiese e le case erano in rovina; le strade piene di macerie e di pantani; i ladri assalivano di giorno e di notte. Nella Campagna era scomparsa l'agricoltura, e immense estensioni di terre erano divenute deserti; le citt del territorio combattevano fra loro, e i nobili, chiusi nei loro castelli, che parevano nidi di ladri, sprezzanti d'ogni autorit, intolleranti d'ogni freno e d'ogni legge, facevano una vita da briganti. Martino V si pose all'opera con fermezza, e prima di tutto compi la distruzione del libero reggimento di Roma, mutandolo addirittura in un municipio amministrativo. Molte terre ribelli furono poi sottomesse, molti capi di bande armate furono presi ed impiccati: cominci cos a ristabilirsi l'ordine, e ad aversi finalmente una forma di regolare governo. Questo fu per ottenuto coi mezzi che abbiamo qui sopra accennati. Il Papa, per trovare fautori ed amici, si gett addirittura in braccio ai Colonna, suoi parenti, e fece loro concludere ricchi matrimon, concesse loro nello Stato della Chiesa o fece concedere nel regno di Napoli vasti feudi. Cos di potenti li rese strapotenti, ed inizi il nepotismo. Per mantenere la supremazia pretesa sempre dai Papi nel reame, e per cavarne in ogni modo vantaggio ai suoi, sostenne prima Giovanna II, che lo aveva aiutato ad entrare in Roma; poi Luigi d'Angi, che la combatteva; poi Alfonso d'Aragona, che trionf di tutti. E questa funesta politica, continuata anche da' suoi successori, fu precipua cagione della totale rovina del Napoletano, ed in parte anche della rimanente Italia. Pure in Roma si vedeva finalmente un'apparenza almeno di ordine e di regolare governo. Le vie, le case, i monumenti si cominciavano a restaurare; per la citt e per molte miglia nella campagna si poteva, dopo tanti anni, camminare senza tema d'esser rubati o assassinati. E per, dopo la morte di Martino V (20 febbraio 1431), fu scritto sulla sua tomba: Temporum suorum felicitas. N la iscrizione pu dirsi del tutto immeritata, tanto pi che le sue colpe vennero ben presto fatte dimenticare da quelle assai maggiori de' successori, ai quali mancarono le sue virt.
Eugenio IV che s'appoggi agli Orsini, ed ebbe quindi fieramente avversi i Colonna, venne subito cacciato da una rivoluzione, ed inseguto a colpi di pietre, quando se ne fuggiva pel Tevere, a mala pena riuscendo a ripararsi in una barca (giugno 1434). Giunto a Firenze, egli dovette rifarsi da capo, e mand a Roma il patriarca Vitelleschi, pi tardi cardinale, che alla testa di bande armate, cominci col ferro e col fuoco un vero sterminio. La famiglia dei Prefetti di Vico s'estinse in Giovanni, cui fu mozzato il capo; quella dei Colonna fu in parte distrutta dal fiero prelato; la medesima sorte subirono i Savelli. Molti castelli vennero spianati, molte citt distrutte, e gli abitanti correvano la Campagna affamati, cercando qualche volta di vendersi come schiavi. Quando finalmente il Vitelleschi, alla testa d'un piccolo esercito, entrava come un trionfatore nella Citt Eterna, che tremava ai suoi piedi, il Papa insospettito gli mand per successore lo Scarampo, altro prelato della stessa tempra; ed il Vitelleschi, che voleva allora resistere, fu subito circondato, ferito, preso e messo in Castel Sant'Angelo, dove mor. Eugenio IV pot finalmente tornare tranquillo e sicuro in Roma; e dopo tre anni anch'egli mor (1447).
Il destino di questo Papa, che sottomise definitivamente la Citt Eterna, fu singolare. Quando il Vitelleschi e lo Scarampo facevano correre il sangue a fiumi, egli se ne stava a Firenze tra le feste e gli eruditi. Senza aver grande cultura, n sentir molto amore per le lettere, trovandosi al Concilio fiorentino, ed avendo bisogno d'interpetri per discutere e trattare coi rappresentanti della Chiesa greca, si vide costretto ad ammettere gli eruditi nella Curia, la quale ben presto ne fu inondata, il che port poi un notevole mutamento nella storia del Papato. Accanto al suo feretro venne recitato un solenne elogio funebre, in latino classico, dal celebre umanista Tommaso Parentucelli, il quale fu eletto a succedergli unicamente per la gran fama della sua erudizione. Prese il nome di Niccol V, e si disse allora da tutti, che con lui era salita sulla cattedra di San Pietro l'erudizione stessa. Trovando lo Stato abbastanza sicuro e tranquillo, egli che non aveva un ingegno originale, n conosceva il greco (gravissima mancanza per un dotto del secolo XV), ma che era il pi grande raccoglitore ed ordinatore di antichi codici, port questa passione sulla sedia apostolica, facendone quasi unico scopo del suo Papato. Il sogno principale della sua vita fu di trasformare Roma in un gran centro di letterati, in una grande citt monumentale, con la prima biblioteca del mondo. Potendo, egli avrebbe trasportato tutta Firenze sulle rive del Tevere. Mand suoi messi in giro per l'Europa, a raccogliere o copiare codici antichi; eccit molti eruditi a tradurre, con lauti stipend, classici greci, senza occuparsi delle loro opinioni religiose o politiche. Il Valla, che aveva con gran clamore scritto contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi, fu dei primi ad essere chiamato da lui. Stefano Porcari, che con la lettura dei classici s'era, come Cola di Rienzo, infatuato della repubblica, fu pure colmato di onori. Costui per, avendo addirittura cospirato per sovvertire il Governo e restaurare gli ordini repubblicani, fece finalmente perdere la pazienza al Papa, e venne condannato a morte. Ma nulla poteva intiepidire la passione erudita di Niccol V: a tutto egli rimediava con qualche discorso latino, come fece per la caduta di Costantinopoli; e continuava sempre a comprare codici, a chiamare eruditi. La Curia divenne un'officina di truduttori e di copiatori; la biblioteca Vaticana s'and accrescendo con rapidit, e fu arricchita di molti volumi splendidamente legati. Nello stesso tempo s'aprivano strade, si costruivano fortezze, sorgevano chiese e monumenti d'ogni sorta. Era una febbrile attivit, perch il Papa, coll'aiuto dei primi architetti del mondo, fra cui Leon Battista Alberti, ideava un disegno, secondo cui Roma avrebbe vinto lo splendore di Firenze. La citt leonina doveva essere trasformata in una grande fortezza papale, in cui San Pietro e il Vaticano dovevano essere ricostruiti dalle fondamenta. Sebbene Niccol V non riuscisse a compiere questa impresa veramente grandiosa, alla quale sarebbero bastate appena molte generazioni; pure la inizi con tanto ardore, che sotto di lui Roma mut totalmente aspetto, ed i lavori immortali, eseguiti al tempo di Giulio Secondo e di Leone X, continuarono l'attuazione del suo medesimo disegno.
Il 24 marzo 1455 Niccol V moriva da vero erudito, dopo aver fatto cio un discorso latino ai cardinali ed agli amici. Successe a lui, col nome di Calisto III, uno Spagnuolo, abile giurista, venuto in Italia come avventuriero politico, accompagnando Alfonso d'Aragona. Costui aveva settantasette anni; apparteneva al clero allora corrottissimo della Spagna, non ancora disciplinato e domato dalla politica di Ferdinando e d'Isabella; portava il nome, divenuto poi assai infausto, dei Borgia: il suo breve papato fu come una meteora annunziatrice di futuri guai. Di codici e di eruditi non s'occup punto n poco. Con una cieca avidit, senza riguardi e senza pudore, colm di onori, di possessi e di danari i suoi nipoti, uno dei quali doveva poi prender la tiara col nome ben noto d'Alessandro VI. Riemp la citt d'avventurieri spagnuoli, affidando loro l'amministrazione e la polizia, il che fece crescere a dismisura i delitti. Il sangue scorreva, l'anarchia minacciava di tornare in Roma, quando il vecchio Calisto mor (6 agosto 1458), ed allora uno scoppio improvviso di furor popolare mise in fuga gli Spagnuoli, e gli stessi nipoti del Papa a fatica scamparono la vita.
Successe un altro Papa erudito, Enea Silvio Piccolomini senese, uomo vario, versatile d'ingegno e di carattere. Dopo una vita passata prima nei piaceri, poi nelle discussioni di Basilea, dove sostenne l'autorit di quel Concilio contro il Papa; pi tardi tra gli affari della cancelleria imperiale in Germania, dove fu primo a propagare la erudizione italiana, egli rinneg finalmente le sue ardite dottrine, condann i trascorsi giovanili, e cos pot salire di grado in grado negli ordini ecclesiastici fino al Papato (19 agosto 1458), pigliando il nome di Pio II. Continu sempre a studiare ed a scrivere pregevoli opere; ma non protesse i dotti, come tutti avevano sperato, occupandosi invece di dare uffic e protezione a' suoi parenti ed a' suoi Senesi. Roma era caduta nuovamente in preda all'anarchia, in conseguenza della pazza politica di Calisto III, il quale, sebbene creatura degli Aragonesi, aveva favorito gli Angioini; ma Pio II, pi accorto, favor gli Aragonesi, e pot col loro aiuto sottomettere i ribelli. Il pensiero dominante di questo Papa, fu la Crociata contro il Turco; ma, uomo del suo secolo, ed umanista, egli era mosso pi da entusiasmo retorico che da zelo religioso. In Mantova, dove invit a solenne congresso i principi cristiani (1459), s'udirono molti discorsi latini; ma fu pi che altro un'accademia letteraria, con grandi promesse, che restarono senza effetto. Perseverando nella stessa idea, il Papa erudito scrisse una lettera latina al sultano Maometto II, con la strana pretensione di convertirlo. Invece arrivavano sempre nuovi esuli greci, fuggendo dinanzi ai Turchi, che avevano invaso la Morea; e Tommaso Paleologo, che ne era stato il despota, portava ora in Roma la testa dell'apostolo Andrea. Tutta la citt parve allora trasformata in una chiesa in festa, per ricevere la sacra reliquia, che venne accompagnata da 30,000 fiaccole; e Pio II ne pigli occasione a fare un altro solenne discorso latino in favore della Crociata, ad un popolo scettico, nel quale molti ammiravano la nuova reliquia cristiana solo perch era portata da gente che parlava la lingua d'Omero.
Nel 1462 il Papa aveva raccolto buona somma di danaro, per l'improvvisa scoperta di ricche miniere d'allume a Tolfa, e torn da capo all'idea della Crociata, invitando i principi a partire subito per l'Oriente. Vecchio e malato com'era, si fece portare in lettiga ad Ancona, dove s'aspettava di trovar navi ed eserciti, che voleva accompagnare per benedire egli stesso la battaglia, come fece Mos quando Israele combatteva contro Amalech. Invece il porto era vuoto, e quando arrivarono finalmente poche galee veneziane, Pio II spir guardando l'Oriente, e raccomandando la Crociata (15 agosto 1464). Questa vita, che a primo aspetto pu sembrare soggetto degno di romanzo o anche d'epico racconto, fu in sostanza priva d'ogni vera gloria o santit religiosa. Pio II fu un erudito di molto ingegno, che voleva compiere qualche cosa d'eroico, senza avere in s stesso nessuna eccezionale grandezza morale. Sebbene fosse, tra i Papi di quel secolo, il pi notevole certo per ingegno, non ebbe profonde convinzioni; rifletteva le opinioni e le velleit degli uomini fra cui viveva, mutando sempre, secondo i tempi e secondo le condizioni, in cui si trovava. Il suo regno sembr avere un certo splendore, e dar molte speranze; ma in fatto poi non lasci nulla di durabile dietro di s. Dopo che v'erano stati Papi che avevano colla forza fondato il temporale dominio, e Papi che avevano fatto fiorire a Roma le lettere e le arti; dopo che egli, mantenendo l'ordine, aveva col predicare la Crociata, dato anche l'apparenza d'un risveglio religioso in Italia, poteva aspettarsi un'ra migliore di pace sicura. Invece ora appunto si scatenano le passioni, e sono vicine le pi grandi oscenit, i pi terribili delitti nella Corte di Roma.
Paolo II, consacrato il 16 settembre 1464, s'avvicin a questo nuovo e pi funesto periodo, senza averlo per ancora cominciato davvero; pu anzi dirsi migliore della sua fama. Tuttavia, non curante delle lettere, egli era invece dato ai piaceri della vita, e sebbene non privo di qualit politiche, reput arte di governo corrompere il popolo colle feste, che promosse profondendo tesori. Il suo nome pass odiato appresso i posteri, perch, senza riguardi, cacci gli eruditi dalla segreteria apostolica, per mettervi invece i suoi fidi. E quando gli scacciati levarono i pi alti clamori, e nell'Accademia Romana di Pomponio Leto cominciarono a tenere discorsi che ricordavano Cola di Rienzo e Stefano Porcari, sciolse l'Accademia e ne imprigion i membri. Il Platina allora, chiuso e torturato in Castel Sant'Angelo, giur vendetta, e la fece nelle sue ben note Vite dei Papi, le quali ebbero una grande diffusione. In esse egli descrisse il suo persecutore come un mostro di crudelt. Il vero  per che Paolo II, senza punto essere un buon Papa, non fu privo di meriti. Riordin la giustizia, punendo severamente molti di quei manigoldi, che, a servizio dei magnati, empivano Roma di delitti; fece fare una nuova compilazione degli Statuti romani; combatt con energia i Malatesta di Rimini, e distrusse l'oltracotanza degli Anguillara, che possedevano gran parte della Campagna e del territorio di San Pietro. N si pu troppo fermarsi a biasimare le sue colpe, quando si pensa ai tempi ed a coloro che gli successero.
I tre Papi che seguono adesso, Sisto IV, Innocenzo VIII ed Alessandro VI, sono quelli che riempiono il pi triste periodo nella storia del Papato, e ci mostrano davvero a quali condizioni fosse ridotta allora l'Italia. Il primo di essi era un frate genovese, che, appena eletto (9 agosto 1471), si mostr subito un tiranno violento, senza scrupoli di sorta. Aveva bisogno di danari, e mise in vendita uffic, benefiz, indulgenze. Proteggeva con indomabile ardore i nipoti, alcuni dei quali si credeva, invece, che fossero suoi figli. Uno di essi, Pietro Riario, fatto cardinale, ebbe 60,000 scudi di rendita, e s'abbandon al lusso, alle feste, alle dissolutezze, cos perdutamente che ne mor subito, esausto di forze e carico di debiti. Il fratello Girolamo, ugualmente favorito, faceva la medesima vita. Tutta la politica del Papa era diretta dall'avidit d'acquistare o conquistare pei nipoti e pei figli. L'avere Lorenzo dei Medici attraversato questi disegni, fu cagione che la congiura dei Pazzi venisse tramata nel Vaticano stesso; e non essendo riuscita, il Papa mosse guerra a Firenze, e la scomunic. Pi tardi s'un coi Veneti contro Ferrara, sempre col medesimo intento di strappare qualche provincia pe' suoi, e ne segu una guerra generale, pigliandovi parte ancora i Napoletani, che assalirono Roma, dove subito si scatenarono le fazioni dei nobili. Roberto Malatesta da Rimini fu chiamato a difendere la Citt Eterna, ed essendo morto di febbre malarica, presa nella guerra, il Papa voleva profittarne, spogliando dello Stato l'erede di lui, disegno per che i Fiorentini mandarono a vuoto.
Vedendosi in pericolo, mut bandiera, e s'un coi Napoletani contro Ferrara e contro i Veneti, i quali ultimi sembrava a lui che volessero condurre la guerra solo a proprio vantaggio. Si volse inoltre a far vendette contro i nobili, a lui avversi, specialmente i Colonna. Girolamo Riario, avido di sangue, comandava le artiglierie che furono benedette dal Papa stesso, e prese a tradimento il castello di Marino, con la promessa di salvare la vita al protonotario Lorenzo Colonna, che fu invece decapitato. Al funerale in SS. Apostoli, la madre, accecata dal dolore, prese pei capelli la testa del figlio, e mostrandola al popolo esclam: Ecco la fede del Papa! Tutte queste scene di sangue non turbarono punto n poco l'animo di Sisto IV. Quando per gli giunse improvvisa la notizia che i Veneti, da lui abbandonati, avevano, senza consultarlo e senza tener conto di lui n de' suoi, fatto la pace di Bagnolo (7 agosto 1484); allora, assalito da febbre violenta, mor (12 agosto), come si disse da tutti, pel dolore della pace.

Nulla vis saevum potuit extinguere Sixtum;
Audito tantum nomine pacis, obit.(33)

Le case del Riario andavano a sacco, gli Orsini e i Colonna erano in armi, quando i cardinali, accorsi in fretta al Conclave, riuscirono a stabilire una tregua. Ed allora cominci il pi scandaloso mercato di voti per la elezione alla sede apostolica, che si vendeva al maggiore offerente. Il fortunato compratore fu allora il cardinale Cibo, che venne proclamato il 29 agosto 1484 col nome d'Innocenzo VIII. Nemico degli Aragonesi, entr subito nella congiura dei baroni napoletani, promettendo loro uomini, armi, danari, e la chiamata d'un nuovo pretendente angioino. La citt d'Aquila cominci la ribellione, sollevando la bandiera della Chiesa (ottobre 1485); Firenze e Milano si dichiararono per gli Aragonesi; Venezia e Genova furono, invece, col Papa e coi baroni, i quali erano aiutati dai Colonna: gli Orsini, armati nella Campagna, vennero fin sotto le mura stesse di Roma. La confusione giunse al colmo; il Papa, disperato d'aiuto, arm anche i condannati per delitti comuni; i cardinali erano divisi, il popolo impaurito, e solo il cardinale Giuliano della Rovere passeggiava sulle mura, pronto alla difesa. Da un momento all'altro s'aspettava l'assalto del Duca di Calabria. Se non che, l'invito fatto dal Papa a Renato II di Lorena fece concludere la pace, obbligandosi Ferrante ad un annuo tributo, ed a dare amnistia ai baroni, che invece poi furono uccisi.
L'anarchia s'era, fra tanta confusione, di nuovo scatenata in Roma, n si vedeva modo di contenerla: ogni mattina si trovavano cadaveri per le vie. Chi pagava, otteneva un salvocondotto; chi non pagava, era impiccato a Tor di Nona. Ogni delitto aveva la sua tariffa, e le somme maggiori di 150 ducati andavano a Franceschetto Cibo figlio del Papa, le minori alla Camera. Il parricidio, lo stupro, tutto poteva essere assoluto per danaro. Il Vice-Camerlengo diceva ridendo: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che viva e paghi. Le case dei cardinali erano piene di armi, di bravi e di malfattori, cui davano asilo. N era molto diverso lo stato delle cose in provincia. A Forl fu assassinato Girolamo Riario (1488), dicevasi, perch il Papa voleva dare quello Stato a Franceschetto Cibo; a Faenza Galeotto Manfredi fu ucciso dalla moglie. Il pugnale ed il veleno lavoravano per tutto; le pi diaboliche passioni s'erano scatenate in Italia, e Roma era la fucina principale dei delitti.
Intanto Innocenzo VIII si divertiva colle feste. Egli fu il primo dei Papi che riconoscesse apertamente i propr figli, e ne celebrasse le nozze. Franceschetto spos Maddalena di Lorenzo de' Medici (1487), ed il fratello di lei, Giovanni, fu in compenso fatto cardinale all'et di 14 anni. In mezzo a queste ed altre splendide feste di famiglia, arrivava un singolare personaggio, il quale veniva a compiere lo strano spettacolo che offeriva Roma in quel tempo. Djem o, come lo chiamavano gl'Italiani, Gemme, era stato vinto e messo in fuga quando contrastava al fratello Bajazet la successione al trono di Maometto II. Capitato a Rodi, i cavalieri di quell'Ordine lo avevano fatto prigioniero, ricevendo da Bajazet 35,000 ducati l'anno, a condizione che non lo lasciassero fuggire. Pi tardi Innocenzo riusc ad avere per s la ricca preda, ottenendo 40,000 ducati annui da Bajazet, il quale prometteva una somma assai maggiore, quando gli fosse stato mandato il cadavere del fratello, cosa che per al Papa non metteva conto. E cos il 13 marzo 1489 Gemme, vestito del suo abito nazionale, immobile sul suo cavallo, impassibile nella sua severa malinconia orientale, entrava solennemente in Roma, ed alloggiava nel Vaticano, dove s'occupava di musica e di poesia. La presa di Granata, ultimo asilo dei Mori nella Spagna, l'arrivo di sacre reliquie dall'Oriente, tutto dava luogo a feste, a processioni, a baccanali romani. Memorabile fu anche l'arrivo del giovane cardinale Giovanni dei Medici, che aveva allora soli diciassette anni. A lui il padre Lorenzo, fra molti sav consigli, scriveva: si ricordasse che entrava nella sentina di ogni male. E cos era veramente. I figli ed i nipoti del Papa facevano tutti parlare della loro vita scandalosa. Franceschetto Cibo in una sola notte perdeva 14,000 fiorini, giocando col cardinal Riario, che accus al Papa come giocatore falso; ma i danari erano gi pagati. La Citt Eterna era divenuta un gran mercato d'uffic, che spesso venivano creati a bella posta per essere venduti; n solo uffic, ma si vendevano ancora bolle false, indulgenze ai peccatori, impunit agli assassini. L'Infessura afferma che un padre fu con 800 ducati assoluto dell'uccisione di due figlie. Ogni sera si gettavano nel Tevere i cadaveri trovati nelle vie.
In mezzo a queste orgie infernali, il Papa di tanto in tanto cadeva in un sopore che lo faceva creder morto; ed allora i cardinali, i parenti correvano ad assicurarsi di Gemme, dei tesori, e la citt era in tumulto. Il Papa si risvegliava, e di nuovo cominciavano le feste, continuavano gli assassin. Finalmente un altro accesso del male non dava pi nessuna speranza. I parenti circondavano ansiosi il letto del moribondo, che pigliava solo latte di donna: si disse ancora che fu tentata la trasfusione del sangue, nel quale esperimento sarebbero morti tre bambini. Ma tutto fu vano, ch il 25 luglio 1492, l'anno stesso in cui chiudeva gli occhi Lorenzo de' Medici, Innocenzo VIII cessava di vivere in et di sessanta anni. Quando era morto Sisto IV, l'Infessura benediceva il giorno in cui Iddio aveva liberato il mondo da un tal mostro; e fu eletto invece un Papa peggiore. Nessuno supponeva ora che fosse possibile peggiorare ancora; eppure venne eletto Alessandro VI, che seppe, colle sue scelleratezze, far dimenticare tutte quelle dei suoi predecessori. Noi ne parleremo quando dovremo narrare la catastrofe che, sotto il suo pontificato e in parte per opera sua, colp tutta l'Italia.(34)


5. - NAPOLI.

Il regno di Napoli somiglia ad un mare sempre in burrasca, che per, nella immutabile uniformit de' suoi movimenti, ci presenta una continua monotonia. Glorioso senza dubbio era stato il periodo degli Hohenstaufen; ma esso si chiuse colla nobile morte di Manfredi, e colla tragica fine di Corradino (29 ottobre 1268), dramma il cui lugubre eco riempie tutto il Medio Evo. Il trionfo degli Angioini, chiamati dai Papi, stati sempre acerrimi nemici del grande Federigo II e de' suoi successori, fu il principio d'infinite calamit. La mala signoria di Carlo I d'Angi fece ben presto ribellare i popoli; onde per domarli fu giuocoforza appoggiarsi ai baroni, che divennero potentissimi, si divisero in fazioni, lacerarono quel misero paese, e divennero spesso un'arme potentissima in mano dei Papi, i quali vi chiamarono sempre nuovi pretendenti, ogni volta che videro un principe farsi col troppo potente. Con questi mezzi cercarono acquistar terre ai loro nipoti, e mantenere la loro supremazia nel Reame, che di continuo desolarono, gettandolo nell'anarchia con danno infinito di tutta Italia. Pagarono nondimeno il fio di questa iniqua politica, perch i nobili romani, avendo esteso i loro domin anche col, divennero sudditi dei due sovrani, e furono cos una leva adoperata vicendevolmente dall'uno a danno dell'altro, con inevitabile rovina d'ambedue. Intanto il Napoletano fu sottoposto ad un vero e lungo processo di dissoluzione. Ogni giorno sorgevano nuovi pretendenti, il popolo era sempre oppresso, i baroni sempre in rivolta, nessuna istituzione poteva acquistare stabilit e fermezza, nessun carattere riesciva lungamente a dominare e guidare gli altri. Sotto Giovanna I, che ebbe quattro mariti e mor soffocata con un piumaccio, il Reame era gi caduto nell'anarchia, e la corte era un ridotto di avventurieri dissoluti. Pi tardi re Ladislao pareva che dovesse iniziare un'ra novella: domati i baroni, vinti i nemici interni, poneva guarnigione in Roma stessa, e s'avanzava alla testa di un forte esercito, facendo credere di volere ed anche di sapere divenire re d'Italia, quando improvvisamente mor a Perugia di veleno, secondo che generalmente fu detto e creduto (1414). Con Giovanna II, sorella di Ladislao, si fu di nuovo tra le oscenit e l'anarchia. Vedova, vecchia, dissoluta, innamorata del suo scalco, fece cadere lo Stato in preda dei nobili, dei capitani di ventura e dei pi bassi cortigiani. Martino V, che l'aveva fatta incoronare nel 1419, chiam l'anno seguente Luigi III di Angi a combatterla qual nuovo pretendente; ed essa invit di Spagna Alfonso d'Aragona, che proclam suo successore, per poi nominare invece Renato di Lorena, il quale ebbe l'aiuto di Eugenio IV e del duca di Milano. Ne segu una guerra lunga e rovinosa, che fin solo quando Alfonso d'Aragona, vittorioso in molte battaglie, entr nella capitale pei condotti d'acqua di Porta Capuana, il 2 giugno 1442, e fu finalmente signore del Reame con grandi fatiche e guerre conquistato. Cos venne fondata la dinastia aragonese.
In che misere condizioni si trovasse quello Stato, e quanto universalmente fosse allora desiderata la pace, non occorre dirlo. Il trionfo d'Alfonso fu salutato come il principio d'un'ra novella. Egli aveva lasciato la Spagna per venire a fare tra noi una guerra avventurosa, con la quale, sostenendo fatiche e pericoli d'ogni sorta, aveva conquistato un vasto regno combattendo e vincendo i primi capitani del secolo, un numero assai grande di nemici. Straniero all'Italia, comandava ora provincie da lungo tempo lacerate e dominate da stranieri; mut assai rapidamente il suo carattere nazionale, per divenire in tutto simile ai nostri principi, con uno spirito militare e cavalleresco, per, che essi avevano di rado. Passeggiava disarmato e senza guardie in mezzo al suo popolo, dicendo che un padre non deve temere de' suoi figli. La sua corte era piena di eruditi, e mille aneddoti si raccontavano a provare la sua straordinaria ammirazione per gli antichi.
Passando coll'esercito accanto alle citt, in cui qualche scrittore latino era nato, si fermava come dinanzi ad un santuario; viaggiava sempre con un esemplare di Livio o di Cesare. Il suo panegirista Panormita pretendeva di averlo guarito da una malattia, leggendogli alcune pagine di Quinto Curzio; e si diceva che Cosimo de' Medici aveva concluso con lui la pace, inviandogli un codice di Livio. Uomo di guerra e d'animo spregiudicato, spesso in lotta coi Papi, accoglieva tutti quei dotti che altrove erano perseguitati. Cos fu del Valla, quando dov fuggire da Roma per l'opuscolo contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi; cos del Panormita, quando il suo Ermafrodito, tanto lodato per la facile eleganza del verseggiare, scandalizz per la oscenit che allora non erano anche divenute familiari tra gli eruditi, e fu anatemizzato dai pergami. Questi ed altri molti letterati venivano amichevolmente accolti, e splendidamente remunerati con stipend, anche con case e con ville. Portato a cielo dai dotti, Alfonso ebbe il nome di Magnanimo per la sua generosit e pel suo spirito cavalleresco. Ma come uomo politico, come fondatore d'una dinastia e riordinatore d'un regno, non gli si pu dare gran merito. Dopo avere desolate colla guerra le infelici provincie del Mezzogiorno, le dissangu colle imposte, per pagare i soldati e premiare i nobili suoi fautori, sui quali accumul immensi favori, rendendoli sempre pi prepotenti. Dato ai piaceri della vita, non seppe, in sedici anni di un regno non contrastato, fondare nulla di stabile; nulla che sollevasse il popolo dalla estrema miseria in cui l'aveva colla guerra trascinato; nulla che, consolidando lo Stato, assicurasse la dinastia. Morto in et di 63 anni compiuti (1458), lasci i suoi dominii ereditar nella Spagna, con la Sicilia e la Sardegna, al fratello; il regno di Napoli, frutto della conquista, al figlio naturale Ferdinando, la cui origine materna era avvolta nel mistero.
Erede d'un vasto regno conquistato e pacificato dal padre, poteva Ferdinando o Ferrante, come lo chiamavano, sperare di possederlo tranquillamente; ma dov invece riconquistarlo colle armi, perch il disordine latente port subito i suoi frutti. La prima scintilla fu accesa da papa Calisto, il quale doveva tutto ad Alfonso, ed aveva legittimato Ferrante. Invece ora dichiarava estinta la discendenza aragonese, ed il Reame devoluto alla Chiesa come feudo. I baroni angioini furono in armi; Renato di Lorena sbarc tra le foci del Volturno e del Garigliano; la rivoluzione scoppi in Calabria ed altrove. Pure, combattendo continuamente, Ferrante riusc nel 1464 a sottomettere di nuovo tutto il Regno; ed allora non pens a riordinarlo, ma solo a fare le sue vendette. Egli preferiva spegnere i propr nemici a tradimento. Con una crudelt ributtante davvero li abbracciava, li carezzava e li cibava lautamente prima di mandarli a morte. Uomo di singolare ingegno, di grande penetrazione politica e di coraggio, ma pieno di viz e di contradizioni, mantenne nel Regno un'amministrazione rovinosa, facendo anche commercio per proprio conto. Raccoglieva derrate, ed obbligava i sudditi a non vender le loro, se prima egli non aveva venduto le sue al prezzo che voleva. Tutto era fondato sopra un sistema artificioso, falso, che finiva col distruggere le forze dello Stato, sebbene il re avesse scelto a ministri uomini abilissimi. Fra questi sono noti il segretario Antonello Petrucci ed il Pontano, che era non solamente uno dei pi grandi eruditi del secolo, ma anche un accortissimo diplomatico. Egli fu il principale ministro di Ferrante, conduceva le relazioni cogli Stati italiani, scriveva i dispacci diplomatici, concludeva i trattati. Francesco Coppola conte di Sarno, ricchissimo e potente, dirigeva l'amministrazione e le operazioni commerciali per trovare danari, senza alcun rispetto umano o divino. Ma questi abili ministri non erano che strumenti della falsa politica d'un tiranno accorto e d'ingegno, il quale trattava il popolo e lo Stato come una tenuta, da cui voleva, durante la sua vita, cavare pi danaro che poteva, lasciando ai posteri la cura del poi. A ci s'aggiungeva che il Duca di Calabria, Alfonso, pi crudele, superbo e tiranno del padre, senza averne l'ingegno n il coraggio, disgustava chiunque lo avvicinava. Quando i Turchi, che avevano occupato Otranto, si ritirarono per la morte di Maometto II, parve al volgo che fuggissero dinanzi alle armi d'Alfonso, e ci lo rese pi superbo ed insopportabile che mai, in modo che lo stesso Antonello Petrucci ed il conte di Sarno, disgustatissimi del presente, e temendo pi ancora dell'avvenire, pel carattere di colui che sarebbe successo al trono, si gettarono a capo degli scontenti, decisi a tentare la rivolta. Papa Innocenzo soffi nel fuoco, e ne venne la congiura dei baroni, la quale mise in fiamme il Reame, e minacci di portare una guerra generale in Italia (1485). Ma Ferrante seppe, colla sua astuzia e col suo coraggio, sedare anche questa tempesta; concluse la pace e fece poi le sue vendette.
Questa politica era tale da poter riuscire solamente finch si trattava di domare un regno esausto e disordinato, esaurendolo ancora di pi. Quando invece fosse sorto un pericolo esterno, essa non poteva pi trovarsi in grado di riparare. Ed un tale pericolo allora appunto era vicino, perch Carlo VIII di Francia s'apparecchiava a quella funesta impresa, che doveva ricominciare le invasioni straniere nella Penisola. Ferrante, gi vecchio, se ne avvide subito, ed annunzi le vicine calamit a tutti i principi d'Italia, pregandoli d'unirsi a difesa comune. Le lettere che scrisse allora hanno un accento di dolore, un'eloquenza passionata che sembra sollevare e nobilitare il suo animo, e dimostrano un acume politico, che par quasi profetico.(35) Egli ora prevedeva e descriveva mirabilmente tutte le sventure che s'apparecchiavano alla patria ed a quei principi che, come lui accecati dalla propria furberia, avevano reso inevitabile la comune sciagura. Ma era troppo tardi. L'Italia non poteva pi salvarsi dall'abisso in cui cominciava a rovinare; Ferrante doveva morire colla coscienza torturata dinanzi alla caduta del suo regno e della sua dinastia, gi visibile quando egli chiudeva gli occhi (25 gennaio 1494).
Tutto il lungo dramma che abbiamo esaminato,  un apparecchio alla generale catastrofe che s'avvicina. E se dai pi grossi Stati, in cui  divisa la Penisola, ci volgessimo ai minori, troveremmo a Ferrara, Faenza, Rimini, Urbino, dappertutto la stessa serie di delitti, la stessa corruzione. I piccoli principi, anzi, essendo pi deboli e fra maggiori pericoli, commettevano spesso pi numerose e crudeli violenze, per salvare il minacciato potere. Non tralasciavano per neppur essi di promuovere la cultura delle lettere, delle arti, d'ogni pi squisita gentilezza del vivere civile, rendendo sempre pi evidente quel singolare contrasto, che  uno dei caratteri propri del Rinascimento italiano, e forma per noi una delle difficolt principali a ben comprenderlo.
Non pochi scrittori italiani, animati da un patriottismo che non  sempre guida sicura nel giudicare i fatti della storia, vollero dimostrare che la condizione politica e sociale dell'Italia nel secolo XV era simile a quella di tutta l'Europa, e non ha perci nulla che possa maravigliarci. Luigi XI, si disse, fu un mostro crudele, autore dei pi fraudolenti intrighi; i venefic di Riccardo III non sono ignoti; Ferdinando il Cattolico si vantava di avere pi di dieci volte ingannato Luigi XII; il gran capitano Consalvo era un famoso spergiuro, ecc.(36) Pur troppo i grandi Stati s'andavano formando in Europa, distruggendo coll'inganno e con la violenza i governi e le istituzioni locali. In tali condizioni di guerra i pi neri delitti, le pi atroci vendette avevano luogo dappertutto; e se nella barbarie del Medio Evo ci sembrano fatti quasi naturali, in mezzo alla cultura rinascente per ogni dove, ci appaiono enormi ed inescusabili. Ma pi inescusabili assai appaiono in Italia, dove tanto maggiore era la cultura, e quindi pi visibile la contradizione che ci presenta questa mescolanza di civilt e di barbarie, riunite in un medesimo secolo. N si deve dimenticare che i principi come Luigi XI e Ferdinando il Cattolico compierono pure, nonostante i loro delitti, un'opera nazionale, facendo della Francia e della Spagna due grandi e potenti Stati, quando i nostri mille tiranni mantennero sempre divisa la patria coll'unico scopo personale di restare sui loro deboli troni. E se la iniqua politica del secolo XV riusc triste da per tutto, essa venne pure iniziata in Italia, che ne fu maestra alle altre nazioni; e fra di noi il numero di coloro che vi presero parte fu anche infinitamente maggiore che altrove. Ad ogni pi sospinto s'incontravano tiranni, capi di parte, cospiratori, politici, diplomatici; ogni Italiano pareva anzi un politico ed un diplomatico nato. Cos la corruzione ebbe modo di diffondersi assai pi che altrove, penetrando largamente dal governo nella societ. E questa politica italiana, che mise in moto tante e cos prodigiose forze intellettuali, e produsse una s grande variet di caratteri, fin poi col fabbricar solamente sull'arena.
Certo, discendendo assai basso negli ordini sociali, si trovano sempre saldi i vincoli della famiglia, ancora intatti i costumi antichi, un'assai migliore atmosfera morale. E quando usciamo da quelle regioni in cui, come a Napoli, a Roma, nelle Romagne, una serie continua di rivoluzioni aveva disordinato e sovvertito ogni cosa, noi troviamo in Toscana, nel Veneto, altrove, un popolo pi civile, pi mite, pi culto assai che nel resto d'Europa, ed un assai minor numero di delitti comuni. Di questo gli storici, specialmente gli stranieri, non tennero conto; e giudicando tutta la nazione dagli ordini superiori della societ, che erano i pi corrotti, furono indotti in errore nel giudicare le condizioni morali dell'Italia, la quale sarebbe caduta assai pi basso e non avrebbe potuto sopravvivere a s stessa, se fosse stata veramente quale essi la descrissero. Ma non si pu negare che nella Francia, nella Spagna, nella Germania, appunto perch la vita politica era serbata a pochi, la corruzione che ne seguiva era assai meno diffusa; e vi erano pur sempre istituzioni e tradizioni ancora salde, opinioni non soggette a discussione, autorit rispettate. Questo creava naturalmente una forza ed una moralit pubblica, che mancava fra noi, dove tutto era sottomesso alla pi minuta analisi dall'irrequieto spirito italiano, che cercava gli elementi d'un mondo nuovo, distruggendo quello in cui si trovava. Gli ambasciatori veneti e fiorentini, quando vanno alla corte di Carlo VIII o di Luigi XII, sembrano ridere di tutto. Trovano il principe senza ingegno, i diplomatici rozzi, l'amministrazione confusa, le faccende abbandonate al caso; ma sono maravigliati ancora nel vedere l'autorit immensa che gode il re: quando egli si muove, essi dicono, tutti lo seguono e l'obbediscono. E questo formava la grande forza del paese. Il Guicciardini, nei suoi dispacci dalla Spagna, dimostrava chiaro di odiare e disprezzare quella nazione; pure non si poteva astenere dal notare che gl'interessi personali di Ferdinando il Cattolico, trovandosi d'accordo con l'interesse generale del paese, la politica di quel re traeva da ci una forza ed un valore grandissimi. I costumi della Germania e della Svizzera sembravano al Machiavelli simili a quelli degli antichi Romani, ch'egli tanto ammirava. Se il disordine e la corruzione morale delle altre nazioni fossero stati in tutto identici a quelli in cui si trovava l'Italia, come si spiegherebbero questi giudiz d'uomini pure assai competenti? Come si spiegherebbe che l'Italia decadeva gi prima d'essere invasa dagli stranieri, quando le altre nazioni sorgevano a nuova vita? Ma bisogna, come abbiamo gi detto, guardarsi dall'esagerare, perch altrimenti resterebbe inesplicabile ancora la grande vitalit che pur ebbe la nazione italiana, e pi di tutto il suo meraviglioso progresso nelle arti e nelle lettere. Di questo passiamo ora a dare un cenno.



III.

LETTERATURA

1. - IL PETRARCA E L'ERUDIZIONE.(37)

Fra Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-74) non passa una gran distanza di tempo; ma chi studia la vita e gli scritti loro crederebbe quasi che essi appartengano a due secoli diversi. Dante apre colle sue opere immortali un'ra novella; resta per sempre con un piede nel Medio Evo. Egli si  fatta "parte per s stesso," ed ha un supremo disdegno per la compagnia "malvagia e scempia" che lo circonda;(38) ma  anche un partigiano fierissimo, che lotta tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini; impugna la spada a Campaldino. L'Impero che vagheggia ed invoca  sempre l'Impero medievale, che egli difende con ragioni prese parte dalla scolastica, che penetra anche nel suo divino poema, in parte per ispirate ad un senso quasi profetico dell'avvenire. La sua anima  piena di fede religiosa e d'energia morale; la sua immagine ci apparisce come scolpita dalla mano di Michelangelo, in mezzo al tumulto delle passioni del secolo contro cui combatte, ma dal quale non  ancora uscito del tutto.
Il Petrarca invece fa parte d'un altro mondo, e quando si pensa che con lui s'inizia un periodo affatto nuovo dello spirito e della cultura nazionale, riesce assai difficile comprendere, come mai in s breve periodo di tempo, l'Italia abbia potuto tanto e cos rapidamente mutare. D'un carattere pi debole, d'un genio poetico meno originale, e, sebbene vesta l'abito ecclesiastico e goda parecchi benefiz, d'una fede religiosa assai pi fiacca, egli non  n guelfo, n ghibellino; disprezza la scolastica; sente che la letteratura diviene una nuova potenza nel mondo, che egli deve tutta la sua forza al proprio ingegno e valore letterario; ha quasi dimenticato il Medio Evo, e si presenta a noi come il primo uomo moderno. Singolare  per il vedere come tutto questo s'unisca in lui ad un amore, quasi ad un fanatismo per gli scrittori latini, che studi ed imit in tutta la sua vita, non sapendo immaginare n desiderare nulla di meglio, che far rinascere la loro cultura, le loro idee. Spiegare come in questo sforzo costante e continuo per tornare all'antico, si scoprisse invece un mondo nuovo, , noi lo abbiamo gi notato, il problema che deve risolvere lo storico della erudizione del secolo XV. Questo singolare fenomeno assai pi chiaramente che in altri si pu osservare nel Petrarca, perch in lui trovasi come in germe tutto il secolo che segue, e i molti eruditi che gli succedono sembrano non fare altro che prendere, ciascuno per s, una parte sola del molteplice lavoro che egli abbracci nel suo insieme, se facciamo eccezione dello studio del greco, che egli pot solo promuovere co' suoi consigli.
Fin dai primi anni il Petrarca abbandon la legge e la scolastica per Cicerone e Virgilio; percorse il mondo; scrisse agli amici per avere antichi codici, di cui form una preziosa raccolta. Ne copi di sua mano; cerc autori sconosciuti o dimenticati, sopra tutto opere di Cicerone, che era il suo idolo, e di lui scopr due orazioni a Liegi, le lettere familiari a Verona.(39) Questo fu un vero avvenimento letterario, perch la facile ed alquanto pomposa eloquenza di Cicerone divenne il modello costante del Petrarca e degli eruditi, come le sue epistole furono il componimento letterario pi diffuso, pi ammirato, imitato tra loro, che ne scrissero un gran numero. Quelle del Petrarca incominciano la lunga serie, formano la sua migliore biografia, sono un monumento di grandissima importanza storica e letteraria. Ne scrisse agli amici, ai principi, ai posteri, ai grandi scrittori dell'antichit. In esse v' luogo per ogni affetto, per ogni pensiero, e l'autore si esercita, sotto la fida scorta di Cicerone, in ogni stile letterario. Da un lato v'entrano la storia, l'archeologia, la filosofia, e formano cos come un manuale enciclopedico, adattatissimo a raccogliere e diffondere una cultura nuova, che, incominciata appena, non  capace ancora d'una pi scientifica trattazione. Da un altro lato l'autore pu manifestare in esse tutto il proprio spirito, dare libero corso ai suoi affetti, descrivere popoli e principi, caratteri e paesi diversi. L'erudito e l'osservatore del mondo reale si trovano in esse uniti; anzi noi vediamo come il secondo nasca del primo, e come l'antichit, conducendo per mano l'uomo del Medio Evo, lo guidi dal misticismo alla realt, dalla Citt di Dio a quella degli uomini, e gli faccia acquistare la indipendenza del proprio spirito.
Se guardiamo alla forma di queste epistole del Petrarca, troviamo che il suo latino non manca d'ineleganze, n di errori; nessuno oserebbe metterlo accanto a quello dei classici;  inferiore anche a quello che usarono pi tardi il Poliziano, il Fracastoro, il Sannazzaro. Bisogna paragonarlo con quello del Medio Evo, per vedere l'immenso cammino che ha fatto, e come esso superi di gran lunga anche il latino di Dante. Ma il merito principale del Petrarca non sta tanto in questa nuova eleganza classica, quanto nell'essere egli il primo che scriva di tutto liberamente, come un uomo che parli una lingua vivente. Egli ha gettato dietro di s le grucce della scolastica, e dimostra come si possa camminare speditamente, senza appoggiarsi. Inorgoglito di ci, fa qualche volta abuso della sua facilit, e cade in artifiz nei quali sembra voler dar prova di agilit e di forza, o s'abbandona, osserva giustamente il Voigt, al bisogno di chiacchierare, come un fanciullo, il quale, avendo scoperto che pu colla voce esprimere i suoi pensieri, parla anche quando non ha nulla da dire. Qualche volta si vede in lui apparire anche un primo germe di ci che fu chiamato il Secentismo del Quattrocento. Il Petrarca, in sostanza, ha spezzato la rete medievale, in cui trovavasi allora incatenata l'intelligenza, ed ha col suo nuovo stile trovato il modo di parlar d'ogni cosa, manifestando chiaramente, spontaneamente tutto s stesso.
Nel leggere le sue epistole, assai spesso ci reca maraviglia il vedere quanto era ardente in lui un amore quasi pagano della gloria. Pare qualche volta che esso sia il movente principale delle sue azioni, lo scopo della vita, e che si sostituisca al vero ideale cristiano. Dante s'era gi fatto insegnare da Brunetto Latini come l'uom s'eterni; ma se nell'Inferno del suo poema i dannati si curano molto della loro fama nel mondo, ci segue assai meno nel Purgatorio, dove Oderisi da Gubbio  condannato "per lo gran desio dell'eccellenza," e scomparisce affatto nel Paradiso, in cui la terra  quasi dimenticata. Il Medio Evo cercava l'eternit in un altro mondo, il Rinascimento la cercava in questo, ed il Petrarca era gi entrato nel nuovo ordine d'idee. La gloria, secondo lui, ispira l'eloquenza, le imprese magnanime, la virt; ed egli non si stanca mai di cercarla, non ne  mai sazio, sebbene nessun uomo ne ottenesse in vita quanta ne ebbe lui. I Signori della repubblica fiorentina gli scrivevano "ossequenti e riverenti," come ad un uomo, di cui "n i passati videro, n i posteri vedranno mai l'uguale."(40) Papi, cardinali, principi e re si tenevano onorati d'accoglierlo in casa.(41) Un vecchio cieco, cadente, viaggi tutta l'Italia, appoggiato a suo figlio e ad un suo discepolo, per abbracciare le ginocchia dell'uomo immortale, baciare la fronte che aveva pensato cose tanto sublimi; ed il Petrarca ci racconta tutto ci con soddisfazione.(42) Il giorno che ricevette la corona poetica in Campidoglio (8 aprile 1341) fu il pi solenne, il pi felice della sua vita: non per me, egli dice, ma per eccitare altri alla virt. Questo sentimento diviene qualche volta come il demone del Rinascimento. Cola di Rienzo, Stefano Porcari, Girolamo Olgiati e tanti altri furono mossi, meno da un vero amore della libert, che dal desiderio d'emulare Bruto. Vicini al patibolo, non era pi la fede in un altro mondo, ma solo la speranza della gloria in questo, ci che dava loro animo ad affrontare la morte. Ed il Machiavelli esprime il pensiero del suo secolo, quando dice che gli uomini se non possono aver la gloria con opere lodevoli, la cercano con opere vituperevoli, pur che sopravviva la propria fama.(43) Quanto  diverso questo stato d'animo da quello del Medio Evo, e con quale straordinaria rapidit questo mutamento  avvenuto!
Tutto spinge il Petrarca, che trascina con s i contemporanei ed i posteri, verso il mondo reale; egli ha un grandissimo bisogno di viaggiare, per vedere e descrivere: multa videndi amor ac studium.(44) Corre a Parigi, per riscontrare se son vere le maraviglie che si raccontano di quella citt; a Napoli si pone a visitare minutamente gl'incantevoli dintorni della citt con l'Eneide in mano, per guida; cerca i laghi d'Averno, d'Acheronte, di Lucrino, la grotta della Sibilla, Baia, Pozzuoli, e descrive tutto minutamente, rapito ad un tempo dalla bellezza della natura e dalle classiche memorie.(45) Virgilio era stato la guida di Dante nei tre regni dell'altro mondo, Virgilio  in questo la guida del Petrarca allo studio della natura. Una spaventosa tempesta scoppia di notte nel golfo di Napoli, ed egli salta dal letto; percorre la citt; va alla marina; guarda i naufraghi; osserva il mare, il cielo, tutti i fenomeni: entra nelle chiese dove si prega, e scrive poi una lettera divenuta celebre.(46) Tutto ci non ha pi alcuna novit per noi, che siamo nati nel realismo moderno; ma bisogna ricordarsi che il Petrarca era primo ad abbandonare il misticismo del Medio Evo. Il singolare  che, per uscirne, si avvolgeva nella toga romana. Dante,  ben vero, ha qualche volta con tocchi maravigliosi descritto la natura; ma sono paragoni o sono accessor che servono a mettere in rilievo le sue idee, i suoi personaggi; nel Petrarca, per la prima volta, la natura acquista un proprio valore, come nei quadri dei Quattrocentisti. Nelle sue descrizioni di caratteri v' un realismo che ricorda i ritratti che fecero pi tardi Masaccio, il Lippi e Mino da Fiesole; anch'egli disegna e colorisce il vero qual', solo perch vero, senza altro scopo. Sente d'una certa Maria di Pozzuoli, donna di straordinaria forza, che vive sempre nelle armi, combattendo una guerra ereditaria, e fa una gita per vederla, parlarle e descriverla.(47) Vivissima  la descrizione dell'osceno disordine in cui era caduta la corte di Giovanna I, e del dominio che vi esercitava il francescano Roberto d'Ungheria. "Piccolo, calvo, rubicondo, colle gambe gonfie, marcio pei viz, curvo sul suo bastone per ipocrisia e non per vecchiezza, avvolto in un lurido saio, che lascia scoperta met della persona, per far pompa d'una mentita povert, percorre silenzioso la reggia in aria di comando, sprezzando tutti, calpestando la giustizia, contaminando ogni cosa. Quasi nuovo Tifi o Palinuro, egli regge in mezzo alla tempesta il timone di questa nave che dovr presto affondare."(48) Altrove ci viene dinanzi, con una singolare evidenza, il fiero aspetto di Stefano Colonna, dicendo che, "sebbene la vecchiezza abbia raffreddato l'animo nel suo feroce petto, pure, cercando la pace, egli trova sempre la guerra, perch deciso piuttosto a scendere nella tomba combattendo, che piegare l'indomito suo capo.(49) Questi profili evidenti e parlanti, si presentano fra continue citazioni classiche; son come esseri viventi in mezzo a rottami dell'antichit, ed acquistano pel contrasto maggiore evidenza; ci fanno vedere, toccare con mano, come un nuovo mondo vada sorgendo insieme al rinascimento dell'antichit.
Se poi nel Petrarca cerchiamo non il letterato, ma l'uomo, allora troviamo che, per quanto egli fosse buono ed ammiratore sincero della virt, v'era gi in lui quella fiacca mutabilit di carattere, quella eccitabile vanit, quel dare alle parole quasi l'importanza stessa che ai fatti ed alle azioni, che form pi tardi l'indole generale degli eruditi nel secolo XV. Egli  uno di coloro che pi hanno esaltato l'amicizia, a tutti prodigando tesori d'affetto nelle sue epistole; ma non sarebbe molto facile trovare nella sua vita esemp d'un'amicizia ideale e profonda come quella, per esempio, che trasparisce dalle parole di Dante per Guido Cavalcanti. Gran parte di quelle effusioni s'esauriva nell'esercizio letterario cui davano luogo. Si potrebbe dire che a ci contradica la passione costante che il Petrarca ebbe per madonna Laura, la quale gl'ispir quei versi immortali che egli disprezz troppo, ma che pur formarono la sua gloria maggiore. Certo nel Canzoniere si trova la pi vera, la pi fine analisi del cuore umano; una lingua in cui i pensieri traspariscono come in purissimo cristallo, libera da ogni forma antiquata, pi moderna della lingua stessa di molti scrittori del Cinquecento. Certo non pu dubitarsi d'una passione vera e sincera; ma questo canonico che annunzia il suo amore ai quattro venti, che per ogni sospiro pubblica un sonetto, che fa sapere a tutti come egli sia disperato se la sua Laura non lo guarda, e intanto fa all'amore con un'altra donna, per la quale non scrive sonetti, ma da cui ha figli, a chi far credere che la sua passione sia nel fatto qual'egli la descrive, eterna, purissima e sola dominatrice del suo pensiero?(50) Ed anche qui sorge dinanzi a noi, e risplende di nuovo la nobile immagine di Dante, che si nascondeva, per tema che altri s'accorgesse del suo amore, e scriveva solo quando la passione, divenuta pi forte di lui, erompeva dal suo petto, sotto forma di poesia immortale. La Beatrice di Dante  ancora avvolta in un velo aereo di misticismo, e finisce col trasfigurarsi nella teologia, allontanandosi da noi; la Laura del Petrarca, invece,  sempre una donna vera e reale, di carne e d'ossa, che vediamo vicino a noi, che affascina col suo sguardo voluttuoso il poeta, il quale, anche nel suo maggiore esaltamento, resta sulla terra. Una terra dalla quale, il divino dovr fra poco essere inesorabilmente escluso.
Nella condotta politica si vede assai chiara la mutabilit, per non dir peggio, del Petrarca. Amico dei Colonna, ai quali diceva di dover tutto, "la fortuna, il corpo, l'anima;"(51) amato da essi come figlio, accolto come fratello, li colm sempre delle lodi pi esaltate, abbandonandoli poi nel momento del pericolo. Quando infatti Cola di Rienzo cominci in Roma lo sterminio di quella famiglia, il Petrarca, che era pieno d'una sconfinata ammirazione letteraria pel classico tribuno, lo incoraggi a continuare nella distruzione dei nobili: "Verso di essi ogni severit  pia, ogni misericordia inumana. Inseguili con le armi in mano, quando anche tu dovessi raggiungerli nell'inferno."(52) Ma ci non gli impediva di scrivere, quasi nello stesso tempo, pompose lettere di condoglianza al cardinale Colonna: "Se la casa ha perduto alcune colonne, che monta? Resta sempre con te un saldo fondamento. Giulio Cesare era solo e bast."(53) Pi tardi i Colonna furono per lui di nuovo Massimi e Metelli;(54) ma non cess tuttavia di rimproverare al tribuno la sua debolezza, per non essersi disfatto dei nemici quando poteva.(55)  ben vero che si scusava dicendo, che egli non mancava di riconoscenza; sed carior Respublica, carior Roma, carior Italia.(56) Chi gl'impediva per di tacere? E questo repubblicano cos ardente ammiratore del terzo Bruto, "che riunisce in s, e supera la gloria dei due precedenti,"(57) poco dopo invitava l'imperatore Carlo IV a venire in Italia, "la quale invoca il suo sposo, il suo liberatore, e non vede l'ora che l'orma de' tuoi piedi si stampi su di essa."(58) Non molto prima aveva esaltato anche Roberto di Napoli, dichiarando che la monarchia era l'unico mezzo per salvare l'Italia.(59)  noto poi quanti rimproveri facesse ai Papi, perch avevano abbandonato Roma, che senza di essi non poteva vivere. Eppure il nostro giudizio viene assai temperato, quando vediamo che egli non s'accorgeva punto di queste contradizioni, perch in sostanza tutti questi discorsi erano pi che altro un esercizio letterario, non gi l'espressione d'una vera e profonda passione politica, che volesse manifestarsi in atto. Dato il soggetto, la penna correva rapidissima dietro le traccie di Cicerone, seguendo l'armoniosa cadenza del periodo. Ma, e qui ricomparisce di nuovo la grande originalit del Petrarca, che parli di repubblica, di monarchia o d'impero, non  pi fiorentino, ma italiano. L'Italia che egli vagheggia, si confonde,  vero, sempre col concetto dell'antica Roma, che vorrebbe ripristinare; ma in tutto questo suo sogno erudito, egli  il primo a vedere l'unit dello Stato e della patria. L'Italia di Dante  ancora medievale; quella del Petrarca, quantunque s'avvolga maestosamente nella toga degli Scipioni e dei Gracchi,  finalmente un'Italia unita e moderna. Cos qui, come da per tutto, noi vediamo che il nostro autore, anche in ci vero rappresentante del suo tempo, volendo tornare al passato, s'apre una via nuova all'avvenire. Veste sempre all'antica, alla romana, ma  sempre moderno. Non dobbiamo per mai dimenticare che la sorgente prima della sua ispirazione  letteraria, altrimenti cadremo in continui errori ed in giudiz fallaci.
Il Petrarca assale fieramente la giurisprudenza, la medicina, la filosofia, tutte le scienze del suo tempo, perch non dnno mai quel che promettono, e tengono invece la mente inceppata tra mille sofismi. I suoi scritti sono spesso rivolti contro la scolastica, l'alchimia, l'astrologia, ed egli  ancora il primo che osi apertamente rivolgersi contro l'illimitata autorit di Aristotele, l'idolo del Medio Evo. Tutto ci fa un grandissimo onore al buon senso, che lo sollev al disopra dei pregiudiz del suo secolo. Ma s'ingannerebbe a partito chi volesse per ci trovare in lui un ardito novatore scientifico. Il Petrarca non combatte in nome d'un principio o d'un metodo nuovo, ma in nome della bella forma e della vera eloquenza, che non ritrova nei cultori di quelle discipline, come non la ritrova nell'Aristotele mal tradotto e raffazzonato del suo tempo. La scolastica ed il suo barbaro linguaggio s'erano immedesimati con tutto lo scibile del Medio Evo, ed era questo barbaro linguaggio che il Petrarca combatteva in tutto lo scibile. Il Rinascimento italiano  una rivoluzione prodotta nello spirito umano e nella cultura dallo studio della bella forma, ispirata dai classici antichi. Questa rivoluzione, con tutti quanti i pericoli che doveva recare il cominciar dalla forma per arrivar poi alla sostanza, si manifesta la prima volta chiara e ben definita nel Petrarca erudito, che perci fu a ragione chiamato da alcuni, non solo il precursore, ma il profeta del secolo seguente.


2. - GLI ERUDITI IN FIRENZE.(60)

L'opera iniziata dal Petrarca trov subito in Firenze un grandissimo numero di seguaci, e di qui si diffuse rapidamente in tutta Italia. A Firenze, per, essa era il portato naturale delle condizioni politiche e sociali di quel popolo, in mezzo a cui anche i dotti d'altre provincie venivano ad istruirsi, a perfezionarsi, e v'acquistavano come una seconda cittadinanza. Nelle nostre antiche storie letterarie, che spesso si occupano troppo di aneddoti biografici e di fatti esteriori, si presentano alla rinfusa i nomi di questi eruditi, che sembrano essere tutti uomini sommi, avere la stessa fisonomia ed il medesimo merito, mirare a un identico scopo. Ma a noi importa conoscere solo quelli, cui si pu attribuire una vera originalit in mezzo al lavoro febbrile che migliaia di altri, i quali gi sono caduti o meritano di cadere in oblio, ripetevano meccanicamente. Il nostro scopo non  di dare un catalogo esatto dei dotti e dei loro scritti, ma di studiare la trasformazione letteraria ed intellettuale, che per opera loro si compi in Italia.
I primi eruditi che si presentano sono amici, discepoli o copisti del Petrarca. Il Boccaccio fu dei pi operosi nel secondarlo, raccolse molti codici, ammir i classici latini e li imit, promosse lo studio del greco, che fu dei primi a conoscere. Con tutto ci l'opera sua, come erudito, manca di una vera originalit. I suoi scritti latini sulla Genealogia degli Dei; sulle Donne illustri; sui Nomi dei Monti, delle Selve, dei Laghi, ecc., sono pi che altro, una vasta raccolta di antichi frammenti, senza grande valore filologico o filosofico. Ma lo spirito dell'antichit  penetrato in lui per modo, che si manifesta in tutte le sue opere, anche nelle italiane. La sua prosa volgare, infatti, se ne risente per la soverchia imitazione del periodo ciceroniano, e sembra annunziare anch'essa che il trionfo del latino sar fra poco universale.
Dopo che due uomini come il Petrarca ed il Boccaccio s'erano messi per questa via, Firenze sembr subito divenire come una grande officina d'eruditi. Discussioni e riunioni di dotti si facevano dappertutto, nei palazzi, nei conventi, nelle ville,(61) fra i ricchi, fra i mercanti, fra gli uomini di Stato: si scriveva; si viaggiava; si mandavano messi per cercare, comprare o copiare codici antichi. Tutto ci non costituiva ancora un lavoro originale; ma pure si raccoglievano grandi materiali, e s'apparecchiavano i mezzi necessar ad una vera rivoluzione nel campo delle lettere. L'importanza di questa attivit non stava finora nei risultati immediati che si ottenevano; ma nell'energia e nelle forze che s'adoperavano e svolgevano per ottenerli. La citt delle associazioni d'arti e mestieri era divenuta la citt delle associazioni di letterati.
La prima di queste riunioni si form nel convento di Santo Spirito, intorno a Luigi Marsigli o Marsili, agostiniano e dottore in teologia, che visse nella seconda met del secolo XIV. Stato gi amico del Petrarca, egli era uomo di mediocre ingegno; ma univa ad una grande ammirazione per gli antichi, una straordinaria memoria, il che lo rendeva adattissimo al conversare erudito: per lungo tempo i dotti fiorentini ricordarono nelle loro lettere il profitto cavato da quelle discussioni. Il Comento fatto dal Marsigli sulla canzone del Petrarca all'Italia, dimostra che egli non s'era ancora separato affatto dalla letteratura del Trecento.(62) I due pi noti frequentatori della sua cella, Coluccio Salutati(63) e Niccolo Niccoli,(64) erano per entrati addirittura nella nuova via.
Il Salutati, nato in Val di Nievole l'anno 1331, fu anch'egli amico ed ammiratore del Petrarca; grande promotore dell'erudizione e grande raccoglitore di codici; autore di orazioni, dissertazioni, trattati latini in gran numero, pei quali venne a titolo d'onore, chiamato da Filippo Villani vera "scimmia di Cicerone." Ma il suo stile poco semplice e non sempre corretto, la confusa erudizione non lo avrebbero fatto passare alla posterit, se le qualit morali non avessero dato anche alla sua opera letteraria una impronta originale. Di un carattere esemplare, amante della libert, fu nel 1375 eletto segretario della Repubblica, che serv con fede ed ardore grandissimi sino alla morte. Animato dall'amore della patria e delle lettere, liber lo stile della cancelleria fiorentina da tutte le forme scolastiche, sforzandosi di renderlo classico, ciceroniano, e fu cos il primo che si provasse a scrivere le lettere diplomatiche e di affari come opere d'arte, ottenendo a' suoi tempi un successo grandissimo. Si narra che Galeazzo Maria Visconti dicesse di temere pi una lettera del Salutati, che mille cavalieri fiorentini; certo  in ogni modo, che quando la Repubblica fu in guerra col Papa, le lettere scritte dal Salutati, il quale col suo stile magniloquente evocava le antiche memorie di Roma, contribuirono assai a far sollevare in nome della libert molte terre della Chiesa. L'entusiasmo che destavano allora nell'animo degl'Italiani i nomi, le reminiscenze, le forme classiche era davvero singolare.
Ma l'opera del Salutati ebbe anche per l'avvenire conseguenze notevoli. L'aver messo la letteratura a servigio della politica contribu molto a dare alla prima una importanza sempre maggiore, e ad affrettare quella radicale trasformazione della seconda, che ben presto doveva manifestarsi in Firenze. Alle convenzioni e formole antiche s'and sostituendo una forma sempre pi vera e precisa, la quale, come aveva forzato i letterati a passare dal misticismo alla realt, cos esercit la sua azione anche sulla condotta degli uomini di Stato, e li indusse a trattar gli affari pigliando norma dalla natura delle cose, a dominare principi e popoli studiandone le passioni, senza lasciarsi vincolare da pregiudizi o tradizioni. In questo modo s'arriv finalmente alla scienza politica del Machiavelli e del Guicciardini, che dovette alla erudizione pi d'uno de' suoi maggiori pregi e difetti. L'uso ed abuso della eloquenza, della logica e della sottigliezza, per ottenere i propr fini politici, condotto sino alla furbera ed all'inganno, incominci ben presto a divenire generale. Il Salutati rest per sempre d'animo sincero ed aperto.(65)
Sino all'ultimo giorno della sua vita egli continu a studiare, ed a promuovere nella giovent l'amore dei classici.(66) Aveva 65 anni, quando la voce corsa che Emanuele Crisolora di Costantinopoli sarebbe venuto in Firenze ad insegnare il greco, lo mise fuori di s per la gioia, e parve ringiovanirlo. Nel 1406 mor in et di 76 anni, e fu sepolto in Duomo con solenni esequie, dopo che la sua vita venne celebrata in un discorso latino, alla fine del quale sul suo cadavere fu messa la corona poetica. D'allora in poi la Repubblica elesse a suoi segretar quasi sempre uomini celebrati nelle lettere. La lunga serie, incominciata col Salutati, continu fino a Marcello Virgilio, al Machiavelli, al Giannotti,(67) e l'esempio venne imitato anche nelle altre citt italiane.
Niccol Niccoli ebbe al suo tempo una gran fama, sebbene non fosse punto uno scrittore, ma un semplice raccoglitore intelligente di codici, i quali spesso copiava e correggeva di sua mano. Le cure che spese e i sacrifiz che fece per gli stud classici furono infiniti. Le sue ricerche di codici s'estesero in Oriente ed in Occidente, per mezzo di lettere e commissioni date a chiunque partiva da Firenze, o risiedeva per affari lungi dalla patria. Parco nel vivere, spese tutta la sua fortuna, caricandosi poi anche di debiti, per acquistar codici. La sua attivit, la sua perizia eran tali, che da ogni parte si ricorreva a lui per aver notizia di antichi manoscritti; ed a lui devesi, in gran parte, se Firenze divenne allora il gran centro librario del mondo; se pot avere librai intelligenti come Vespasiano da Bisticci, che fu pure il biografo di tutti gli eruditi del suo tempo. Infaticabile si dimostr il Niccoli anche nel chiamare a Firenze i dotti pi reputati d'Italia, perch venissero adoperati nello Studio o altrove. Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, il Traversari, il Crisolora, il Guarino, il Filelfo, l'Aurispa furono per opera sua invitati. Essendo per molto irritabile, la sua amicizia si mutava facilmente in avversione, ed allora egli perseguitava coloro che aveva protetti, e le sue persecuzioni, pel favore che godeva appo i Medici, erano molto pericolose. A lui ed a Palla Strozzi devesi la riforma dello Studio fiorentino, in cui promossero l'insegnamento del greco. Era cos invasato dall'amore degli stud, che, quasi fosse un missionario religioso, fermava per via i ricchi giovani di Firenze, esortandoli a darsi alla virt, cio alle lettere latine e greche. Piero de' Pazzi che viveva solamente, come egli diceva, per "darsi bel tempo," fu uno appunto dei convertiti alla nuova vita dell'erudito.(68)
La casa del Niccoli era un museo ed una biblioteca classica; egli stesso pareva una enciclopedia bibliografica vivente. Aveva raccolto 800 codici, valutati 6000 fiorini.(69) N deve oggi esser molto difficile immaginarsi la straordinaria importanza che aveva per gli stud una buona biblioteca, in un tempo nel quale la stampa non era trovata, ed il prezzo d'un codice superava assai spesso le forze degli studiosi, oltre di che non sempre si sapeva dove cercarlo. In tali condizioni, essendo la biblioteca del Niccoli liberamente aperta ad ognuno, tutti accorrevano da lui a studiare, a riscontrare, a copiare, a chiedere aiuti e consigli non mai negati. Circondato d'oggetti greci o romani anche nella sua parca mensa, "a vederlo cos antico," dice Vespasiano, "era una gentilezza." Le puerilit del suo carattere, e gli scandali alquanto ridicoli della sua vita privata, a causa d'una serva che lo dominava, furono dimenticati per l'ammirazione che destava in tutti il suo zelo sincero, costante e disinteressato per le lettere. Morendo nel 1437, in et di 73 anni, l'unico pensiero che ebbe fu quello d'assicurare al pubblico l'uso de' suoi libri, che infatti formarono la prima pubblica biblioteca in Europa, merc le cure de' suoi esecutori testamentar, e la munificenza di Cosimo de' Medici, che rinunzi al credito che aveva di 500 fiorini, pag altri debiti del Niccoli, e, ritenendo per s una parte dei codici, ne pose in San Marco, ad uso del pubblico, quattrocento i quali aument poi a sue spese.(70)
Una terza riunione di dotti tenevasi nel convento degli Angioli, dove era Ambrogio Traversari, nato in Portico di Romagna l'anno 1386, e nominato generale dei Camaldolesi nel 1431. Uomo accorto ed ambizioso, amicissimo dei Medici, che insieme col Niccoli, col Marsuppini, col Bruni ed altri non pochi frequentavano la sua cella, aveva un gran tatto per conservare le amicizie anche dei pi permalosi, e per tener viva la discussione, ma ben poca originalit letteraria. Fece traduzioni dal greco; scrisse un'opera intitolata Hodaeporicon, in cui si trovano varie notizie letterarie e le descrizioni de' suoi viaggi; ma le Epistolae sono l'opera sua principale, perch le molte relazioni che ebbe con i dotti del suo tempo, ne fanno un monumento importante per la storia di quel secolo. Tutto questo per non basta a giustificare la gran fama che ebbe allora, la quale si mantenne viva anche pi tardi, perch il Mehus, pubblicandone le Epistolae, cerc, nella prefazione e nella biografia che le precede, di raccogliere intorno a lui la storia letteraria di quel secolo.
Infinito sarebbe il numero delle riunioni di dotti, se volessimo ricordarle tutte; in ogni modo per non  possibile dimenticare la casa dei Medici, ove ognuno di essi trovava accoglienza, protezione, uffic. Col si riunivano anche gli artisti e gli stranieri di qualche fama. Quasi tutti i pi ricchi Fiorentini erano allora cultori o protettori delle lettere. Roberto dei Rossi, conoscitore del greco, pass la vita celibe nel suo studio, ed insegn a Cosimo de' Medici, Luca degli Albizzi, Alessandro degli Alessandri, Domenico Buoninsegni. Il Nestore poi di questi aristocratici eruditi era Palla Strozzi, colui che col Niccoli riform lo Studio fiorentino; che pag di suo buona parte della somma necessaria per farvi venire ad insegnar greco il Crisolora, e spese moltissimo per avere codici antichi da Costantinopoli. Esiliato, senza giuste ragioni, si pu dire anche iniquamente, da Cosimo dei Medici, all'et di 62 anni, si fece animo a sopportare questa sventura, e la perdita che ebbe poi della moglie e di tutti i figli, studiando a Padova sugli antichi autori fino all'et di 92 anni, quando scese nella tomba.(71)
E finalmente bisogna ricordar lo Studio fiorentino. In generale le Universit italiane erano state sedi della cultura medievale e scolastica; l'erudizione era cominciata fuori di esse, spesso anche contro di esse. Ma a Firenze pu dirsi invece che lo Studio fior e decadde con la erudizione. Fondato nel dicembre del 1321, langu, ora chiuso ed ora riaperto, fino al 1397, quando il Crisolora, coll'insegnamento del greco, inizi da Firenze l'ellenismo in Italia. Pi tardi decadde di nuovo, ma fu poi nel 1414 riformato per opera del Niccoli e dello Strozzi, i quali, valendosi d'un'antica legge, secondo cui gl'insegnanti non dovevano essere Fiorentini, vi chiamarono i pi celebri uomini d'Italia e di Grecia, il che valse sempre pi ad unire la cultura latina con la greca, e l'erudizione fiorentina con l'italiana. Nel 1473 lo Studio venne da Lorenzo de' Medici trasferito a Pisa, dove fu riaperta la celebre Universit; ma a Firenze restarono alcune cattedre di lettere e di filosofia, occupate sempre da uomini celebri.(72)
Questo gran moto di stud, che abbiamo finora esaminato, non aveva prodotto, dopo del Petrarca e del Boccaccio, nessun uomo di grande ingegno. Tutto era stato un raccogliere, copiare, correggere codici; si erano apparecchiati i materiali per un nuovo progresso letterario, che per non era cominciato. Lo scrivere italiano era decaduto, ed il latino non aveva acquistato ancora qualit originali: abbiamo visto grammatici, bibliofili e bibliografi, non veri scrittori. Ma a poco a poco cominci una nuova generazione d'eruditi, che manifestavano un vero e fino allora insolito valore. Questo era il resultato d'un processo naturale. Gli scrittori, sentendosi finalmente padroni della lingua latina, si cominciavano ad esprimere con una libert e spontaneit, che dtte origine a nuove qualit letterarie ed anche filosofiche, ad una nuova letteratura. Le questioni grammaticali, esaminate e discusse da uomini di cos acuto ingegno e di gusto cos fine, com'erano allora gl'italiani, si trasformavano inevitabilmente in questioni filosofiche, il che fu principio di un nuovo progresso scientifico.
Ma vi furono ancora cause estrinseche, le quali affrettarono e provocarono una cos notevole trasformazione, e prima fra queste fu lo studio del greco. Con esso vennero a contatto non solo due lingue, ma due letterature, due filosofie, due civilt diverse. S'allarg ad un tratto l'orizzonte intellettuale, giovando a ci non solo la maggiore originalit del pensiero e della lingua greca, ma ancora l'essere l'uno e l'altra molto diversi dalla lingua e dal pensiero latino. La mente italiana era cos costretta ad uno sforzo maggiore, quasi ad un pi lungo e difficile viaggio ideale, che richiedeva e svolgeva una maggiore energia intellettuale. Nel Medio Evo la lingua greca era stata assai poco nota in Italia; e molto fu esagerata la cognizione che n'ebbero in Calabria i monaci di San Basilio. I due Calabresi, Barlaam e Leonzio Pilato, l'avevano empiricamente appresa a Costantinopoli, ed il primo di essi ne insegn i rudimenti al Petrarca, che, nonostante il grande ardore d'apprenderla, rest sempre col suo Omero dinanzi, senza capirlo.(73) Il secondo fu tre anni professore a Firenze, per opera del Boccaccio, che fece cos istituire la prima cattedra di greco in Italia. Ma dal 1363 al 1396 questo insegnamento, che era stato abbastanza povero, tacque di nuovo. Gl'Italiani che volevano averlo, si trovarono, come il Guarino ed il Filelfo, costretti ad andare fino a Costantinopoli. E i primi profughi greci venuti fra noi giovarono meno assai che non si crede, perch essi, ignorando l'italiano, conoscendo poco il latino, e molto spesso non essendo neppure uomini di lettere, non erano punto in istato di soddisfare una passione che pure stimolavano vivamente colla loro presenza. L'elezione di Emanuele Crisolora a professore dello Studio nel 1396 incominci veramente un'ra nuova per l'ellenismo in Italia. Gi professore a Costantinopoli, e vero uomo di lettere, egli pot dare un efficace insegnamento, ed ebbe per alunni i primi letterati di Firenze. Roberto de' Rossi, Palla Strozzi, Poggio Bracciolini, Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini andarono subito a seguire le sue lezioni. Leonardo Bruni, che allora studiava legge, nel sentire che si poteva finalmente apprendere la lingua d'Omero, e bere alla prima sorgente del sapere, lasci tutto per poter divenire, come divenne, uno dei pi celebri ellenisti del suo tempo.(74) Da quel momento chi non sapeva il greco, fu in Firenze un dotto a met. E lo studio di questa lingua fece subito rapidi progressi, per l'arrivo di nuovi profughi, i quali erano in generale pi colti dei primi, e trovavano il terreno meglio apparecchiato.(75) A tutto ci s'aggiunse nel 1439 il Concilio fiorentino, che doveva riunire la Chiesa greca e la latina, ma valse invece ad unire lo spirito letterario di Roma e di Grecia. Il Papa ebbe bisogno d'interpetri italiani per capire i rappresentanti della Grecia, e cos gli uni come gli altri, indifferenti del pari alle questioni religiose, quando s'avvicinarono, passarono subito dalla teologia alla filosofia, che in generale soleva essere anche pi delle lettere coltivata dai Greci. Giorgio Gemisto Pletone il pi dotto fra quelli che allora vennero in Italia, ammiratore entusiasta di Platone, seppe infondere la sua ammirazione in Cosimo de' Medici, e cos ebbe origine l'istituzione dell'Accademia Platonica. Un grande ardore, una singolare operosit intellettuale cominciarono allora in Firenze, e noi vediamo finalmente da un lato apparire la nuova originalit letteraria, da un altro il principio d'un risorgimento filosofico.(76)
L'erudito che prima di tutti si dimostra adesso scrittore originale,  Poggio Bracciolini, nato a Terranuova presso Arezzo, l'anno 1380. Studiato il greco col Crisolora, and con Giovanni XXIII al Concilio di Costanza, facendo parte della Curia, e vestendo l'abito ecclesiastico, senza aver preso gli ordini sacri, il che era assai comune fra gli eruditi, i quali, purch non avessero moglie, si assicuravano cos molti dei vantaggi serbati ai preti, di cui solevano dir pure un grandissimo male. Annoiato ben presto delle dispute e contese religiose, il Bracciolini si pose a viaggiare, ed in una sua lettera descrisse mirabilmente la cascata del Reno e i bagni di Baden, facendo di tutto ci una pittura cos viva da potersene anche oggi riconoscere la fedelt.(77) Il suo latino, quantunque assai pi corretto di quello dei predecessori, non manca di molti italianismi e neologismi; ma ha una spontaneit e vivacit tale che sembra una lingua viva: non  una semplice riproduzione, ma un vero e proprio rinascimento. E di certo il fiore dell'umanesimo dobbiamo cercarlo nel Poggio ed in altri suoi contemporanei, non gi in coloro che, come il Bembo ed il Casa, ci dettero una imitazione pi fedele, ma anche pi meccanica e materiale. Dimenticando dizionar e grammatiche, egli sente il bisogno di scrivere come parla; s'esalta in presenza della natura; cerca il vero e ride dell'autorit; ma resta pur sempre un erudito, il che non bisogna mai dimenticare. L'anno 1416 assisteva al processo ed al supplizio di Girolamo da Praga, descrivendo poi tutto in una sua lettera notissima al Bruni.  singolare l'indipendenza di spirito, con cui questo erudito della Curia papale ammirava l'eroismo del precursore di Lutero, proclamandolo degno della immortalit. Ma che cosa ammirava in lui? Non il martire, non il riformatore; dichiarava anzi che, se Girolamo aveva detto qualche cosa contro la fede cattolica, meritava il supplizio che ebbe. Ammirava in lui il coraggio d'un Catone e d'un Muzio Scevola; ammirava "la voce chiara, dolce, sonora; il gesto dignitoso e bene adatto ad esprimere lo sdegno o a muovere la compassione; l'eloquenza e la dottrina, con cui vicino al rogo citava Socrate, Anassagora, Platone, i Santi Padri."(78)
Ben presto noi lo vediamo allontanarsi da Costanza per fare lunghi viaggi. Percorse la Svizzera e la Germania, cercando nei conventi antichi manoscritti, dei quali fu il pi fortunato scopritore in quel secolo. A lui si debbono opere di Quintiliano, Valerio Flacco, Cicerone, Silio Italico, Ammiano Marcellino, Lucrezio, Tertulliano, Plauto, Petronio, ecc. Quando la notizia di queste scoperte arrivava a Firenze, la Citt tutta era in gioia. Il Bruni gli scriveva, a proposito specialmente della scoperta di Quintiliano: "Tu sei ora divenuto il secondo padre dell'eloquenza romana. Tutti i popoli d'Italia dovrebbero muoversi per venire incontro al grande scrittore, che hai liberato dalle mani dei barbari."(79) Molti altri lo imitavano allora in queste ricerche di codici. Dell'Aurispa s'affermava che ne aveva portati da Costantinopoli 238; del Guarino si ripeteva la favola che lo diceva incanutito ad un tratto, per avere in un naufragio perduti i molti codici che portava d'Oriente.(80) Ma nessuno fu mai operoso e fortunato quanto il Bracciolini.
In Inghilterra, presso il cardinale di Beaufort, egli trovossi come isolato, in una societ di ricchi aristocratici senza cultura, che passavano gran parte della vita mangiando e bevendo.(81) In quei desinari, che lo tenevano a tavola perfino quattro ore di seguito, egli era costretto ad alzarsi e lavarsi gli occhi con acqua fresca, per non addormentarsi.(82) Pure il paese offeriva, per la sua novit, vasto campo alle osservazioni del Bracciolini, il quale fin d'allora assai acutamente, fra le altre cose, scorgeva il carattere proprio dell'aristocrazia inglese.(83) Infatti, sebbene venisse da Firenze, gi tutta democratica, egli notava con sua grande maraviglia, che col i mercanti arricchiti, i quali si ritiravano in campagna, a vivere delle loro rendite nelle proprie ville, erano dai nobili accolti e trattati alla pari. E cos all'accorto viaggiatore del secolo XV non sfuggiva sin d'allora ci che solamente parecchi secoli dopo notarono gli storici, che cio l'aristocrazia inglese assai pi facilmente delle altre si mescola con la borghesia e col popolo, di cui sostiene gl'interessi, a differenza di quanto avvenne nei paesi latini, dove essa rimase sempre separata ed ostile al popolo, che perci ne volle la rovina. Ma la novit del paese, la variet dei costumi e dei caratteri, le quali a Poggio Bracciolini mai non sfuggivano, che occupavano anzi di continuo la sua attenzione, non bastavano a compensarlo del poco conto in cui erano col tenuti i dotti, e quindi sospirava l'Italia.
Ben presto, infatti, lo troviamo a Roma segretario della Curia romana, al tempo di Martino V. Ivi egli era di nuovo nel suo elemento. Passava le lunghe serate d'inverno coi suoi colleghi in una stanza della Cancelleria, che chiamavano il Bugiale, sive mendaciorum officina, perch in essa raccontavano aneddoti veri o falsi, pi o meno osceni, coi quali ridevano del Papa, dei cardinali, dei dommi stessi della religione, in difesa della quale scrivevano i Brevi. La mattina attendeva al suo ufficio che gli dava poco da fare, e poi componeva opere letterarie, fra cui furono allora i dialoghi sull'Avarizia e sull'Ipocrisia, viz che egli diceva propr del clero, che perci flagellava a morte. Ma in questa specie di satire non si trova mai una seria intenzione;  invece lo stesso spirito mordace e scettico dei nostri comici e novellieri, che come lui ridevano della religione che professavano. Questi cercavano dipingere i costumi del tempo; gli eruditi volevano principalmente far prova di possedere il latino in modo da saper trattare argomenti sacri e profani, ser, comici ed osceni. Ecco tutto. Non c'era mai da sperare nessun alto scopo morale.
Il Bracciolini, infatti, che flagellava i corrotti costumi del clero, menava poi una vita tutt'altro che morigerata. E quando il cardinale di Sant'Angelo, scrivendo, gli faceva il rimprovero d'aver figli, il che non conveniva ad un ecclesiastico, e di averli poi da una concubina, il che non conveniva ad un laico, egli, senza punto sgomentarsi, rispondeva: "Ho figli, il che conviene ad un laico; li ho da una concubina, il che  antico costume del clero." E, continuando la lettera, raccontava d'un abate il quale present a Martino V un suo figlio, ed essendone da lui biasimato, gli diceva, fra le risa della Curia, che ne aveva ben altri quattro, prontissimi sempre a prendere le armi per sua Santit.(84)
Venuto a Firenze con papa Eugenio IV, si trov in mezzo ai dotti qui radunati, e fu subito in dispute assai violenti coll'irrequieto Filelfo, che insegnava allora nello Studio. Questi, essendo stato a Costantinopoli dove aveva preso una moglie greca, era quasi il solo in Italia che allora parlasse e scrivesse la lingua di Platone e d'Aristotele. Colla sua sconfinata vanit, col suo carattere irrequieto non dava pace a nessuno: attacc i Medici e fin col doversi allontanare da Firenze. Allora cominci a scrivere satire contro i dotti gi stati suoi amici e colleghi, ed il Bracciolini gli rispose colle sue Invettive. Fu una guerra d'accuse indecenti, nella quale i due eruditi, ingiuriandosi crudelmente, facevano gara di abilit retorica e di maestria nella conoscenza del latino. Il Filelfo aveva il vantaggio di scrivere in versi, e quindi le sue ingiurie si ritenevano pi facilmente a memoria; ma il Bracciolini, avendo maggiore ingegno e brio, scrivendo in prosa, poteva pi facilmente dire tutto quello che voleva. Egli respingeva le ingiurie che "il Filelfo aveva vomitate dalla fetida cloaca della sua bocca," ed attribuiva l'indecenza del linguaggio di lui alla educazione che aveva ricevuto dalla madre, "il cui mestiere era stato, diceva, di vuotar budella d'animali: cos il fetore di lei emanava ora dal figlio."(85) Lo accusava d'aver sedotto la figlia del proprio maestro, per sposarla e poi venderne l'onore, e finiva offrendogli una corona degna di tanta laidezza.(86) N ci bastava, ch essi s'accusavano anco di viz che il pudore impedisce oggi di nominare, e di cui i dotti parlavano allora senza ritegno, quasi ridendo, istigati dall'esempio degli scrittori greci e romani.
L'animo rifugge dal pensare che grande rovina morale tutto ci dovesse portare nello spirito italiano. Ma Poggio scriveva le sue lodate Invettive in una deliziosa villa, dove aveva raccolto statue, busti, monete antiche, di cui si valeva a meglio comprendere l'antichit, ed iniziava cos l'archeologia, come aveva gi fatto a Roma descrivendone i monumenti. A lui pareva che questo fosse il paradiso dovuto ad uno spirito eletto, ad un letterato enciclopedico, destinato all'immortalit. Aveva allora 55 anni, e per sposare una giovanetta di cospicua famiglia, abbandon la donna con cui aveva sino allora vissuto, da cui gli erano venuti quattordici figli, quattro dei quali, vivi e legittimati, restarono poi senza averi. Ma rimedi scrivendo un dialogo: An seni sit uxor ducenda, in cui difese la propria causa. Bastava uno scritto in latino elegante a risolvere i pi difficili problemi della vita, ed a mettere in pace la coscienza. Per l'erudito del secolo XV, gi lo dicemmo, le parole valevano quanto e pi dei fatti: lodare con eloquenza la virt era lo stesso che essere virtuoso. I pi grandi uomini della Grecia e di Roma non dovevano forse la immortalit alla eloquenza con cui la loro vita era stata narrata da sommi scrittori? Che sarebbe della fama di Annibale, di Scipione, d'Alessandro, d'Alcibiade senza Livio, senza Plutarco? Chi sapeva scrivere con eloquenza il latino, non solo era sicuro della propria immortalit, ma poteva a suo arbitrio concederla anche agli altri.
Dalla Toscana Poggio torn a Roma, e sotto il pontificato di Niccol V, valendosi della grande libert concessa agli eruditi, pubblic scritti contro i preti, contro i frati, ed il Liber Facetiarum, in cui raccolse tutte le satire e le oscenit altra volta raccontate nel Bugiale, dicendo chiaro nella prefazione, che il suo scopo era di mostrare come il latino potesse e dovesse essere adoperato a dir tutto. Invano i rigoristi biasimarono questo vecchio che aveva ora settanta anni, e contaminava cos la sua canizie: dopo che il Panormita aveva pubblicato l'Hermaphroditus, l'orecchio italiano s'era usato a tutto, e Poggio passava tranquillo il suo tempo nello scrivere oscenit, e nelle dispute letterarie. Una disputa l'ebbe allora col Trapezunzio, e fin a pugni; l'altra l'ebbe col Valla, e questa dtte origine da una parte all'Antidoto contro il Poggio, dall'altra a nuove Invettive. La questione versava sulle propriet del latino e sui precetti grammaticali sostenuti nelle Elegantiae del Valla, il quale, essendo di un acume critico superiore, ebbe il vantaggio nella controversia. Ma anche qui la gara di oscenit fu scandalosa. Accusato d'ogni pi disonesto vizio, il Valla rese pan per focaccia, senza gran fatto occuparsi di difendere s stesso, anzi spesso dando prova d'un singolare cinismo. Cos a Poggio che lo accusava d'aver sedotto la fantesca della propria sorella, rispondeva ridendo d'aver voluto provar falsa l'accusa fattagli dal cognato, che la sua morigeratezza, cio, non derivasse da virt dell'animo.(87) S'ingannerebbe per assai chi volesse dalla violenza delle ingiurie misurare la forza delle passioni. Le Invettive erano quasi sempre semplici eserciz retorici; i due contendenti scendevano nell'arena come istrioni venuti a dare spettacolo della loro destrezza e della loro nudit. Se per le passioni non erano reali, reale era pur troppo il danno morale che risultava da s misero spettacolo.
Abbandoniamo dunque questo terreno fangoso e passiamo ad altro, giacche siamo ancora lontani dall'avere descritta tutta la prodigiosa attivit del nostro autore. Le orazioni erano, dopo le epistole, il genere pi popolare fra gli eruditi. In esse raccoglievano tutte quante le reminiscenze dell'antichit, e tutte quante le figure retoriche. La memoria era spesso la sola facolt veramente necessaria al buon successo: - aveva una memoria eterna, citava tutti quanti gli autori antichi, - era l'elogio che Vespasiano soleva fare ai pi celebri di questi oratori, i quali sembravano aver dei florilegi, cui ricorrere per ispirare la propria eloquenza. Si trattava d'un generale, e ricordavano tutte le grandi battaglie; si trattava d'un poeta, e si sciorinavano precetti di Orazio o di Quintiliano. Il soggetto principale svaniva dinanzi al bisogno di far servire tutto come un'occasione a render sempre pi familiare l'antichit: lo stile era falso, l'artifizio continuo, le esagerazioni innumerevoli, e le orazioni funebri riuscivan sempre apoteosi. Un giorno che il Filelfo voleva accusare un suo persecutore, sal la cattedra, e cominci in italiano: "Chi  cagione di tanti suspecti? Chi  principio di tante ingiurie? Chi  autore di tanti oltraggi? Chi  costui, chi ? Nominer io tal mostro? Manifester io tal Cerbero? Dirollo io? Io certo il debbo dire, io il dico, io il dir, se la vita n'andasse. Egli  il maledico ed il prodigioso, il detestabile ed abominevole.... Ahi! Filelfo, taci, non dire per Dio! Abbi pazienza. Chi s medesimo contenere non pu, male potr alcun altro d'intolleranza e d'incostanza ammaestrare."(88) Ecco ci che allora sembrava modello d'eloquenza; e per non aveva torto Pio II, quando diceva che un'orazione fatta con arte poteva commovere solo gente di volgare intelligenza.(89) Il cardinale di Estouteville, francese di buon gusto, ascoltando l'elogio di S. Tommaso d'Aquino fatto dal Valla, ebbe ad esclamare: ma quest'uomo  impazzato!(90) Eppure quelle orazioni erano allora talmente in voga, che nelle paci, nelle ambascerie, in tutte le solennit pubbliche o private, non poteva farsene a meno. Ogni corte, ogni governo, qualche volta anche le ricche famiglie, avevano il loro oratore ufficiale. E come oggi di rado v' festa senza musica, cos allora un discorso latino in versi o in prosa era il migliore trattenimento d'una societ culta. Molti ne furono dati alle stampe, ma sono la parte minore; le biblioteche italiane ne contengono centinaia ancora inediti. Eppure in tutta questa abbondanza non si trovano mai esempi di vera eloquenza, se facciamo eccezione d'alcune fra le orazioni di Pio II, il quale non parlava sempre per mero esercizio letterario, ma spesso anche per giungere ad un fine determinato, ed allora non affogava nella retorica. Poggio Bracciolini era tenuto uno dei gran maestri del genere, e non manc anch'egli di fare molte orazioni, specialmente in lode dei letterati amici che morivano. La facilit dello stile che pur cadeva spesso in verbose lungaggini, il brio, la disinvoltura ed il buon senso lo rendono pi leggibile degli altri, ma non eloquente.
Gli ultimi anni della sua vita li pass a Firenze, dove, per la morte di Carlo Marsuppini (24 aprile 1453), fu nominato segretario della Repubblica, e scrisse il suo ultimo lavoro, che fu la Storia di Firenze dal 1350 al 1455. In quest'opera egli, come aveva gi fatto Leonardo Bruni, abbandon la via tenuta dai cronisti fiorentini, e non ebbe la vivacit ed evidenza di cui essi avevano dato cos splendide prove. Non vi si trova mai un aneddoto, non un racconto ritratto dal vero; non si scopre mai una conoscenza personale degli avvenimenti, in mezzo ai quali l'autore era pure vissuto, partecipandovi. Egli sembra narrare fatti greci e romani; non parla mai delle interne vicende della Repubblica, e noi assistiamo solo a grandi battaglie, a lunghi e solenni discorsi latini di Fiorentini vestiti sempre alla romana. Poggio in sostanza mira principalmente ad imitare l'epica narrazione di Livio, e se questo gli fa perdere le spontanee qualit dei cronisti, l'obbliga pure a cercare un legame, se non scientifico e logico, almeno letterario tra i fatti, e la cronaca cos comincia a trasformarsi nella storia. Il Bruni  assai superiore per critica storica, il Bracciolini per facilit di stile, spesso per diviene verboso. Questi fu dal Sannazzaro accusato di soverchia parzialit per la sua patria;(91) ma ci dipende in gran parte dall'attitudine che assume, parlando sempre di Firenze come se fosse la repubblica romana.
Se Poggio Bracciolini fu il principale rappresentante di questo secondo periodo della erudizione italiana, non fu il solo; si trov anzi in mezzo ad una schiera numerosa d'altri dotti, e fra questi il pi celebre era Leonardo Bruni, nato nel 1369 in Arezzo, e chiamato perci l'Aretino. Noi lo abbiam visto gi all'arrivo del Crisolora in Firenze, abbandonare lo studio del diritto, per darsi tutto al greco; ed il profitto che fece fu tale da poter ben presto tradurre non solo i principali storici ed oratori, ma anche i filosofi greci. Con ci egli rese un immenso servigio alle lettere, perch le sue versioni furono le prime in cui i classici greci vennero fedelmente tradotti dall'originale, n solo in un latino elegante, ma senza essere alterati dalle idee del traduttore; e perch comparivano nel momento appunto in cui il bisogno di averle era universale. Le versioni dell'Apologia di Socrate, del Fedone, del Critone, del Gorgia, del Fedro di Platone, e quelle dell'Etica, dell'Economica, della Politica d'Aristotele, furono un vero e proprio avvenimento letterario. Da un lato veniva rivelata la filosofia platonica, fino allora quasi sconosciuta in Italia; da un altro compariva finalmente quello che fa chiamato il vero Aristotele, ignoto al Medio Evo. Gli eruditi potevano adesso ammirare quella eloquenza, che il Petrarca aveva cercata invano nell'Aristotele travestito e quasi barbaro de' suoi tempi; non erano pi costretti a studiare uno scolastico invece del filosofo greco. Cos il Bruni dtte un impulso grandissimo alla filosofia ed alla critica. Il suo era infatti un ingegno critico, come apparisce anche dalle Epistole, nelle quali troviamo per la prima volta sostenuta l'opinione che l'italiano sia derivato dal latino parlato, diverso dallo scritto, e ci con argomenti tali, che l'umanista del secolo XV sembra qualche volta un vero precursore della filologia moderna.(92)
Queste qualit si vedono anche meglio ne' suoi lavori storici, primo dei quali  la Storia di Firenze dalle origini sino al 1401. Di essa noi dobbiamo dare giudizio diverso di quello gi espresso sulla Storia del Bracciolini, che ne  la continuazione. Questi, come dicemmo  superiore per la grande facilit dello stile, ma  vinto di gran lunga per lo spirito critico, e per l'esame delle fonti. Il Bruni ricorre anche, il che  notevolissimo, ai documenti d'Archivio, e si occupa assai pi dei fatti interni della Repubblica.(93) Pi di una volta, come avremo occasione di vedere, egli ci apparisce come un precursore delle Storie del Machiavelli. Tuttavia anche in lui troviamo la stessa tendenza a vestire i Fiorentini alla romana, la stessa mancanza di colorito locale, gli stessi lunghi discorsi retorici, messi in bocca dei personaggi storici per la irresistibile passione d'imitare gli antichi.(94)
Leonardo Aretino era uomo di grandissima autorit personale in Firenze, dove ebbe molti ed importantissimi uffici, fra i quali tenne lungamente quello di segretario della Repubblica.(95) Morto nel 1444, gli successe Carlo Marsuppini d'Arezzo, chiamato perci Carlo Aretino. Costui scrisse assai poco, e nulla d'importante; pure fu un insegnante di grido, emulo fortunato del Filelfo nello Studio fiorentino, ed ebbe una gran fama, dovuta principalmente alla sua memoria, che gli faceva fare gran figura nei pubblici discorsi. La sua prima Prolusione fu applauditissima, perch, secondo dice Vespasiano, "non ebbono i Greci n i Latini scrittore ignuno, che messer Carlo non allegasse quella mattina."(96) Egli ostentava un gran disprezzo pel Cristianesimo, ed una grande ammirazione per la religione pagana.(97) A lui come al Bruni furono dalla Repubblica decretati solenni onori funebri. Ambedue ebbero sulla bara la corona poetica; ambedue riposano, l'uno di fronte all'altro, in Santa Croce, sotto due monumenti del pari eleganti, con due iscrizioni del pari pompose, quasi seicentistiche, sebbene grande fosse la distanza che passava dall'ingegno dell'uno a quello dell'altro. L'elogio funebre del Marsuppini venne letto dal suo scolare Matteo Palmieri, quello del Bruni, invece, da un altro letterato di sommo grido, e riusc un avvenimento solenne. In mezzo alla pubblica piazza, accanto alla bara, su cui era il cadavere del Bruni col volume della sua Storia Fiorentina sul petto, in presenza dei magistrati della Repubblica, incominci a leggere Giannozzo Manetti, che da molti era tenuto, massime per le orazioni, il primo letterato allora vivente. Eppure chi legge adesso questa Orazione, resta maravigliato, e non sa comprendere come in un secolo tanto culto e tanto ammiratore dei classici, si potesse, con un gusto cos barocco, riscuotere cos universali applausi. Egli incomincia col dire che, se le Muse immortali (immortales Musae divinaeque Camoenae) avessero potuto fare un discorso latino o greco, e piangere in pubblico, non avrebbero lasciato fare a lui quella solenne orazione. Viene poi a parlar della vita del Bruni, ed, arrivato al tempo in cui fu segretario della Repubblica, percorre la storia di Firenze. Tocca delle opere di lui, e poi si distende a ragionare degli scrittori greci e latini, specialmente di Cicerone e di Livio, al di sopra dei quali pone il Bruni, per la gran ragione, che questi non solo traduceva dal greco come il primo, ma scriveva anche storie come il secondo, cos riunendo in s i pregi dell'uno e dell'altro. Avvicinatosi il momento, in cui doveva mettere la corona sulla testa del morto amico, parl dell'antichit di questo uso e delle varie corone: civica, muralis, obsidionalis, castrensis, navalis, continuando la descrizione per cinque grosse pagine di fittissimo carattere. Afferm che il Bruni meritava la corona come vero poeta, e subito s'abbandon ad una serie di vuote frasi, per spiegare che significhi la parola poeta, che sia la poesia, e finalmente conchiudeva con una pomposa apostrofe, coronando "il felice ed immortale sonno della maravigliosa stella dei Latini."(98) Strana  veramente questa gonfiezza di stile in coloro che passavano la vita studiando, imitando i classici!
Il Manetti era nato a Firenze nel 1396, ed in et di 25 anni, morto il padre, lasci il banco per darsi allo studio con tanto ardore, che dormiva solo cinque ore. Dalla sua casa apr un uscio che dava nel giardino del convento di Santo Spirito, ove andava a studiare, e per nove anni non pass l'Arno.(99) Impar il latino, il greco, l'ebraico; aveva una grande facilit di scrivere, una memoria "eterna, immortale," secondo la solita espressione di Vespasiano. Ma il pregio di quest'uomo era pi che altro nel suo carattere morale. Pratico degli affari, religioso, fermo, onestissimo, gli studi lo condussero a formarsi un alto ideale della vita, al quale si mantenne sempre fedele nei molti uffici che gli furono affidati. Vicario o Capitano della Repubblica in pi citt lacerate dalle fazioni, riusc a dare sentenze severissime, a porre gravi tasse, senza mai essere accusato di parzialit. Ricusava anche i donativi d'uso, dando invece del suo a chi ne abbisognava, portando la concordia e la pace per tutto. Le ore d'ozio passava scrivendo la vita di Socrate e di Seneca, De dignitate et excellentia hominis, la storia delle citt in cui si trovava. Ma il suo caval di battaglia, come erudito, furono le orazioni, che fece nelle molte ambascere, cui venne inviato appunto per la grandissima fama d'oratore che s'era guadagnata. A Roma, a Napoli, a Genova, a Venezia venne accolto come un principe; e la sua reputazione era tale, che solo a lui riesc, con una lettera latina, di farsi rendere dal capitano Piccinini otto cavalli che i soldati di lui gli avevano rubati. Essendo andato a rallegrarsi in nome della repubblica fiorentina per la elezione di Niccol V, la gente accorse dalle citt vicine, ed il Papa lo ascolt con tale attenzione, che un prelato accanto gli tocc pi volte il gomito, credendolo addormentato. "Finita l'orazione, a tutti i Fiorentini fu tocca la mano, come se avessino acquistato Pisa e il suo dominio;"(100) e i cardinali veneziani scrissero subito al loro governo, che bisognava mandare a Roma un oratore simile al Manetti, altrimenti ne andava il decoro della Serenissima. A Napoli il re Alfonso sembrava "una statua sul trono," quando parl il Manetti. Eppure questi era un oratore senza originalit: i suoi discorsi, d'uno stile gonfio e falso, sono centoni di notizie diverse, florilegi di frasi latine. Ma ci appunto era quello che piaceva allora, perch dimostrava la sua vasta lettura, la sua grande memoria, la sua prodigiosa facilit di cucire insieme periodi sonori. Scrisse molte storie e biografie che, senza la vivacit dei cronisti antichi, non hanno neppure i pregi dell'Aretino e del Bracciolini. I suoi trattati filosofici sono vuote dissertazioni; le sue molte traduzioni dal latino e dal greco non hanno la importanza di quelle dell'Aretino, che lo aveva preceduto; le sue versioni del Salterio dall'ebraico e del Nuovo Testamento dal greco mostrano che era poco contento della Volgata; ma s'ingannarono coloro che vollero in ci vedere un ardimento religioso, di cui egli era incapace. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati dall'invidia che l'obblig a lasciare Firenze; ma trov protezione a Roma ed a Napoli, dove mor, stipendiato da Alfonso d'Aragona, il 26 ottobre 1459.
Sebbene la grande reputazione del Manetti sia oggi assai decaduta, pure egli merita un posto d'onore nella storia del secolo XV, perch la sua vita dimostra chiaramente come non vi sia professione n secolo corrotto in modo da impedire ad un uomo di serbare una vera nobilt di animo. Quella stessa erudizione pagana, che lasciava dietro di s tante rovine morali in Italia, a lui valse invece per levare in alto il proprio spirito. Ed invero  un grande errore, quantunque assai comune, il condannare con una sentenza generale il carattere di tutti gli eruditi. Noi abbiamo gi dovuto ammirare Coluccio Salutati e Palla Strozzi; molti altri potremmo citare anche fra i meno noti. Basta leggere il biografo Vespasiano, di cui si pu biasimare la troppa ingenuit, ma non si pu mettere in dubbio l'ammirazione sincera per la virt. Egli ci parla di messer Zembrino da Pistoia, che insegnava "non solo lettere, ma costumi," e, lasciato ogni altro ufficio, "per vivere alla filosofia," parco e morigerato, dava tutto il suo ai poveri, cibandosi come un eremita; ed era "di un animo interissimo, libero, senza dolo e fraude ignuna, come vogliono esser fatti gli uomini." Parlando di maestro Paolo fiorentino, dotto in greco, in latino e nelle sette arti liberali, dato anche all'astrologia, aggiunge, che non conobbe mai donna; dormiva vestito sopra un'asse, accanto allo scrittoio; nutrivasi di erbe e di frutta; "solo era volto alla virt, e quivi aveva posto ogni sua speranza.... Quando non istudiava, andava alla cura di qualche suo amico."(101) Tutto ci per altro non pu far dimenticare, che la maggior parte di essi erano bens uomini dati con ardore allo studio, ma pur troppo senza carattere. Il perenne esercizio della mente in questioni assai spesso di pura forma; la vita vagabonda di cortigiani costretti a guadagnarsi il pane con elogi venduti; le continue gare; la mancanza d'ogni sentimento di fratellanza o di casta nel lavoro e nell'ufficio comune che adempivano, e la demolizione che cinicamente facevano di ogni cosa pi sacra, non potevano certo contribuire a nobilitare il loro carattere. Se si aggiunge poi, che tutto ci seguiva in un momento nel quale la libert era gi spenta, la societ decadeva, la religione veniva scandalosamente profanata dai Papi stessi, allora solamente si capir che profonda corruzione morale dovesse ritrovarsi in Italia, quando questi eruditi erano i predicatori della virt, i distributori della gloria, i rappresentanti della pubblica opinione. Ma ci non deve impedirci di riconoscere gli onesti, che si salvarono dal generale naufragio. Se non si tien conto di tutti gli elementi di cultura e della diversa indole degli uomini che vissero in quel secolo, si corre pericolo di non poter mai pi intendere come lo spirito italiano sapesse allora, fra tanti pericoli, trovare in s stesso la forza necessaria a promuovere uno straordinario progresso intellettuale, evitando una totale rovina morale, a cui forse ogni altro popolo in simili condizioni sarebbe andato soggetto.


3. - GLI ERUDITI IN ROMA.

Dopo Firenze, la citt di maggiore importanza per le lettere  di certo Roma. I Papi sin dai tempi del Petrarca cominciarono a sentire il bisogno di far scrivere i loro Brevi da qualche dotto in latino. E sotto Martino V gli eruditi della Curia gi pretendevano nelle pubbliche funzioni d'aver la precedenza sugli avvocati concistoriali, di cui parlavano con disprezzo.(102) Fra di essi, come gi vedemmo, Poggio Bracciolini primeggiava, e con lui si trovavano altri di minor fama, come Antonio Lusco, scrittore di epistole in versi e di epigrammi, che aveva cavato dalle Orazioni di Cicerone le regole della retorica, e composto cos un formulario da servirsene per trattare in linguaggio classico gli affari della Curia.(103) Gli eruditi per, che a Firenze avevano una vera importanza sociale, ed una grande indipendenza, a Roma invece erano in uffic subordinati, nei quali spesso guadagnavano bene, ma in sostanza potevano solo aspirare alla condizione di cortigiani favoriti. Tuttavia ogni giorno crescevano di numero, entrando nell'Abbreviatura, dove si trovarono sino a cento scrittori di Brevi, o nella privata segreteria del Papa, dove si portava l'abito ecclesiastico senza obbligo di prendere gli ordini sacri. L'ufficio di abbreviatore era stabile, quello di segretario durava generalmente quanto la vita del Papa; dava per molti incerti guadagni, e la speranza di farsi strada coi possibili favori: ambedue si comperavano a caro prezzo (ch a Roma tutto allora si vendeva), ma il primo era preferito e si pagava di pi.(104)
L'et dell'oro per gli eruditi in Roma fu quella di Niccol V, il quale, potendo, avrebbe portato nella Citt Eterna tutti i codici del mondo, tutti i dotti e tutti i monumenti di Firenze. Le economie che fece, e i danari del giubileo nel 1450 gli dettero modo di mettersi all'opera. La Curia e la Segreteria furono subito piene di eruditi che il Papa, il quale conosceva poco o punto il greco, occupava a far traduzioni, pagandole lautamente. Al Valla fu affidata la traduzione di Tucidide, finita la quale ebbe 500 scudi e l'incarico di tradurre Erodoto; al Bracciolini quella di Diodoro Siculo; a Guarino Veronese, che era in Ferrara, quella di Strabone con la promessa di 500 scudi per ogni parte dell'opera; altri ebbero altre commissioni. Solo per una traduzione in versi latini d'Omero, Niccol V non pot trovare l'uomo adatto, quantunque avesse cercato per tutto, e fatte al Filelfo le pi larghe offerte. Anche gli esuli greci Teodoro Gaza, Giorgio Trapezunzio, il Bessarione e molti altri accorsero a Roma, e parecchi di essi ricevettero gli stessi uffic e le medesime commissioni. La pi parte di questi erano per specie d'avventurieri irrequieti, che avevano mutato religione per la speranza di guadagni. Il Bessarione, convertito anch'egli, era invece uomo assai autorevole e sincero, dotto e conoscitore del latino pi de' suoi connazionali, cardinale, ricco, gran raccoglitore di codici,(105) e la pretendeva inoltre a Mecenate. Niccol V lo mand coll'ufficio di Legato a Bologna, probabilmente, cos almeno si disse, per non vederlo quasi suo emulo in Roma.
Tutta questa grande societ di traduttori ed emigrati, riuniti dai danari del Papa, si poteva dire un'accozzaglia d'elementi eterogenei. Essa di certo valse assai a diffondere i risultati del lavoro iniziato in Firenze, ma era incapace di opere veramente originali; fece molte utili traduzioni, ma si pu anche osservare, che se quelle del Bruni a Firenze avevano aperto una via nuova agli stud, ed erano fatte da un uomo che le aveva intraprese di sua iniziativa, quelle pagate da Niccol V erano invece lavori di commissione, eseguiti assai spesso da dotti, il cui merito principale non era la cognizione del greco, o da emigrati greci che conoscevano poco il latino. Ci che di pi notevole ed originale produsse questa societ romana di dotti, furono opere come le Facezie del Bracciolini, le Invettive dello stesso o l'Antidoto del Valla, con le quali opere abbiam visto che basse ingiurie quegli eruditi si scagliassero fra di loro. Il Papa avrebbe potuto facilmente mettere un freno al poco edificante spettacolo, ma sembrava invece compiacersene. Sotto il suo pontificato per,  necessario notarlo, vennero da coloro che egli proteggeva pubblicate anche opere di argomento grave, e di grandissima importanza; ma queste appunto o non furono scritte in Roma, o non furono incoraggiate da lui.
Era assai naturale che chi aveva formato una cos grande officina di traduttori, fondasse ancora una grande biblioteca. Ed infatti, se prima di lui Martino V aveva gi cominciato a raccogliere codici; se dopo di lui Sisto IV apr al pubblico la famosa biblioteca Vaticana, il vero fondatore di essa, come abbiamo altrove accennato, fu Niccol V. Enoch di Ascoli corse il mondo cercando codici nei conventi, con Brevi che lo raccomandavano, perch potesse copiare o comprare;(106) Giovanni Tortello, autore d'un Manuale d'ortografia pei copisti,(107) fu il bibliotecario di questo Papa che, secondo Vespasiano, raccolse 5000 volumi, li leg con grandissimo lusso, e spese per essi 40,000 scudi.(108) Oltre di che egli incominci un grande restauro delle strade, dei ponti, delle mura aureliane; pose le fondamenta d'un nuovo Vaticano; fortific il Campidoglio e Sant'Angelo; restaur o costru di pianta un gran numero di chiese in Roma, Viterbo, Assisi, altrove, e nuove fortezze in molte citt dello Stato. Insomma coi consigli dell'Alberti, coll'opera di Bernardo e Antonio Rosselli, Niccol V seppe trasformare Roma in una grande citt monumentale, emulando non solo i Medici, ma i pi grandi imperatori antichi.(109)
Da tutto ci si pu facilmente comprendere come senza avere un grande ingegno, egli riuscisse a far passare il suo nome ai posteri. S'aggiunge ancora che il suo pontificato fu illustrato dalla presenza di tre uomini d'ingegno assai singolare, due dei quali adoperati da lui. E sebbene le loro opere pi originali o non fossero, come dicemmo, scritte in Roma, o appunto di esse il Papa non sembrasse curarsi affatto, pure gliene venne indirettamente un onore che non meritava.
Il primo di essi fu Lorenzo Valla, che abbiamo veduto tra i segretar e traduttori, e che aveva per lo innanzi avuto una vita assai avventurosa. Di famiglia piacentina, nato a Roma (1407), si vantava romano. Fino a 24 anni rest in patria dove fu discepolo dell'Aurispa e del Rinucci, ed ebbe anche soccorso di buoni consigli da Leonardo Bruni.(110) And poi professore a Pavia, dove subito manifest il suo carattere irrequieto ed il suo ingegno originale. In quel gran centro di stud legali attacc fieramente la dottrina del celebre Bartolo, a cagione dello stile barbaro e scolastico di lui. Ignorando, egli diceva, il classico linguaggio dell'antichit, col quale la giurisprudenza romana era e doveva essere scritta, ignorando anche la storia, non poteva Bartolo intendere il vero significato delle leggi di Roma, n commentarle a dovere. Questa audacia parve un'eresia, e dest tale rumore fra gli studenti di legge, che il povero Valla dov fuggire da Pavia, ed andare insegnando in altre citt.(111)
Pure in mezzo a queste inquietudini, egli dtte alla luce la sua prima opera, De voluptate et vero bono,(112) nella quale troviamo subito un vero pensatore, e vediamo come dall'erudizione nascesse allora lo spirito nuovo del Rinascimento. Ponendo a confronto le dottrine degli stoici e degli epicurei, esaltava il trionfo dei sensi, ribellandosi contro ogni mortificazione della carne. - Scopo della vita, egli dice francamente, sono la felicit, il piacere, e noi dobbiamo cercarli, perch la natura ce lo impone. La virt stessa, che deriva dalla volont e non dall'intelletto,  un mezzo per giungere alla beatitudine, che  la felicit vera, sempre incompiuta su questa terra. Noi non possiamo colla ragione spiegar tutto: i dommi della religione restano spesso un mistero, e la filosofia cerca solo, se pu, di esporli razionalmente; non  possibile neppure conciliare il libero arbitrio colla preveggenza divina. La scienza si fonda sulla ragione, che  in armonia colla realt delle cose; sulla natura, che  Dio stesso. La verit si manifesta in una forma semplice, precisa, vera; la logica e la retorica son quasi una sola e medesima cosa; uno stile confuso e scorretto accusa verit mal comprese, una scienza falsa o incompiuta. - E quindi egli attaccava fieramente la scolastica, Aristotele, Boezio, facendo continuo appello dall'autorit al sano uso della ragione, alla realt, alla natura, che veniva da lui esaltata in mille modi. Questo bisogno del reale, questa redenzione dei sensi e della natura, formano il concetto dominante e l'anima di tutto il libro; costituiscono l'indole propria degli scritti del Valla:  in sostanza lo spirito stesso del Rinascimento, che viene con lui alla luce. Non si tratta qui di un nuovo sistema filosofico; ma si vede che la natura ed il buon senso trionfano; e l'indipendenza della ragione si presenta a noi come una conseguenza logica dell'antichit risorta, come una conquista ormai compiuta.
Quest'opera avrebbe ottenuto assai migliore successo, se il Valla, spirito irrequieto e battagliero, che amava qualche volta il paradosso, non si fosse lasciato trascinar troppo dalla sua penna. Pigliando la difesa dei sensi, egli dichiara che la verginit  contro natura, e fa dire al Panormita, che se le leggi di questa debbono essere rispettate, le cortigiane sono pi utili al genere umano che le monache. Esponendo e difendendo la dottrina di Epicuro contro gli stoici, condannando tutto ci che significa disprezzo del mondo, si lascia andare a molte espressioni contrarie allo spirito ed alla lettera delle dottrine cattoliche, anzi cristiane. E quantunque dichiarasse di voler rispettare l'autorit della Chiesa, i suoi attacchi contro il clero erano fierissimi, e pi pericolosi assai di quelli di Poggio e degli altri eruditi, perch questi si valevano del frizzo, il Valla, invece, della critica. Per tutte queste ragioni si lev un gran rumore contro di lui, e fu subito accusato d'eretico, d'epicureo e profanatore d'ogni cosa sacra. N gli valse difendersi col dire che il vero piacere, la vera felicit eran per lui la beatitudine divina; perch gli venivan gettate in viso le frasi pi aggressive e audaci della sua opera, ricordati i fatti pi immorali della sua vita, che prestava il fianco a molti attacchi.
Dopo aver insegnato in varie citt, il Valla si trova dal 1435 al '42 presso Alfonso d'Aragona, ne  fatto segretario nel '37, e lo accompagn nelle imprese militari, che poi portarono quel principe al trono di Napoli.(113) Nel '44 egli era a Roma, ma dovette fuggirne, ricoverandosi di nuovo a Napoli, per le persecuzioni minacciategli a causa d'uno scritto da lui composto nel 1440: De falso credita et ementita Constantini donatione.(114) Il Valla sosteneva in esso che la donazione di Costantino non era stata mai fatta, non poteva farsi, e che l'originale del preteso documento non fu mai visto. Esaminando poi con la critica il linguaggio del documento, ne provava la falsit, dimostrando che non aveva il carattere del latino del tempo. Dopo di che attaccava fieramente la simonia del clero, osando dichiarare che il Papa non aveva il diritto di governare n il mondo, n Roma; che il dominio temporale aveva rovinato la Chiesa e privato della libert i Romani; minacciava poi d'incitarli anche a sollevarsi contro la tiranna d'Eugenio IV e contro i Papi in genere, che di pastori s'eran fatti ladri e lupi. Quando pure, egli concludeva, la donazione fosse vera, sarebbe nulla, perch Costantino non poteva farla: in ogni caso i delitti dei Papi l'avrebbero gi annullata. E sperava, egli concludeva, di vivere abbastanza per vederli costretti a tornare pastori col solo potere spirituale. - Veramente, gi durante il Concilio di Basilea, il Cusano ed il Piccolomini avevano sostenuta la falsit della donazione, con argomenti che si trovano anche nel Valla.(115) Ma a lui pi che ad altri si deve la demolizione del falso documento, il che pot fare con la sua critica mordace, e con l'impeto della sua eloquenza ciceroniana. Inoltre, come abbiam detto, egli non si fermava ad un esame letterario e teoretico del documento, ma voleva addirittura abbattere il potere temporale, minacciando di invitare le popolazioni ad insorgere. Non si trattava pi d'una semplice disputa teologica o storica; ma era la prima volta che un erudito gi celebre, dopo avere ampiamente esposta la questione critica, la rendeva popolare e le dava una pratica applicazione. Allora Alfonso d'Aragona trovavasi in guerra con Eugenio IV, ed il Valla, pigliando le parti del suo protettore, poteva dare libero corso alla sua eloquenza. Attaccato da preti e da frati, egli che combatteva come sotto una fortezza, raddoppi i colpi con altri scritti. In questi sostenne non esser vera la lettera di Abgaro a Ges Cristo, pubblicata da Eusebio; che il Simbolo non era stato composto dagli Apostoli, ma dal Concilio di Nicea. E prima aveva gi notati molti errori della Volgata, raccogliendoli in un libro d'annotazioni, che Erasmo di Rotterdam ripubblic pi tardi con una lettera di elogio e difesa.(116) Questi scritti e queste dispute lo fecero chiamare dinanzi all'Inquisizione in Napoli; ma egli, sicuro dell'appoggio del Re, si difese in parte col sarcasmo, in parte dichiarando che rispettava i domini della Chiesa, i quali non avevano da far nulla colla storia, colla filosofia e la filologia. Quanto alla donazione di Costantino, non ne fu parlato, per non risollevare una questione troppo spinosa.
Liberato da tale pericolo, continu le sue lezioni all'Universit, e attacc dispute letterarie con Bartolommeo Fazio e Antonio Panormita, contro i quali scrisse quattro libri d'invettive.(117) Ma insieme con questi lavori pubblic altre opere storiche, filosofiche e filologiche, dettate sempre col medesimo spirito critico ed indipendente, e fra di esse vanno principalmente notate le Elegantiae e la Dialectica. Le prime(118) ebbero subito una grande popolarit, perch il Valla in esse fece prova di tutta la sua maestria nel latino classico, che scriveva con eleganza e vigore. Dimostr anche una conoscenza assai profonda, per quel tempo, delle teorie grammaticali; ma, quel che  pi, passava insensibilmente dalle questioni filologiche alle filosofiche. Il linguaggio, egli diceva,  formato secondo le leggi del pensiero, per il che la grammatica e la retorica si basano sulla dialettica, di cui sono il complemento e l'applicazione. Anche di quest'opera si occup Erasmo di Rotterdam, facendone un sunto che pubblic.(119) In essa ed in quella De Voluptate et vero bono, si vede tutta quanta l'originalit dell'autore, ed il passaggio dalla erudizione alla critica ed alla filosofia. La Dialectica, lavoro esclusivamente filosofico, ha un merito assai inferiore alle Elegantiae, ma sostiene anch'essa il medesimo concetto, che il vero studio del pensiero si debba, cio, fare collo studio del linguaggio.(120)
In mezzo a queste battaglie ed a questa attivit letteraria, protetto da un re splendido come Alfonso, in una citt che per gli stud filosofici ebbe sempre singolare attitudine, il Valla poteva esser contento. Pure egli mirava a Roma, perch col era il gran centro dei letterati, e perch il suo stato presente non era punto sicuro. Il Re poteva conciliarsi col Papa, poteva succedergli il figlio, e le cose sarebbero subito mutate. Infatti, non and guari che gli Aragonesi tornarono d'accordo coi Papi, ed il Valla dov pensare ai casi suoi. Colla disinvoltura propria degli eruditi, si decise allora a mutare strada. Cominci collo scrivere lettere ad alcuni cardinali, dicendo che non era stato mosso da odio ai Papi; ma da amore alla verit, alla religione, alla gloria. Se la sua opera veniva dagli uomini, sarebbe caduta da s stessa; se veniva da Dio, nessuno avrebbe potuto abbatterla. Del resto, e qui era per lui il punto importante, se con qualche opuscolo aveva potuto far molto male alla Chiesa, dovevano riconoscere che egli era in grado di fare ad essa altrettanto bene. Ma tutto ci non bastava ancora a calmare Eugenio IV, ed il Valla scrisse addirittura la sua Apologia, indirizzandola al Papa, cui prometteva di ritrattarsi.(121) In essa respingeva le accuse d'eresia, che "l'invidia dei nemici gli aveva scagliate contro," e conchiudeva: "Se non peccai, restituisci la mia fama nel pristino suo stato; se peccai, perdonami."
Ma neppure con ci ottenne il resultato voluto. Solamente dopo la elezione di Niccol V, egli venne chiamato a Borna (1448), dove fu adoperato a far traduzioni dal greco. Pi tardi insegn nella Universit romana, e cos fra le lezioni, le traduzioni e le dispute letterarie col Trapezunzio e con Poggio, pass la sua vita, senza occuparsi punto di questioni religiose. Sotto Calisto III arriv ad essere segretario nella Curia ed anche canonico di San Giovanni Laterano, dove venne finalmente sepolto quest'uomo, che era stato di poco carattere e di costumi corrotti, ma di grandissimo ingegno letterario, critico e filosofico, il novatore e pensatore pi originale fra tutti gli eruditi. Cess di vivere il d 1 agosto 1457.(122)
Trovavasi allora in Roma un altro erudito di molto ingegno, e questi era Flavio Biondo o Biondo Flavio, secondo altri. Nato a Forl nel 1388, segretario di Eugenio IV, di Niccol V, di Calisto III e di Pio II, fu da tutti adoperato e da tutti trascurato, a segno tale che qualche volta indag se poteva altrove provveder meglio alla sua miseria. Eppure aveva servito Eugenio IV, nella prospera e nell'avversa fortuna, con una fedelt a tutta prova, e gli dedic qualcuno de' suoi importanti lavori. Lo stesso fece con Niccol V, che era il Mecenate di tutti gli eruditi; con Pio II, che si valse delle opere di lui, anzi ne compendi una, per aggiungervi il bello stile che vi mancava. Questa era la gran colpa del Biondo, e questa lo fece restar quasi oscuro in mezzo agli umanisti, molti dei quali non erano degni neppure di stargli accanto. Egli non conosceva il greco, non era elegante latinista, non era adulatore, non scriveva invettive: una sola disputa ebbe col Bruni, che fu tutta letteraria e scientifica, sull'origine della lingua italiana, senza alcuna personalit. Le sue Epistole non contengono motti n frasi eleganti, non furono quindi mai raccolte, e nessuno scrisse la biografia di lui. Pure fu uno dei pi intemerati caratteri, dei pi nobili ingegni in quel secolo, e le sue opere hanno un acume di critica storica, che non si trova in alcuno de' contemporanei, eccettuato forse Leonardo Aretino. Il primo lavoro del Biondo, dedicato ad Eugenio IV, ed intitolato Roma instaurata,  una descrizione di Roma pagana e cristiana, e de' suoi monumenti. In essa abbiamo il primo tentativo serio d'una topografia compiuta della Citt Eterna: l'autore apre la via ad una scientifica restaurazione dei monumenti, valendosi degli scrittori con critica singolarissima. Ma, quel che  anche pi notevole in un umanista, l'antichit classica non gli fa punto dimenticare i tempi cristiani: io non sono, egli dice, di coloro che, per la Roma dei Consoli, dimenticano la Roma di S. Pietro. E cos la sua erudizione fu pi universale e profonda, s'estese al Medio Evo ed al suo tempo. La seconda sua opera fu l'Italia illustrata, scritta ad istanza d'Alfonso d'Aragona, e dedicata a Niccol V. In essa egli descrive l'Italia antica, determinandone le varie regioni, dando una enumerazione delle principali citt, con ricerche sui loro monumenti, sulla loro storia antica e moderna, sugli uomini pi famosi. La terza opera, dedicata a Pio II, fu la Roma triumphans, in cui propose di esporre la costituzione, i costumi, la religione dei Romani antichi, e fece cos il primo Manuale di antichit. Finalmente, oltre ad un libro De Origine et gestis Venetorum, egli scrisse una storia della decadenza dell'Impero romano, Historiarum ab inclinatione Romanorum, etc., lavoro di vasta mole, del quale per abbiamo solamente le tre prime Decadi, ed il principio della quarta. Essa doveva arrivare fino ai tempi dell'autore; ma nello stato in cui si trova,  pure la prima storia universale del Medio Evo, che sia degna d'un tal nome. Ed  singolare il vedere come il Biondo ricorra alle sorgenti, e distingua i narratori contemporanei dai posteriori, paragonandoli fra di loro. Con quest'opera la storia comincia a divenire una scienza, e la critica storica  gi nata. Noi avremo occasione di riparlarne, quando dovremo osservare che il Machiavelli se ne valse molto nel primo libro delle sue Istorie, qualche volta traducendo addirittura. Ed anche Pio II ne riconobbe tutta l'importanza, facendo di essa un compendio, per cercare di darle la forma classica. E si valse molto anche d'altre opere del Biondo, che pur lasci morire povero e quasi oscuro (1463).(123)
Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare,  appunto Enea Silvio de' Piccolomini, che successe a Niccol V col nome di Pio II (1458-64). Noi lo vedemmo gi al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; pi tardi lo vedemmo nella cancelleria imperiale, dove rest lunghi anni, e mut le sue opinioni, divenendo sostenitore dell'autorit papale contro le idee del Concilio, gi prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini per, massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilit e semplicit, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ci quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea disinvoltura che risultava principalmente dalle qualit pratiche del suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ci da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze dell'antichit. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a far prova di stile, ed a citare esemp cavati dagli antichi, raccontava fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato. Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui era; e cos vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale, disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantit enorme; un padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due paesi, ricevendo da ci la loro principale importanza storica.
Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente, l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma la vivacit, prontezza e spontaneit dell'uomo di lettere e di mondo arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo lato, attribuire una propria originalit. Egli non era un filosofo che avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichit, che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana. In ci per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma pi pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria esperienza. Non riusc mai a scrivere veri trattati scientifici, ma ci che in tutte le sue opere pi ferma la nostra attenzione,  sempre la descrizione dei paesi e dei costumi. Cos, se scrive De curialium miseriis,(124) la parte pi notevole del libro  quella che narra la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.(125) In altre delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato, scene della natura, costumi, istituzioni. Questo  ci che si presenta a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta a noi. Non  un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura  sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli, a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella campagna, che tanto ammirava, e cos bene descriveva. La forma e la variet della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine filologica dei nomi, la diversit dei costumi, nulla gli sfugge, tutto vede coordinato in unit. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi, i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche degli abitanti. La descrizione di Vienna  tanto vera, che qualche volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle Guide pi recenti di quella citt.(126) La sua grandezza, il numero degli abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie, la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia, tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna serba ancora oggi.(127) Qui non  un dotto che scrive,  un semplice viaggiatore costretto dalla propria curiosit ad osservare e fare osservar tutto. Il Piccolomini  l'uomo del suo tempo; le sue qualit sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto pi facilmente, quanto minore  la sua individuale originalit. Egli visse,  ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo, e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione, col metodo sperimentale.
 facile comprendere che le opere storiche e geografiche del Piccolomini sono le pi importanti; che in esse il merito principale si trova l dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia, geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando per con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore, la credibilit delle opere loro, perch la critica era penetrata nel sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa dalla memoria e da appunti in cui registrava ci che vedeva, leggeva o sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilit e mutabilit di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudiz diversissimi sopra lo stesso soggetto, perch scriveva sempre sotto l'impressione del momento. Ma ci appunto cresce la spontaneit de' suoi scritti, e ci permette di leggere nella mutabilit delle opinioni, la storia del suo spirito.
Medit lungamente una specie di Cosmos, in cui voleva scrivere la geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua Europa  un frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la geografia  come il sostrato della storia. Egli ragion con disordine e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso di memoria, come era suo costume. Pi tardi scrisse la geografia dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla bocca dello stesso viaggiatore.(128) L'ultima e pi importante opera del Piccolomini  la sua autobiografia, che egli scrisse quando era gi Papa, chiamandola Commentarii, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono  ben vero dei brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perci dnno una pi giusta idea delle qualit intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme riuniti, i var e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito, poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.(129) Qui sono quelle descrizioni, cui accennammo pi sopra, della Campagna romana, di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito, ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perch non ha un carattere ed una personalit propria, non impone mai un colore subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi Commentarii vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.(130)
Ci che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Citt Eterna fu sempre un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e fra poco potr dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo parlato, non vivevano pi, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto assai meno pel suo ingegno che per la singolarit del suo carattere, ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse, quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest. Valete. Preso d'un amore entusiasta per l'antichit romana, menava una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Universit, dove l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in presenza di essi cos esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in verso ed in prosa.(131) Qui si parlava di repubblica e di paganesimo; qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu rimandato a Roma, dove si salv, sottomettendosi e chiedendo perdono, cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ci che pensavano e sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.(132) E cos pot sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire l'Accademia, che dur fino al sacco di Roma nel 1527.(133) Mor nel 1498, in et di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblic varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichit di Roma; ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta data allo studio.
Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina. Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo pieg, ma si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli(134) chiunque sparlasse di lui, e tutto ci avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia del potere temporale, egli si vendic nelle sue Vite dei Papi, descrivendo Paolo II, come il pi crudele dei tiranni, che si dilettava a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto perci un vero "toro di Falaride". Avendo le biografie del Platina avuto una grande popolarit, Paolo II pass ai posteri come un mostro, e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna per convenire che egli tent un'impresa difficilissima, alla quale neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e d'ingegno, e riusc la prima volta a cavare dalle favolose cronache del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono volentieri, perch l'autore cercava sinceramente la verit storica, quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi, l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando per non lo acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio. Egli mor nel 1481, in et di 61 anno.(135)
A Roma, accorrevano anche allora, come gi notammo, non solo Italiani, ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz, Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di Faust e Schffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense difficolt, perch in Italia la passione degli antichi codici era tale, che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse rapidamente, e prima del 1490 si stampava gi in pi di trenta delle nostre citt.
Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno dei pensatori pi illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticit della donazione di Costantino, ma non combatt il potere temporale dei Papi. Pi tardi mut alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorit d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalit, panteista, ed in ci vero precursore di Giordano Bruno, pi che erudito fu un vero pensatore.(136) Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro straniero, Giovanni Mller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e mor a Roma nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece pi tardi esclamare all'Argiropulo, professore nell'Universit di Roma, che le Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.(137) Col infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava gi i suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto, illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era pi che mai l'antica madre del sapere.
Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi, all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV apr la Vaticana al pubblico, e compi molte costruzioni importanti nella Citt. N, per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ci che era antico, si spense nel popolo, come prova un fatto seguto appunto in quegli anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori, scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella, avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una "formosa e pulita giovane," JULIA FILIA CLAUDI, secondo l'iscrizione, che alcuni pretendevano avervi letta: "era adornata sua trezza bionda da molte e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate cum una bendella di seta verde."(138) Altri scrivevano invece che i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere; la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ci provava "quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali, ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto ogni suo inzegno."(139) Si disse che i muratori erano fuggiti con le gioie ritrovate; certo  che, quando il cadavere venne portato in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a ventimila persone, and in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato, con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni modo, ci che destava cos grande entusiasmo era la convinzione allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una societ che s'andava allontanando. Una dura realt apparecchiava nuove e ben pi tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni cosa doveva andare a rovina in Italia.


4. - MILANO E FRANCESCO FILELFO.

Dopo di Firenze e Roma, le altre citt italiane hanno assai minore importanza per la storia delle lettere. Anche nelle repubbliche come Genova e Venezia, esse fiorirono pi tardi assai che in Toscana. Napoli era stata troppo lungamente in una quasi anarchia, ed a Milano poco si poteva sperare sotto un mostro come Filippo Maria Visconti, un capitano di ventura come Francesco Sforza, o un giovane dissoluto e crudele come il figlio di lui, Galeazzo Maria. Eppure tali erano allora le condizioni dello spirito italiano, che nessuno poteva o sapeva allontanarsi affatto dagli studi, e dal proteggere gli studiosi. Lo stesso Visconti sentiva il bisogno di leggere Dante ed il Petrarca, e cercava d'avere intorno a s alcuni dotti. Era per difficile trovare chi a lungo volesse rimanere presso di lui. Il Panormita, uomo assai poco scrupoloso, non fu trattenuto neppure da un soldo di 800 zecchini, ed and via a cercare fortuna altrove. L'uomo fatto proprio per quella Corte era solo Francesco Filelfo da Tolentino, che vi trov un sicuro asilo donde insultare da lontano i suoi nemici, e vivere adulando o vendendo la propria penna. Costui si credeva ed era generalmente creduto uno dei pi grandi ingegni del secolo; ma, privo invece d'ogni vera originalit, aveva una dottrina assai confusa ed incerta. Mandato dalla repubblica veneziana ambasciatore a Costantinopoli, dove spos la figlia del suo maestro di greco, Emanuele Crisolora, torn in Italia nel 1427, in et di 29 anni. Port molti manoscritti, parlava e scriveva greco, aveva una grande facilit nel compor versi latini, e ci bastava allora a farlo subito giudicare uomo straordinario. La sua immensa vanit, il suo carattere irrequieto fecero il resto. Chiamato ad insegnare nello Studio fiorentino, scrisse subito a tutti che aveva avuto felicissimo successo: "perfino le nobili matrone, egli diceva, mi cedono il passo nella via!" Ben presto per fu in guerra con tutti; divenne aspro nemico dei Medici, e si un a coloro che volevano uccidere Cosimo, quando era ancora prigioniero in Palazzo Vecchio;(140) finalmente dovette fuggirsene a Siena, dove corse pericolo d'essere ammazzato da uno che egli cred sicario dei Medici. Intanto a Firenze era processato e condannato come cospiratore contro la vita di Cosimo, di Carlo Marsuppini e d'altri.
A Siena scrisse le sue Satire oscene contro Poggio; pi tardi lo troviamo a Milano, dove riceve uno stipendio di 700 zecchini l'anno, e la casa; esalta la virt e sopra tutto la liberalit del suo "divino principe," Filippo Maria Visconti, quel tiranno cui non sarebbe facile trovar l'eguale in perfidia e crudelt. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica Ambrosiana a Milano, lod i nuovi Padri Coscritti; poi fece parte della deputazione che and a portare le chiavi di Milano a Francesco Sforza, in onore del quale scrisse il suo gran poema, La Sforziade.
Autore fecondo di biografie, satire, epistole, la sua eloquenza somigliava, come disse il Giovio, ad un fiume non contenuto da argini, che straripa ed intorbida ogni cosa. Pure egli si teneva il dispensatore della immortalit, della fama e dell'infamia. Quando dov scrivere in italiano un comento al Petrarca, deplorava l'avvilimento cui era condotta la sua epica musa. A vendere per i suoi versi latini e le sue lodi al maggiore offerente era sempre pronto, e non si vergognava.
Le sue opere principali, oltre le Satire, furono due, e restarono inedite, senza gran danno delle lettere. La prima, intitolata De Iocis et seriis,  una raccolta d'epigrammi, divisa in dieci libri, ognuno di mille versi, secondo la retorica, artificiosa sempre, dell'autore. Piena di facezie, d'insulti osceni e poco poetici, sembra avere per unico scopo dimostrare la facilit dell'autore nello scrivere versi, e guadagnar danari con basse adulazioni o pi basse ingiurie. Ora  la figlia che non ha dote, o le vesti di lei sono lacere; ora la musa del Filelfo tace per mancanza di danari, ed egli supplica, tra minaccioso ed umile, per averne.(141) Il 18 giugno 1459, quando lavorava a quest'opera, egli scrisse al cardinal Bessarione: "Ora che sono libero dalla febbre, vengo a soddisfare il mio debito verso di voi e verso il Santo Padre Pio II, cio a scriver dei versi ricevendo in cambio danaro."(142)
N diversamente si condusse, quando scriveva l'altra sua opera, del pari inedita, La Sforziade, in 24 canti, dei quali si trovano nelle biblioteche solo dieci. Essa pretende di essere un poema epico sulle imprese dello Sforza, a cominciare dalla morte di Filippo Maria Visconti. In versi sempre facili, che imitano Virgilio e pi spesso Ovidio, l'autore esalta fino alle stelle tutte le azioni, le perfidie stesse del suo eroe. Gli Dei dell'Olimpo, qualche volta anche Sant'Ambrogio o altri santi cristiani, sono i veri attori di questo dramma; ma essi restano sempre mere astrazioni, e riescono solo a togliere ogni personalit all'eroe del poema. La vera poesia manca sempre, ed il Filelfo ha pi ragione che non crede, quando dichiara che la musa davvero ispiratrice  per lui il danaro. Quando doveva chiamar sulla scena qualche nuovo personaggio allora vivente, cominciava subito a patteggiare. Guai a chi non lo pagava! E cos riceveva danari, commestibili, cavalli, vesti, ogni cosa. Diceva di esser povero e di aver fame, quando viveva nel lusso con sei persone di servizio e sei cavalli. Deplorava la miseria in cui era, secondo lui, tenuta la sua musa immortale; si vergognava di stentare, ma non di pitoccare. E tutti gli davano ascolto, perch temevano i suoi versi. Perfino Maometto II liber dalla prigiona la suocera e la cognata del Filelfo, quando questi gli mand un'ode ed una lettera in greco, che diceva: "Io sono uno di coloro i quali, celebrando con la eloquenza i fatti illustri, rendono immortali coloro che di natura sono mortali, ed ho intrapreso a narrare le vostre gesta gloriose, che, per le colpe dei Latini e la volont di Dio, vi hanno dato la vittoria."(143) Una eguale condotta tenne nello scrivere le Satire, che furono cento, divise in dieci decadi, e ogni satira essendo di 100 versi, era da lui chiamata Hecatostica.
Di Roma non fu molto contento il Filelfo. Ebbe da Niccol V,  ben vero, un dono di 500 ducati d'oro, quando gli lesse le Satire; fu colmato di gentilezze; gli fu dato l'incarico di tradurre Omero con l'offerta di lauto stipendio, di donativi, casa e altro ancora, se accettava. Ma egli ricus tutto, avendo altre mire. Dopo la morte della sua prima moglie aveva fatto capire che sarebbe andato a Roma, quando gli avessero dato prima o poi un cappello cardinalizio, e ripetette la stessa dichiarazione dopo la morte della seconda moglie. Non essendo riuscito nell'intento, prese una terza moglie, e respinse per sempre ogni invito. Morto lo Sforza, per, tutto mut per lui; egli cadde nella miseria, e dov raccomandarsi a Lorenzo dei Medici, che lo richiam allo Studio in Firenze, dove, arrivato in et di 83 anni, nel 1481, esausto di danari e di forze, dopo poco mor. Il Filelfo fu un esempio di quel che potevano allora una grande memoria, una grande facilit nello scrivere o parlare varie lingue, una grandissima petulanza e superbia, senza carattere, senza moralit e senza originalit.(144)
Egli non fu certamente il solo erudito a Milano. Al tempo di Francesco Sforza vi troviamo, come gi si disse, Cicco Simonetta, segretario dottissimo; Giovanni fratello di lui e storiografo del Duca, di cui narr le vicende dal 1423 al '66, in una storia che non  senza pregio, perch egli descriveva ci che aveva veduto; Guiniforte Barsizza, maestro dei due figli del Duca, Galeazzo Maria e Ippolita divenuta celebre pei suoi discorsi latini.(145) Battista Sforza, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro e fratello di Francesco, anch'ella celebre pei suoi discorsi latini,(146) fu del pari educata in questa Corte. Ma tutto ci non basta per dare a Milano un valore suo proprio nella storia dell'erudizione.


5. - GLI ERUDITI A NAPOLI.

Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune, seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandon con singolare rapidit il suo carattere nazionale, per divenire affatto italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti; cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati, pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.(147) Tito Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici, volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia. Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria di Ovidio, e subito si ferm abbandonandosi ad esclamazioni di gioia: il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed imitando in tutto un trionfo romano.
Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de' Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito la sua Historia Alphonsi, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno, fecegli il dono di altri 1500, dicendo: "con ci non intendo pagare la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo."(148) Quando invit il Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: "divider con voi il mio ultimo pane."
Uomo senza pregiudiz, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva ad essi piena libert di parola, difendendoli dall'Inquisizione e da ogni pericolo. Cos il Valla, che fu l'erudito pi celebre nella Corte, pot scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose e filosofiche. Tutto ci dava una fisonomia propria, una importanza speciale alla societ erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio Beccadelli pi noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394, egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una clamorosa celebrit, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di Hermaphroditus,  una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolit indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenit e viz d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficolt di stile o di lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi contro di lui furono pure assai vivi. Egli per, senza punto perdersi d'animo, men vanto del suo libro, perch aveva imitato gli antichi, e dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto simili oscenit, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua vita era invece senza macchia.(149) Il rumore continu tuttavia assai grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasim; i frati Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i detrattori, i quali "non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo, la poesia un altro." E queste erano veramente le idee del secolo. Sigismondo re dei Romani coron il Panormita in Siena poeta laureato, e l'Ermafrodito fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso, non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi Dicta et facta Alphonsi, ricevendone in premio mille ducati; poi, Alphonsi regis triumphus, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile; ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della Corte rest sempre il Valla, che contribu non poco ad alimentare in Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo  inclinato. Un altro uomo eminente era col Giovanni Gioviano Pontano; ma questi fior pi tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella storia delle nostre lettere.


6. - I MINORI STATI ITALIANI.

Se noi ci volgiamo alle piccole citt ed ai minori Stati
d'Italia, vi troviamo la societ sottoposta ad un numero cos grande di scosse continue e violenti, lacerata da tanti e cos sanguinosi delitti, che riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati. Quando si trattava di citt come Ferrara o Bologna, la posizione strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende. Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva almeno pi facilmente a salvare lo Stato. Ma l dove simili aiuti mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi, simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai nella citt ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia, con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della citt furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano "carne di cristiani."(150) Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a Perugia la pi nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra: era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in Italia.
Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli tiranni, e fra i pi singolari. Capitano di ventura rinomato, quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostr pi volte un vero mostro di crudelt. Respinse la sua prima sposa, dopo averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazz per gelosia o vendetta; am per altro con ardore fino alla morte la sua concubina Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:
 Porto le corna ch'ogn'uno le vede, E tal le porta che non se lo crede. 
Negava Iddio, negava l'immortalit dell'anima, e quando arrivavano le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa, fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.(151) Eppure anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali don terre, ad altri assegn stipend; e nel suo castello, Arx Sismundea, essi lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, Divae Isottae sacrum, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui lavor Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riusc uno dei pi eleganti, dei pi belli edifiz del Rinascimento, porta in fronte il nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta). Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e lo bruci in effigie, scrisse, che egli "conosceva le istorie, aveva una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ci che intraprendeva."(152)
A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto. Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere. Pi di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse. I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del bastardo Niccol III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito, ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobilt, con ogni arte di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di questo bastardo, Lionello e Borso. Pi tardi Ercole, figlio legittimo di Niccol III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E cos si continu anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perch lodati dalla donna che corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male eseguita, e dtte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte, perch Giulio, che era restato con un occhio solo, cospir insieme con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,(153) marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivel la trama (1506), e i due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante mor, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso II (1559).
Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso, che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel Medio Evo essa era stata citt longobarda, feudale e cavalleresca, e non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle citt d'Italia per lettere e cultura pi fiorenti. I disordini della Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale, sembrava che di rado turbassero la citt. Costruita secondo un disegno prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi. Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando l'erudizione a Ferrara, dove cos vive erano le tradizioni feudali e cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dtte poi l'Orlando Innamorato, l'Orlando Furioso e tanti altri lavori, di cui la fama non perir mai.(154)
Nato nel 1370 impar il greco a Costantinopoli, di dove torn con una ricca msse di codici, che gli erano cos cari da far generalmente prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per averne perduto buona parte in un naufragio.(155) Insegn prima a Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel quale infuse la sua dottrina e i suoi princip educativi. Chiamato nel 1424 da Niccol III, per esser maestro di Lionello e professore nell'Universit, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone, Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e pi di cinquanta orazioni. Il merito principale di lui sta pi che altro nel suo nobile carattere e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalit, e da cui ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari, dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti pi dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente pi di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,(156) sebbene Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura. Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dtte agli stud in Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana. Egli continu a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte, avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua et, quando spir fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.
I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti, non commisero mai quei delitti che resero cos sanguinosa la storia degli Este. La loro Corte,  vero, fu assai splendida solamente nel secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso, massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo XV Mantova fu illustrata dalla dimora col di Vittorino Rambaldoni da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il pi illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco Gonzaga, che gli dtte un lauto stipendio ed un locale, fond in esso il suo celebre convitto, che prese il nome di Casa gioiosa, o semplicemente Gioiosa. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni princip pedagogici; ma il vero  che l'edilizio in cui fu messo il convitto aveva gi prima il nome di Zoiosa.(157) Vi s'insegnavano le lingue classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno, la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il carattere. E ci potette riuscirgli principalmente perch egli era un uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola, era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.(158) I buoni frutti della Casa gioiosa si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacch per lungo tempo si riconobbero gli alunni di Vittorino da una lealt di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione di quei tempi.
Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono, leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente per la sua capacit strategica, per la disciplina de' suoi soldati, e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia. Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo, lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole, fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini dell'Asia Minore.(159) Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere pi splendida la citt e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei pi celebri in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto squisito. Vi teneva pi centinaia di persone, a ciascuna delle quali affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,(160) occupando per quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed altrove.(161) Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo in parte il concetto del Parentucelli,(162) ma cercando d'abbracciare tutto quanto lo scibile antico e moderno.(163) Cos riusc allora una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri, da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto, ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva agli eserciz militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui ne seguirono le tradizioni.(164) Non si pu dire che Urbino dsse uno straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si pu ben dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una citt esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che vale per tutti.


7. - L'ACCADEMIA PLATONICA.

Gli scrittori fino ad ora notati vissero, lo abbiamo gi detto, in mezzo ad una moltitudine di altri, i cui nomi, celebri al loro tempo, andarono a poco a poco pi o meno dimenticati. Non v' stato invero un secolo che abbia dato luogo nella storia ad una cos grande ecatombe di supposte celebrit, come il secolo XV. E ci si spiega facilmente, perch allora vi fu un doppio lavoro. Da un lato, volendo far rinascere l'antichit, s dtte opera ad una imitazione e riproduzione assai spesso meccanica del passato, alla quale cooperarono coloro che sono stati poi dimenticati; dall'altro si ottenne un resultato nuovo ed inaspettato, che fu l'opera d'un numero assai minore di dotti, i cui nomi la storia deve pi specialmente ricordare. E questo doppio ordine di fatti e di uomini si ritrova in quasi tutta la cultura del Rinascimento, nella filosofia non meno che nelle lettere. La filosofia sembra avere una grandissima e generale importanza fra gli eruditi; ma la pi parte di essi avevano solo cavato dagli antichi scrittori un florilegio di frasi sulla gloria, sull'amicizia, sul disprezzo della morte, sul Sommo Bene, sulla felicit, la virt, e le ripetevano sempre, senza che valessero mai a dirigere in qualche modo le loro azioni, n a formare le loro convinzioni. In quelle frasi noi vediamo di continuo una strana mescolanza di Paganesimo e di Cristianesimo, che si trovano accanto ed in contradizione fra loro, senza che di ci lo scrittore si occupi punto. Ben presto per si manifesta il bisogno di trovare alla vita umana un fondamento razionale, filosofico, il quale valga a spiegare ad un tempo la virt pagana e la cristiana, facendo scomparire la troppo visibile contradizione. Allora incominci il lavoro pi o meno originale, iniziato dai neoplatonici e dall'Accademia che essi fondarono in Firenze.
Gli esuli greci non contribuirono tanto alla diffusione fra noi della loro lingua, che gi s'era cominciata a studiare in Italia, e molto meno poi della erudizione letteraria assai fiorente prima del loro arrivo, quanto a rivolgere l'erudizione stessa verso lo studio dei filosofi antichi. La prima origine del platonismo o, per meglio dire, del neoplatonismo in Italia, si deve infatti a Giorgio Gemisto, soprannominato Pletone, per l'ammirazione che professava a Platone. Nato nel Peloponneso, secondo alcuni, secondo altri solo rifugiato col da Costantinopoli, egli era il pi dotto e autorevole di quanti Greci vennero al Concilio fiorentino. Ed era poi cos convinto, anzi entusiasta del platonismo, che s'aspettava da esso anche un rinnovamento religioso. Ci fece dire ai detrattori di lui, che voleva far rivivere il Paganesimo; ma stando ai suoi scritti, a quelli dei seguaci, ed a ci che risult veramente dalle sue dottrine,  pi giusto il dire, essere egli convinto che il Cristianesimo avrebbe trovato nuova conferma nella filosofia di Platone, e poteva perci, sotto altra forma e, secondo lui, pi razionale, essere rinnovato. Esaminando le differenze che passano tra la filosofia platonica e l'aristotelica, in un opuscolo che divenne assai celebre,(165) egli dava, come  facile immaginare, la preferenza alla prima, e riduceva tutta la controversia ad una sola questione. I due grandi filosofi ammettono, egli diceva, che la natura operi, non a caso, ma secondo un fine. Aristotele per sostiene che a questo fine si giunge inconsapevolmente, non consulto; Platone invece sostiene pi giustamente, che la natura  razionale,  consapevole, consulto agit: la sua  un'arte divina, perch  Dio che opera in essa.(166) Un'ardentissima disputa sorse intorno a siffatta questione, la quale pu sembrare a noi di nessuna importanza, ma ne aveva allora una grandissima. Per essa infatti s'apriva la via al panteismo, ed il concetto del Dio personale, che presso gli Ebrei era stato solo un Dio onnipotente, che nel Cristianesimo era divenuto il Dio padre dei credenti, si trasformava fra noi nel concetto dell'Assoluto filosofico.(167) Gli eruditi greci e italiani, senza rendersi chiara ragione di ci che facevano, presentivano pure l'importanza grandissima della questione, e per si fermavano tanto intorno ad essa.
Giorgio Scolario e Teodoro Gaza, ambedue greci ed aristotelici, attaccarono fieramente Pletone col solito linguaggio plateale degli eruditi d'allora. Il cardinale Bessarione, volendo metter pace, si lasci sfuggire che giudicava Teodoro Gaza pi dotto di Giorgio Trapezunzio, il quale con pi furore che mai si scagli contro tutti, attaccando lo stesso Platone. Il Bessarione pubblic allora un'opera voluminosa, In Calumniatorem Platonis, nella quale, pur respingendo gli attacchi di G. Trapezunzio, cercava colla sua facile e molto diffusa eloquenza latina, priva d'ogni originalit letteraria o filosofica, di conciliare tutte le opposte sentenze. Secondo lui Aristotele e Platone dicevano, in sostanza, la medesima cosa. Questa disputa agitata fra i Greci non ebbe una vera importanza filosofica, restando l dove l'aveva lasciata G. G. Pletone; ma richiam la mente degl'italiani ad una parte dell'erudizione che avevano fin allora troppo trascurata, essendo stato lo studio da essi fatto sui filosofi greci pi che altro letterario. G. G. Pletone intanto, senza perder tempo nel rispondere alle ingiurie, prima di tornarsene in patria, seppe infondere nell'animo di Cosimo de' Medici tanta ammirazione per le dottrine platoniche, che lo lasci deliberato a dare ogni opera per propagarle in Italia, e ripristinare in essa l'antica Accademia.
Ad ottenere questo scopo, Cosimo col suo pratico buon senso, cap che bisognava cercare prima di tutto un uomo adatto, e cred di averlo trovato in un giovinetto che, nato nel 1433 da un medico di Figline, s'era dato a seguir con ardore gli stud del padre. - Tuo figlio, disse Cosimo,  nato a curare gli animi, non i corpi; - e lo accolse, in et di 18 anni, nella propria casa, destinandolo ad essere il futuro campione del platonismo. Questo giovane era Marsilio Ficino, il quale, messosi all'opera con grandissimo zelo, dopo cinque anni di studio, present un lavoro sulla filosofia platonica, fatto per solo con le traduzioni. Cosimo lod molto l'operosit del suo protetto, e gli regal una villetta presso Careggi, ma gli consigli di studiare il greco per lavorare sulle fonti. E da quel tempo sino alla fine di sua vita, il Ficino non fece altro che studiare Platone ed i neoplatonici, scrivendo un gran numero di traduzioni e di trattati originali aggiungendo a ci l'insegnamento che dava ai figli ed ai nipoti di Cosimo, pi tardi anche ad una numerosa scolaresca nello Studio fiorentino.
Chi espone le opere del Ficino fa la storia del platonismo in Italia; chi narra la vita di lui fa la storia dell'Accademia Platonica. I suoi seguaci si contentarono di ripeterne le idee, e l'Accademia nacque e mor con lui. Essa non era veramente altro che, una riunione di amici e discepoli, i quali, protetti dai Medici, si radunavano intorno a lui, per discutere di filosofia platonica. Somigliava alle riunioni tenute gi nella cella del Marsigli o del Traversari; se non che alle adunanze dell'Accademia, i Medici, specialmente Lorenzo, assistevano pi spesso, con pi ardore le promovevano, e le materie filosofiche che in esse si disputavano, ebbero un'eco assai pi clamorosa in tutta Italia. Alcune delle adunanze si tennero di state nella foresta di Camaldoli; altre pi solenni si tenevano ogni anno in Firenze, e nella villa dei Medici a Careggi, il giorno sette di novembre, che, secondo la tradizione alessandrina, era il giorno della nascita e della morte di Platone.(168) L'uso di celebrarlo con solennit, osservato fino ai tempi di Plotino e di Porfirio, veniva ora, dopo 1200 anni, cos diceva il Ficino,(169) ripreso. Si cominciava con un desinare, a cui seguiva una disputa filosofica, che finiva generalmente con un'apoteosi e quasi un inno religioso al sommo maestro. Riunioni e dispute meno solenni si tenevano in molte occasioni diverse, ma sempre nello stesso modo familiare e libero.
Il nome di Accademia veniva solo dalle dottrine professate ad imitazione di quelle di Platone. Non aveva, per quanto sappiamo, propr statuti o regolamenti. S'adunava di solito nella villetta del Ficino presso Careggi; la tenevano unita la sua persona, la sua dottrina, l'ardore de' suoi amici e discepoli.(170) Il che se da un lato la riduce a poca cosa come istituzione, da un altro ne accresce l'importanza storica, perch la dimostra un prodotto naturale e spontaneo della societ in cui nacque. Infatti, mutate appena le condizioni intellettuali e sociali che l'avevano creata, non fu pi possibile mantenerla in vita. Essa procedette assai regolarmente fino al 1478; scoppiata allora la sanguinosa congiura dei Pazzi, e incominciate le persecuzioni, gli animi restarono turbati; manc la tranquillit necessaria alle contemplazioni filosofiche, e le riunioni, gi molto diradate, cessarono del tutto colla morte del Ficino. Quelle che si tennero dipoi negli Orti Oricellar, alle quali assisteva anche il Machiavelli, avevano ben poco da fare col Platonismo, come dimostrano chiaro i suoi dialoghi Dell'Arte della Guerra, e le congiure che ivi si tramarono. Il nome di platoniche, che pure ebbero queste adunanze, si direbbe qualche volta un pretesto per nascondere il loro vero scopo. I tentativi fatti nel secolo XVII da Leopoldo de' Medici per ripristinare l'Accademia, appartengono ad un altro tempo, hanno altro significato, e ben poca importanza nella storia della scienza.(171)
Quasi tutti coloro che scrissero dell'Accademia Platonica e del Ficino, si fermarono a raccogliere minutamente aneddoti biografici e letterar, cose tutte che hanno un valore assai secondario.(172) Importa invece moltissimo conoscere quale  il merito intrinseco delle dottrine, quale la ragione della grandissima popolarit che ebbero nel secolo XV, quale l'ingegno di coloro che le trovarono o propagarono. In verit, quando si guarda il numeroso elenco dei platonici che si raccolsero intorno al Ficino, reca meraviglia l'osservare che due soli meritano davvero qualche lode come scrittori di opere filosofiche. Uno di essi  Cristoforo Landino, il celebre commentatore di Dante e del Petrarca, ellenista reputato, professore nello Studio, autore delle Disputationes Camaldulenses,(173) nelle quali si d lungo e minuto ragguaglio delle platoniche discussioni. L'altro  Leon Battista Alberti, sommo artista, poeta, prosatore, erudito, scienziato, uomo universale, precursore di Leonardo da Vinci per la prodigiosa variet delle sue doti intellettuali. Ad essi s'univano altri minori: Donato Acciaioli, Antonio Canigiani, Naldo Naldi, Peregrino Agli, Alamanno Rinuccini, Giovanni Cavalcanti, che era l'amico pi intimo del Ficino, ed altri molti. Pure fra tutti costoro, senza eccettuare neppure il Landino e l'Alberti non se ne trova uno solo che sia vero filosofo: ripetono sempre le stesse idee, e sono le idee del Ficino. Ben si pu ricordare che Angelo Poliziano e Lorenzo de' Medici, ingegni certo eminenti, furono anch'essi dell'Accademia Platonica; ma tutti i loro scritti li dimostrano letterati e non filosofi. Pico della Mirandola venne solamente pi tardi, neppur lui con originalit filosofica, a farsi propagatore delle idee del Ficino. Ma, pochi o molti, di che cosa parlavano, quali erano e che valore avevano queste dottrine, che trovavano tanti e cos ardenti sostenitori?
La nostra meraviglia in vero cresce quanto pi noi ci avviciniamo ad essi. Nelle sue Disputationes Camaldulenses il Landino ci rappresenta gli Accademici, durante la state del 1468(174) nel delizioso convento di Camaldoli, adunati col per godere il fresco, e disputare di filosofia. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo fratello, Alamanno Rinuccini, Leon Battista Alberti allora venuto di Roma e Marsilio Ficino. Dopo aver sentito la messa, andavano all'ombra, sotto gli alberi della foresta, ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla vita attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai poco originali, doversi preferire la prima; Lorenzo de' Medici invece opponendogli che l'una e l'altra sono del pari necessarie. Nel secondo giorno si parl del Sommo Bene, ed abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto l'Alberti dimostr la sua platonica sapienza con un lungo comento su Virgilio, sforzandosi colle pi strane allegorie di provare, che nell'Eneide si trova nascosta tutta quanta la dottrina platonica e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa. E queste allegorie, le quali facevano dire ad Angelo Maria Bandini, nel riferirle, che i platonici gli sembravano spesso aver perduto la testa,(175) sono ci su cui essi pi di tutto insistono, quasi fosse parte sostanziale della filosofia.
Noi ci volgiamo ora a cercare i discorsi tenuti in uno dei pi solenni desinari dell'Accademia, che fu dato nella villa di Careggi, il 7 novembre 1474,(176) per ordine di Lorenzo il Magnifico, sotto la presidenza di messer Francesco Bandini. Qui  lo stesso Ficino che ne stende la minuta narrazione.(177) Gl'invitati al banchetto, scelti dal Bandini furono nove, perch nove erano le Muse: Antonio degli Agli vescovo di Fiesole, Marsilio Ficino e suo padre, C. Landino, Bernardo Nuzi, Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci, Carlo e Cristoforo Marsuppini. Finito il desinare, cominci la lettura del Simposio di Platone, e i discorsi tenuti in casa di Agatone furono stranamente esposti dai convitati. Fedro dice nel Simposio, che l'amore ispira l'eroismo,  nato subito dopo del Caos e prima degli altri Dei,  ammirato da chiunque ammira la bellezza. E il Cavalcanti comenta: Iddio principio e fine di tutti i mondi crea gli angeli, che a loro volta formano per mezzo dell'anima universale, creata da Dio, le terze essenze. Queste sono le anime di tutte le cose, e quindi anche dei var mondi, ai quali dnno vita, perch il corpo  formato dall'anima. Quando il Caos incomincia a pigliar forma, sente appetito di bellezza, cio amore; e perci appunto, secondo Platone, l'amore precede gli altri Dei, i quali sono una cosa stessa cogli angeli. E qui il Cavalcanti comincia a dimostrare come gli angeli sono la stessa cosa che gli Dei antichi, e come le terze essenze sono le idee di Platone e le forme di Aristotele ad un tempo. Ma non si contenta di ci, e continua dicendo che le terze essenze, create dagli angeli, divengono a loro volta anch'esse identiche agii antichi Dei; e neppure basta, anzi segue una tal confusione da non potere pi tener dietro all'autore. Giove  il cielo, Saturno e Venere sono i due pianeti di questo nome; ma essi sono anche le terze essenze o le anime del cielo e dei due pianeti; sono le tre Divinit degli antichi, ed anche tre angeli; sono finalmente l'anima del mondo in quanto essa intende, muove e genera.(178) Ci che risulta di pi chiaro in mezzo a tanta confusione, si  che per gli accademici, Cristianesimo e Paganesimo debbono formare una sola e medesima cosa col Platonismo. L'allegoria  la chiave di vlta di questo edifizio, o meglio artifizio, nel quale le cose non significano mai s stesse, ma divengono geroglifici e simboli di altre; e siccome tutto ci  arbitrario, cos esse possono sempre significar tutto quel che si vuole.
Aristofane, uno degl'interlocutori, dice nel Simposio, che in origine v'erano tre sessi, uomini, donne e promiscui, cio individui che, uomini e donne ad un tempo, avevano due teste, quattro mani, ecc. Questi esseri promiscui vollero lottare cogli Dei, e furono perci divisi in due met, una delle quali cerca sempre l'altra; quindi  che solo nella loro riunione possono gli amanti essere felici. Se per i mortali continuano nel proprio orgoglio, saranno puniti con una nuova divisione; e sar curioso allora, prosegue Aristofane, vederli girare pel mondo come basso-rilievi, con mezza testa, con un occhio, una mano, un piede solamente. Il Landino, cui tocca comentare questo singolare discorso, non cerca l'origine della leggenda, n la spiegazione mitologica di essa. L'anima, egli dice, fu creata da Dio integra, ornata di lume divino che guarda alle cose superiori, di lume naturale, ingenito che guarda alle inferiori. Ma l'uomo pecc di superbia, volle uguagliarsi a Dio, credendo che potesse bastargli il lume naturale, ingenito; il suo pensiero rest allora rivolto alle sole cose corporali, e la prima unit fu spezzata. Se continuer nel suo orgoglio, affidandosi tutto al lume naturale, sar punito di nuovo col perdere anche questo.(179) Ecco la facile spiegazione di tutto.
Ultimo a parlare fu Cristoforo Marsuppini, il quale concluse comentando il bellissimo discorso di Alcibiade, e le parole che questi, in fine del Simposio, rivolge a Socrate. Il comento  fatto dall'oratore, esponendo le idee di Guido Cavalcanti sull'amore, e parlando del divino furore, pel quale l'uomo, sorgendo al disopra della propria natura, in Deum transit. Per esso Iddio trae l'anima caduta nelle cose inferiori, nuovamente alle superiori. E tutto finisce con un elogio dell'amor socratico, ed un inno al divino Amore o sia allo Spirito Santo, che ha ispirato la discussione ed illuminato gli oratori platonici.(180)
Questi filosofi che vogliono avvicinare il Paganesimo ed il Cristianesimo, lo spirito e la materia, il divino e l'umano, Dio e il mondo, non riuscendo a trovare l'unit razionale di tutto ci, riducono ogni cosa a simboli, a geroglifici. Eppure la grande popolarit e la immensa efficacia di questa filosofia sulla letteratura e sulla cultura del secolo, non pu mettersi in dubbio da nessuno; non le si pu quindi negare una grande importanza storica. E questa nasce da un nuovo modo di concepire il mondo, che apparisce chiaro abbastanza, anche in mezzo alla nebbia delle pi strane allegorie. Pei platonici il mondo  divenuto il gran Cosmo fisico e morale, creato dall'amor divino, immagine del Dio che l'abita, e che essi risguardano non gi come una persona vivente, ma come l'Unit suprema del tutto, lo Spirito universale, l'Assoluto. E questo concetto, per opera loro, penetra nella letteratura della seconda met del secolo XV, la informa e ne determina il carattere. Quindi  chiaro che il Platonismo italiano, senza nessun grande valore scientifico,  pure un elemento importantissimo della nuova cultura.
Ma, per conoscerlo pienamente,  pur necessario fermarsi sulle opere di colui che seppe meglio formularlo ed insegnarlo. Marsilio Ficino ebbe una sconfinata ammirazione per tutta quanta la filosofia antica; lesse e volle assimilarsi Platone, Aristotele, i neoplatonici, ogni brano che trovava citato di Confucio, Zoroastro, ecc. Tutto ci che essi dicono  sacro per lui, solamente perch antico; e cos i suoi scritti diventano una vasta congerie di elementi diversi, senza che egli ritrovi un vero principio dominatore ed organico, che possa valere a costituire un sistema, e dargli diritto al nome di filosofo originale. Le allegorie neoplatoniche, che G. Pletone e gli altri suoi connazionali portarono fra noi, sono il solo mezzo con cui egli sappia riunire i diversi elementi. Pure il Ficino si propose uno scopo assai notevole, che comincia a farci intravedere la sua importanza filosofica. In mezzo al trionfo dell'antichit pagana, egli vide che il Cristianesimo non poteva cadere; ma vide del pari che la sola autorit dei profeti, della Bibbia, della rivelazione non bastava pi allora a sostenerlo e mantenerlo vivo negli animi. Bisognava dunque ricorrere alla ragione, a quella che era per lui la vera filosofia, cio alla filosofia antica; ora fra i var sistemi, quello che meglio di tutti si prestava allo scopo, era senza dubbio il Platonismo. Cos nacque in lui il pensiero, e lo dichiara egli stesso, di fondare il Cristianesimo sulla dottrina platonica, di provare anzi che sono una sola e medesima cosa, e che l'uno  la conseguenza logica dell'altra. Questa dottrina parve allora una nuova rivelazione, ed  per essa che egli accendeva le candele innanzi a Platone, e lo adorava come santo. Nel suo libro Della Religione Cristiana, infatti, i pi solidi argomenti che egli trovi a sostegno di essa, sono i responsi delle Sibille, i vaticin che della venuta di Ges Cristo fecero Virgilio, Platone, Plotino, Porfirio. La vita di Socrate  per lui un simbolo continuo della vita di Ges, le dottrine dell'uno e dell'altro sono identiche. Cos l'antichit veniva ribenedetta dal Cristianesimo, che a sua volta era dimostrato vero dall'antichit. Che cosa poteva avere maggiore importanza per gli eruditi del secolo XV? Il Ficino era cos pieno, cos entusiasta di queste sue idee, che qualche volta, pi che l'inventore d'un nuovo sistema, sembrava credersi il fondatore d'una nuova religione.
Scrisse un gran numero di epistole, traduzioni e trattati in latino; ma il pi grande e solido monumento alla sua fama fu la prima e, per molto tempo, la sola buona traduzione di tutte le opere di Platone. A questa lavor indefessamente gran parte della vita, meditando anche un'opera che doveva raccogliere sistematicamente, in organica unit, le sue dottrine. Al quale proposito egli ci dice, che fu lungamente incerto se quest'opera dovesse essere una esposizione filosofica dell'antica religione pagana, ovvero una dimostrazione del Cristianesimo, fatta coll'aiuto dell'antica filosofia. Prevalse il secondo concetto; ma la nuova opera fu tuttavia intitolata Theologia Platonica, il che ben dimostra qual fosse l'ordine delle idee, in cui era entrato l'autore. Essa riusc una vasta ed incomposta enciclopedia erudita, scritta con uno stile confuso e scolorito, difetto che si trova in tutte quante le sue opere, perch, sebbene egli avesse consumata la vita intera sui classici, la incertezza delle idee gli rendeva impossibile acquistare una vera originalit e vigora di stile.
Nel leggere attentamente la Theologia Platonica, si direbbe pi di una volta, che i materiali ivi accumulati comincino come a fermentare, e che seguano fra loro assimilazioni spontanee, di cui l'autore stesso non si rende conto. Vi  in fatti qualche cosa che pu dirsi un resultato del pensiero del secolo, un progresso impersonale della scienza, di cui il Ficino sembra pi lo strumento che l'autore. La quistione del consulto o non consulto agit nella natura, diviene, sin dal principio, quella intorno a cui tutte le altre s'aggruppano, ed  da lui risoluta nel modo stesso che aveva fatto Gemisto Pletone. Egli distingue nel mondo due diverse categorie di anime. Le une sono intellettuali ed universali; le altre sensibili, mortali, ma anch'esse razionali. Queste, che chiama le terze essenze delle cose, si trovano in tutta la natura, e l'animano. La terra, la luce, l'aria, i pianeti hanno, ciascuno, la loro terza essenza, e ci spiega come la terra produca le piante, nell'acqua si generino animali, ecc. Le terze essenze inoltre sono divise in dodici ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco; ma s'uniscono e confondono fra loro, formando anime o terze essenze pi generali. Cos nel nostro pianeta vi sono l'acqua, la terra, l'aria, che hanno, ciascuna, la loro terza essenza; ma questo pianeta ha anche la sua propria e pi generale, che tutte le comprende.
L'uomo poi ha due anime, l'una razionale e sensibile, che  la terza essenza del corpo, col quale essa muore; l'altra, intellettuale, immortale, infusa direttamente da Dio. Per mezzo di questa, la creatura si trova in relazione, e pu venire in contatto col Creatore: in essa si specchiano tutte le altre, che infondono vita nell'universo. Cos l'uomo  un microcosmo; pu discendere fino agli animali, alla natura inanimata, e salire agli angeli, a Dio che gli parla e lo guida. Gli astri, le piante, le pietre stesse hanno poi colle loro terze essenze diretta influenza sulle passioni, sul destino di lui. E con ci si viene a dimostrare la verit delle scienze occulte, a cui il Ficino prestava una fede quasi puerile. Attribuiva a Saturno la sua continua malinconia; ogni giorno mutava con scrupolosa diligenza i suoi amuleti, dai quali mai non si separava. Su tutte queste cose egli scrisse un trattato, De vita coelitus comparanda,(181) che bisogna leggere per vedere fino a qual punto arrivassero i pregiudiz d'un uomo cos dotto, e d'un secolo tanto progredito. La fede che ebbero nelle scienze occulte gli uomini pi notevoli del Rinascimento,  un'altra delle non poche contradizioni che noi osserviamo in quel tempo. Pure, chi bene la esamina, s'accorge che essa era alimentata dal bisogno di sostituir sempre alle spiegazioni soprannaturali una naturale, anche quando la scienza non era in grado di trovarla.
Se ora guardiamo questa filosofia del Ficino nella sua generale unit, apparisce assai chiara la tendenza irresistibile a cercare un'anima universale e razionale, la quale sembra infatti, ne' suoi scritti, confondersi col mondo e con Dio stesso. Le sue terze essenze, che sono una cosa sola colle idee di Platone, colle forme d'Aristotele, e s'uniscono poi fra loro in anime pi generali, come potrebbero non riunirsi tutte in un'anima sola? Il mondo non , secondo le stesse parole del Ficino, un grande animale vivente? La natura non ha essa un'anima razionale che consulto agit? Se non che, innanzi a queste che pur sono le conseguenze naturali, inevitabili delle sue premesse, il nostro autore s'arresta quasi spaventato, perch egli deve accettare e spiegare la creazione dal nulla, e non pu rinunziare al Dio personale del Cristianesimo.
Quando per viene ad esporre filosoficamente la creazione, torna sempre alle stesse idee, e s'avvicina di nuovo alle conseguenze da cui rifugge. Iddio concepisce (ed il concepire nella mente divina equivale al creare) l'anima sensibile delle cose, e l'anima immortale, angelica. Con questa Esso forma gli angeli, per mezzo dei quali crea le terze essenze, che sono a lui tanto inferiori che non pu degnarsi di crearle direttamente. In noi, per, come vedemmo, oltre l'anima del corpo, ve n' una immortale, creata, infusa da Dio, e per mezzo di essa la debole creatura umana pu ascendere fino al divino ed eterno. A bene esaminarla, la creazione del Ficino  una emanazione; il suo Dio  l'anima e l'unit del mondo, anzi la sola definizione che egli sappia darne : l'Unit assoluta di tutte le cose. Il Panteismo, conseguenza logica di questo concetto,  nell'aria stessa del secolo XV, che non trova altro modo di conciliare Dio e la natura, il divino e l'umano. Gi scientificamente abbozzato dal Cusano, reso popolare dal Ficino, venne poi esplicitamente formulato e sostenuto dal Bruno. Se non che il Cusano ed il Bruno sono veri pensatori e filosofi, il Ficino  invece un erudito che filosofeggia senza vera originalit. Il concetto panteistico si manifesta nelle sue opere in un modo indistinto e confuso, quasi inconsapevole; ma ci appunto lo dimostra un resultato dei bisogni generali del tempo, lo rende subito popolare, e lo fa penetrare largamente nella letteratura. Nelle poesie di Lorenzo il Magnifico, del Poliziano, dell'Alberti, in molti anche dei prosatori contemporanei, il Dio personale s' mutato nell'Assoluto, il mondo  il gran Cosmo da esso abitato ed animato, la natura lungi dall'essere disprezzata,  quasi divina anch'essa. Questa trasformazione, come dicemmo, si deve appunto al Ficino ed all'Accademia Platonica, che scompariscono senza lasciare un nuovo sistema, ma lasciano invece un nuovo modo di vedere il mondo, e di concepire Iddio.
L'ardore entusiasta del Ficino, nello spiegare le nuove dottrine, trov un'eco grandissima in Italia e fuori. Alle lezioni che dava nello Studio, accorrevano uditori d'ogni parte del mondo. Molti Inglesi tornarono in patria, portandovi l'ellenismo italiano; anche il Reuchlin, quando pass per Firenze, fu pi che mai convertito alle nuove idee, le quali gi trovavano grande favore in Germania, dove aiutarono la Riforma religiosa, che cominci colla interpetrazione individuale delle Sacre Scritture, e col mettere il credente in diretta comunicazione col suo Creatore, senza bisogno di alcun intermediario: in Italia invece le conseguenze dell'erudizione restarono sempre letterarie e scientifiche.
Giovanni Pico della Mirandola, tanto celebre in tutta Europa, era chiamato fra noi la Fenice degl'ingegni, per la conoscenza che si diceva avesse di ventidue lingue, per la grande erudizione, la straordinaria memoria, al che si aggiungeva la bont del suo carattere, l'amabile e gentile aspetto, l'avere egli, di famiglia principesca, abbandonato tutto pei suoi stud. Esaltato dalle lodi che gli facevano, e da una filosofia che colle sue allegorie pretendeva di abbracciare l'universo, propose una specie di singolare torneo scientifico, che doveva darsi in Roma. Aveva ridotto lo scibile in 900 conclusioni, su ciascuna delle quali si offeriva pronto a dare risposta a tutti i dotti, che invitava promettendo di pagare il viaggio ai pi poveri. L'esperimento non si fece, per le difficolt frapposte dal Papa, all'autorit del quale Giovanni Pico fu sempre ossequentissimo. Pure anche quest'uomo che lev allora cos gran fama di s, fu in sostanza un ingegno non molto diverso dagli altri seguaci del Ficino. Le sue cognizioni erano estese, ma superficiali; i suoi giudiz, guidati pi dall'entusiasmo che dalla critica. Egli trovava le poesie di Lorenzo de' Medici superiori a quelle di Dante e del Petrarca. Della pi parte delle ventidue lingue che pretendeva avere studiate, conosceva poco pi che l'alfabeto e gli elementi grammaticali. Tuttavia, ellenista e latinista fra i valenti, fu ancora dei primi a promuovere gli stud orientali. Ma n i suoi scritti italiani o latini, e molto meno la sua filosofia, hanno alcuna originalit. Voleva conciliare Averro ed Avicenna, Scoto e San Tommaso, Platone ed Aristotele, per combattere i nemici della Chiesa. Ci doveva portarlo di necessit ad unirsi col Ficino, che voleva appunto combattere "la religione dell'ignoranza e la filosofia della miscredenza." Amico dei Medici, egli fin ammiratore entusiasta del Savonarola, e fu sepolto in San Marco, dopo che lo ebbero, secondo la sua ultima volont, vestito dell'abito dei Domenicani.(182) Cess di vivere nel 1494, anno memorabile nella storia dell'Italia e di tutta l'Europa.


8. - RISORGIMENTO DELLA LETTERATURA ITALIANA.

I Platonici e gli eruditi scompariscono ora assai rapidamente dalla scena, e la letteratura nazionale che s' andata per s lungo tempo apparecchiando, comincia a manifestarsi in tutto il suo nuovo splendore.
Nel secolo XV il nostro volgare era assai decaduto, per colpa principalmente degli eruditi, che o scrivevano latino, o forzavano l'italiano ad una artificiosa imitazione del latino. L'anno 1441 fu fatto nel Duomo, in occasione della dimora in Firenze d'Eugenio IV, un solenne esperimento letterario, chiamato Accademia Coronaria, perch si prometteva una corona d'argento a chi leggesse i migliori versi italiani sull'amicizia. Ed il premio non fu potuto concedere, tanto riuscirono miserabili quelle poesie, che anche oggi nessuno pu leggere senza restar maravigliato del gusto corrotto e del puerile artificio. S'ingannerebbe per chi credesse che lo scrivere in volgare fosse stato allora abbandonato del tutto. Canzoni italiane, composte da scrittori poco noti, ma non poco numerosi, venivano cantate dal popolo delle citt e delle campagne, e in italiano si scrivevano le lettere familiari, molti racconti, novelle, cronache. Era una letteratura in gran parte fatta pel popolo, ed a cui il popolo in pi modi pigliava parte, senza che si potesse dire popolare nel vero senso della parola. Ed and, col procedere del secolo XV, crescendo sempre d'importanza, fino a che i dotti, abbandonato il latino, tornarono anch'essi all'italiano, iniziando cos un secondo grande periodo nella storia delle nostre lettere.
I Platonici vanno messi appunto fra coloro che primi tornarono alla lingua volgare. Cristoforo Landino aveva molto aiutato a ci, promovendo coi suoi Commenti lo studio di Dante e del Petrarca. Ma a Leon Battista Alberti spetta un luogo ancora pi onorevole. Nato (l'anno preciso  incerto) circa il 1404 a Venezia, dove la sua famiglia era esiliata, si dimostr subito uomo singolarissimo. D'una gran forza e bellezza, egli riusciva mirabilmente in tutti gli eserciz del corpo, in tutte le opere d'ingegno. Era valente nella musica, nel canto, nelle arti del disegno, nelle lettere e nelle scienze, tanto le morali, quanto le matematiche o naturali, nelle quali molte scoperte sono a lui attribuite.(183) Il Landino, il Poliziano(184) ed altri esaltarono, non solo la universalit di questo singolare ingegno, ma, quello che ora pi importa notare, anche i suoi meriti nel promuovere lo studio e l'uso dell'italiano, cosa che risulta assai chiara anche dalla lettura delle sue opere, sebbene intorno ad alcune di esse si siano fatte e si facciano molte dispute. Alcune poesie dell'Alberti hanno di certo una freschezza e spontaneit grande;(185) ma ci potrebbe far meraviglia se il Poliziano e Lorenzo de' Medici non ci dimostrassero che la Musa italiana gi si ridestava allora animata da uno spirito nuovo, quasi rinascendo per seconda giovinezza. La sua prosa  veramente molto artificiosa per la continua imitazione del latino; pure merita una particolar menzione l'opera intitolata: La cura della famiglia, e specialmente il terzo libro di essa, L'Economico o Il Padre di famiglia, in cui si descrive appunto il buon padre, ed il miglior modo di governare la casa. Questo  quasi un lavoro a parte, e nella prefazione che lo precede, l'Alberti piglia le difese della lingua italiana, che dichiara non punto inferiore alla latina, ed aggiunge di voler fare uso d'uno stile "nudo e semplice.(186)" Infatti la sua prosa qui  assai pi spontanea del solito, tanto che egli sembra voler fare uno sforzo per tornare all'aurea semplicit del Trecento.
L'Economico  generalmente noto nella forma assai pi disinvolta e popolare che ricevette da Agnolo Pandolfini, col titolo: Del governo della famiglia; ed  in questa forma uno dei pi bei monumenti della nostra letteratura. Si  da alcuni sostenuto che il Pandolfini avesse copiato e migliorato l'Alberti, da altri invece il contrario. Certo  per che il primo scrive in una lingua parlata, molto ricca ed evidente, sebbene non sempre irreprensibile affatto nella grammatica, mentre l'Alberti  pi corretto grammaticalmente, ma  pi pesante, non ba di certo la semplicit del Pandolfini. Nel suo linguaggio si vede l'innesto della forma popolare con la erudita, le quali non sono ancora ben fuse insieme, rimanendone offuscato il nativo splendore della prima. Non  ancora accertato pienamente quale dei due libri sia l'originale, quale il rifacimento; ma il trovarlo diffuso sotto due forme diverse, prova certo che esso esprime i sentimenti e le opinioni del tempo, il che lo rende importante non solo nella storia della lingua e della letteratura, ma ancora in quella della societ italiana.(187)
Quest'opera, massime nella forma che gli ha dato il Pandolfini, sembra scritta da un uomo vissuto tra la fine del secolo XIV e il principio del XV, il quale, dopo aver preso parte al governo della citt, si ritira disgustato in villa, per darsi al comporre. Cos abbiamo in essa una fedele descrizione dello stato sociale, morale e intellettuale degl'Italiani nel secolo XV, quale vanamente cercheremmo negli storici. Qui v' sopratutto un profondo disgusto della vita politica, "vita d'ingiurie, d'invidia, di sdegni e di sospetti.(188)" Lo spirito italiano gi si sente condannato a rinchiudersi in s stesso, senza trovare nella sua coscienza il conforto della vita religiosa. La virt gli sembra risultare unicamente dal bisogno d'un benessere quasi artistico, " tutta lieta e graziosa.(189)" Ci che si vuole  solo: non aver l'animo alterato da alcuna cupidigia, pentimento o dolore;(190) mantenere non mai disturbata l'armonia interiore. L'onest  il pi bello ornamento della donna, che il vizio rende volgare e brutta.(191) Trasparisce anche assai chiara la nuova tendenza infusa nello spirito italiano dal Platonismo. In questo libro infatti la virt risulta da una legge necessaria della nostra natura, non da alcun comando di autorit superiore. Quando il capo della famiglia prende moglie, la conduce innanzi al domestico tabernacolo della Madonna, e l pregano inginocchiati, non la Vergine o i Santi, ma il Sommo Iddio. N si raccomandano per avere la felicit di un'altra vita, ma solo perch sia loro dato di godere i beni di questo mondo. La moglie deve saper governare la casa con l'accortezza e la gentilezza, per mantenere sempre l'armonia generale, e perch tutti siano felici. Noi siamo come dinanzi a un quadro di Masaccio o del Lippi. Non v' nessuno slancio, nessuna aspirazione verso l'infinito, v' un'armonia che si contenta di s, che  come il principio universale della vita, quale l'intendevano allora gl'italiani. Ogni piccolo accessorio di questo quadro ci pone dinanzi agli occhi la democrazia fiorentina, con la sua raffinatezza e la sua civile uguaglianza. In quasi tutta Europa il contadino era ancora attaccato alla gleba, in una condizione servile; egli qui  gi divenuto il tormento del suo padrone. Vuole che gli sia comperato il bue, la giumenta, le pecore; vuole che gli sian pagati i debiti, gli sia data la dote per la figliuola, fatta la casa e fornite le masserizie: n mai si contenta.(192)
Ma fra le sorgenti della nuova letteratura, specialmente della prosa, che sono pur molte, dobbiamo qui menzionare le corrispondenze politiche e diplomatiche, che in questo secolo divengono davvero uno dei pi notevoli monumenti letterar, che abbia non solo l'Italia, ma l'Europa. Esse non erano scritte per esercizi di retorica erudita, ma per condurre gli affari ad un fine determinato, e giunsero perci subito ad una semplicit, spontaneit e lucidezza veramente singolari.
Nelle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, recentemente pubblicate,(193) si vede ancora lo sforzo con cui lo scrittore cercava innestare l'incolto, ma ingenuo linguaggio popolare col periodo latino degli eruditi; si vede il processo di formazione della nuova prosa. Questo sforzo  cessato, e la prosa politica italiana ha superato ogni incertezza, senza per ancora nascondere del tutto i due elementi da cui risulta, nelle lettere di Lorenzo dei Medici, delle quali il Guicciardini stesso fece i pi alti elogi.(194) In esse si scorge da un lato la popolare disinvoltura con cui scriveva questo discepolo del Ficino e amico del Poliziano, e da un altro quella mirabile prudenza con cui egli cercava mantenere l'equilibrio fra gli Stati italiani, la grande autorit che esercitava su di essi, in tutta la Penisola. Quando Ferdinando di Napoli vuol fare una lega particolare col Papa, Lorenzo subito s'adopera, perch si levi "questa scintilla d'alterazione in Italia,"(195) e si faccia invece una pace generale. Quando sua figlia Maddalena sposa Franceschetto Cibo, figlio naturale del Papa, egli subito avverte, che non intende stringere legami a danno della pace generale d'Italia, n fare lontani disegni per l'avvenire, a cui bisogna, invece, "pensare d per d, e secondo che si trover il suono ballare."(196) Quando il Papa vuol chiamare in Italia il duca di Lorena, egli s'adopera a tutt'uomo per impedirlo, ponendo innanzi i molti pericoli, cui essi sarebbero andati incontro, e ricordando "che non  in mano degli uomini tenere la briglia alla fortuna." Il duca di Milano, Lodovico il Moro, sempre vario e mutabile ed ambizioso, che ogni ora fa nascere nuove complicazioni, va trattato, egli dice, come porta la sua natura, secondandolo, cio, fino a che  possibile senza pericolo; ma in modo da "restare a cavallo," quando egli volesse mutare.(197)  quindi tanto pi necessario tenersi amici i Veneziani, "per aver sempre qualche ncora in "mare."(198) E quando suo figlio Giovanni, a 17 anni gi da un pezzo cardinale, parte per Roma, Lorenzo lo avverte dei pericoli, cui va incontro in una citt cos corrotta, e gli ricorda che a Firenze giova l'unione colla Chiesa, e che "l'interesse della casa nostra ne va con "quello della Citt; sicch voi dovete essere in ci buona catena, e non vi debbono, in ogni caso, mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i cavoli."(199) - Questa prosa disinvolta, popolare, efficace, divenne subito generalissima in Toscana, e Lorenzo de' Medici fu dei primi ad usarla, come fu dei primi ancora a scrivere poesie volgari.
Nel Trecento era seguto fra noi un innesto di due poesie, che facilmente si possono distinguere anche oggi nei sonetti, nelle canzoni, nella stessa Divina Commedia. Una era semplice, chiara, spontanea; ispirazione, se non del tutto, certo assai pi popolare dell'altra, che era artificiosa, allegorica, scolastica, cortigiana, imitazione francese o provenzale. Da questa unione d'elementi diversi, il genio nazionale aveva, aiutandosi sin d'allora collo studio dei classici, cavata una letteratura nuova. Ed essa discese assai facilmente nel popolo, che, rapto, dominato da un'arte a lui superiore, e pur da lui intesa e gustata, sembrava non aver quasi pi bisogno d'altre canzoni o d'altri racconti suoi propr. Ma in sul finire del secolo XIV i letterati scrivevano latino, ed il popolo, che in mezzo alle lotte della libert, aveva assai progredito anche nella cultura, dovette altrimenti provvedere ai bisogni del suo spirito. Per tutta la campagna toscana(200) s'udirono allora nuove canzoni, rispetti, strambotti; e nelle citt si moltiplicarono prodigiosamente le novelle, i racconti d'avventure cavalleresche, che dalla Francia s'erano diffusi tra noi, e le sacre rappresentazioni. Tutto ci naturalmente in lingua volgare.
Alcuni rispetti, alcuni strambotti e qualche canzone sgorgarono veramente dal cuore del popolo. Essi risuonano ancora oggi fra le valli toscane, dove, osserva il D'Ancona, sono come l'eco dell'ultima creazione d'un popolo che perdeva allora la sua libert.(201) Ma altri non pochi, e i racconti cavallereschi, e le sacre o profane rappresentazioni non si possono dire creazione impersonale del popolo, perch erano invece composti da una specie di cantastorie, che, sorti dal popolo per il quale scrivevano, non mancavano d'una qualche cultura, sebbene assai imperfetta. Noi vi troviamo spesso reminiscenze classiche ed artific retorici, ben di rado vera spontaneit popolare. V' per una certa semplicit ed anche una certa ingenua delicatezza di sentire, che attestano l'origine di questi lavori, e ricordano come il popolo fosse allora assai meno corrotto degli uomini culti e di tutti gli ordini superiori della societ. Gli eruditi scrivevano l'Ermafrodito, le Invettive, oscenit d'ogni sorta: i cantastorie narravano le fantastiche prodezze dei cavalieri erranti; gli amori infelici d'Ippolito e Dianora, e la loro eroica abnegazione;(202) le sventure di Ginevra degli Almieri, che, uscita dalla tomba in cui fu sepolta viva, non  riconosciuta n dal marito n dalla madre che la fuggono, ma solo dal primo amante, da cui era stata per forza separata, e che ora la salva,

Mischiando la letizia col dolore.(203)

La poesia italiana del secolo XV fu dai letterati fondata in gran parte su questa poesia che spesso  chiamata popolare, quantunque tale propriamente non sia. Ed in verit i canti dei letterati e quelli del popolo s'intrecciano fra noi per modo, e tanta azione e reazione esercitano gli uni sugli altri, che il distinguerli  spesso impresa molto malagevole anche alla critica dei pi acuti ed intelligenti. Comunque sia di ci, uno dei primi, non solo a proteggere, ma a promuovere e coltivare la nuova poesia, fu Lorenzo de' Medici. A lui che fondava la tirannide, appoggiandosi sul popolo contro i Grandi, conveniva molto farsi conoscere anche come poeta del popolo, massime in una citt come Firenze, dove il dominio intellettuale era la base pi solida al dominio politico. Le stampe del tempo ce lo rappresentano, di fatti, in mezzo alla moltitudine, occupato a cantar poesie.
Per render giustizia al valore letterario di Lorenzo, non  necessario in modo alcuno seguire i ditirambi del Roscoe e del Ruth, che vorrebbero farne addirittura un genio.(204) Egli fu in poesia ci che era stato in tutto il resto, conoscitore degli uomini, osservatore accorto, di gusto finissimo, senza per un animo abbastanza elevato per giungere alle somme altezze dell'arte. Ne  una prova la storia che ci fa egli stesso delle sue prime ispirazioni. Quando mor la bella Simonetta, amata da Giuliano dei Medici, molti poeti, fra cui il Poliziano,(205) ne scrissero le lodi. Lorenzo, per fare anch'egli qualcosa di simile, s'immagin d'aver perduto la sua amata; ma poi ne cerc una addirittura, la trov in Lucrezia Donati,(206) giovane bella e d'ingegno, e si di subito a scrivere versi d'amore. Tutto ci non gl'impediva di far trattare pel suo matrimonio con Clarice Orsini a Roma. E la madre Lucrezia Tornabuoni scriveva allora al marito Piero dei Medici, cos ragionando della fidanzata: " di recipiente grandezza, e bianca, et ha s dolce maniera, non per s gentile come le nostre; ma  di gran modestia, e da ridulla presto a nostri costumi. Il capo non ha biondo, perch non se n'ha di qua; pendono i suoi capegli in rosso, e n'ha assai. La faccia del viso pende un poco tondetta, ma non mi dispiace. La gola  isvelta confacientemente, ma mi pare un po' sotiletta. Il petto non potemo vedere, perch usano ire tutte turate; ma mostra di buona qualit.... La mano ha lunga e isvelta. E tutto raccolto, giudichiamo la fanciulla assai pi che comunale.(207)" E dopo una cos minuta descrizione del corpo, non una parola sola dell'animo, dell'ingegno e del carattere. Lorenzo poi che il 4 giugno 1469, in et di ventun'anno, si fidanzava con questa fanciulla, scriveva nei suoi Ricordi: "Tolsi donna,... ovvero mi fu data."(208)
E le sue poesie, che pure han molto valore, lo dimostrano degno figlio di questa madre. A diciassette anni descriveva le labbra, gli occhi, i capelli dell'amata; lodava i monti, il praticello fiorito, il fiume, la solitudine campestre, in cui poteva contemplare l'immagine di lei, lungi dal rumore della citt. Fin d'allora troviamo in esse gusto finissimo, disinvoltura, forma spontanea e qualche volta anche troppo popolare: egli descriveva la natura ed il mondo reale con una evidenza propria d'osservatore acutissimo. Queste qualit vanno pi tardi risplendendo sempre di pi nei var componimenti di Lorenzo, giacch egli sinceramente ammirava il bello, amava la vita campestre, ed era un vero artista, un pittore del mondo esteriore. Alla potenza descrittiva s'aggiunge nei Beoni uno spirito mordace e satirico; ma l'indole propria della sua poesia apparisce principalmente nelle Canzoni a ballo, che egli prese dal popolo, dando ad esse la loro vera forma, e nei Canti Carnascialeschi, che esistevano appena in germe, e che egli sollev a dignit letteraria, divenendo cos il creatore del genere.
Il pensiero dominante in queste poesie : godete oggi della vita, abbandonatevi ai piaceri, e non pensate al domani. Non esitate, o giovanetti, colle donne, e voi

Arrendetevi, belle,
A' vostri innamorati,
Rendete e' cuor furati,
Non fate guerra al maggio.(209)

L'accorto politico, che voleva addormentare il popolo nei sensi, ai quali egli medesimo s'abbandonava, qui manifesta tutto s stesso, ritrovando la sua massima spontaneit di stile e freschezza di forma. Ma qui ancora si vede, che la sua  un'arte corruttrice, la quale in ci appunto trova la propria condanna. Se nelle Canzoni a ballo  contento del dolce far niente e d'una vita sensuale, nei Canti Carnascialeschi va ancora pi oltre. Alcuni di essi ci pongono innanzi, con molto brio, figure mitologiche, piene di vita; altri invece descrivono oscenit tali, che oggi non si potrebbero neppure accennare, e che allora venivano senza ritegno cantate nelle pubbliche vie, ed erano opera d'un principe ammirato in tutto il mondo civile. Egli dirigeva le feste e le mascherate carnevalesche, chiamando in suo aiuto scultori e pittori,(210) per renderle pi allegre, e per fare colla eleganza del gusto penetrare pi addentro la corruzione dei costumi; faceva comporre la musica che doveva accompagnare le sue oscene canzoni, e mescolandosi coi letterati, cogli artisti e col popolo, era l'anima e la guida di tutti questi baccanali. Non si pu tuttavia negare che Lorenzo, trattando var generi di poesia, che trov diffusi nel popolo, e sollevandoli a vera dignit di arte, fu promotore d'una rivoluzione letteraria, nella quale, se alcuni dei contemporanei lo superarono, egli ebbe pure una parte che gli torna a sommo onore.(211)
Il vero rinnovatore della poesia italiana nel secolo XV fu per Angelo Ambrogini da Monte Pulciano, chiamato il Poliziano. Nato il 14 luglio 1454, fu sino al 1474 discepolo nello Studio Fiorentino, dove ascolt il Ficino, l'Andronico, l'Argiropulo, il Landino. A sedici anni aveva cominciato una traduzione d'Omero, che lo fece chiamare dal Ficino l'omerico fanciullo, e gli assicur per sempre la protezione di Lorenzo, il quale l'accolse nella propria casa, e lo volle maestro di suo figlio Piero.(212) A 29 anni era professore d'eloquenza greca e latina nello Studio, ed alle sue lezioni accorrevano non solo Italiani, come Pico della Mirandola e i Medici stessi, ma stranieri d'ogni nazione. Poco di poi, nel 1486, fu nominato canonico della Cattedrale. In breve tempo la sua fama aveva riempito tutta Italia e passato anche le Alpi. Dimostr un grande acume critico, specialmente paragonando i testi antichi, nelle sue Miscellanee; collazionando poi l'edizione delle Pandette, pubblicata a Venezia nel 1485, sul codice Laurenziano, conosciuto col nome di Pandette d'Amalfi, fece osservazioni che forse furono troppo lodate, ma che pur dimostravano di che grande aiuto la filologia poteva essere alla giurisprudenza.(213)
Il merito principale del Poliziano sta per nelle poesie, e spesso anche le pi belle prolusioni che leggeva dalla cattedra non erano che versi latini, nei quali rest senza rivali fin dalla prima giovinezza. A diciotto anni i suoi versi greci erano stati molto lodati; ma egli aveva addirittura fatto maravigliare il mondo colla sua elegia latina in morte di Albiera degli Albizzi. In essa pare che il sentimento pagano per la bella forma, e l'eterea gentilezza dei pittori del Quattrocento si siano riuniti; che la lingua italiana si sia fusa con la latina, la quale, pur essendo morta, pareva ritornata ad essere lingua parlata e viva, tante erano la sua vivacit, la sua freschezza. Si direbbe che il soffio della poesia popolare italiana rianimi adesso di nuova vita l'erudito, e lo renda capace di ricondurre il suo latino alla primitiva spontaneit greca. In questa elegia troviamo la medesima inarrivabile eleganza, lo stesso lusso di descrizioni, ed anche la stessa composizione, qualche volta alquanto artificiosa, delle immortali Stanze italiane. Bellissime sono le ultime parole della moribonda al marito, che osserva, atterrito, il pallore crescere di momento in momento sul volto dell'amata, la quale

Illius aspectu morientia lumina pascit,

e gi si sente come rapire nell'altra vita:

....Heu! nostro torpet in ore sonus;
Heu rapior! Tu vive mihi, tibi mortua vivam.
Caligant oculi iam mihi morte graves.

Questi pregi che il Poliziano ebbe sin dal principio, aumentarono sempre, come pu vedersi, fra le molte altre, nella poesia in morte della bella Simonetta, e in quella stupenda sulle viole.(214) Leggendo questi versi, che sono pi classici di quanti se ne scrissero prima dagli eruditi, il lettore qualche volta, quasi obliando s stesso, crede di vedere il latino trasformarsi nel nuovo e pi bel fiore della poesia italiana, la quale rinasce davvero sotto i suoi occhi.  ora infatti che la crisalide italiana rompe l'involucro latino, dentro cui s'era lungo tempo nascosta, e comparisce finalmente alla luce del sole.
Il Poliziano resta immortale nella storia della letteratura italiana, come autore delle Stanze per la Giostra di Giuliano de' Medici, perch esse incominciano addirittura il secondo e non meno splendido periodo della nostra poesia. Formano il principio d'un poema che non va oltre la quarantesimasesta ottava del secondo libro, restando interrotto, assai probabilmente, per la morte di Giuliano nella congiura dei Pazzi.(215) Esse sono per un lavoro di tal natura, che soffre assai poco da questa interruzione, mancandovi ogni unit, ogni materia epica, a segno tale che riesce in vero assai difficile argomentare come il poeta avrebbe potuto continuarlo e come finirlo. Il suo gran pregio sta tutto in una forma limpida, elegante, cristallina, d'una freschezza impareggiabile. L'ottava, osserva giustamente il Carducci, che era stata diffusa nel Boccaccio, stemperata nel Pulci, aspra ed ineguale in Lorenzo, acquista nel Poliziano unit, armonia, colore, variet, quel carattere che poi ha sempre serbato. Posto fra la letteratura originale, primitiva del Trecento, e quella pi varia, raffinata, e pur sempre d'imitazione, che fiorisce nel Cinquecento, egli riunisce le grazie dell'una col vigore dell'altra, somigliando in ci ai pittori del Quattrocento, che resero assai pi gentile la pittura di Giotto, pi perfetta la tecnica dell'arte, senza ancora cadere nel convenzionale, che comincia ben presto nel Cinquecento. Tutto questo per, non bisogna dimenticarlo,  vero solo per la forma; giacch quanto alla sostanza il Poliziano non ha certo n l'altezza o il vigore di Dante, n la fantasia dell'Ariosto. Ma  una forma che pu dirsi poesia essa stessa, e riproduce la natura con una eleganza inarrivabile. Le donne del Poliziano non sono cos mistiche ed aeree come quelle di Dante, non cos sensuali come quelle dell'Ariosto; hanno una delicatezza e dolcezza che innamora; ricordano il Lippi ed il Ghirlandaio. La bella Simonetta  nelle Stanze sensibile e visibile, ma non manca di bellezza ideale:

Ridegli attorno tutta la foresta,
. . . . . . . . . . . . . . . . .
L'aer d'intorno si fa tutto ameno,
Ovunque gira le luci amorose.(216)

Il poeta non cerca che il vero, ma  un vero elegante, gentile sempre. Le immagini, liberate dal misticismo medievale, sembrano giovarsi della veste mitologica, in cui spesso le vediamo avvolte, per meglio fare indovinare le forme del corpo, dal quale non vogliono mai separarsi. La loro nudit apparisce di tratto in tratto splendida, quasi luminosa, per un classico smalto, ed una pagana freschezza tutta propria del Rinascimento. Ed invero, per citare anche un esempio d'altro autore, chi, dopo aver letto, nella Vita Nuova o nella Divina Commedia, la descrizione della Beatrice, sempre vicina a trasformarsi nella teologia, legge la ben nota ballata d'Olimpo da Sassoferrato:

La brunettina mia
Con l'acqua della fonte
Si lava il d la fronte
E il seren petto, ecc.,(217)

s'accorge subito della distanza, e capisce il mutamento che  seguito nello spirito italiano.
Il Poliziano sollev i Rispetti o gli Strambotti del popolo a dignit nuova, con tal gusto e tale eleganza, "che primo forse in poesia," dice il Carducci, "dette l'impronta dell'atticit ai fiorentinismi, e la finitezza dell'arte all'espressione famigliare.(218)" La ballata poi, che gi nel Trecento aveva ricevuto una forma letteraria, e, cos ingentilita, era rimasta nel popolo; che serv di modello alle molte laudi spirituali composte in tutto il secolo XV, ed anche a Lorenzo de' Medici, che seppe darle nuova forma letteraria, venne dal Poliziano sollevata fin quasi all'altezza dell'ode, senza che con ci perdesse la sua primitiva semplicit.(219) Non mancano in queste liriche, allusioni sensuali, le quali ricordano che egli era compagno di Lorenzo: il Poliziano per non perd mai il pudore, come spesso segu al suo Mecenate. Coll'Orfeo il Poliziano si prov anche nel dramma; ma  un dialogo che riesce qualche volta lirico, senza arrivar mai ad un vero conflitto di passioni. La poesia drammatica nasce tardi assai nella vita d'un popolo, quando cio il suo spirito e la sua lingua sono arrivati ad una sana e vigorosa maturit. L'Italia v'era appena giunta, quando divenne preda degli stranieri, che distrussero le sue istituzioni e la sua indipendenza, la oppressero e travagliarono per modo, che le impedirono di trovar la via d'uscire, in questo genere essenzialmente nazionale, da quella imitazione latina, da cui s'era altre volte liberata.
Il Poliziano, poi che aveva un gusto assai fine e quasi greco, non poteva in nessun caso essere l'uomo capace di elevarsi alla vera altezza drammatica, creando il teatro che a noi mancava. Si capir facilmente perch il suo genio non potesse volare troppo alto, quando si pensi alla vita di cortigiano e d'adulatore che menava. Fa qualche volta sdegno il vedere come l'autore di versi tanto gentili, ne scrivesse altri pieni delle pi basse adulazioni. Ci non pu scusarsi neppur col ricordare che pel suo Mecenate egli aveva un affetto veramente sincero e profondo. Era accanto a Lorenzo il giorno che scoppi la celebre congiura dei Pazzi, e fu primo a chiudere la porta della sagrestia appena lo vide l dentro ricoverato. Quando Lorenzo torn dal suo pericoloso viaggio di Napoli, egli lo salut con bellissimi versi latini, che paiono d'un amante all'amata; e quando mor, lo pianse con parole di grandissimo dolore, seguendolo poco dopo nella tomba. Ma ci non toglie che quando il poeta s'umilia dinanzi al suo protettore, chiedendo perfino abiti vecchi, si senta una profonda compassione, e si capisca che cos non si sale mai alle maggiori altezze dell'arte.
La letteratura del Trecento era stata, pu dirsi, esclusivamente toscana; quella del Rinascimento fu invece nazionale. Gli eruditi infatti si trovano, come vedemmo, in ogni parte della Penisola, ed ora anche gli scrittori in lingua volgare cominciano a sorgere contemporaneamente e coi medesimi caratteri in diverse provincie. Cos se dal Poliziano e da Firenze andiamo verso il Mezzogiorno, incontriamo Giovanni Gioviano Pontano. Nato a Cerreto (1426) nell'Umbria, si rec ben presto a Napoli, dove fu ministro ed ambasciatore di Ferdinando d'Aragona; lo accompagn per tutto; lo consigli negli affari pi gravi di Stato, nei quali ebbe sempre parte principalissima; fu maestro di Alfonso II. A poco a poco divenne napoletano affatto, e pu dirsi che meglio d'ogni altro rappresenti lo stato della cultura in quella Corte ed in quel tempo. Uomo d'affari, diplomatico accorto, ed uno dei pi celebri eruditi, istitu l'Accademia Pontaniana, trasformando quella gi fondata da Antonio Panormita col titolo di Porticus Antoniana. Scrisse un numero infinito di opere filosofiche, fisiche, astrologiche, politiche, storiche, sempre in latino. Ma in tutte queste opere si vede chiaro che l'erudizione era gi vicina a subire una trasformazione. I trattati della Fortezza, della Liberalit, della Beneficenza, ecc., come pure quello del Principe, non sono altro che dissertazioni senza alcuna originalit, raccolte diffuse di sentenze morali. Le sue varie opere astrologiche riuniscono tutti quanti i pregiudiz del tempo, senza neppur tentare di fondarli su qualche pretesa teoria filosofica, come presumeva di fare il Ficino. - Il sole, cuore del cielo e dell'universo,  principio generatore delle cose. La costellazione del Cancro, che influisce sui corpi freddi, si dice casa della luna, perch quando questo pianeta, di sua natura umido e freddo, si trova in quella costellazione, acquista maggiore efficacia. - Anche la sua storia della Guerra Napoletana tra Giovanni d'Angi e Ferdinando d'Aragona, sebbene abbia una certa importanza, per essere scritta da un contemporaneo,  piena di digressioni inutili, si perde in considerazioni astrologiche, e manca di critica.(220) Ma chi vuol conoscere davvero il Pontano, e scoprire dove  il valore de' suoi scritti, un valore tutto letterario, deve leggere i Dialoghi e le poesie latine, specialmente le liriche.
Qui si osserva subito lo stesso fenomeno che nel Poliziano: un gusto classico finissimo; uno stile lucido, evidente, spontaneo come di chi usa una lingua viva, perch anche qui la nuova vita del latino nasce dall'innesto di esso col linguaggio parlato dall'autore, che per non  il fiorentino, ma un italiano napoletanizzato. Dal che deriva, per quanto sia grandissimo l'ingegno poetico del Pontano, una innegabile inferiorit di forma ne' suoi scritti, di fronte a quelli del Poliziano; l'atticismo toscano d al latino di questo una greca eleganza che non si pu del pari ritrovare nell'altro. Tuttavia  certo che anch'egli riesce mirabilmente nell'adoperare il latino ad esprimere il pensiero moderno, e dove non gli basta, latinizza parole italiane o napoletane, e va innanzi spedito come uno che parli la lingua imparata sin dalla cuna. Nei dialoghi, il Caronte, l'Antonio, l'Asino, che sono tutti lavori d'immaginazione, in elegante prosa latina, spesso interrotta da poesie bellissime, v' una dipintura dei costumi napoletani, di feste popolari, di scene campestri e d'amore; una serie d'aneddoti pieni di brio tale, che par di leggere le pagine pi belle del Boccaccio. La festa del porcello a Napoli, l'indole delle citt italiane, la corruzione dei preti a Roma, le dispute ridicole dei pedanti, e l'accanimento con cui perseguitano la gente, per una particella o un ablativo non adoperati secondo le loro regole, spesso fallaci, hanno una potenza descrittiva, una freschezza, una vis comica tali da far mettere il Pontano fra gli uomini di vero genio letterario. Egli scrive in latino, ma il suo spirito, il suo ingegno sono moderni, e le sue opere sono perci un vero gioiello della letteratura italiana. Nel suo Antonius vediamo i Napoletani seduti all'ombra, motteggiare chi passa; il Pontano vivo parlante; un figlio che racconta le querele di casa; un poeta che, preceduto da un trombetto, sale, secondo l'uso napoletano del tempo, sopra un poggio a recitare la descrizione d'una battaglia, di tanto in tanto abboccando il fiasco di vino. Poi leggiamo l'ode di Galatea inseguta da Polifemo, una delle sue pi belle:

Dulce dum ludit Galatea in unda,
Et movet nudos agilis lacertos,
Dum latus versat, fluitantque nudae
Aequore mammae, etc.;

ed in mezzo a tutto ci sempre un gusto squisito, uno spirito che s'inebbria, anche nella vecchiezza, in una volutt sensuale ed artistica, uno scetticismo profondo che ride d'ogni cosa.
Nelle liriche si manifesta veramente tutto quanto il genio letterario dell'autore, e si vede pi chiaro ancora che in quelle del Poliziano, l'immagine del Rinascimento. Le sue donne, dice il Carducci, denudano ridenti ogni loro bellezza in cospetto del sole e dell'amore. "E con quel suo riposato senso di volutt e di sincero godimento della vita, il Pontano, in latino,  il poeta pi moderno e pi vero del suo tempo e del suo paese."(221) Leggendo le odi,  davvero mirabile il vedere come in quel suo latino egli si muova agile e felice, quasi navighi a seconda d'un fiume; e come il suo italiano napoletano cerchi infondere giovane sangue nel vecchio idioma, anche quando lo altera un po' troppo:

Amabo mea chara Fanniella,
Ocellus Veneris, decusque amoris,
Iube isthaec tibi basiem labella
Succiplena, tenella, mollicella,
Amabo, mea vita, suaviumque,
Face istam mihi gratiam petenti, etc.(222)

Egli ride e motteggia; canta la ninna nanna; s'inebria nella voluttuosa bellezza, fra le molli braccia delle Ninfe, che l'accolgono in riva al mare, in presenza della natura, in mezzo ai fiori. E questo  il suo mondo, il mondo del Rinascimento. Tutte le citt, le ville, le isole dei dintorni di Napoli, le strade, le fontane, personificate in esseri fantastici, camminano, danzano intorno al poeta. Le Ninfe Posilipo, Mergellina, Afragola, Acerra, Panicocolis studiosa lupini, e Marianella che canta accompagnando Capodimonte,

et cognita bucellatis
Ulmia, et intortis tantum laudata torallis:(223)

tutte si muovono e vivono nella sua Lepidina.(224) Il Vesuvio, in forma di vecchio, discende dal monte sopra un asino per venire alla festa, e le donne lo circondano. A chi d un anello da cucire, a chi un fusaiuolo, a chi dice un motto, e tutte fanno a gara intorno a lui ed all'asino, per salutarli con alte e festose grida,

Plebs plaudit, varioque asinum clamore salutant,
Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant.

I medesimi pregi possono notarsi nei due libri degli Amori, negli Endecasillabi, nella Buccolica, e nel poema didascalico, L'Urania, in cui sono mirabili descrizioni della natura. Vi troviamo sempre un singolare impasto di due lingue, l'una viva e l'altra morta, nel quale ambedue sembrano rinascere; e questa varia e ricca unione d'immagini classiche, di bizzarre fantastiche, di splendide descrizioni della natura, di sentimenti moderni, tutto mescolato e tutto in fermento nella fantasia dell'erudito, che si trasforma in poeta, ci fa capire come la nuova letteratura nasca dall'antica, e come, in mezzo al mondo classico, con tanta cura evocato, possa sorgere il poema cavalleresco, che pare e non  una contradizione nel secolo degli eruditi.
Qui dovremmo accennare alle lettere politiche di Ferrante d'Aragona, che portano la firma anche del Pontano suo primo ministro, il quale ebbe certo una parte non piccola nel compilarle. Ma, oltre che  ben difficile il determinare con precisione qual fosse veramente questa parte, ci sar data occasione di parlarne in luogo pi opportuno. Per ora ci basti ricordare che anch'esse hanno rarissimi pregi: scritte con verit ed eloquenza, potrebbero stare fra le migliori nostre prose letterarie, se la loro forma italiana non fosse troppo alterata dal dialetto napoletano, che spesso aggiunge forza e naturalezza, ma non pu giovare alla unit, n alla eleganza della lingua.
Accanto al Pontano viveva un altro scrittore, che era nato nel Napoletano, che mor nella seconda met del secolo XV, e del quale abbiamo un volume di novelle assai notevoli, massime se ricordiamo che quel genere, dopo il Sacchetti, pareva quasi abbandonato. Uomo di mondo e non erudito, ma vissuto in mezzo alla erudizione, egli ci dice di aver voluto imitare, "il vetusto satiro Giovenale, e l'ornatissimo idioma e stile del famoso commendato poeta Boccaccio."(225) Spesso invoca gli Dei immortali; e Mercurio eloquentissimo Dio gli ragiona degl'inganni fatti dalle donne "al sommo nostro padre Giove, e al radiante Apollo, a noi e agli altri Dei."(226) Egli, come il Sacchetti, dichiara che vuol raccontare novelle "per autentiche istorie approbate, e certi moderni e altri non molto antichi travenuti fatti."(227) La sua lingua  molto artificiosa, per la imitazione visibile del latino e del Decamerone; vi si mescolano in buona copia il dialetto napoletano ed il salernitano, che dnno grande vivacit, ma alterano l'italiano, e rendono sconnessa la grammatica di Masuccio, che era nato a Salerno. Il suo brio spontaneo, la sua verit ed evidenza sono tali, che egli sarebbe uno dei nostri classici, se la forma fosse meno scorretta. Tuttavia il suo Novellino, cos com', ci d una immagine fedele dei tempi e della Corte di Napoli. Con una grande conoscenza degli uomini e delle cose, con un animo che sembra assai schietto e buono, l'autore sa infondere vita ne' suoi personaggi; sa raccontare con la disinvoltura, la naturalezza ed il sorriso d'un vero scrittore del Rinascimento. Domina in lui un odio profondo contro le immoralit dei preti, i quali egli sferza sanguinosamente, senza perci essere punto avverso alla religione. Nell'Esordio alla terza novella, che  dedicata al Pontano, di cui esalta le virt, le quali egli dice macchiate solo dal conversare che esso fa continuo con preti, frati e monache, "atteso che con loro non altro che usurai e fornicatori e omini di mala sorte conversare se vedono." Tutto ci non ci maraviglia molto in uno scrittore che viveva nella Corte degli Aragonesi, la quale fu di continuo in guerra coi Papi, ed aveva accolto e protetto Antonio Panormita e Lorenzo Valla. Il vedere per dedicato ad Ippolita, figlia di Francesco Sforza e giovane sposa d'Alfonso II d'Aragona, un libro di novelle assai spesso molto oscene, alcune delle quali sono anche dedicate in particolare a qualche nobile donna, reca certo grande maraviglia, ma  pure un altro segno dei tempi.
Dai Dialoghi del Pontano e dalle Novelle di Masuccio non occorre un gran salto per passare ai poemi cavallereschi, un altro dei generi di letteratura propr di questo secolo. Veramente erano nati in Francia, e parrebbero in tutto contrar al genio nazionale dell'Italia. La Cavalleria s'era infatti poco o punto diffusa tra noi; il feudalismo era stato combattuto ed in grandissima parte distrutto; alle Crociate avevamo preso una parte secondaria; Carlo Magno, eroe nazionale della Francia, era fra noi un principe straniero e conquistatore. E questi sono tutti elementi sostanziali, per la formazione del poema cavalleresco. Lo scetticismo religioso, cominciato assai presto in Italia, contrastava anch'esso coll'indole di poemi fondati principalmente sulla guerra dei Cristiani contro gl'Infedeli. Ed il maraviglioso che ne costituisce l'essenza, neppure era adatto all'indole degl'italiani, ammiratori sempre della bellezza classica. Passati da uno stato di decadenza ad una nuova forma di civilt, essi non avevano avuto la selvaggia e vigorosa giovanezza, in mezzo alla quale era stato creato quel mondo d'eroi, le cui avventure impossibili, i cui caratteri fantastici si mutano e confondono continuamente fra loro. Tuttavia questi poemi francesi, come si diffusero rapidamente in tutta l'Europa feudale, cos vennero anche fra noi, e si propagarono assai pi largamente che non si crederebbe.
Prima ancora che sorgesse la nostra letteratura, quando nel Settentrione d'Italia molti scrivevano provenzale o francese, avemmo una serie di poemi cavallereschi, compilati da Italiani in un francese italianizzato o in un italiano infranciosato. Nel Mezzogiorno, invece, quei racconti furono portati dai Normanni, e nel Centro della Penisola si diffusero per mezzo di scritti italiani e di poeti vaganti. Ma quegli eroi, nati e cresciuti in una nebbia fantastica, che non era punto adatta alla nostra indole, trovarono fra noi, specialmente nell'Italia centrale, un terreno poco favorevole, e quasi si dileguarono dalla nostra letteratura, per rifugiarsi nelle capanne del contado o nei tugur del popolo, quando sorse sull'orizzonte il sole della poesia di Dante. In molti lavori del Boccaccio, nei Trionfi del Petrarca, anche nella Divina Commedia, troviamo spesso reminiscenze, che riconfermano come quei poemi fossero sempre assai diffusi nel popolo. Paolo e Francesca ricordano nell'Inferno la lettura che, nei tempi felici, avevano fatta insieme degli amori di Lancillotto; e quando il Sacchetti racconta del fabbro che sciupava, nel recitarli, i versi di Dante, dal quale veniva perci aspramente rimproverato, egli aggiunge: e cos, se volle, dov invece cantare di Tristano e di Lancillotto: segno evidente che questi racconti erano allora giudicati pi adatti alla fantasia popolare anche in Firenze. Quando poi i dotti cominciarono a scrivere in latino, i poemi cavallereschi sembrarono risorgere fra noi da un temporaneo letargo, ed insieme coi Rispetti, gli Strambotti, le Canzoni, le Laudi e le Rappresentazioni, fecero parte di quella letteratura che, come gi vedemmo, fu chiamata popolare. Cos largamente e cos profondamente infatti si diffusero, che ancora oggi il cantastorie napoletano racconta d'Orlando e di Rinaldo ad un popolo estatico, e nella campagna toscana i Maggi, che si rappresentano la primavera, dinanzi ai contadini, pigliano dai medesimi poemi i loro soggetti. Alcuni di questi Maggi e di questi racconti sono composizioni recenti; ma altri non pochi sono addirittura del secolo XV. Allora se ne scrisse un numero sterminato, ed erano letti con l'avidit stessa, con cui oggi si leggono i romanzi. Gl'Italiani non creavano nuovi poemi, n ripetevano materialmente gli antichi; ma di questi facevano compilazioni in verso o in prosa, e pi in prosa che in verso, spesso molti riunendone in uno, e formando cos come grandi repertor di novelle fantastiche, che i cantastorie, il pi delle volte essi stessi autori, andavano leggendo al popolo delle citt e delle campagne, che li ascoltava con insaziabile avidit. La cos detta Cronaca di Turpino, ed in generale il ciclo di Carlo Magno forniscono la materia principale dei racconti italiani; ma il ciclo del re Arturo e della Tavola Rotonda vi ha pure una grandissima parte.
Il pi grande di questi compilatori, che pu bastare a darci un'idea degli altri, visse nella seconda met del secolo XIV e nella prima del XV. Egli  Andrea dei Mangabotti da Barberino in Val d'Elsa, che chiama Firenze la mia citt, perch col visse e fu educato. Di un'attivit senza pari, scrisse non solo i famosi Reali di Francia in sei libri, ma ancora l'Aspromonte in tre libri, la Storia di Rinaldo in sette, la Spagna in uno, la Seconda Spagna in uno, le Storie Narbonesi in sette, Aiolfo in un libro lunghissimo, Ugone d'Avernia in tre, e finalmente Guerino il Meschino, che, sebbene continui i fatti narrati nell'Aspromonte, forma un lavoro a s, la cui popolarit, di poco inferiore a quella dei Reali, dura anch'oggi. Tutti questi lavori sono scritti in prosa, salvo alcune parti dell'Ugone d'Avernia.
L'autore s'era proposto di raccogliere e coordinare la gran moltitudine dei racconti, che fanno parte del ciclo di Carlo Magno. E cos nei Reali, che son sempre la sua opera principale, compil la storia della stirpe del grande Imperatore, senza per fare n una vera storia, n un vero romanzo cavalleresco. Egli vuol mettere nesso e precisione l dove era confusione deplorabile, corregge la geografia, ordina le genealogie, ma perde con ci la ingenuit popolare e l'originalit poetica. Sembra che quel realismo italiano tanto ammirato nelle novelle, che restan sempre il racconto pi proprio e nazionale della nostra letteratura, predomini anche qui, ed alteri il poema, formando un lavoro che non  certo senza merito, ma di un genere ibrido. Noi qui non abbiamo veramente n poesia popolare, n poesia letteraria, ma piuttosto una materia epica, che si va trasformando, e cerca una forma nuova, senza ancora trovarla. Il linguaggio parlato si mescola colle reminiscenze classiche, familiari allora a tutti gl'Italiani; la narrazione ha una riposata solennit quasi liviana, e l'autore vuol riunire dentro i confini d'una macchina ideale ben disegnata e determinata, una miriade di racconti originariamente germogliati con la ricchezza esuberante e disordinata d'una foresta vergine.(228) Queste qualit degli scritti del Mangabotti sono comuni a quelli di centinaia d'altri compilatori in verso o in prosa.
Da quanto abbiamo detto fin qui risulta chiaro, che il giorno in cui i nostri letterati ricominciarono a scrivere in italiano, e, stanchi della retorica di poemi come la Sforziade e la Borseide, s'avvicinarono al popolo, trovarono in mezzo ad esso diffusi, insieme coi Rispetti e le Ballate, racconti come i Reali di Francia, in verso o in prosa. Si diedero allora a rifare anche questi, provandosi a renderli vere opere d'arte. Lasciarono inalterata la macchina generale della narrazione; la divisione in canti; le ricapitolazioni in principio d'ognuno di essi, indirizzate agli "amici e buona gente" dal poeta del popolo, che di ogni canto era costretto a far come un lavoro indipendente. Anche questi nuovi scrittori usavano leggere a brani i loro racconti, non in piazza, ma nelle Corti, nei desinari dei signori, a gente culta, che per voleva divertirsi, ed era stanca della vuota solennit degli eruditi. Spesso i cambiamenti che portavano nel riscrivere quelli che ora chiameremo anche noi poemi popolari, si restringevano solo a ritoccarli, correggerli, ravvivarli nella forma, aggiungendovi nuovi episod, nuove descrizioni, qualche volta interi canti. In questo ritoccarli per stava l'arte, che infondeva vita l dove mancava, ed arrivava cos ad una creazione nuova ed originale.
I personaggi si staccavano dal fondo ancora fantastico e nebuloso, nel quale erano confusi, per divenire vivi e veri; le descrizioni della natura spiravano come un'aura di primavera, avevano un'insolita fragranza; e quelle parti che restavano inalterate nella loro prima e pi rozza forma, facevano meglio risaltare la verit, quasi direi, la giovinezza di tutto ci che veniva presentato sotto nuovo aspetto, animato di nuova vita. Era quasi una improvvisa ribellione contro ogni retorica convenzionale, contro ogni vincolo artificiale; lo spirito italiano si sentiva come chi ritorna a respirar l'aura fresca dei campi e dei monti, dopo essere stato lungamente rinchiuso in un'atmosfera divenuta insalubre. Cercare in questi poemi profondit di sentimenti, uno svolgimento logico di caratteri, un disegno generale e filosofico,  cercarvi quello che non pu e non deve esserci. L'autore anzi disordina a bella posta la narrazione monotona de' racconti che trova gi compilati, confonde e ricompone a capriccio le fila intricate della vasta tela, per meglio tener desta la curiosit del lettore. L'importante per lui  che egli sia padrone de' suoi eroi, e che essi appariscano sempre ben definiti e vivi nel momento in cui li chiama sulla scena. Egli cerca un ideale diverso dal nostro; non vuole scendere nelle profondit del cuore umano; vuole ritrarre la mutabile realt di tutto ci che fugge, passa e si vede. Se torna di continuo a nascondere nel fantastico fondo del quadro i suoi personaggi, ci  solo per meglio illuderci, per farcene meglio ammirare la verit e realt, quando di nuovo li avvicina a noi, presentandoli quasi come quei putti del Correggio, che spingono innanzi la testa di sotto a un bosco di fiori, o come quelli che sulle pareti del Vaticano sembrano muoversi fra un laberinto d'eleganti rabeschi. Cos segue che, sebbene ci parli continuo di mostri, di fate, d'incantesimi, di bevande prodigiose, la sua narrazione ha pur tale verit, che crediamo leggere la storia d'avvenimenti reali.  per ben naturale, che in questo stato di cose, un perenne sorriso apparisca sulle labbra dell'autore, rallegrato egli stesso dalla illusione e dalla maraviglia che desta ne' suoi lettori, dei quali sembra pigliarsi giuoco, per poi dominarli e commuoverli ancora pi profondamente. S'ingannano coloro che vogliono in tutto ci vedere una satira o una ironia profonda. Credere sul serio a questi personaggi il poeta stesso non pu; a lui basta d'esprimere nel suo racconto tutta la varia vicenda della vita, tutte le contradizioni che sono nel suo spirito, in un secolo cos pieno d'elementi diversi e cozzanti fra loro; di rapire e di essere rapito dalle proprie creazioni. La sua fantasia, uscita dalle convenzioni classiche ed artificiali, ha finalmente ritrovato tutta la propria libert nel mondo fantastico in cui sola comanda. Si richiede quindi un temperamento artistico, per gustare tutto il valore di questi poemi, che si godono anche meglio leggendoli a brani, come li avevano letti al popolo i cantastorie, e come li lessero ai loro protettori o amici il Pulci, il Boiardo e l'Ariosto.
Il primo che fra questi poemi possa veramente chiamarsi un'opera d'arte,  il Morgante Maggiore del fiorentino Luigi Pulci, nato nel 1431. Questo lavoro  un rifacimento d'altri pi antichi. I primi ventitr canti riproducono, ora pi ora meno fedelmente, uno di quei poemi che i cantastorie leggevano al popolo, ed in esso si narravano le avventure d'Orlando. Gli ultimi cinque raccontano, invece, la rotta di Roncisvalle, e sono rifacimenti di altre due compilazioni popolari, intitolate La Spagna. Tra l'una e l'altra parte del Morgante passano venticinque o trenta anni; sicch i personaggi che nella prima erano giovani, sono nella seconda divenuti vecchi, cosa della quale l'autore non si d gran pensiero.(229) N egli si perita punto, specialmente nella prima parte, di andare cos fedelmente dietro al suo modello, correggendone o modificandone appena le ottave, da sembrare un vero plagiario.(230) Tuttavia sono questi semplici e leggerissimi tocchi di mano maestra, quelli che mutano un'opera volgare in un'opera d'arte, dnno ai personaggi vita e rilievo, lasciano da parte gli artifiz retorici, per condurci in presenza della natura. Di tanto in tanto per egli abbandona affatto il suo originale, e abbiamo, per esempio, le 275 ottave che narrano l'episodio di Morgante e di Margutte, in cui risplendono tutto lo spensierato scetticismo e la ricca fantasia e la mordace ironia del Pulci.(231) Questo poema, che ad ogni passo rompe il filo principale della narrazione, sembra ritrovare la propria unit solo nella sempre chiara, definita, evidente precisione de' suoi var ed inesauribili episod.  un singolare turbino d'eventi: scene pietose, ridicole, maravigliose, allegre. Gli elementi che formavano la cultura di quel secolo, Paganesimo e Cristianesimo, scetticismo e superstizione, ironia ed entusiasmo artistico per le bellezze della natura, coesistono tutti, e senza bisogno di sforzo per mettersi d'accordo, sembrano essere in armonia fra loro, perch il solo scopo del poeta sta nel riprodurre la irrequieta mutabilit degli eventi nella natura e nella realt della vita. Il Pulci  un impareggiabile novellatore; la sua ironia cade, come quella dei novellieri, sui preti e sui frati, qualche volta anche sulla religione stessa,(232) ma sempre in modo da far poi capire che egli non vuol punto rinnegarla, intende anzi rispettarla. L'antichit non gli  ignota, e penetra nel suo lavoro, quantunque manchi nell'originale che egli imita; la sua musa , nonostante, essenzialmente popolare:

Infino a qui l'aiuto del Parnaso
Non ho chiesto n chieggo....
Io mi star tra faggi e tra bifulci,
Che non dispregin le muse del Pulci.

La sua forma  difatti cos popolare, che spesso manca di lima, e quando si scolorisce, non cade mai nel retorico, ma piuttosto nel volgare. La spontaneit di questa forma ha pi di tutto contribuito alla fama del Morgante, scritto a richiesta di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo dei Medici, alla cui tavola veniva letto, nelle fuggevoli ore dei lieti desinari.
Il Pulci, che rideva sempre, pass pure giorni molto tristi, perch il fallimento di suo fratello Luca involse anche lui. N gran fatto gli valse l'amicizia di Lorenzo, di cui era intimo ed affezionatissimo, perch rest sempre, anche nella pi grande familiarit, un cortigiano protetto. L'aiutava invece un'indole allegra che mai non si smentiva. Lontano da Firenze, per non cadere in bala di creditori ai quali egli personalmente nulla doveva, nelle sue lettere a Lorenzo si doleva dell'infausta stella, che lo aveva destinato ad esser sempre preda degli altri. "Pure i ribelli, ladri, assassini ho visto a' miei giorni venire cost, essere uditi, avere qualche termine al morire." Solo a me tutto  negato, nulla concesso. "Se mi sforzeranno a questo modo, senza udire la mia ragione, io verr cost in su la fonte a sbattezzarmi, dove fui in maledetta ora e punto e fato et augurio indegnamente battezzato, che certo io ero pi tosto destinato al turbante che al cappuccio."(233) E prometteva che quando sarebbe nella Mecca, manderebbe a Lorenzo versi in lingua moresca, e dall'inferno gliene manderebbe altri per mezzo di qualche spirito.(234) "Non permettere," gli diceva poi, "nel colmo della tua felicit, che i tuoi amici siano come cani ributtati e straziati. Io per ho paura che quando non mando versi, tutto quello che ti scrivo in prosa, venga da te mal volentieri letto e subito gettato via."(235) Lorenzo era sempre lo stesso uomo, proteggeva tutti, ma non aveva gran cuore per nessuno, neppure per quelli che come il Pulci erano stati suoi compagni d'infanzia, e lo amavano quale fratello. Pi tardi per l'autore del Morgante fu da lui inviato a trattare presso le Corti d'Italia faccende di qualche gravit, ed anche allora le sue lettere non smentiscono punto l'indole propria dell'autore, paiono anzi pi di una volta brani del suo poema ridotti in prosa.
Il 20 maggio 1472 scriveva da Fuligno, come era stato in Roma "a visitare la figliuola del dispoto della Maremma, volsi dire della Morea.... Descriver adunque brevemente questa cupola di Norcia, anzi questa montagna di sugna, che noi visitammo, che non credevo ne fussi tanta nella Magna, non che in Sardigna. Noi entramo in una camera, dove era parato in sedia questo berlingaccio, et avea con che sedere! almeno ti prometto.... Due naccheroni turcheschi nel petto, un mentozzo, un visozzo compariscente, un paio di gote di scrofa, il collo tralle nacchere. Due occhi che sono per quattro, con tanta ciccia intorno e grasso e lardo e sugna, che 'l Po non ha s grandi argini."(236) Questa forma tutta popolare  nelle poesie del Pulci assai pi ne' suoi sonetti, che correggono la maniera troppo volgare e spesso anche plateale del povero barbiere Burchiello, nella cui bottega, secondo che egli stesso ci dice,

La poesia combatte col rasoio.

Il Pulci scriveva allora gareggiando con Matteo Franco, col quale scambiava ogni sorta di piacevolezze, di oscenit, d'insolenze, per mero passatempo, riducendo i sonetti ad una specie di dialogo in versi, cercando e trovando quella spontanea semplicit, divenuta ora il bisogno irresistibile della nuova letteratura.(237)
A questi facili scrittori di sonetti popolari, che al loro carattere comico, buffo e satirico univano quel gergo toscano proprio del Burchiello, se ne potrebbero aggiungere altri non pochi. Ricorderemo solo il pi noto fra di essi, Tommaso Cammelli, che fu chiamato il Pistoia, dalla citt dove nacque (1440), in assai umile condizione. A lui disse la musa:

Di tutto quel che vedi fai sonetti.

E continuamente ne scrisse, continuamente tutti gliene chiedevano, in ogni pi futile occasione,

Come s'io avessi i versi in un sacchetto.

In questi sonetti il Pistoia descrive i particolari pi minuti, pi insignificanti, spesso anche pi indecorosi della sua vita vagabonda e misera. Noi lo vediamo percorrere le varie Corti d'Italia, andare da Ferrara a Mantova, da Mantova a Milano, altrove, facendo pi o meno il poeta cortigiano e buffone, attaccando gli emuli, ridendo di tutto e di tutti, lamentando la sua miseria, questuando, lodando coloro da cui spera danaro o protezione, per schernirli poi quando la ruota della fortuna gira contro di essi. Quello che d a lui una speciale importanza, e costituisce l'indole propria de' suoi sonetti,  che egli ci ha in essi lasciato quasi un gazzettino politico dei tempi in cui visse, ricordando, giorno per giorno, tutto ci che avveniva in quegli anni fortunosi davvero per l'Italia. Il Papa e i Cardinali, Carlo VIII e i Francesi, Firenze, il Savonarola, i Medici, Pisa, Venezia, i re di Napoli, tutti sono ricordati, per essere lodati quando si trovano in alto, derisi, sferzati quando cadono in basso. E sebbene queste sue descrizioni o piuttosto rapidi accenni riescano qualche volta assai vivi, s che la desolante miseria d'Italia, che egli pur freddamente deplora, apparisce evidente, tuttavia, in mezzo a tante sventure, ad una catastrofe che avvolge e trascina la intera Penisola, di rado esce dal suo petto un accento di vero, profondo dolore, una scintilla di nobile, alta poesia. Egli  stato definito quale anello di congiunzione fra il Burchiello ed il Berni. Se per il suo riso  la manifestazione d'uno spirito arguto e satirico, che vede sempre il lato comico della vita, quel ridere continuo, anche quando vi sarebbe materia di pianto, disgusta. Troppo spesso v' nei suoi versi qualche cosa di cinico e degradante, che opprime. Il Pistoia  un poeta popolare, che frequentando le Corti, ne ha preso tutta la corruzione, senza quella raffinatezza di modi e di forme, che, esteriormente almeno, la correggeva.(238)
Per comprendere quanto pi basso da quel che era stato una volta, fosse moralmente e politicamente disceso lo spirito italiano, basterebbe paragonare i versi del Pistoia con quelli d'Antonio Pucci, il poeta popolare del secolo XIV. Animato sempre dalla speranza che 'l giglio di Fiorenza avanzi, questi cantava,

A morte e struggimento de' tiranni,
Che consumati ci hanno gi  pi anni.

E quando il Duca d'Atene venne a furor di popolo cacciato, egli scriveva una sua ballata, in cui, pieno di gioia, esclamava:

Viva la libert
Ch'ha rinfrancato il Comun di Fiorenza!(239)

Di questa libert, che andava ad irreparabile rovina, importava assai poco al poeta cortigiano Pistoia.
Ma anche nel secolo XV assai diverso da lui fu Matteo Maria Boiardo, che nacque poco dopo di Luigi Pulci, e del quale tre citt si contesero l'onore d'essere state la culla. Questa disputa sorse probabilmente perch egli, di famiglia reggiana, nacque a Scandiano, e fu educato a Ferrara.(240) Scrittore erudito di egloghe latine, di liriche italiane affettuose e gentili, traduttore dal greco, era un nobile signore ed un nobile carattere; viveva presso gli Este, ma non amava punto la vita di Corte, perch, come egli stesso scriveva,

Ogni servir di cortigiano
La sera  grato e la mattina  vano.

Fu governatore di Modena e poi di Reggio-Emilia; ebbe altri uffic importanti; ma sebbene li adempiesse tutti con onore, la sua testa, pi che alla politica o all'amministrazione, era vlta a pensare, a fantasticare di eroi e di racconti cavallereschi. Narrano che, vagando un giorno pei campi, si stillasse il cervello cercando il nome da dare ad uno de' suoi eroi, quando a un tratto gli venne in pensiero di chiamarlo Rodomonte, e la sua allegrezza allora fu tale, che torn correndo a Scandiano, per farvi sonare a distesa tutte le campane. Credeva sinceramente nella cavalleria, e sperava vederla di nuovo fiorire in Italia. Compose la tela del suo poema, valendosi di racconti che appartenevano a cicli diversi. Grande ammiratore della Tavola Rotonda, cogli eroi di Carlo Magno mescol quelli di Art, che secondo il Boiardo, era pi grande, perch non aveva come Carlo il cuore chiuso alla passione d'amore, sorgente d'ogni grandezza. Il suo Orlando infatti  l'eroe d'una virt che trova nell'amore la prima origine e l'ultimo compenso. Molti episodi sono di sana pianta creati da lui, che ingenuamente credeva e viveva nel mondo evocato dalla propria fantasia, il che forma ad un tempo il suo pregio ed il suo difetto. Egli riesce pi sincero e pi affettuoso; ma il raccontare seriamente e senza alcuna ironia, avventure impossibili, lo rende necessariamente meno moderno del Pulci. Questi scolpisce assai meglio la individualit de' suoi personaggi; il Boiardo invece descrive meglio il turbino generale dei fantastici eventi, con i quali per i suoi eroi s'immedesimano per modo da annebbiare qualche volta la precisione de' loro lineamenti. Troppo spesso bevande incantate ridestano o spengono l'amore, armi incantate dnno la vittoria o la morte. Il Pulci cerca la realt psicologica anche in mezzo agl'incantesimi; il Boiardo anche in mezzo alla realt invoca il fantastico ed il soprannaturale. Ma in compenso di ci v' sempre ne' suoi eroi e nel suo poema qualche cosa di nobile e di generoso, che manca negli altri. Egli loda ed ammira sinceramente la virt, esalta il conforto che viene agli animi nobili dall'amicizia:

Potendo palesar l'un l'altro il core,
E ogni dubbio che accada raro o spesso,
Poterlo ad altrui dir come a s stesso.(241)

Non mancano certo neppur qui sensualit e scherzi osceni; son cose che si trovano nel poema, perch sono nella vita. E il dare una importanza eccessiva all'amore, come sorgente d'ogni virt,  prova del secolo in cui il poema fu scritto. In questo  per sempre un fondo di seriet morale, che d una singolare elevatezza alla nobile parola del Boiardo, massime se si pone a confronto col continuo ridere e sorridere di tutto, che domina negli altri.  un mondo pieno di variet, d'immaginazione, di affetto; ed in esso il poeta vive e s'illude. Ma pur troppo questa illusione doveva durar poco. Invano egli diceva:

E torna il mondo di virt fiorito;

ch invece ogni cosa precipitava a rovina. Ben presto dovette avvedersene egli stesso; ed alla fine del secondo libro, la sua malinconia si tradisce:

Sentendo Italia di lamenti piena,
Non che ora canti, ma sospiro appena.

Ripigli di nuovo il lavoro, e giunse al punto in cui per l'arrivo d'Orlando viene impedito ai Saraceni d'entrare in Parigi. Allora, poco prima della sua morte, che segu la notte dal 20 al 21 dicembre 1491, i Francesi passarono le Alpi, e la penna gli cadde per sempre di mano, restando interrotto il filo del racconto con quella celebre ottava che comincia:

Mentre ch'io canto, oh Dio redentore!
Vedo la Italia tutta a fiamma, a foco.
Per questi Galli che con gran furore
Vengon per disertar non so che loco....

Sebbene i pregi dell'Orlando Innamorato sieno molti, tali in fatti che il Berni si pose a riscriverlo sotto altra forma, e l'Ariosto lo continu nel suo Orlando Furioso; pure la mancanza di lima, e quindi una lingua non sempre correttissima, spesso troppo ferrarese, impedirono che divenisse popolare davvero, ed acquistasse quella fama che pur meritavano l'ingegno ed il carattere dell'autore, a cui faceva difetto l'atticismo toscano. Egli era un erudito cos profondamente immerso nel suo mondo fantastico, che quando si presentavano a lui le immagini e gli eroi dell'antichit, per renderli pi evidenti, li paragonava a quelli della Cavalleria, nella quale si sentiva come pi a casa sua.
L'Ariosto, nato a Ferrara dove il Bojardo era stato educato, fu il primo che sapesse superare tutte quante le difficolt del non essere toscano, e con lui la nostra lingua pot dirsi finalmente italiana. Con una lima paziente, dotato veramente del genio della forma, giunse con l'arte ad una spontaneit meravigliosa, ed apr la via a coloro che lo seguirono. Non erudito com'era il Boiardo, ignaro del greco, aveva per molto pi vivo il sentimento della bellezza classica. Al contrario di ci che soleva fare il suo predecessore, aveva bisogno di paragonare gli eroi cavallereschi ai personaggi del mondo pagano. I suoi cavalieri erranti hanno il senno di Nestore, l'astuzia d'Ulisse, il coraggio d'Achille; le loro donne son belle come se Fidia le avesse scolpite, hanno la volutt di Venere, il senno di Minerva. Egli torna di continuo al suo Virgilio ed al suo Ovidio; ma, come osserva il Ranke, sembra tornarvi per ricondurli, colla potenza della sua fantasia, al primitivo Omero. Simile assai pi al Pulci che al Boiardo, non si occupa molto di cercare l'intreccio, l'insieme, l'unit degli avvenimenti; ma vuol ritrarre invece i fuggevoli momenti della mutabile realt, e descrivere le passioni individuali. I fatti della sua vita e del suo tempo s'introducono nel poema sotto forme abbastanza visibili, e qualche volta si crede vederli anche l dove non sono, tale e tanta  l'evidenza che il poeta sa ritrovare. Perci se l'Orlando Furioso continua il racconto dell'Orlando Innamorato, letterariamente si connette invece col Morgante del Pulci, che si pu chiamare il creatore del genere, quantunque tanto si giovasse de' suoi precursori.
Ma l'Ariosto  gi fuori del periodo di cui ci siamo finora occupati: dobbiamo dunque fermarci. Osserveremo tuttavia per concludere, che sino dai tempi della Divina Commedia e del Decamerone, la letteratura italiana aveva cominciato col liberare lo spirito umano dalle nebbie medievali, riconducendolo alla realt. Nella poesia e nella prosa aveva sempre cercato l'uomo e la natura. Fermatasi nel suo cammino, a cagione del disordine politico e della decadenza sociale, che sovvert ogni cosa nel secolo XIV, essa chiese aiuto all'antichit, per poter continuare nell'antica sua strada. E cos, dopo la met del secolo XV, noi vediamo ricomparire anche pi chiaro lo stesso realismo, non solamente nelle lettere, ma nelle scienze, nella societ, nell'uomo. Il bisogno infatti di studiare e conoscere il mondo, liberandosi dai vincoli di ogni autorit, di ogni pregiudizio, cre la nuova letteratura e la nuova scienza, inizi il metodo sperimentale, spinse ai pi arditi viaggi, rianim quasi di una seconda vita tutto quanto lo spirito italiano. Fatto meraviglioso, perch seguiva in mezzo al pi profondo sconvolgimento della societ, la quale, corrompendosi e decadendo, faceva germogliare i grandi elementi della cultura moderna.
Allora, come fu giustamente osservato, sembrava che fosse nella societ italiana scomparso ogni distinzione di classe e di sesso: i Mecenati e i loro cortigiani, discorrendo di lettere o di scienze, si trattavano come uguali, e si davano del tu; la donna studiava il latino, il greco, la filosofia, e qualche volta governava gli Stati, accompagnava, armata, in campo i capitani di ventura. A noi oggi reca grande meraviglia, quasi profondo disgusto, quando sentiamo i pi osceni discorsi fatti in quel secolo alla presenza, non solo di culte matrone, ma anche d'ingenue fanciulle; quando sentiamo ragionar di politica come se la coscienza non esistesse. Ma l'uomo del Rinascimento credeva che si potesse dire, esaminare e descrivere senza scrupoli, tutto quello che si osava fare. E ci non era sempre effetto della sua corruzione, ma spesso invece conseguenza del suo realismo, bisogno di uno spirito osservatore ed indagatore. Egli sembrava vivere in una calma olimpica, sempre padrone di s, sempre col sorriso ironico sulle labbra; ma era una calma apparente. Egli in realt soffriva per la disarmonia interiore del suo animo, per la mancanza d'ogni equilibrio fra il vuoto del cuore e l'attivit febbrile della mente, la quale pareva qualche volta che delirasse come in una ebbrezza inconsapevole. I rottami del mondo medievale che l'uomo del Rinascimento aveva distrutto, e quelli dell'antichit che aveva disseppellita, cadevano intorno a lui e su di lui prima che egli avesse trovato il principio generatore d'un mondo nuovo, e potesse convertire in propria ed organica sostanza tutti gli avanzi del passato.
Sia che gl'Italiani, dopo aver create le grandi unit dell'Impero romano e del Cattolicismo, fossero divenuti incapaci di creare una societ nuova, fondata solo sul libero individualismo moderno, a cui pure avevano aperto la via, anzi lo avevano con l'opera loro formato; sia che le invasioni straniere li avessero fermati nel mezzo del cammino, certo  che paiono spesso come smarriti e incerti di loro medesimi. Abbandonano ogni fede in Dio, ma credono nel fato e nella fortuna;(242) disprezzano la religione, e studiano con ardore le scienze occulte. Quasi ogni repubblica, ogni principe, ogni capitano di ventura aveva il suo astrologo, a cui chiedeva l'ora propizia per firmare un trattato, cominciare una battaglia. Cristoforo Landino e Battista Mantovano tiravano l'oroscopo delle religioni; il Guicciardini ed il Machiavelli credevano negli spiriti aerei; Lodovico il Moro, che aveva una fede illimitata nella propria prudenza, non osava muovere passo senza consultare l'astrologo. La ragione che voleva tutto spiegare, si trovava invece di fronte alla propria impotenza.
Il sentimento del bello si direbbe che fosse allora l'unica e pi sicura guida della vita umana, la quale sembrava cercasse immedesimarsi coll'arte. Nel Cortegiano del Castiglione vediamo fino a qual punto il gentiluomo del secolo XVI poteva, per questa via, ingentilire e nobilitare s stesso; ma vediamo ancora che debole fondamento aveva la sua morale coscienza. La virt, quando non risulta in lui da un felice temperamento, viene cercata solo perch gentile e graziosa ed elegante, come dice il Pandolfini. Grandi, invero, dovettero essere le qualit dell'ingegno e anche del carattere degl'Italiani, se in mezzo a cos profonda incertezza, essi non solamente non rovinarono affatto, ma spinsero poderosamente innanzi la scienza, l'arte, la societ umana. Del resto, fu quello un periodo di transizione, che mal si pu giudicare nella sua irrequieta mutabilit, se non si esamina come conseguenza del passato, e preparazione necessaria dell'avvenire. Ad un tratto le invasioni straniere soffocarono ogni vita politica fra noi, ed il Rinascimento italiano rest come istantaneamente petrificato dinanzi ai nostri occhi, con tutte le sue incertezze, le sue contradizioni. E forse perci appunto riesce materia di grande insegnamento per noi. In esso vediamo infatti assai chiara la notomia del passato che si trasforma, scorgiamo le origini della societ moderna, impariamo a conoscere i primi germi di molti fra i nostri presenti difetti nazionali.



IV.

CONDIZIONI POLITICHE DELL'ITALIA
ALLA FINE DEL SECOLO XV

1. - ELEZIONE DI PAPA ALESSANDRO VI.

Pi il secolo XV s'avvicinava alla sua fine, e pi si vedeva inevitabile la catastrofe da molti anni gi preveduta. Quando Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato a Milano (1476), il figlio Giovan Galeazzo non aveva che otto anni, e per la madre Bona di Savoia assunse la reggenza. Ma i fratelli del marito defunto cospiravano contro di lei, e finalmente Lodovico il Moro, che aveva titolo di duca di Bari, ed era il pi furbo ed ambizioso di essi, s'impadron del governo. Prima separ la Duchessa dal suo fedel consigliere Cicco Simonetta, che fu messo a morte;(243) poi separ la madre dal figlio, che aveva solo 12 anni, e che s'indusse ad eleggere per suo tutore, con pubblico strumento, il proprio usurpatore (1480). La Duchessa and via, ed il Moro rest di fatto signore di Milano; ma sempre in mezzo a mille pericoli, perch non riconosciuto da nessuno. Nel 1485 sfugg a mala pena al pericolo minacciato di una congiura ordita contro di lui. Nel 1489 Giovan Galeazzo, che aveva gi ventun anno, spos Isabella d'Aragona, figlia d'Alfonso duca di Calabria; e cos in parte per la cresciuta et, in parte per le impazienze della moglie, che cercava e sperava aiuti dal re di Napoli suo avo, lo stato delle cose diveniva assai pericoloso. Nel 1491 Lodovico il Moro sposava Beatrice d'Este, ed allora le gelosie donnesche inasprirono sempre pi gli animi, alimentando i rancori. Tormentato dalla paura, non  dicibile quanti disegni mulinasse l'irrequieto animo di lui, pronto sempre a mettere l'Italia intera a soqquadro, pur di conservare la male usurpata signoria. Il pensiero su cui da un pezzo ritornava, era quello di chiamare i Francesi contro il re di Napoli, sperando cos di sollevare una guerra generale, in mezzo alla quale, con la sua accortezza, nella quale, come dicemmo, riponeva una fede illimitata, sperava d'aggiustare le proprie cose a danno di nemici e di amici. Che tutto ci gli riuscisse, era molto difficile; ma invece era assai facile che scoppiasse una guerra generale e venissero gli stranieri a danno comune. Infatti solamente Lorenzo dei Medici, con una grandissima accortezza e perseveranza, sapeva tenere le cose in equilibrio, ed impedire l'irrompere improvviso della catastrofe.
Per queste ragioni l'anno 1492 fu un anno infausto all'Italia. Il d 8 aprile Lorenzo moriva, ed a lui succedeva il figlio Piero, assai presuntuoso, leggero e vano, che perdeva il tempo nel giuoco della palla e del calcio, incapacissimo a governare la Toscana, nonch ad esercitare alcuna autorit in Italia. E come se ci non bastasse, il 25 luglio moriva Innocenzo VIII, e gli succedeva il pi tristo di quanti pontefici sedessero mai sulla cattedra di San Pietro, un uomo tale da sconvolgere co' suoi delitti qualunque umana societ.
Radunato appena che fu il Conclave (6 agosto), pareva non si trattasse gi dell'elezione d'un Papa; ma d'un giuoco di borsa, tale e cos manifesto era il mercato che si faceva dei voti. Il danaro era accorso presso i banchieri di Roma da ogni parte d'Europa, per favorire l'uno o l'altro dei tre candidati alla tiara. La Francia favoriva Giuliano della Rovere, Lodovico il Moro favoriva suo fratello Ascanio, e questi due parevano i pi vicini a toccare la mta. Ma Roderigo Borgia, valendosi delle sue grandi ricchezze e delle sue pi grandi promesse, pot, quando Ascanio parve messo fuori di combattimento, guadagnare per s anche i voti promessi a questo, che era stato dapprima il pi temibile competitore, e che ora vot anch'egli pel Borgia, il quale cos riusc finalmente eletto. La notte dal 10 all'11 agosto, egli gridava fuori di s per la gioia: "Io son Papa, Pontefice, Vicario di Cristo!" Ed il cardinale Giovanni dei Medici, accostandosi all'orecchio del suo vicino, il Cardinal Cibo, diceva: "Siamo in bocca al lupo, che ci manger, se non fuggiamo in tempo." Il giorno dopo tutta Roma ripeteva che s'erano visti quattro muli carichi d'oro portare a casa del cardinale Ascanio il prezzo del voto. Certo  che nel giorno stesso della consacrazione (26 agosto), il nuovo Papa, preso il nome di Alessandro VI, lo nominava vice-cancelliere della Chiesa, ufficio ricchissimo, e gli dava anche il proprio palazzo, ora Sforza-Cesarini, con ci che vi si trovava. Feudi, uffic, rendite ragguardevoli dtte agli altri cardinali; giacch tutti i voti del Conclave, meno cinque, erano stati da lui comprati.
Alessandro VI ha una cos gran parte nella storia d'Italia; il nome dei Borgia desta tanto orrore, ricorda tante tragedie, si trova cos spesso mescolato col soggetto principale di questo libro, che dobbiamo qui fermarci a parlare di lui e de' suoi figli. Ora i figli dei Papi non si chiamano pi nipoti. Roderigo Borgia, nato il 1 gennaio 1431 in Xativa presso Valenza, era nipote di Calisto III, che lo aveva nominato vescovo, cardinale, vice-cancelliere della Chiesa con 8000 fiorini l'anno. Egli aveva studiato legge a Bologna, era pratico degli affari, e sebbene non riuscisse sempre a dominare le sue passioni, lasciando troppo facilmente vedere quel che pensava, sapeva pure a tempo essere simulatore e dissimulatore impenetrabile. Non era uomo di molta energia, n di propositi deliberati; tergiversava per natura e per sistema, e gli ambasciatori italiani pi d'una volta lo dicono "di natura vile."(244) La fermezza e l'energia che mancavano al suo carattere, venivano per supplite spesso dalla costanza delle sue cattive passioni, che quasi lo accecavano. Sorridente e tranquillo sempre, con l'aria d'un uomo espansivo ed ingenuo, amava il lieto vivere, era sobrio, anzi frugale a tavola, e forse perci coll'andare degli anni si mantenne sempre assai vegeto. Avidissimo del danaro, lo cercava con ogni mezzo e lo spendeva con ogni profusa larghezza. La passione per le donne era quella che lo dominava sopra tutto; i figli che ebbe da esse amava perdutamente, e voleva in ogni modo fare potentissimi. Di qui la sorgente prima de' suoi delitti, che commetteva con animo tranquillo, senza scrupoli, senza rimorsi, facendone quasi pompa, non perdendo un'ora sola la calma, n cessando mai di godere la vita. Era gi cardinale, sebbene assai giovane, quando Pio II dovette a Siena, con una lettera molto severa, rimproverarlo, perch passava le notti nelle feste, ballando colle signore, come un laico o peggio. Ma non valse a nulla, ch egli non sapeva, n voleva vivere altrimenti.(245)
Fra i molti amori del Cardinale, dur assai costante quello che ebbe per Giovanna, chiamata Vannozza de' Cattani (de Cataneis), la quale, nata nel 1442, era fin dal 1470 in relazione con lui, e gli di molti figli. Per nascondere lo scandalo, il Borgia pi volte le trov marito, ed ai mariti dette uffic e danari. L'ultimo di essi fu un erudito, Carlo Canale, mantovano, cui il Poliziano dedic il suo Orfeo.(246) Non faceva per alcun mistero circa i figli, che anzi pubblicamente riconosceva. Erano senza dubbio figli della Vannozza e di lui Giovanni, poi duca di Gandia (n. 1474); Cesare, ben noto col nome di Duca Valentino (n. 1476); Lucrezia (n. 1480); Goffredo o Giuffr (n. 1481 o 82).(247) Oltre di questi aveva ancora altri tre figli di maggiore et, Girolamo, Isabella e Pier Luigi, dei quali si sa assai poco, e solo pu dirsi molto probabile, che l'ultimo di essi fosse figlio della Vannozza. Comunque sia di ci, dopo la nascita di Giuffr, cio poco prima della propria elezione, papa Alessandro, avendo la Vannozza gi passato i quaranta anni, sent raffreddare l'antica passione per lei, trattandola per sempre come madre de' suoi figli, sui quali accumulava danari, uffic, benefiz quanti poteva. Cos ella resta d'ora in poi nel fondo del quadro, e non piglier parte ai tragici eventi che avverranno fra non molto. Il Papa aveva affidato la figlia prediletta, Lucrezia, alle cure di Adriana De Mila, sua parente,(248) che era anche la pi intima confidente de' suoi intrighi scandalosi. Sino dal 1489 vedova di Lodovico Orsini, ella aveva circa il medesimo tempo sposato suo figlio Orsino Orsini con la famosa Giulia Farnese, bionda come la Lucrezia, e per la grande bellezza chiamata Giulia Bella. Questa aveva appena quindici anni, ed era gi ammirata dal cardinale Borgia, che ne divenne poi l'amante riconosciuto, quando s'allontan dalla Vannozza. Ed anche in ci egli veniva secondato dall'Adriana.(249)
Tale era lo stato delle cose, quando egli fu eletto. Il 26 agosto venne celebrata con insolita festa la sua consacrazione, e la Citt Eterna fu piena di fiori, di arazzi, archi di trionfo, statue allegoriche e mitologiche, iscrizioni, una delle quali diceva:

Caesare magna fuit, nunc Roma est maxima, Sextus
Regnat Alexander, ille vir, iste Deus.

Di questa elezione si spaventarono solamente coloro che avevano conosciuto personalmente e da vicino il Borgia, come il cardinale dei Medici e Ferrante d'Aragona, principe accortissimo, che rammentava l'ingratitudine di Calisto III verso gli Aragonesi:(250) gli altri non temevano o anche speravano. La vita scandalosa del nuovo Papa era nota in parte; ma quali erano allora i prelati che non avessero intrighi amorosi e figli? I primi giorni non annunziavano male, giacch le paghe cominciarono a correre regolarmente; l'amministrazione pareva avviarsi con ordine; il prezzo delle derrate scemava; anche nella giustizia si dimostr un rigore, di cui eravi sommo bisogno, perch nel breve tempo corso dalla malattia d'Innocenzo VIII alla incoronazione d'Alessandro VI, erano, si afferma, segute 220 uccisioni.
Ben presto per la fiera cominci a metter fuori le unghie. La passione d'ingrandire i parenti, specialmente i figli, alcuni dei quali il Papa amava con delirio, divenne quasi cieco furore, e non si poteva pi prevedere dove dovesse trascinarlo. Nel primo concistoro (1 settembre) il nipote Giovanni Borgia, vescovo di Monreale, fu nominato cardinale di Santa Susanna. Il figlio prediletto Cesare, di 16 anni, che studiava a Pisa ed era gi corso a Roma, aveva avuto nel giorno stesso della consacrazione l'arcivescovado di Valenza. Quanto a Giovanni, duca di Gandia, ed a Giuffr, pi giovane di tutti, il Papa faceva vasti disegni nel reame di Napoli, e voleva dare al primo i feudi di Cervetri e d'Anguillara. Ma qui incominciarono subito gravissime complicazioni, le quali inasprirono fieramente l'animo d'Alessandro VI.
Non era appena morto Innocenzo VIII, che il figlio Franceschetto Cibo, conoscendo la sua mutata condizione, se n'era fuggito a Firenze, presso il cognato Piero de' Medici, ed aveva per 40,000 ducati venduto appunto i feudi di Cervetri e d'Anguillara a Gentil Virginio Orsini, capo della famiglia, potentissimo e superbo a segno che aveva minacciato una volta di gettare lo stesso Innocenzo VIII nel Tevere. Asserivasi inoltre che Ferrante d'Aragona aveva anticipato il danaro. Di qui un odio inestinguibile del Papa contro Ferrante, e pi ancora contro l'Orsini. In mezzo a tutti questi pericolosi disordini, Lodovico il Moro, per conoscer meglio chi gli era amico e chi gli era nemico, propose che i suoi ambasciatori andassero a congratularsi col nuovo Papa, insieme con quelli di Napoli, Firenze e Venezia. La proposta non fu accettata, perch Piero de' Medici, cos almeno dicevasi, per la vanit di mandare un'ambasciata in suo proprio nome, indusse Ferrante a mettere innanzi dei pretesti. Al Moro parve allora d'essere isolato in Italia, e si volse disperatamente al partito di chiamare i Francesi.
Mentre cos l'orizzonte gi nero, diveniva ancora pi tetro, il Santo Padre non pigliava alcun partito, ma tergiversava con tutti, aspettando a decidersi quando fosse possibile farlo con sicuro vantaggio per s e per i figli. E intanto profittava del tempo per darsi tutto, vecchio com'era, ai piaceri. La Vannozza era ormai lontana dal Vaticano, ed il Papa si abbandonava sempre pi all'amore, cominciato gi fin dal 1491, con la Giulia Bella, che aveva allora 17 anni. La figlia Lucrezia, pi giovane di quattro anni, continuava a vivere in casa dell'Adriana, ed in mezzo a questi scandali riceveva la sua prima educazione. Pu ognuno immaginar facilmente, se le era possibile ricevere quella coltura, che alcuni pretesero attribuirle perch impar facilmente a parlar molte lingue.(251) Ella, infatti, conosceva non solo l'italiano, il francese e lo spagnuolo, che era la lingua propria dei Borgia; ma capiva il latino, e qualche cosa pare che avesse praticamente appreso anche del greco, forse dagli emigrati di Costantinopoli che frequentavano il Vaticano. Pure le lettere che abbiamo di lei, le quali sono quasi tutte di poca importanza, non valgono a dar prova di questa vantata cultura. Quanto al suo misterioso carattere sar meglio aspettare a giudicarlo dai fatti; per ora l'aria che ella respira  avvelenata non meno del sangue che scorre nelle sue vene.
Nel 1491, in et di soli undici anni, era stata con regolare contratto promessa sposa ad uno Spagnuolo, e poi, sciolto il contratto, promessa contemporaneamente a due altri Spagnuoli, con uno dei quali, don Gasparo conte d'Aversa, tutto fu concluso. Ma salito sulla cattedra di San Pietro Alessandro VI, la figlia del Papa non poteva pi contentarsi di un tal matrimonio. Difatti venne sciolto il contratto con danaro, ed il 2 febbraio 1493 Lucrezia Borgia, virgo incorrupta, aetatis iam nubilis existens, spos Giovanni Sforza, signore di Pesaro.(252) Le nozze furono celebrate il 12 giugno in Vaticano, con grandi e ricchi donativi alla sposa, che portava una dote di 31,000 ducati; con splendida festa, cui intervennero da 150 signore; con una cena data agli sposi dal Papa, alla quale presero parte Ascanio Sforza, parecchi cardinali e alcune signore, fra cui primeggiavano, come racconta l'ambasciatore di Ferrara, "Madonna Iulia Farnese de qua est tantus sermo...,(253) e Madonna Adriana Ursina, la quale  socera de la dicta madonna Iulia." Si attese l'intera notte a danzare, a recitar commedie con canti e suoni, e furono presentati ricchi donativi. Il Papa, conchiude l'ambasciatore, assist a tutto, e sarebbe troppo lungo descrivere ogni cosa: Totam noctem consunpsimus, indicet modo Exc. Dominatio Vestra si bene o male.(254)
Il duca di Gandia s'apparecchiava ad andare nella Spagna, per contrarre un ricco matrimonio. L'altro figlio del Papa, Cesare, sebbene, giovane come era, avesse un vescovado col benefizio di 16,000 ducati l'anno, pure si mostrava assai insofferente della vita ecclesiastica; andavasene a caccia vestito da laico; aveva passioni violenti ed irrefrenabili; esercitava sull'animo del padre un ascendente quasi magnetico. Quanto a Giuffr, si facevano sempre nuovi disegni di matrimonio.(255) Roma era intanto piena di assassini e di delitti, di preti, di Spagnuoli e di donne perdute. Ogni giorno arrivavano Musulmani ed Ebrei cacciati dalla Spagna, i quali trovavano facile accoglienza, perch il Papa, imponendo loro gravi tasse, si faceva largamente pagare la sua cristiana tolleranza. Egli stesso andava a caccia o al passeggio, circondato d'armati, in mezzo a Gemme ed al duca di Gandia, vestiti ambedue alla turca. Qualche volta fu visto ancora fra le sue donne, con abiti alla spagnuola, con stivali, pugnale ed un berretto di velluto assai elegante.(256)
Da un pezzo i Papi del Rinascimento s'erano abbandonati alla vita mondana ed ai viz: ma solo il Borgia, perduto ogni pudore, ne menava vanto e ne faceva pompa cinicamente. Fino allora non s'era visto, n poi si vide mai, la religione tanto profanata dal Santo Padre, in mezzo al sorriso ironico ed ai pi spudorati baccanali, tutto ci accompagnato da un'aria d'ingenua bonariet!(257)


2. - VENUTA DI CARLO VIII IN ITALIA.

Carlo VIII, educato colla lettura di romanzi cavallereschi e di storie delle Crociate, senza alcuna seriet di carattere, aveva la testa piena di fantastici disegni, e si lasciava dominare da due ambiziosi che gli erano sempre dintorno. Il primo di essi, Stefano di Vesc, di cameriere fatto ciambellano e siniscalco di Beaucaire, divenuto assai ricco, era avido di sempre nuovi guadagni. L'altro, Guglielmo Brionnet, ricco signore della Touraine, dopo aver perduto la moglie, era stato nel 1493 nominato vescovo di San Mal; aspirava al cappello cardinalizio, e conduceva intanto le faccende principali dello Stato. Su questi due uomini operava con promesse e con danari Lodovico il Moro. Egli, dopo il matrimonio di Lucrezia Borgia col signore di Pesaro, che era degli Sforza, sentiva crescere in Roma il proprio potere, sostenuto dalla presenza col di suo fratello il cardinale Ascanio. Ora trattava contemporaneamente con tutti i potentati d'Italia, perch il suo pi segreto pensiero era di far venire i Francesi, e formare poi una lega per cacciarli, sperando cos di restare solo arbitro d'ogni cosa. Intanto gli esuli italiani, e specialmente i napoletani, lo secondavano, spingendo con ogni lor possa il re Carlo a partire; ma gli uomini di Stato e i capitani pi reputati in Francia disapprovavano altamente questa impresa. Il domani non era quindi pi certo per nessuno, e gli animi erano pieni d'una straordinaria trepidazione.
In questo stato di cose ambasciatori italiani percorrevano la Penisola e l'Europa intera, in mille direzioni diverse. Un'operosit simile a questa non fu mai veduta al mondo: ogni altro lavoro intellettuale dell'Italia sembrava che dovesse sospendersi, per dar luogo ad un nuovo, grande lavoro diplomatico; e l'infinita moltitudine di dispacci che si scriveva adesso, divenne un monumento storico e letterario di capitale importanza, che ci rivela mirabilmente il vero stato della societ e degli animi in quei giorni cos infausti per noi. Gli ambasciatori veneti, ora come sempre, primeggiano per senno pratico e politica prudenza; i fiorentini invece per forza d'analisi psicologica, studio di caratteri e di passioni, evidenza nelle descrizioni, eleganza impareggiabile nella forma sempre disinvolta e spontanea. I medesimi pregi si trovano pi o meno in tutti gli altri:  questo il momento in cui si forma la nuova educazione politica degl'italiani, e si crea finalmente la moderna scienza di Stato.
Sin dal 1492 l'ambasciatore veneto Zaccaria Contarini aveva mandato un ragguaglio minutissimo delle condizioni commerciali, politiche, amministrative della Francia. A lui pareva impossibile che quel paese potesse mai risolversi alla spedizione d'Italia, circondato com'era da ogni lato di pericoli e di nemici, con un Re che, secondo lui, valeva assai poco d'animo e di corpo.(258) Se non che, nello stesso anno, il Re s'accordava con l'Inghilterra mediante danaro, con la Spagna cedendo il Rossiglione ed altre terre sulla frontiera dei Pirenei, con Massimiliano facendo un trattato che prometteva altre cessioni importanti.(259) Lodovico il Moro s'obbligava a dare uomini e denari, lasciando libero in Lombardia il passo all'esercito francese. Continuava intanto i segreti accordi con alcuni degli Stati italiani; prometteva sua figlia Bianca con ricca dote a Massimiliano, per aver in cambio l'investitura di Milano.(260) Tuttavia le cose erano ancora lontane da una conclusione definitiva. L'ambasciatore fiorentino scriveva da Napoli: "il duca di Bari" (cos, a suo grande dispetto, soleva esser chiamato Lodovico il Moro) "ha gran piacere di tenere le cose in travaglio, e sa fare mille disegni, che riescono per ora solo in mente. Pure bisogna stare in guardia."(261)
Il Casa, oratore fiorentino in Francia, nel giugno del 1493 giudicava ancora impossibile l'impresa, perch grandissima era la confusione, il Re lasciavasi tirare da ogni lato, e si dimostrava tanto incapace da vergognarsene a dirlo.(262) Ma poi, vedendolo deciso contro l'opinione dei pi autorevoli, e vedendo che gli apparecchi continuavano contro tutti i ragionamenti, disperato quasi del suo proprio giudizio, scriveva: "a capire le cose di qui bisognerebbe essere magico o indovino, che prudente non basta. Questa faccenda aiuter secondo che la si butter."(263) E Gentile Becchi, altro oratore sopraggiunto nel settembre, scriveva a Piero de' Medici, che la cosa era tanto innanzi da non "potersi sperare di svolgere capi di bronzo come i Francesi.(264) Questa serpe ha la sua coda in Italia. Sono gl'italiani che spingono a pi potere; Lodovico avrebbe voluto solamente sbattere Napoli, e restar egli padrone del gioco; ma la rabbia l'ha condotto nella trappola apparecchiata ad altri.(265) Il meglio perci  starsene sulle ncore fra Napoli e Milano: loro che se hanno appiccata questa rogna, lor se la grattino.(266) Per fermare tutto occorrerebbe spendere pi danari che non ne spende Lodovico; sicch ormai l'impresa ander, e se il Be vince, actum est de omni Italia, tutta a bordello: se perde, si vendicher sui mercanti italiani in Francia, massime sui vostri."(267) Piero de' Medici sperava sempre di poter persuadere Lodovico, ma il Becchi che lo aveva conosciuto bambino, quasi lo sgridava, scrivendogli: "attendete ai casi vostri, che avete briga un mondo. Credete voi che Lodovico non sappia a che pericolo mette s e gli altri? Coi vostri consigli lo farete solo pi ostinato."(268) Sopravvennero nuovi ambasciatori, fra i quali Piero Capponi, che allora pareva amico de' Medici, e scrissero chiaro non esservi ormai altro da fare, che apparecchiarsi alla difesa.
A Milano invece gli ambasciatori fiorentini cavavano assai poco dal Moro. Agnolo Pandolfini, stato col nel 1492 e 93, l'aveva trovato occupato a mulinare disegni ed a consultare gli astrologi, cui prestava fede grandissima: diceva di voler mettere una briglia in bocca a Ferrante, troppo vago di novit. Nel 1494 il dado era tratto, ma neppure allora l'ambasciatore Piero Alamanni poteva cavar nulla da lui. "Voi mi parlate pure di questa Italia," egli diceva, "ed io non la vidi mai in viso. Nessuno s' mai dato pensiero delle cose mie; ho dovuto quindi assicurarle in qualche modo."(269) E quando l'ambasciatore gli faceva notare il pericolo in cui s'era messo, rispondeva, che lo vedeva bene, ma che il peggior pericolo era d'essere "tenuto una bestia." Poi, quasi pigliandosi gioco di lui, aggiungeva: "Parlate pure. Che cosa suggeriscono i Fiorentini? Non vi adirate, aiutatemi a pensare."(270) N altro v'era da cavarne.
Da Venezia gli ambasciatori scrivevano, che quei patriz s'erano chiusi in un estremo riserbo, e tagliavano i discorsi quando si parlava dei Francesi. "Credono che lo stare in pace essi, e vedere li altri potentati d'Italia spendere e patire, non possa essere se non a proposito loro.(271) Diffidano di tutti, e sono persuasi d'aver tanti danari da potere in ogni momento assoldare quanti uomini d'arme vogliono, e cos essere sempre padroni di condur le cose dove parr a loro."(272)
A Napoli, invece, quel Re era in preda alla pi grande agitazione, e coll'aiuto del Pontano scriveva lettere, che parevano qualche volta profetizzare i vicini guai del Regno e dell'Italia. Il Papa non sapeva perdonargli l'opposizione fatta alla propria elezione, n l'avere secondato la vendita di Cervetri e d'Anguillara all'Orsini. Sua nipote Isabella, moglie di Galeazzo Sforza, era tenuta come prigioniera dal Moro, che agitava l'Italia co' suoi tenebrosi disegni; sua figlia Eleonora, moglie d'Ercole d'Este, la sola che riuscisse a moderare l'animo del Moro, era morta nel 1493; l'altra figlia, Beatrice, era ripudiata dal re d'Ungheria, ed il Papa favoriva lo scioglimento del matrimonio.(273) Intanto tutti parlavano della prossima venuta dei Francesi. Vi fu un momento di speranza, quando il Papa tratt di sposare uno de' suoi figli con una figlia naturale del Re; ma poi si ritir, quasi avesse voluto canzonarlo. Ferrante scrisse allora al suo ambasciatore in Roma, amaramente dolendosi di questa condotta del Papa, nel momento in cui stavano "per mestecare insieme il loro sangue. Si ricordi," egli concludeva, "che non siamo giovani, n da lasciarci condur per il naso da lui."(274)
Di tutto ci Alessandro VI si curava poco, e andava innanzi negli accordi coi Veneziani e con Milano; onde il Re scriveva: "Da chi si vuol difendere quando nessuno lo assale? Pare proprio destinato che i Papi non debbano lasciare in pace nessuno, per mettere a rovina l'Italia. Noi ora siamo forzati alle armi; ma il duca di Bari deve pensare a quello che pu seguire dal tumulto che suscita. Chi muove questa procella non sar in grado di fermarla a sua posta. Consideri bene il passato, e vedr come ogni volta che per le interne dissensioni si sono chiamate e condotte in Italia potenze ultramontane, esse l'hanno oppressa e tiranneggiata, che ancora se ne vedono i vestigi."(275)
E poco dipoi scriveva al suo ambasciatore in Spagna addirittura come un uomo disperato: "Questo Papa vuol proprio mettere a soqquadro l'Italia. Per far danari s'accinge a nominare tredici cardinali a un tratto, dai quali caver non meno di 300,000 ducati. Trov tutto tranquillo, e si di subito a far leghe e cercare tumulti." - "Fa tale vita che da tutti  abominata, senza respecto de la sedia dove sta, n cura de altro che, ad dericto e reverso, fare grandi li figliuoli, e questo  solo il suo desiderio; e li pareno mille anni intrare in guerra, che da principio del suo papato non ha facto altro, si non ponerse in affanno, e molestarne quando per una via e quando per un'altra.... E Roma  tutta piena de soldati pi che de preiti, e quando va per Roma, va con le squatre de le gente d'arme avanti, con li armetti(276) in testa, e lance a la cossa, per forma che tutti motivi soi sono ad la guerra, et in pernitie nostra, n mai obmictere cosa che possa machinare contra de noi, sublevando non solamente in Francia el principe de Salerno et alcuni altri nostri rubelli, ma per Italia omne cancello rotto, lo qual senta essere adverso: et in tutte cose va con frode e simulatione, come  sua natura, e per fare danari vende omne minimo officio e beneficio."(277)
Pure nell'agosto Virginio Orsini s'obbligava a pagare al Papa, per aver liberi i feudi contrastati, 25,000 ducati colla garanzia di Ferrante e di Piero dei Medici;(278) e nel medesimo giorno veniva finalmente segnato il contratto di matrimonio fra don Giuffr Borgia, figlio del Papa, in et di dodici anni, e donna Sancia, figlia di Alfonso d'Aragona. Ella era rappresentata da don Federigo(279) suo zio, che ricevette per lei l'anello nuziale fra le risa degli astanti, specialmente del Papa che lo abbracci.(280) Ferrante era fuori di s per la gioia di questo matrimonio, che doveva restar segreto fino a Natale. Egli allora s'abbandon tanto alla speranza, che il 5 dicembre propose al Papa una lega italiana.(281) Ma questi, prima che s'arrivasse a Natale, aveva gi mutato parere, e s'era avvicinato al Moro. "Noi e nostro padre," scriveva allora il Re all'ambasciatore, "abbiamo sempre obbedito ai Papi; eppure non ve n' stato uno solo che non abbia cercato farci il peggio che ha potuto. Con questo Papa poi, che pure  della nostra patria, non c' stato possibile avere un sol giorno di riposo. Non sappiamo davvero perch vuole stare in travaglio con noi, se non sia per influenza dei cieli, e per seguire l'esempio degli altri, che pare destino che tutti i Papi ci debbano tormentare. Esso ci vuol tenere sempre sospesi, mentre noi"...."non avimo pilo adosso, che mai abbia pensato di darline una minima causa."(282)
Il Re sente adesso vicina ed inevitabile la catastrofe; sente che le forze gli mancano, che la morte s'avanza, e che il suo regno ander in frantumi. L'angoscia traspare da ogni linea delle sue lettere, nelle quali egli dice e ripete, si adira e si umilia. Il 17 gennaio 1494 scriveva quella che pu dirsi la sua ultima lettera. "Il signor Lodovico consiglia al Papa di tenerci in parole, perch se i Francesi non vengono, potr sempre accomodarsi con noi, che, secondo egli dice, non lo vorremmo, non che per parente, neppure per cappellano. Se poi vengono, sar liberato dalla servit nostra, degli Orsini e degli altri baroni, i cui beni potr dare ai suoi figli; e cos i Pontefici potranno in avvenire dominare lo Stato loro con la bacchetta in mano. In questo modo va mettendo l'Italia a fuoco, di che conviene egli stesso; ma aggiunge che il Papa deve postergare i danni d'Italia, perch a schifare la febbre continua si deve comportare la terzana. Ed il Papa, essendo pur acuto e timido, si lascia tutto dominare da Ascanio e guidare da Lodovico; onde invano cerchiamo indurlo a godersi tranquillo il papato, senza entrare in affanni e partiti da capitani di ventura, come lo ricerca il duca di Bari. Questi asserisce che noi facciamo solo mostra d'armare, e che in estremo caso ricorreremmo anche all'aiuto del Turco. Ma noi siamo parati a difenderci, e saremo pronti ad ogni partito pi disperato, quando non si ha da altri rispetto n alla fede, n alla patria, n alla religione. Ci ricordiamo che lo stesso papa Innocenzo scrisse:

Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo."

Finalmente, quasi vedesse dinanzi a s il nemico temuto, concludeva con parole che possono dirsi profetiche: "Francesi mai vennero in Italia, che non la ponessero in ruina, e questa venuta  de natura che quando sia ben considerata, che porter ruina universale, perbench se minacci solo a noi."(283)
E con l'animo lacerato da questo tormentoso pensiero, dopo una malattia di soli tre giorni, il 25 gennaio 1494 cessava finalmente di vivere(284). Gli successe Alfonso che, pi impetuoso, pi crudele, e d'ingegno inferiore al padre, capiva pure in che pessime condizioni si trovava, e cercava aiuto al Papa, a Lodovico, al Turco; ma invano, perch la venuta dei Francesi era inevitabile, e con essa la fine degli Aragonesi in Napoli.
Piero de' Medici non si curava di nulla a Firenze, inclinava verso gli Aragonesi, e si divertiva nella giostra, che allora s'apparecchiava;(285) i Veneziani stavano a vedere; Ferrara si dichiarava amica di Francia; Bologna s'alleava col Moro; il Papa, sempre uguale a s stesso, spaventato dalla minaccia di un conciliabolo, che Carlo VIII diceva di voler radunare, dichiarava che lo avrebbe ricevuto in Roma da amico,(286) e nel medesimo tempo mandava in Napoli un suo nipote ad incoronare il re Alfonso. La confusione era al colmo, e gli esuli italiani spingevano pi che mai i Francesi a partire, sperando ognuno di poter cos fare le proprie vendette contro i governi esistenti.
Ai primi di marzo Carlo VIII faceva il suo solenne ingresso a Lione, per assumere il comando dell'impresa; un'avanguardia sotto lo scozzese d'Aubigny s'avanzava gi verso la frontiera napoletana, e il duca d'Orlans era a Genova. I Napoletani dall'altro lato mandavano il principe d'Altamura con trenta galere verso Genova, nel tempo stesso in cui il duca di Calabria, giovinetto inesperto, sotto la guida di provetti generali, tra cui era G. G. Trivulzio, valoroso esule milanese, entrava nello Stato pontificio. Il Papa sembrava aver perduta la testa, e non sapeva pi a qual partito appigliarsi. Pure, profittando del momento, chiedeva al Sultano l'anticipazione dei 40,000 ducati dovutigli ogni anno per tenere in custodia Gemme. A mettergli poi spavento, aggiungeva che i Francesi venivano a liberare il prigioniero, volendo col suo aiuto portar guerra in Oriente. E i danari sarebbero arrivati, se a Sinigaglia l'ambasciatore che li recava, non fosse stato nel settembre preso e svaligiato dal prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli.(287)
Ai primi di settembre Carlo VIII, passato il Monginevra, entrava in Asti. E presto gli arrivava la notizia, che don Federico, col naviglio napoletano, era stato respinto da Porto Venere con gravi perdite, e il duca d'Orlans, entrato cogli Svizzeri a Rapallo, aveva saccheggiato il paese, mettendo gli abitanti a fil di spada, anche i malati nell'ospedale, con universale spavento di tutti gl'Italiani, non usi allora a questo genere di guerra. Arrivato a Piacenza, il Re seppe che Gio. Galeazzo, poco prima da lui veduto a Pavia, era col morto avvelenato, almeno cos dicevasi universalmente, dal Moro, il quale, fatte celebrare le esequie in Milano, entrava subito in Sant'Ambrogio, all'ora indicatagli dall'astrologo, per consacrare l'investitura gi prima concessagli da Massimiliano re dei Romani. Tutto questo metteva sospetto e quasi terrore nell'animo dei Francesi, che comprendevano ora quale era la fede del pi stretto alleato del Re in Italia. Il Moro infatti da un lato raccoglieva uomini e danari per aiutarli, dall'altro lavorava a stender le fila d'una lega, per poterli a suo tempo cacciare. Perrone de' Baschi, di origine italiana, era venuto nel 1493 a visitare le Corti della Penisola, e ne aveva, come scriveva Piero de' Medici, "riportato vento;"(288) ed ora Filippo di Commines, uomo di grande accortezza ed ingegno, ma di pessima fede, che conosceva bene l'Italia, dove gi era stato altre volte, non trovava in nessuna delle Corti speranza d'amicizia sicura, e meno ancora d'aiuti efficaci, sebbene molti desiderassero l'arrivo degli stranieri, per secondare i propr disegni. Egli che nelle sue Memorie scrisse intorno agli uomini del suo tempo: "Nous sommes affoiblis de toute foy et loyault, les uns envers les aultres, et ne sauroye dire par quel lien on se pouisse asseurer les uns des aultres,"(289) sperimentava ora in Italia la verit della sua osservazione, e s'accorgeva d'essere in mezzo a gente anche pi accorta e pi furba di lui(290).
Ma la fortuna di Francia camminava nonostante a gran passi. Il duca di Calabria, giunto in Romagna, si ritirava nel Napoletano al solo apparire del d'Aubigny, ed il grosso dell'esercito francese, col Re alla testa, s'avanzava per la Lunigiana senza incontrare ostacoli di sorta. Dopo aver preso e saccheggiato Fivizzano, ponendo a fil di spada i cento soldati che v'erano a guardia, e parte degli abitanti, i Francesi si spinsero verso Sarzana, sopra un terreno sterile, fra i monti ed il mare, dove ogni lieve resistenza avrebbe potuto riuscir loro funesta. Ma invece i piccoli castelli, che erano posti a guardia di quei luoghi, cedettero l'un dopo l'altro, senza neppur tentare la difesa, e non era appena l'assedio di Sarzana cominciato, che Piero dei Medici arriv tutto spaventato, e si arrese a discrezione, promettendo anche di pagare 200,000 ducati.
Se non che, tornato a Firenze il d 8 novembre, trov che la Citt s'era ribellata, e aveva mandato per suo conto ambasciatori al Re, con incarico di riceverlo onorevolmente; ma nello stesso tempo s'apparecchiava a difendersi, occorrendo. Lo sdegno era cos universale, che Piero se ne fugg a Venezia, dove il suo ambasciatore Soderini a mala pena lo guard, essendosi gi dichiarato per il governo repubblicano,(291) in questo mezzo proclamato a Firenze, dove tutto era rapidamente mutato. Il giardino dei Medici a San Marco, e le loro case erano andati a sacco; gli esuli erano stati richiamati ed assoluti; una taglia era stata messa su Piero e sul suo fratello cardinale. Nel medesimo tempo per Pisa s'era ribellata sotto gli occhi stessi di re Carlo, gettando in Arno il Marzocco;(292) Arezzo e Montepulciano ne avevano imitato l'esempio. L'opera dei Medici, con tante cure e in s lungo tempo condotta a termine, andava ora quasi istantaneamente in fumo.
Il 17 novembre Carlo VIII, alla testa del suo formidabile esercito, entrava in Firenze colla lancia in resta, credendosi per questo atto padrone della Citt. Ma i Fiorentini s'erano armati, avevano raccolto seimila uomini dalla campagna, e sapevano bene che dalle torri e dalle case potevano mettere a grave pericolo un esercito diviso nelle strade. Respinsero quindi le eccessive domande del Re, e quando egli minacci di far sonare le trombe, Piero Capponi, stracciando i capitoli che venivano insolentemente proposti, rispose che i Fiorentini avrebbero sonato le loro campane. Cos si venne a patti pi equi. L Repubblica pagherebbe in tre rate 120,000 fiorini; le fortezze per le sarebbero state rese in breve. Il 28 novembre i Francesi lasciavano la Citt, non senza aver prima rubato quella parte ancora rimasta intatta del tesoro di antichit, raccolte nel palazzo dei Medici. Fecero a chi pi poteva, dice lo stesso Commines, e gli alti uffiziali rubarono pi degli altri. Pure i cittadini erano contenti d'essere finalmente liberi dagli antichi tiranni e dai nuovi stranieri.
Arrivato a Roma Carlo VIII, per farla finita col Papa,(293) che ora si mostrava deciso a resistere, punt i cannoni contro Castel Sant'Angelo, e cos tutto fu subito aggiustato. Il 16 gennaio 1495 il Brionnet venne nominato cardinale di San Mal, ed il Re assistette il giorno 20 ad una messa solenne, celebrata dal Santo Padre, il quale, o per distrazione o per preoccupazione, commise, nei riti e nelle forme prescritte, molti errori, che il Burcardo, maestro delle cerimonie, in parte osserv troppo tardi, in parte lasci correre per non richiamare su di essi l'attenzione degli altri.(294)
Secondo l'accordo firmato a Roma, Carlo VIII, s'avanz verso Napoli, accompagnato dal cardinal di Valenza come ostaggio, insieme con Gemme. Arrivati per a Velletri, il Cardinale scomparve: le sue argenterie s'erano gi fermate a mezza via; i bauli che, caricati sopra diciassette muli, contenevano gli abiti e le masserizie, furono trovati vuoti; Gemme s'era ammalato cos gravemente, che giunto a Napoli mor. Tutti dissero che era stato veleno dei Borgia; ma i Veneziani, sempre benissimo informati dai loro ambasciatori, affermavano invece che era stata morte naturale.(295) Pure il Re fu molto sdegnato della fuga, ed esclam: "Malvas Lombard, e lo primiero lo Santo Padre."(296) Ogni ricerca fu per vana. Egli continu con l'esercito il suo cammino, senza quasi incontrare ostacoli di sorta fino a Napoli. Alfonso d'Aragona rinunzi al trono, e fugg in Sicilia; Ferdinando II o, come dicevano, Ferrandino, dopo aver cercato invano aiuto da tutti, anche dal Turco, fece una resistenza inutile a Monte San Giovanni, che fu preso e distrutto: gli abitanti andarono a fil di spada.(297) Gian Giacomo Trivulzio disert gli Aragonesi, e pass al nemico; Virginio Orsini s'apparecchiava a far lo stesso; Napoli tumultu in favore dei Francesi, che vi entrarono il 22 febbraio. Il giorno seguente Ferrandino fugg ad Ischia, poi a Messina. E subito arrivarono gli ambasciatori degli altri Stati italiani a congratularsi col vincitore.
Ma adesso finalmente i Veneziani s'erano svegliati, ed avendo mandato i loro ambasciatori a Milano, per sapere se il Moro era disposto ad armarsi per cacciare i Francesi, lo avevano trovato non solo prontissimo, ma ancora pieno di sdegno. "Il Re non ha testa," aveva egli detto; " in mano di gente che pensa solo a guadagnar danaro, e tutti insieme non farano mezz'uomo savio." Ricordava l'alterigia con cui era stato trattato da essi, e si dichiarava deciso ad entrare in ogni lega per cacciarli. Consigliava di mandar danari alla Spagna ed a Massimiliano, perch assalissero la Francia; ma aggiungeva, che bisognava guardarsi bene dal chiamarli in Italia: "ch dove ora abbiamo una febbre, allora ne avremmo due."(298)
La lega fu infatti conclusa tra i Veneziani, il Moro, il Papa, la Spagna e Massimiliano. E l'ambasciatore Filippo di Commines, che ora si trovava a Venezia, dove alla notizia dell'entrata del suo Re in Napoli aveva visto i Senatori abbattuti per modo che i Romani, dopo la disfatta di Canne, non potevano essere "plus esbahis, ne plus espouvants,"(299) adesso li trovava invece colla testa alta e pieni di fierezza. I Napoletani gi stanchi della mala signoria, s'erano sollevati, e Carlo VIII, dopo soli cinquanta giorni di dimora fra di loro, partiva pi che in fretta, per non trovar tagliata ogni ritirata; lasciava nel Regno poco pi di 6000 uomini, menando seco un esercito numeroso, nel quale per si trovavano solo 10,000 veri e propr combattenti. Il 6 di luglio si venne a giornata, a Fornuovo presso il Taro. Gli alleati avevano messo insieme circa 30,000 uomini, tre quarti dei quali erano dei Veneziani, il resto del Moro, con alcuni Tedeschi mandati da Massimiliano. Nel momento dell'assalto avevano pronti a combattere un numero d'uomini doppio dei Francesi; ma una met di essi rest inoperosa per errore di Rodolfo Gonzaga, ed i nemici invece furono tutti al loro posto, con l'avanguardia sotto gli ordini di G. G. Trivulzio, il quale era adesso coi Francesi, e sebbene combattesse contro la patria sua, dimostr pure grandissimo valore e capacit militare. La battaglia fu sanguinosa, e si disput molto di chi fosse veramente la vittoria; ma se gl'Italiani non furono respinti, anzi restarono padroni del campo, i Francesi volevano passare e passarono; ottennero quindi essi lo scopo cui miravano.
Ad Asti il Re si ferm alquanto, e ricevette gli ambasciatori fiorentini, ai quali promise nuovamente di render loro cos le fortezze occupate dai suoi, come la citt di Pisa, e ne ebbe 30,000 ducati a saldo dei 120,000 promessi in Firenze, dando per in pegno gioie d'egual valore, da restituirsi appena rese le fortezze. Oltre di ci i Fiorentini promisero 250 uomini d'armi per aiutare il Re a Napoli, ed un prestito di 70,000 ducati, che poi non dettero, perch non riebbero le fortezze.(300) Il Moro, profittando dell'occasione, venne subito ad accordo coi Francesi, senza occuparsi dei Veneziani, credendo cos d'essersi liberato dagli uni e dagli altri, mentre invece s'esponeva all'odio d'ambedue, come dovette ben presto accorgersene.
La fortuna dei Francesi continuava ora a decadere rapidamente in Italia, e contribuiva a renderla peggiore non solamente la loro mala signoria nel Reame, ma la pessima condotta che tenevano verso i pochi amici restati loro fedeli nella Penisola. Il capitano d'Entrangues, infatti, violando tutte le promesse del Re, cedeva ai Pisani, per danaro, la fortezza della loro citt, ed essi v'entrarono a gran dispetto dei Fiorentini, il primo di gennaio 1496. Pi tardi cedeva, per altra somma, Pietrasanta ai Lucchesi; altri capitani, imitando l'esempio, cedettero Sarzana e Sarzanello.(301) Ferdinando II intanto, coll'aiuto degli Spagnuoli comandati da Consalvo di Cordova, s'avanzava vittorioso nelle Calabrie, ed entrava in Napoli il 7 luglio 1496. In breve tutte le fortezze napoletane capitolarono, ed i Francesi che le guardavano, tornarono in patria pi che decimati ed in pessime condizioni. Il 6 di ottobre Ferdinando II moriva esausto dalle agitazioni e fatiche della guerra, e gli succedeva lo zio don Federico, che in tre anni fu il quinto re di Napoli,(302) e venne incoronato dal cardinal di Valenza.
L'Italia poteva dirsi ora nuovamente libera dagli stranieri. Vi fu,  vero, in quell'anno stesso, una breve corsa di Massimiliano che, istigato dal Moro, venne ad aiutare Pisa, per non farla cadere in mano dei Fiorentini, n dei Veneziani; ma egli, arrivato con poche genti e non trovando nessun aiuto, part senza aver nulla concluso. Napoli era in realt venuta sotto l'assoluto predominio degli Spagnuoli, i quali gi maturavano sul Reame tenebrosi disegni; ma questi vennero in luce solo pi tardi. Carlo VIII diceva d'essere pentito, di voler mutar vita, di voler punire il Papa, e tornare all'impresa d'Italia; ma intanto se ne restava in Francia, abbandonato ai piaceri. Cos, in apparenza almeno, tutto era tranquillo. Se non che il giorno 7 aprile 1498, il Re moriva d'apoplessia, estinguendosi con lui il ramo primogenito dei Valois, e gli succedeva il duca d'Orlans col nome di Luigi XII. Questi, pei suoi legami di sangue coi Visconti, aveva sempre preteso d'avere diritti sul Ducato di Milano. Ponendosi ora in capo la corona di Francia, aggiungeva a ci la presunzione di altri diritti sull'Italia, e la forza per farli valere. Con lui infatti ricominciano e continuano lungamente nuove invasioni e calamit nella Penisola.


3. - I BORGIA.

Mentre per la pace apparente durava ancora, l'attenzione generale era richiamata sui fatti che seguivano in Roma e nella Campagna. Alessandro VI aveva profittato della cattiva fortuna dei Francesi, confiscando i beni degli Orsini, i quali avevano disertato gli Aragonesi per darsi a Carlo VIII, e dopo averlo abbandonato, quando ne videro mutate le sorti, erano pi tardi tornati nuovamente a lui. Virginio Orsini cadde allora prigioniero nelle mani degli Spagnuoli venuti a rimettere sul trono di Napoli Ferdinando II. Essi dovevano, secondo i patti, ricondurlo al confine; ma a ci si oppose fieramente il Papa, minacciando la scomunica, perch egli voleva lo sterminio di quella famiglia. E cos fu invece chiuso nel Castello dell'Uovo a Napoli, dove mor. Le sue genti vennero intanto svaligiate negli Abruzzi, restando prigionieri l'Alviano e Giovan Giordano Orsini.
Fu questo il momento scelto dal Papa per muovere guerra a que' suoi eterni nemici, sempre numerosi e potenti. Le genti di lui, comandate dal duca d'Urbino e da Fabrizio Colonna, uscirono in campo il 27 d'ottobre contro gli Orsini, che s'erano ritirati a Bracciano. Sebbene i principali di essi fossero allora prigioni, e molte battiture crudeli avesse d'anno in anno ricevute tutta la famiglia, pure erano sempre in grado di misurarsi col nemico. E le loro speranze crebbero poi moltissimo, quando Bartolommeo d'Alviano,(303) fuggito dal carcere, giunse in Bracciano con alcuni de' suoi. Ben presto si venne fieramente alle mani, combattendo con valore non solo l'Alviano, ma anche sua moglie, sorella di Virginio Orsini. I primi scontri furono tutti a danno dei papalini. Arrivarono poi di Francia Carlo Orsini e Vitellozzo Vitelli, ma gli avversar si ripresentarono anch'essi aumentati d'armi e d'armati, onde si venne il 23 gennaio 1497 ad una vera battaglia, che fin con una segnalata vittoria degli Orsini. Negli scontri antecedenti il cardinale di Valenza era stato inseguto fin sotto le mura di Roma; ora poi il duca di Gandia fu ferito, il duca d'Urbino venne fatto prigioniero, il cardinale Lunate fugg con tanta fretta e spavento che ne mor. I nemici dei Borgia esultarono; gli Orsini furono di nuovo padroni della Campagna. Il Papa, fuori di s per lo sdegno, faceva nuovi apparecchi di guerra, e chiamava in aiuto lo stesso Consalvo di Cordova, quando i Veneziani entrarono di mezzo, e la pace fu fatta. Pagarono gli Orsini 50,000 ducati, ma tornarono padroni delle proprie terre, e vennero liberati quelli fra di loro che erano prigioni nel Napoletano, salvo Virginio, morto prima ancora che gli giungesse la nuova della vittoria. Il duca d'Urbino, su cui avevano posto la taglia di 40,000 ducati, fu da essi consegnato al Papa in conto della somma che gli dovevano, ed il Papa non liber il Duca, che era stato suo proprio capitano, se prima non pag a lui la taglia imposta dai nemici. Questo figlio del celebre Federico, era senza prole, e i Borgia dopo essersi fatti difendere da lui, lo spogliavano ora de' suoi danari, per poi pi iniquamente ancora spogliarlo dello Stato.
Nonostante la pace gravosa, gli Orsini avevano un potere immenso; il Papa, odiato da tutti, non poteva pi fidare in altri che ne' suoi 3000 Spagnuoli e nell'amicizia dimostratagli da Consalvo di Cordova, che ripigli per lui la fortezza di Ostia. Non potevano dunque i Borgia pensare a nuove imprese di guerra, ed allora subito sembr che volessero adoperare le proprie armi per sterminarsi fra di loro, con non credibile malvagit. La notte del 14 giugno 1497 il duca di Gandia non torn a casa. Il giorno di poi il suo staffiere fu trovato ferito, senza che sapesse dir nulla del padrone; la mula che il Duca aveva cavalcata, girava per le vie con una staffa sola, pendente dalla sella; l'altra era stata tagliata. Tutto pareva un mistero. Aveva la sera innanzi cenato con suo fratello il cardinale di Valenza presso la madre Vannozza. Erano usciti insieme a cavallo, separandosi poco dopo, il Duca seguto da un uomo in maschera, che da molto tempo lo accompagnava sempre, e dallo staffiere che lasci in Piazza dei Giudei. Null'altro si pot sapere. In sulle prime il Santo Padre rise, credendo che suo figlio si fosse nascosto con qualche donna.(304) Non vedendolo per tornare a casa la seconda notte, fu preso da uno spavento e da un'agitazione grandissima. A un tratto, senza saper come, si sparse in Citt la voce, che il Duca era stato gettato nel Tevere. Interrogato uno degli Schiavoni, che facevano a Ripetta commercio di carbone, rispose come, dormendo in barca la notte del 14, aveva visto arrivare un cavaliere con un cadavere in groppa, accompagnato da due pedoni, e gettato nel fiume il cadavere, erano tutti scomparsi. Interrogato perch non ne avesse parlato prima, rispose, che di continuo aveva visto la notte, in quel medesimo luogo, seguir centinaia di simili fatti, senza che mai vi si facesse caso.(305) Un gran numero di marinari fu mandato a cercar nel fiume, e pescarono il figlio del Papa ancora con gli stivali, sproni e mantello. Aveva le mani legate; nove ferite alla testa, alle braccia, al corpo, una delle quali mortale alla gola; trenta ducati nella borsa,(306) segno evidente che non lo avevano ucciso per derubarlo.(307) Il cadavere fu solennemente sepolto in Santa Maria del Popolo. I pi erano contenti dell'accaduto; gli Spagnuoli bestemmiavano e piangevano; il Papa, quando fu certo che suo figlio era stato a Ripetta gettato nel Tevere come la spazzatura, s'abbandon ad un profondo dolore, di cui nessuno lo credeva capace.(308) Si chiuse nel Castel Sant'Angelo, inseguto, dicevano molti, dallo spirito del Duca, e pianse. Non volle prendere cibo per pi giorni, e le sue grida si sentivano di lontano. Il 19 giugno tenne un concistoro, in cui disse, che non mai aveva provato cos grande dolore: "Se avessimo sette papati, li daremmo tutti per aver la vita del Duca."(309) Mostr un pentimento, che parve sincero, della sua vita passata, e annunzi a tutti i potentati, che aveva affidato la riforma della Chiesa a sei cardinali: ad altro ormai non voleva pi pensare. Tutti questi proponimenti cristiani andarono per subito in fumo.
Chi era l'autore dell'assassinio, da quali ragioni era stato mosso? Si sospett degli Orsini;(310) si sospett del cardinale Ascanio Sforza, che aveva recentemente avuta qualche contesa col Duca, e questi sospetti furon tali, che il cardinale, anche dopo le esplicite dichiarazioni del Papa, di non aver mai prestato alcuna fede a simili dicere, non si present a lui senza essere accompagnato da amici sicuri e con armi nascoste.(311) Si fecero mille ricerche, che poi a un tratto vennero sospese,(312) e corse la voce da tutti creduta, che l'assassino del Duca era stato suo fratello il cardinal Cesare Borgia. "E certamente," scriveva l'ambasciatore fiorentino, sin dal principio, "chi ha governato la cosa ha avuto e cervello e buono coraggio, et in ogni modo si crede sia stato gran maestro."(313) A poco a poco i dubbi non caddero pi sull'autore dell'assassinio; ma sulle ragioni che aveva avute, per giungere a tale misfatto.
Si parl di gelosia tra il Cardinale e il Duca per la cognata donna Sancia, moglie di don Giuffr, la quale menava una vita assai scandolosa. Si disse di peggio ancora, osandosi pubblicamente parlare di gelosia tra i due fratelli, che si disputavano col padre la sorella Lucrezia.(314) E queste voci orrende venivano registrate e credute da storici gravissimi, ricordate da poeti illustri. Pure, sebbene tutto ci si ripetesse pubblicamente da ognuno, e tutti chiamassero autore dell'assassinio Cesare Borgia, questi allora appunto divenne l'uomo pi potente in Roma e pi temuto, anche dal Papa, che pareva subisse come il fascino misterioso del proprio figlio. Questi s'era omai deciso a lasciar la vita ecclesiastica, e gi si parlava di fare in sua vece cardinale il fratello don Giuffr, separandolo dalla moglie, la quale avrebbe sposato Cesare, appena fosse tornato laico.(315)
Alessandro VI continuava intanto le sue tresche con la Giulia Bella e con alcune Spagnuole. Egli aveva ancora, secondo la pubblica voce, avuto un figlio da una Romana, il cui marito si vendic uccidendone il padre, che l'aveva prostituita al Sommo Pontefice.(316) La Lucrezia, che nel giugno 1497, quando cio il duca di Gandia veniva assassinato dal fratello, trovavasi confinata in un convento, senza che se ne sapesse la ragione, fu per volont del padre separata nel decembre dal marito Giovanni Sforza, che venne a tal fine dichiarato impotente.(317) Nel marzo 1498, secondo notizie riferite anche da ambasciatori, essa partoriva un figlio illegittimo, intorno al quale si avvolse un gran mistero. Da un lato nessuno pi parla di lui, da un altro comparisce alcuni anni dopo un Giovanni Borgia, che per la sua et dov esser nato appunto verso il 1498.(318) Il Papa lo legittim prima con un Breve del 1 settembre 1501, come figlio naturale di Cesare, dicendolo di tre anni circa;(319) e con un secondo Breve, in data dello stesso giorno, lo riconobbe invece come suo proprio figlio, dichiarando per che doveva, nonostante,(320) sussistere la precedente legittimazione, la quale in sostanza fu fatta, perch il misterioso fanciullo potesse legalmente ereditare. Tutti i documenti che lo risguardano, sono nell'archivio privato di Lucrezia, che fu portato a Modena. E presso di lei abbiamo notizie che si trovava una volta in Ferrara lo stesso Giovanni, di cui questo solo possiam dire, che la sua nascita misteriosa  quella certamente che dette origine alle sinistre voci che correvano intorno alle relazioni del Papa con la propria figlia. Queste voci vennero propagate dallo Sforza marito di lei, il quale a Milano disse chiaro, che questa era la ragione, per cui il Papa lo aveva voluto dividere dalla propria moglie.(321)
Nel luglio 1497 Cesare Borgia and a Napoli per incoronare re Federico, e per chiedere danari, favori, feudi, con tale insistenza, che l'ambasciatore fiorentino scriveva: "Non sarebbe da maravigliarsi se, per liberarsi da tante anghere, il povero Re si gettasse disperato al Turco."(322) Il 4 settembre era di ritorno in Roma, dove fu notato che baci il Papa senza che l'uno all'altro dicesse verbo. Cesare allora parlava poco e faceva paura a tutti.(323) A lui occorrevano danari per supplire alle entrate che perdeva lasciando il cappello cardinalizio, e per attuare i suoi nuovi e vasti disegni. Il Papa, che in tutto lo secondava, si diede perci, senza scrupoli, a cercar nuove vittime. Il segretario Florido fu accusato come autore di falsi Brevi, e subito venne saccheggiata la sua casa, e si portarono in Vaticano i danari, i tappeti e le argenterie che v'erano. L'infelice, gettato in un carcere perpetuo, vi rest solo con pane, acqua ed una lucerna. Il Papa di tanto in tanto vi mandava qualche prelato, perch, giocando con lui a scacchi, s'adoperasse a cavarne confessioni, che dssero modo di porre le mani addosso ad altri, fino a che nel luglio 1498 quel disgraziato cess di vivere.(324)
Nel medesimo tempo si trattava col re di Napoli per sposare la figlia di lui, Carlotta, con Cesare ancora cardinale. Ed il Re, disperato di tante vessazioni, dopo aver dichiarato di voler piuttosto perdere il regno che dare la sua figlia leggittima ad un "prete bastardo di prete,"(325) dovette nondimeno, per salvarsi dalle gravi minacce del Papa, quando gi correvano le voci, di cui pi sopra parlammo, consentire invece al matrimonio di Lucrezia Borgia con don Alfonso duca di Bisceglie,(326) giovane di appena 17 anni, figlio naturale di Alfonso II. Le nozze furono celebrate il 20 giugno 1498, "et il Papa," scriveva l'ambasciatore veneziano, "stete fino a zonzo (giorno) alla festa, adeo fece cosse da zovene."(327)
Il 13 agosto 1498 finalmente Cesare dichiar in concistoro, che aveva accettato il cappello per far piacere al Papa; ma che la vita ecclesiastica non era per lui, e voleva ormai lasciarla. I cardinali consentirono, Alessandro VI soggiunse cinicamente, che dava il proprio assenso pel bene dell'anima di Cesare, pro salute animae suae;(328) e questi, spogliato l'abito, venne subito inviato in Francia, dove port una Bolla di divorzio a Luigi XII, che voleva separarsi dalla moglie, e sposare la vedova di Carlo VIII, la quale recava in dote la Brettagna. Il Re aveva gi promesso a Cesare il ducato di Valentinois ed alcuni soldati, che con la bandiera di Francia dovevano aiutarlo grandemente nell'impresa di Romagna. Per trovare le molte migliaia di scudi necessarie a questo viaggio, che doveva superare in splendore ogni immaginazione, furono venduti uffic, vennero accusati come Marrani e poi assoluti per danaro trecento individui. Il maestro di casa del Papa, col medesimo pretesto, venne messo in carcere, portandogli via da 20,000 ducati, che aveva in casa e nelle banche.(329) Il 1 di ottobre 1498 Cesare part per la Francia, con la Bolla del divorzio, con un cappello cardinalizio per monsignor d'Amboise, ed una lettera con cui il Papa diceva al Re: "destinamus Maiestati tuae cor nostrum, videlicet dilectum filium Ducem Valentinensem, quo nihil carius habemus."(330) Lo splendore del viaggio fece davvero sbalordire i Francesi; l'abito del Duca Valentino, ormai  questo il suo nome, era tempestato di gioie, ed egli gettava danaro per le vie. Anche adesso per fallirono i nuovi tentativi da lui fatti per ottenere la mano di Carlotta d'Aragona, che allora trovavasi in Francia. Invano il cardinale di San Pietro in Vincoli, altra volta nemico del Papa, s'adoper a tutt'uomo.(331) Il Duca la desiderava con ardore, per la speranza di potersene un giorno valere a impadronirsi del regno di Napoli; ma quella principessa aveva per lui un vero orrore, e trovavasi in ci d'accordo col proprio padre.
Cos Cesare, avuto il ducato di Valentinois e cento lance francesi, si dov contentare di sposare Carlotta, sorella di Giovanni d'Albrt, re di Navarra, e parente di Luigi XII. Questi prometteva al Duca nuovi aiuti, quando la Francia avesse conquistato Milano, al qual fine metteva insieme un esercito, e s'era gi alleato con Venezia (15 aprile 1499), aderendovi anche il Papa, che secondo il suo solito aveva mutato bandiera. Da ci era seguto un alterco vivissimo fra lui e l'ambasciatore spagnuolo. Questi minacci di provargli che egli non era vero Papa, e l'altro di rimando minacci di farlo gettare nel Tevere, e dimostrare che la regina Isabella non era poi "quella casta donna si predicava"(332) Ne rest tuttavia il Santo Padre assai sgomento, perch, sebbene si fosse dato alla Francia, aveva pur sempre molte speranze sul regno di Napoli, e queste riuscivano vane senza l'aiuto di Spagna. Egli,  ben vero, diceva e ripeteva ora di voler fare Italia "tutta de uno pezzo;"(333) ma gli ambasciatori veneti, che lo conoscevano a fondo, avvertivano sempre che quest'uomo simulatore e dissimulatore, a 69 anni floridissimo di salute, e abbandonato sempre ai piaceri, mutava ogni giorno politica, e cercava garbugli solo per dare il Reame al figlio: intanto aveva ridotto Roma ad una "sentina di tutto il mondo."(334)
Il 6 di ottobre 1499 Luigi XII entrava in Milano, alla testa del suo esercito comandato da G. G. Trivulzio, e Lodovico il Moro, che s'era apparecchiato alla difesa, vedendo ora che aveva contro di s Francesi e Veneziani, e che i suoi lo abbandonavano, se ne fugg invece a cercare aiuti in Germania. Gli ambasciatori italiani accorrevano intanto a Milano per ossequiare il Re, che ricevette fra gli altri anche il Valentino, venuto in persona con piccolo seguito e con la bandiera di Francia. Assicuratosi della buona amicizia del vittorioso monarca, avuta promessa di nuovi aiuti per condurre innanzi le sue sanguinose imprese, e fatto a Milano un prestito di 45,000 ducati, egli se ne torn a Roma, dove il Papa raccoglieva danari allo stesso fine, valendosi d'ogni mezzo, onesto e disonesto, anche di nuovi assassinii. Il protonotario Caetani messo in prigione vi mor, e i suoi beni furono confiscati; il suo nipote Bernardino venne ucciso dai birri del Valentino presso Sermoneta, feudo di cui subito s'impossessarono i Borgia.(335) Intanto il Valentino venne nominato gonfaloniere della Chiesa, ed essendo gi stata pubblicata la sentenza che dichiarava decaduti i signori della Romagna e delle Marche, col pretesto che non avevano pagato al Papa la somma dovuta, se ne part per Imola, dove aveva inviato le sue genti, fra le quali un migliaio di Svizzeri, sotto il comando del Bagl di Dijon: era in tutto un esercito di circa 8000 uomini. Ai primi di dicembre cadde Imola e poi Forl, dove Caterina Sforza, che vi comandava, si difese con gran valore nella fortezza fino al 12 gennaio 1500, cedendo solo ad un assalto dei Francesi, i quali, ammirati del coraggio virile di lei, la salvarono dai soldati del Valentino e dall'ira del Papa, che voleva fosse subito ammazzata, perch, secondo lui, casa Sforzesca era "semenza di la serpe indiavolata."(336) In questo modo pot invece finire i suoi giorni a Firenze, ritirata nelle Murate.
Dopo di Forl, il Valentino prese anche Cesena; ma si dovette allora fermare, perch, tornato in Francia Luigi XII, il generale Trivulzio scontent per modo Milano e la Lombardia, di cui era restato governatore, che il Moro, sostenuto da un esercito di Svizzeri, secondato dalle popolazioni, pot ripigliare il suo Stato, entrando vittorioso nella capitale il giorno 5 di febbraio. Questo fece s che i Francesi del Duca Valentino furono in fretta richiamati, per raggiungere i compagni gi in ritirata, ed egli dovette sospendere la guerra. Pens allora d'andare a Roma, dove il Giubileo gi incominciato portava molti danari, che venivano raccolti con l'usata avidit per i soliti fini. Vestito di velluto nero, con una catena d'oro al collo, severo e tragico nell'aspetto, alla testa del proprio esercito, fece il suo solenne ingresso trionfale nella Citt Eterna, dove fu ricevuto dai cardinali a capo scoperto. Si gett poi ai piedi del Papa, che, dopo scambiate alcune parole in spagnuolo, lacrimavit et rixit a un trato.(337) E subito, ricorrendo allora il Carnevale, s'apparecchiarono grandi feste. Una figura rappresentante Victoria Iulii Caesaris, condotta sopra un carro a bella posta costruito, fece il giro della Piazza Navona, dove servatae sunt fatuitates Romanorum, more solito.(338) E le feste crebbero assai pi, quando arriv la notizia che Luigi XII era tornato in Italia alla testa d'un nuovo esercito; che il Moro, abbandonato e tradito da' suoi Svizzeri, era il 10 aprile caduto in mano dei Francesi col fratello Ascanio. Questi fu messo nella torre di Bourges nel Berry, donde pi tardi venne liberato; il Moro stette invece dieci anni prigione a Loches, dove fin i suoi giorni.
Al primo annunzio di s liete novelle, il Duca Valentino, sicuro di poter ripigliare ormai subito la sanguinosa impresa di Romagna, non sapeva pi frenare la sua gioia. Presso la chiesa di San Pietro fu dato un solenne torneo, in cui egli ammazz sei tori selvaggi, "combattendo a cavallo, alla giannetta; et a uno tagli la testa alla prima botta, cosa che a tutta Roma parve grande."(339) Continuava intanto l'arrivo dei pellegrini del Giubileo; crescevano le cerimonie religiose, e con esse le indulgenze e le rendite. Ogni mattina si trovavano per le vie cadaveri di gente ammazzata la notte, fra cui spesso erano prelati. Un giorno (27 maggio) se ne videro diciotto impiccati sul Ponte Sant'Angelo. Erano ladri condannati dal Papa, tra i quali fu anche il medico dell'ospedale di San Giovanni in Laterano, che la mattina di buon'ora rubava ed ammazzava.(340) Il confessore dei malati quando sapeva di qualcuno che avesse danari, lo rivelava subito a lui, qui dabat ei recipe, e poi dividevano fra loro la preda.(341) L'esempio di severa e pronta giustizia fu ora dato, perch 13 degl'impiccati avevano rubato l'ambasciatore della Francia, che il Papa voleva tenersi amica.(342)
Nel luglio di quel medesimo anno seguiva un'altra di quelle tragedie che erano proprie dei Borgia. Il duca di Bisceglie, marito della Lucrezia, s'era avvisto che, per l'amicizia coi Francesi, l'animo del Papa e del Valentino s'era subito alienato da lui, che per ci non si sentiva pi sicuro in Roma. Gi nel 1499 aveva veduto che sua sorella donna Sancia era stata esiliata, minacciando il Santo Padre di cacciarla a forza di casa, se non se ne andava.(343) Da questi e da altri segni rest sempre pi insospettito, e per, dopo avere esitato alquanto, fugg a un tratto presso i Colonna in Gennazzano, per andar poi nel Napoletano, lasciando la Lucrezia incinta, che piangeva o fingeva di piangere. Ma nell'agosto egli si lasci persuadere, e venne a Spoleto, dove ella era stata nominata reggente della citt. Di l tornarono insieme a Roma.(344) La sera del 15 luglio 1500, il duca di Bisceglie venne sulle scale di San Pietro improvvisamente assalito da sicar che lo ferirono al capo, alle braccia, e poi fuggirono. Egli corse in Vaticano, e raccont come e da chi era stato ferito, al Papa, che al solito si trovava con la Lucrezia, la quale prima svenne, e poi condusse il marito in una camera del Vaticano, per curarlo. Si mand a Napoli per medici, temendosi a Roma di veleno. Il malato era assistito dalla moglie e dalla sorella donna Sancia, che gli cucinavano "in una pignatella," non fidandosi d'alcuno. Ma il Valentino disse: "quello che non s' fatto a desinare, si far a cena;" e tenne la parola. Vedendo infatti che quel disgraziato non voleva morire, quantunque fosse pur grave assai la ferita alla testa, entr una sera improvvisamente in camera, e mandate via le due donne, che senza resistenza obbedirono, lo fece nel letto strangolare da don Micheletto.(345) N questa volta si fece gran mistero dell'accaduto. Il Papa stesso, dopo il ferimento, disse tranquillamente all'ambasciatore veneto, Paolo Cappello: "il Duca (Valentino) dice di non lo aver ferito; ma se l'avesse ferito, lo meritera." Il Valentino invece scusavasi solamente dicendo che il duca di Bisceglie voleva ammazzar lui.
Egli aveva allora ventisette anni; era nel fiore della salute e della forza; si sentiva padrone di Roma e del Papa stesso, il quale lo temeva a segno da non osar quasi di parlare il giorno in cui vide il suo fidato cameriere Pietro Caldes, o Pierotto, scannato fra le proprie braccia dal Duca, e sent il sangue di lui schizzargli sulla faccia. Alessandro VI, del resto, non si turbava punto di tutto ci, e non perdeva i sonni. "Ha anni settanta," scriveva l'ambasciatore Cappello, "ogni d si ringiovanisce, i suoi pensieri non passano mai una notte,  di natura allegra, e fa quello che gli torna utile."(346)
Il 28 settembre, per far danari, nomin a un tratto dodici cardinali, fra cui sei Spagnuoli, il che gli frutt 120,000 ducati, che andarono subito al Valentino. Il quale con essi, con le entrate del Giubileo, e cogli aiuti francesi, uniti alle sue genti capitanate dagli Orsini, Savelli, Baglioni e Vitelli, s'impadron di Pesaro, cacciandone (ottobre 1500) il gi suo cognato Giovanni Sforza; quindi di Rimini, cacciandone Pandolfo Malatesta; e finalmente si ferm a Faenza, dove Astorre Manfredi di 16 anni era tanto amato dal suo popolo, che fu difeso valorosamente fino a che la fame non costrinse tutti a capitolare il 25 aprile 1501. Cesare Borgia dovette nondimeno, per aver la citt, giurare di risparmiar gli abitanti e salvare la vita al Manfredi; ma invece poi, violando ogni fede, lo chiuse in Castel Sant'Angelo, e dopo averlo sottoposto ai pi osceni oltraggi, lo fece strangolare e gettar nel Tevere il 9 giugno 1502.(347) Dopo di ci venne dal Papa nominato duca di Romagna. Imola, Faenza, Forl, Rimini, Pesaro e Fano facevano gi parte del suo Stato, di cui Bologna doveva pi tardi esser la capitale, e che doveva poi allargarsi verso Sinigaglia ed Urbino, sperandosi di potervi annettere anche la Toscana. Ma per ora la Francia mise il suo veto al procedere verso Bologna o verso la Toscana, che a loro volta s'armavano per difendersi. Intanto seguivano segretissimi accordi tra la Spagna e la Francia, per dividersi fra loro il regno di Napoli: il Papa vi prendeva parte, sempre con l'usata, avida speranza di potere anche col allargare la potenza del figlio.


4. - IL SAVONAROLA E LA REPUBBLICA FIORENTINA.

Mentre queste cose avvenivano in Roma, i Borgia avevano ordito un'altra tragedia in Firenze, dove erano seguti mutamenti gravissimi, dei quali dobbiamo ora parlare.(348)
Sin dalla venuta di Carlo VIII, un frate domenicano, Priore del convento di San Marco, uomo singolarissimo, era divenuto quasi padrone della Citt, ed in essa nulla pi si faceva senza prima avere dal pergamo i suoi consigli. Nato a Ferrara, venuto a Firenze sotto i Medici, aveva predicato contro il mal costume, contro la corruzione della Chiesa, attaccando pi o meno copertamente papa Alessandro, e dimostrandosi fautore di libert. In molte cose egli non pareva e non era uomo del suo tempo. Privo d'una vera cultura classica, odiava quel paganesimo letterario che allora invadeva tutto. Educato colla Bibbia, i Santi Padri e la filosofia scolastica, era animato da un vivissimo entusiasmo religioso. Dotto d'una dottrina allora poco stimata, scriveva versi non molto eleganti, n sempre corretti, ma pieni d'ardore cristiano; aveva una grande indipendenza di carattere e d'ingegno, n mancava di accortezza e buon senso, sebbene assai spesso parlasse come un uomo ispirato, perch si credeva veramente privilegiato del dono profetico, e mandato da Dio a correggere la Chiesa, a salvare l'Italia. L'essere cos diverso dagli altri, il non avere le qualit e le doti che allora erano in tutti, mentre a tutti mancavano quelle appunto che egli aveva, dava a questo Frate un prodigioso ascendente non solo sulle moltitudini, ma ancora sugli uomini pi culti. Lorenzo de' Medici lo fece chiamare presso al suo letto di morte, chiedendo assoluzione de' suoi peccati, assoluzione che fu negata, per essere egli stato tiranno della sua patria. Angelo Poliziano, Pico della Mirandola, seguaci di quella erudizione pagana tanto condannata dal Savonarola, vollero avere sepoltura in San Marco, vestiti dell'abito domenicano. Molti altri letterati, moltissimi artisti pendevano estatici dalle labbra del Frate.
Trasportato dalla sua fantasia, ed ancora da un singolare presentimento, che spesso sembrava fargli davvero leggere nell'avvenire, non solo annunziava in genere futuri guai all'Italia; ma, determinando, aveva profetato la venuta d'eserciti stranieri, guidati da un nuovo Ciro. E la profezia parve miracolosamente avverarsi nel 1494, con la discesa di Carlo VIII. E per il Frate divenne addirittura il primo uomo di Firenze, la quale ricorreva a lui nei pi difficili momenti, per le pi gravi faccende di Stato. Cos, insieme con Piero Capponi ed altri, egli fu mandato ambasciatore al Re, quando Piero de' Medici aveva vilmente ceduto ogni cosa. Ed il Re, che s'era mostrato assai burbero con tutti, divenne umile dinanzi a colui che gli minacciava l'ira di Dio. Quando poi furono in Firenze firmati gli accordi, e l'esercito alloggiato dentro le mura non si moveva, con pericolo grandissimo della Citt, solo il Savonarola os presentarsi a Carlo VIII, invitandolo severamente a partire, e fu obbedito. Non  quindi da far maraviglia, se ponendosi allora mano alla formazione d'un nuovo governo, tutti si rivolgessero al Frate, e nulla pi si facesse in Firenze senza prima sentir lui, che di prova non solo di vero e disinteressato amore del pubblico bene, ma anche di un senno politico veramente singolare.
Il 2 dicembre la campana di Palazzo Vecchio chiamava a generale Parlamento il popolo, che accorse ordinato e condotto dai Gonfalonieri delle Compagnie. Fu subito data Bala a venti Accoppiatori di nominare i magistrati, e fare le necessarie proposte di riforma. Cos in breve si venne ad un nuovo ordinamento della Repubblica, col quale le antiche istituzioni, dai Medici profondamente falsate o distrutte, vennero richiamate in vita, modificandole per in molte parti. Il Gonfaloniere cogli otto Priori, che costituivano la Signoria, da rinnovarsi ogni due mesi, furono conservati; e cos pure gli Otto, che vegliavano all'ordine interno della Citt, ed erano un tribunale pei delitti criminali, pi specialmente ancora per quelli di Stato. L'antico magistrato dei Dieci, che provvedeva alle cose della guerra, fu del pari conservato. I Gonfalonieri delle Compagnie e i dodici Buoni Uomini, residuo di antiche istituzioni, i quali formavano i cos detti Collegi, che assistevano la Signoria, sebbene non avessero pi una vera importanza, pure restarono. Sorse per una grave disputa intorno ai Consigli o sia assemblee della Repubblica. Il Consiglio dei Settanta, organo del dispotismo mediceo, fu subito abolito; ma non era possibile ricostituire quelli del Popolo e del Comune, perch rispondevano nell'antica Repubblica ad uno stato di cose, ad una divisione della cittadinanza, che pi non esisteva, n potevasi rinnovare. Cominciarono quindi le discussioni. Alcuni, alla testa dei quali trovavasi Paolo Antonio Soderini, tornato allora da Venezia, proponevano addirittura un Consiglio Maggiore, in cui entrassero tutti i cittadini, ed un Consiglio, meno numeroso, di Ottimati, a similitudine appunto del Gran Consiglio e dei Pregadi in Venezia. Ma a questa proposta si opponevano coloro che, capitanati da Guidantonio Vespucci, volevano un governo pi ristretto, e combattevano perci l'istituzione del Consiglio Maggiore, che dicevano utile a Venezia, dove erano i Patrizi, che soli ne facevano parte; pericolosissimo invece a Firenze, dove, mancando i Patrizi, bisognava ammettervi tutti i cittadini. Il pericolo, in tanta divisione degli animi, stava, secondo ci che ne scrive anche il Guicciardini, in questo, che prevalendo un governo ristretto invece di uno temperatamente libero, si sarebbe poi, per reazione, venuto ad un governo di eccessiva larghezza, il quale avrebbe messo a repentaglio la Repubblica. Ed  perci che quel grande storico ed accorto politico esalt il Savonarola,(349) come colui che, entrato di mezzo, salv ogni cosa, predicando una forma di governo universale con un Consiglio Maggiore al modo veneziano, adattato per ai bisogni e costumi fiorentini. L'autorit della sua parola fece subito vincere questo partito gi proposto dal Soderini, ed il Frate ne guadagn tale ascendente sul popolo, che d'allora in poi le discussioni fatte in Palazzo, e le leggi che ne seguirono, sembrano spesso copiate dalle sue prediche.
Il 22 e 23 dicembre 1494 fu deliberato il Consiglio Maggiore, di cui vennero chiamati a far parte tutti i cittadini di ventinove anni, che erano beneficiati, che godevano cio il beneficio dello Stato, o sia che, secondo le antiche leggi della Repubblica, avevano il diritto di prender parte al governo. Quando costoro avessero passato il numero di 1500, un terzo di essi solamente, alternandosi cogli altri due, avrebbero di sei in sei mesi formato il Consiglio.(350) La Citt aveva allora circa 90,000 abitanti; i cittadini beneficiati dell'et di ventinove anni erano 3200, sicch il Consiglio Maggiore veniva ad essere formato di poco pi che mille persone.(351) Ogni tre anni si sceglievano inoltre sessanta cittadini senza il beneficio, e ventiquattro giovani di ventiquattro anni, con facolt di partecipare al Consiglio, e ci si faceva "per dare animo ai giovani ed incitarli a virt." L'ufficio principale del Consiglio era quello d'eleggere i magistrati, nel che si riponeva allora la garanzia della libert, e di votare le leggi, senza per discuterle. Esso doveva inoltre eleggere subito ottanta cittadini di quarant'anni almeno, per formare il Consiglio degli Ottanta, specie di Senato, che si rinnovava ogni sei mesi, e del quale facevano parte di diritto alcuni dei principali magistrati. Esso radunavasi ogni settimana, per deliberare, insieme colla Signoria, gli affari pi gravi e gelosi, che non si potevano esporre a molti. Vi pigliavano parte anche i Collegi, quando trattavasi di nominare gli ambasciatori e i capitani, o deliberare condotte di genti d'arme.
In tal modo venne costituita la nuova Repubblica. La divisione dei poteri non era allora conosciuta, e le attribuzioni dei magistrati erano quindi assai confuse. Nondimeno, quando si voleva sanzionare una nuova legge, il procedimento ordinario era questo: la proposta toccava alla Signoria, che poteva, se la cosa lo richiedeva, radunar prima una Pratica o una Consulta, composte dei Collegi, dei principali magistrati e di Arroti, o sieno cittadini richiesti a quello scopo determinato, domandando il loro avviso. Quando tutto ci non si reputava necessario, s'andava addirittura agli Ottanta, e poi al Consiglio Maggiore. Nella Pratica e nella Consulta(352) soleva farsi una qualche discussione; ma nei Consigli si votava e non si discuteva. Lo stesso procedimento si seguiva ancora, quando trattavasi non di leggi, ma di affari molto gravi, come sarebbe stato il dichiarare la guerra, il fare qualche alleanza, che potesse aver gravi conseguenze, e simili.
Questa nuova costituzione cominci subito ad operare regolarmente, ed il Savonarola, che ne era stato uno dei principali autori, contribu colle sue prediche a consigliare e promuovere altre riforme importanti. Fu istituita la Decima, cio l'imposta del 10% sui beni stabili, fino allora tassati ad arbitrio; fu abolito il Parlamento, il quale, approvando sempre per acclamazione tutte le proposte della Signoria, era stato pi volte docile strumento d'inconsulte mutazioni e di tirannide; fu istituito il Monte di Piet. Venne poi votata una nuova legge che, nelle cause di Stato, concedeva l'appello dagli Otto al Consiglio Maggiore, cosa di certo assai poco prudente, perch affidava la giustizia alle passioni popolari. Il Savonarola, che pur desiderava l'appello, ma ad un assai minor numero di persone, non riusc questa volta a fermare il popolo, istigato dagli avversari, i quali volevano cogli eccessi mettere a pericolo la Repubblica, o almeno levarla, come essi dicevano, dalle mani del Frate. Infatti ben presto si vide che quella legge era stata imprudentissima.
Tuttavia le cose cominciarono a procedere assai regolarmente, n altri disturbi vi furono in sul principio, se non quelli che nascevano dalla guerra contro i Pisani, la quale per, senza essere ancora di molta gravit, contribuiva a tenere in Firenze gli animi uniti. Gli alleati,  vero, chiamarono in Italia Massimiliano re dei Romani, perch recasse aiuto a Pisa; ma quando egli venne senza un proprio esercito, non gli dettero n uomini n denari, sicch dovette tornarsene a casa senza aver concluso nulla.
V'erano tuttavia in Firenze i germi di un gravissimo pericolo. Il Savonarola predicava con crescente ardore la riforma dei costumi e la difesa della libert, suggeriva utili provvedimenti, faceva una dipintura vivacissima dei mali che portava la tirannide, ma non si fermava a ci. Egli predicava ancora la necessit d'una riforma della Chiesa, caduta, come tutti sapevano e vedevano, nella pi triste corruzione. Non toccava il domma e neppure il principio dell'autorit papale, rest infatti sempre cattolico; ma accennava pure alla necessit di un Concilio per attuare la riforma, ed alludeva assai spesso alla vita scandalosa di papa Alessandro VI. Questi cominci quindi ad impensierirsi vivissimamente d'uno stato di cose tanto nuovo in Italia, tanto pericoloso per lui che era, come altra volta aveva scritto Piero Capponi, "di natura vile e conscius criminis sui.(353)" Dapprima invit a Roma, con parole assai benevole, il Savonarola, il quale si scus. Allora invece lo sospese dalla predicazione; ma i Dieci scrissero subito con tanto favore in difesa di lui, che il Breve, per paura di peggio, venne revocato. Si torn alle lusinghe, lasciando sperare al Frate perfino il cappello cardinalizio; ma egli nuovamente ricus di partire, e nella quaresima dal 1496 tuon pi che mai dal pergamo. Annunziava future calamit, tornava a proporre la riforma della Chiesa, e conchiudeva che Firenze doveva fermar bene il suo governo popolare, affine di promuovere in Italia e fuori il rinnovamento ed il trionfo della religione, purificata da ogni corruzione. La cosa assunse allora una cos straordinaria gravit, che da ogni parte d'Italia gli occhi si rivolsero sopra di lui con intenzioni assai diverse. Si sentiva da tutti che la corruzione della Chiesa era spaventosa, e si capiva che, nonostante il profondo e generale scetticismo religioso degl'Italiani, non si poteva cos durare a lungo. I segni precursori di una riforma, gi manifestatisi a Costanza, a Basilea, altrove, non si potevano dimenticare. La grande attenzione, l'entusiasmo con cui una citt indifferente e scettica come Firenze, ascoltava ora il Savonarola, ispirava una confusa paura in moltissimi, ed uno sdegno feroce in Alessandro VI, che si vedeva attaccato personalmente da un frate, senza poter far nulla, egli che pure cos facilmente aveva saputo mandare all'altro mondo tanti prelati e cardinali.
Il pericolo temuto non era per senza qualche speranza di rimedio pel Papa. Il Savonarola era certo un oratore rozzo, ma potente; aveva un'attivit prodigiosa; scriveva un numero grandissimo di opere, di opuscoli, di lettere; non si fermava mai; predicava ogni giorno, pi volte al giorno, in diverse chiese; il suo amore pel bene era grande; il suo religioso entusiasmo ardentissimo; la sua autorit immensa. Pure, noi lo abbiamo gi notato, egli non era in tutto uomo del suo tempo; la sua cultura era in parte scolastica, e il suo entusiasmo arrivava spesso fino quasi al fanatismo; aveva visioni e si credeva profeta; qualche volta anche gli pareva che il Signore, per mezzo di lui, volesse operare miracoli. Amava ardentemente la libert; ma era pur sempre un frate, che la cercava come mezzo a promuovere la riforma religiosa; non di rado pareva che volesse proprio ridurre Firenze ad un convento, il che doveva a molti sembrare una puerile illusione. Egli era circondato da artisti e da eruditi, sui quali aveva come sul popolo e sugli uomini politici un ascendente straordinario; ma se amava la cultura e promoveva le arti, era pure acerrimo nemico di quello spirito pagano che allora invadeva e, secondo lui, corrompeva tutto. Tra i suoi frati, come tra i suoi seguaci fuori del convento, si trovavano uomini di nobile carattere e di grande energia; ma non mancavano neppure spiriti deboli e superstiziosi, che esageravano le idee del maestro, il quale non era senza esagerazioni egli stesso. L'immenso potere da lui acquistato in Firenze pei savi consigli politici che aveva dati, per le nobilissime doti del suo animo, per la sua irresistibile eloquenza, veniva cresciuto pi dalla maraviglia che recava la singolarit del suo carattere, che dall'essere egli riuscito a risvegliare in Firenze un vero ardore religioso, il che non era invece avvenuto. Questo era anzi il punto su cui il Savonarola s'illudeva assai, e non s'avvedeva perci che, in parte almeno, egli fabbricava sull'arena: voleva il governo libero per promuovere la riforma religiosa, ed i Fiorentini accettavano la riforma religiosa, solo per meglio rafforzare il libero governo. La base del suo potere era quindi meno solida di quel che pareva, e non dovevano al Papa mancar modi di formare o di alimentare i partiti avversi.
Un buon numero di giovani amanti del lieto vivere, gi tanto favorito dai Medici, ed ora cos aspramente biasimato e combattuto dal Frate, si raccolsero pigliando nome di Compagnacci, combattendo, col ridicolo e con ogni arte, lui e i suoi amici, che chiamavano Piagnoni, Frateschi e simili. Tutto questo fece s che nel 1497, da un lato si tent di ripristinare l'antico carnevale mediceo co' suoi baccanali e le sue oscenit; dall'altro, invece, per opera del Savonarola e de' suoi seguaci, i fanciulli giravano le vie e le case di Firenze, cercando le vanit, o sia libri, scritture, disegni e statue oscene, abiti e maschere carnovalesche. Il 7 febbraio, ultimo giorno di carnovale, fu fatta una solenne processione, la quale ebbe fine col famoso bruciamento delle vanit, raccolte in Piazza della Signoria, sopra gli scalini d'una grande piramide di legno, a tal'uopo costruita. Come  ben naturale, tutto ci fu soggetto di molte accuse e di ridicolo da parte dei Compagnacci, quantunque i magistrati stessi avessero non solo permessa, ma quasi diretta la singolare solennit, affinch procedesse ordinata e dignitosa. I Compagnacci biasimavano aspramente che il governo s'andasse mescolando di processioni fratesche. E ad essi s'univano poi gli Arrabbiati, i quali volevano un governo pi ristretto di Ottimati, ed i Bigi, chiamati cos perch non osavano manifestare il loro segreto pensiero, che era di tornare ad una pura e semplice restaurazione medicea. Ma tutto ci non bastava ancora a mettere in pericolo n la Repubblica, n il Savonarola. I Compagnacci non erano un partito politico; gli Ottimati avevano poco sguito in Firenze, stata sempre citt popolare; i Bigi, con aderenze potenti in citt e fuori, avevano in Piero de' Medici un capo cos odiato e disprezzato, da non poter esser desiderato da molti. Un primo tentativo da lui fatto, per rientrare in Firenze, dove si lusingava di trovar grandissimo favore, riusc solo a fargli con disprezzo chiudere le porte in faccia. Una congiura tentata allo stesso effetto da Bernardo del Nero e da altri, fin con la loro condanna a morte.
Questo  ci che formava uno stato di cose, in cui Alessandro VI facilmente poteva trovare quell'occasione di vendetta, che con tanto ardore cercava da un pezzo. Il Savonarola ogni giorno lanciava nuove accuse contro gli scandali di Roma, accennava sempre pi apertamente alla necessaria riunione del Concilio, alludeva dal pergamo alle oscenit ed ai delitti del Papa. Invitato pi volte a tacere, aveva invece parlato pi forte. Giunse finalmente una scomunica contro di lui, ed egli la dichiar nulla, aggiungendo che parlava in nome di Dio, ed era pronto a sostenere la propria innocenza al cospetto del mondo; rinunziava per a convincere Alessandro VI, il quale, eletto simoniacamente, autore di tanti scandali e delitti, non poteva dirsi vero Papa. Era allora seguta l'uccisione del duca di Gandia; correvano per tutto le voci d'incesto tra il Papa e la figlia Lucrezia; il Savonarola s'era esaltato per modo che non sapeva, n voleva pi frenarsi. Indirizz lettere ai principi d'Europa, incitandoli a radunare un Concilio, per salvare da totale rovina la Chiesa, la quale, come egli avrebbe pubblicamente dimostrato, era senza capo vero e legittimo. Una di queste lettere venne sfortunatamente nelle mani di Alessandro VI. S'aggiunse poi che Carlo VIII, il quale pareva pentito de' suoi peccati, e deciso a metter mano alla riforma consigliata dal Savonarola, che vedeva in lui appunto il suo pi valido sostegno, mor improvvisamente nei primi mesi del 1498. E quantunque ci ancora non fosse noto in Italia, pure si vedeva gi che tutto cospirava ai danni del povero Frate. Fu questo il momento in cui inaspettatamente si present al Papa un'occasione favorevole, che egli colse senza punto esitare.
La Signoria in ufficio era avversa al Savonarola; gli Arrabbiati ed i Compagnacci erano audacissimi per i continui incoraggiamenti che ricevevano di fuori; i Bigi erano pronti sempre a tutto ci che poteva riuscire in danno della Repubblica; perfino alcuni dei Piagnoni erano impensieriti della fiera lotta col Papa, quando segu un fatto stranissimo, di cui nessuno avrebbe potuto mai prevedere le gravi conseguenze. Un frate francescano, chiamato Francesco di Puglia, predicando in Santa Croce aspramente contro il Savonarola, venne fuori con la dichiarazione che era pronto ad entrare nel fuoco con lui, per provargli la falsit delle dottrine che sosteneva. Al Savonarola la cosa parve assai strana, e si tacque: ma non fu cos del suo discepolo frate Domenico Buonvicini da Pescia. Uomo di poca testa, ma d'una grande energia e buona fede, d'uno zelo ardentissimo, accett la sfida, e si dichiar senz'altro prontissimo a tentare l'esperimento del fuoco, per provare la verit delle dottrine sostenute dal suo maestro. Francesco di Puglia rispose, che aveva sfidato il Savonarola, e con lui solamente sarebbe entrato nel fuoco; ma con fra Domenico Buonvicini da Pescia si sarebbe provato invece Giuliano Rondinelli, anch'egli francescano. La cosa sfortunatamente and innanzi, ed al Savonarola non riusc di fermarla, quantunque lo tentasse, perch fra Domenico era gi caduto nella rete che gli avevano tesa, e perch egli stesso non sembrava punto alieno dal prestar fede alla buona riuscita dell'esperimento, convinto com'era d'essere mandato da Dio, e da lui ispirato nel predicare le dottrine che venivano ora combattute. Gli Arrabbiati e i Compagnacci spingevano a tutta possa, perch speravano di poter seppellire i Piagnoni nel ridicolo, e uccidere il Savonarola nel tumulto che apparecchiavano. Teneva loro mano la Signoria stessa, che si trovava allora in segreti accordi con Roma.
In conseguenza di tutto ci lo stranissimo esperimento, che nel secolo XV era un vero e proprio anacronismo, fu fissato pel giorno 7 aprile 1498. All'ora indicata i frati vennero nella Piazza, davanti al Palazzo, dove tutto era stato dalla Signoria ordinato, e dove un popolo immenso era impaziente di vedere uno spettacolo che ricordava il Medio Evo. Il Savonarola, persuaso anch'egli che lo zelo impaziente di fra Domenico, contro cui aveva invano resistito, fosse veramente ispirato da Dio, aveva consentito a dirigere i suoi frati. Quando per tutto era pronto da parte loro, e fra Domenico da Pescia aspettava il segnale per muoversi, i Francescani, i quali avevano mirato solo a tendere una rete agli avversar, esitavano, ed il Rondinelli non pareva che avesse nessuna voglia di cimentarsi. Si cercarono mille pretesti per far nascere un tumulto desiderato, ma invano, perch l'ardita figura di fra Domenico era l, sempre pronta a muoversi, e questo contegno disarmava ogni avversario. Se non che, le continue dispute e i nuovi pretesti dei Francescani fecero consumare il giorno, e finalmente una pioggia improvvisa e dirotta di modo alla Signoria, gi scoraggiata, di dichiarare che l'esperimento non poteva ormai pi farsi.
Secondo ogni ragione, la disfatta doveva essere dei nemici del Savonarola; ma accadde invece il contrario. Il popolo era scontentissimo di non aver avuto il desiderato spettacolo, e molti ne davano la colpa al Savonarola, dicendo che se veramente fosse stato persuaso del suo lume divino, sarebbe, senza altre discussioni, egli stesso, anche solo, entrato nel fuoco, il che avrebbe d'un tratto e per sempre fatto tacere gli avversari. I suoi seguaci erano in buona parte o fanatici credenti, o uomini politici che vedevano in lui solamente il sostenitore del libero reggimento. I primi restarono addolorati che l'esperimento non si fosse fatto, i secondi deploravano che egli vi avesse consentito, e cos lo scontento parve a un tratto universale. Allora riusc agevole agli Arrabbiati ed ai Compagnacci, secondati dai Bigi, aiutati dalla Signoria, sollevare un vero e proprio tumulto contro i Piagnoni, alcuni dei quali vennero infatti ammazzati o feriti per le vie, gli altri furono per ogni dove insultati, inseguiti. Cominciata una volta la reazione, s'and, armata mano, ad assaltare addirittura il convento di San Marco, che, dopo la gagliarda resistenza d'alcuni frati e di pochi amici ivi radunati, fu preso. Il Savonarola, fra Domenico, che mai non lo lasci, e fra Salvestro Maruffi, altro de' suoi pi noti seguaci, ma superstizioso e di carattere debolissimo, vennero condotti in prigione, e s'inizi subito il processo.
Il Papa voleva ad ogni costo aver nelle mani il Frate, e faceva perci grandi promesse; ma la Signoria, sebbene composta d'Arrabbiati dispostissimi a consentirne la morte, non volle, per la dignit della Repubblica, permettere che il processo si facesse altrove. Lo fece per a Firenze secondo le istruzioni e gli ordini venuti da Roma. Si adoper ripetutamente la tortura, ed al Savonarola si strapparono confessioni nel delirio del dolore. Ma sebbene in quello stato egli non fosse pi padrone di s, e non avesse pi la forza di sostenere che la sua dottrina e la sua opera erano ispirate da Dio, pure neg recisamente d'aver mai avuto un fine personale, o d'essere stato di mala fede; conferm anzi d'aver solo e sempre operato pel pubblico bene. A tutto questo s'aggiunse, che se fra Salvestro, debolissimo e vanissimo sempre, rinneg il maestro, e disse tutto quello che gli vollero far dire, fra Domenico, invece, sprezzando le minacce e la tortura, rest uguale a s stesso, riconfermando coraggiosamente l'indomita fede nel suo maestro. Si ricorse quindi all'antico e facile espediente d'alterare, nel miglior modo che si poteva, anche le confessioni strappate colla tortura, senza tuttavia riuscire, neppure con questo artifizio, a trovare giusta materia di condanna. E intanto il Papa minacciava ferocemente da Roma, perch o gli dessero in mano i tre frati, che avrebbe egli pensato al resto, o li mettessero subito a morte. N la Signoria voleva o poteva ormai pi tornare indietro. Siccome per due mesi erano gi trascorsi, ed essa doveva quindi, secondo le leggi fiorentine, uscire d'uffizio, cos s'occup solo a fare in maniera che le nuove elezioni risultassero favorevoli agli Arrabbiati, il che ottenne facilmente. E i nuovi eletti convennero subito col Papa, che egli avrebbe inviato a Firenze due commissar apostolici, per condurre a termine il processo, e trovar materia di condanna capitale, specialmente in ci che si riferiva all'accusa d'eresia. Il Savonarola intanto, lasciato qualche tempo tranquillo in carcere, aveva scritto altri opuscoli religiosi, nei quali, riconfermando le sue dottrine, dichiaravasi nuovamente in tutto e per tutto cattolico fedelissimo ed incrollabile, quale era sempre stato. Ma ci non voleva dir nulla, la sua morte era stata irremissibilmente decisa.
Il 19 maggio arrivarono i due commissar apostolici, con ordine di condannarlo, fosse pure un San Giovanni Battista. Essi lo processarono e torturarono da capo pi fieramente; e quantunque egli, indebolito com'era, resistesse al dolore anche meglio di prima, e non si potesse quindi trovare alcun giusto pretesto di condanna, pure, senza esitare, sentenziarono a morte lui ed i suoi compagni, e li consegnarono al braccio secolare, non usando indulgenza neanco al Maruffi, che aveva vilmente calunniato, rinnegato il maestro, ed affermato tutto quello che avevano voluto. - Un frataccio di pi o di meno poco monta, - cos essi esclamarono. Ed in verit non era per loro prudente salvare la vita d'un uomo cos debole e vano, che avrebbe potuto, anche senza volerlo, rivelare la falsificazione dei processi. Il giorno 23 maggio 1498 si vide in Piazza della Signoria costruito un lungo palco, alla estremit del quale sorgeva una gran croce, alle cui braccia furono impiccati i tre frati, il Savonarola nel mezzo, gli altri due dai lati. Quando essi furono spirati, i loro cadaveri vennero subito bruciati, e le loro ceneri gettate in Arno, in mezzo a una folla di monelli che applaudivano.
In tutto questo dramma v'era stato qualche cosa di eroico, e qualche cosa d'effimero. Eroici erano stati la fede, l'amore del bene universale, l'abnegazione del Savonarola; grande la sua eloquenza, il suo senno politico; effimero era stato invece lo zelo religioso che egli credette aver destato nel popolo fiorentino. Questo s'era esaltato solo per l'amore della libert, ed aveva ascoltato con entusiasmo la parola religiosa del Frate fino a che essa aveva dato forza al governo popolare. Ma appena vide in lui un pericolo per la Repubblica, senza molto esitare lo abbandon al Papa. Ed invero, quando il povero Frate cess di respirare, parve un momento che i pericoli da ogni parte minacciati al governo da lui fondato, scomparissero del tutto. Gli alleati non parlavano pi di voler rimettere Piero de' Medici; il Papa, contentissimo, mandava elogi e dava speranze; il Valentino non minacciava pi d'invadere la Toscana, e Firenze credette perci di potersi occupare solo della guerra contro Pisa, senza pensare ad altro. Pur troppo non and molto e si vide che queste erano speranze vane, che ben altro ci voleva a saziare la inestinguibile avidit dei Borgia. Ma non v'era allora pi rimedio. Bisogn invano pentirsi d'aver soffocato una voce che aveva sempre sostenuto la libert; di avere spento ingiustamente, iniquamente un uomo che tanto bene aveva fatto e poteva ancora fare allo Stato, alla morale, alla religione. La sua morte lo rese per molti un santo ed un martire, e per pi di un secolo gli mantenne in Firenze ammiratori ed adoratori, i quali nei nuovi pericoli della patria si dimostrarono degni seguaci del loro maestro, illustrando con eroismo la fine della Repubblica. Comunque sia di ci, nel maggio del 1498 gli Arrabbiati avevano trionfato; ma non osarono per questo di mutar la forma di governo consigliata dal Savonarola, la quale fu invece consolidata. I Piagnoni continuarono tuttavia ad essere perseguitati, e molti di essi vennero cacciati dagli uffici, nei quali entrarono i loro avversar pi dichiarati. In questo momento appunto comparisce sulla scena, ed ottiene ufficio politico un uomo che fu certo pi grande del Savonarola, ma di una grandezza assai diversa. Di lui dobbiamo ora esclusivamente occuparci.
 LIBRO PRIMO.
DALLA NASCITA DI NICCOL MACHIAVELLI
ALLA SUA DESTITUZIONE
DALL'UFFICIO DI SEGRETARIO DEI DIECI
(1469-1512)



CAPITOLO I.

Famiglia, nascita e primi stud di Niccol Machiavelli.
Viene eletto segretario dei Dieci.
(1469-1498)

Niccol Machiavelli comparisce la prima volta nella storia l'anno 1498, ventinovesimo di sua et. Allora era gi arrivata in Firenze la scomunica contro il Savonarola, cui la Signoria era avversa, e intorno a lui s'addensava da ogni lato la tempesta, che doveva tra qualche mese condurlo al patibolo. Per evitare maggiori scandali, egli aveva ordinato al suo fido discepolo fra Domenico da Pescia di predicare in San Lorenzo alle donne, e, lasciato il Duomo, s'era ritirato in San Marco, dove rivolgeva la sua parola agli uomini solamente. Col venne il Machiavelli ad ascoltare due prediche, delle quali dtte poi ragguaglio ad un amico in Roma, con una lettera del giorno 8 marzo di quell'anno medesimo. In essa appariscono gi evidenti alcune qualit pi notevoli della sua indole, tanto diversa, anzi contraria affatto a quella del Savonarola. Egli non riesce a capir nulla di ci che v' di grande e di nobile nel Frate. Ascolta con un sorriso d'ironia e di scherno lo strano linguaggio di questo che chiamer pi tardi profeta disarmato. Lo sente "squadernare i libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non ne mangerebbero i cani;" lo sente dire del Papa quello "che di quale vi vogliate scelleratissimo uomo dire si puote;" gli sembra che questo Frate venga "secondando i tempi e le sue buge colorendo:"(354) ma non sa capire come abbia preso un cos gran potere in Firenze, n come debba andare a finire la faccenda, e quindi prega l'amico che, se pu, lo illumini.
Chi era, in mezzo a tanto bollore di passioni, questo indagatore a freddo? Ricordando la parte non piccola che egli ebbe dipoi negli affari della Repubblica, e quella grandissima che ebbe nella storia del pensiero moderno, ogni particolare intorno ai suoi stud, alla sua giovinezza, riuscirebbe prezioso. Invece i primi anni del Machiavelli sono e forse resteranno per sempre avvolti nelle tenebre. I suoi contemporanei non parlarono quasi mai di lui; dopo la sua morte nessuno degli amici o conoscenti pens di scriverne la vita. Ed egli, occupato continuamente ad osservare gli uomini e le cose che lo circondano, non si ferma mai sopra s stesso, non torna mai sul suo passato. Come uomo, come carattere, non pare che abbia un gran peso fra coloro che gli son vicini; le sue azioni o non ebbero molta importanza, o non furono molto avvertite. La stessa sua prodigiosa attivit negli affari si manifesta principalmente colla penna; la sua vita si pu dire che sia quasi tutta ne' suoi scritti, quantunque egli si trovasse in mezzo a molte e varie vicende. In ci  assai diverso dal Guicciardini, cui pur somiglia in tante cose. Questi, infatti, salito ad alti uffic, fa ben sentire il potere e l'autorit della sua persona. Assalito dai contemporanei, si difende nell'Apologia, nei Ricordi biografici ed in altri scritti, nei quali spesso ed a lungo parla di s. Comunque sia, noi ci sforzeremo di raccogliere tutte le notizie che ci fu dato trovare sulla famiglia e sui primi anni del Machiavelli. Sfortunatamente per sono assai poche.
La famiglia dei Machiavelli era antichissima in Toscana, e veniva da Montespertoli, piccolo Comune fra la val d'Elsa e la val di Pesa, poco lungi da Firenze. Nei loro antichi Quaderni di ricordanze, qualcuno dei quali trovasi anche oggi nelle biblioteche fiorentine, si legge che essi erano consorti dei signori di Montespertoli, anzi discendevano da un medesimo stipite. Buoninsegna di Dono dei Machiavelli, secondo queste Ricordanze, avrebbe, circa il 1120, avuto due figli, Castellano e Dono. Dal primo sarebbero venuti i Castellani signori di Montespertoli, dal secondo quelli che ebbero il nome di Machiavelli.(355) L'arme dei primi fu un'aquila ad ali spiegate in campo azzurro; l'arme dei secondi fu una croce azzurra in campo d'argento, con quattro chiodi (chiovi, chiavelli) del pari azzurri, ai quattro angoli della croce. Nel 1393 Ciango dei Castellani di Montespertoli lasci a Buoninsegna e Lorenzo di Filippo Machiavelli, trisavolo del grande scrittore, il castello di Montespertoli con diritti di giuspatronato sopra molte chiese. Questa eredit, che non aveva gran valore, essendo allora aboliti i diritti feudali, port ai Machiavelli alcuni privilegi, come, per esempio, la privativa del peso e della misura pubblica, l'omaggio di alcuni ceri offerti ogni anno, e permise loro di mettere la propria arme sulla gola del pozzo, nella piazza del mercato, alla quale s' ora dato il loro nome. Il resto della non pingue eredit s'and dividendo fra i molti rami della numerosa famiglia. Assai poco ne venne quindi al padre di Niccol Machiavelli, i cui beni erano nel vicino Comune di San Casciano. Aveva per sempre sul castello alcuni diritti, che non gli rendevano nulla, e diritti di patronato su varie chiese, parte dei quali venivano anch'essi dalla eredit di Montespertoli. I Machiavelli avevano le loro case(356) nel quartiere di Santo Spirito, tra Santa Felicita e il Ponte Vecchio in Firenze: col si erano stabiliti da tempi assai remoti, e furono poi tra i pi notabili popolani.(357) Infatti noi li troviamo fra coloro che dovettero nel 1260,(358) dopo la rotta a Montaperti, esulare. Ben presto per rimpatriarono cogli altri Guelfi, e sono assai spesso ricordati nelle storie della Repubblica, al cui governo presero parte, vantando un gran numero di Priori e di Gonfalonieri.(359)
Bernardo di Niccol Machiavelli, nato nel 1428, fu giureconsulto, esercit qualche tempo l'ufficio di tesoriere nella Marca,(360) e nel 1450 eredit ancora i beni di suo zio Totto di Boninsegna Machiavelli.(361) Nel 1458 spos Bartolommea vedova di Niccol Benizzi, e figlia di Stefano dei Nelli, antica famiglia fiorentina. Non si pu supporre che questo matrimonio aumentasse la sua privata fortuna, giacch le donne portavano allora meschinissime doti. In ogni modo, nel catasto del 1498 la sua entrata, che poi, come vedremo, pass tutta, mediante un accordo di famiglia stipulato nel 1511, al figlio Niccol, era valutata a fiorini larghi 110 e soldi 14,(362) il che lo rendeva non ricco, ma certo neppur povero.  impossibile fare un calcolo esatto; ma, tenuto conto del valore assai maggiore che aveva l'oro in quel tempo, non si va forse molto lungi dal vero, affermando che era una rendita corrispondente a quel che sarebbero oggi quattro o cinquemila lire italiane.(363) Se Bernardo era uomo dato agli stud, Bartolommea era donna religiosa e non priva di cultura, avendo scritto alcuni Capitoli e Laudi alla Beata Vergine, indirizzati, secondo che troviamo affermato, appunto al figlio Niccol.(364) Dal loro matrimonio nacquero quattro figli: Totto, Niccol, Primerana e Ginevra. Delle donne, la prima spos messer Francesco Vernacci, la seconda messer Bernardo Minerbetti. Dei maschi, Totto, nato nel 1463, non si sa che prendesse moglie, e cadde ben presto in oscurit; Niccol, invece, nato il 3 di maggio 1469, divenne subito, come vedremo, il personaggio pi autorevole della famiglia, cos pe' suoi stud come pel suo ingegno. Il giorno 11 d'ottobre 1496 moriva la madre del Machiavelli; e neppure su questo fatto, che nella vita d'ogni uomo ebbe sempre un'importanza grandissima, troviamo una sola parola che ci possa, anche da lontano, far sapere quello che il figlio sentisse allora. Tutto rimane per noi interamente oscuro. Egli aveva gi ventisette anni, e sino a quel tempo non ci resta di lui un sol verso, una qualche parola di scrittori antichi, che ce lo facciano conoscere poco o molto.(365)
I pi antichi scritti che abbiamo di lui, sono una lettera italiana ed un brano di lettera latina, ambedue del dicembre 1497, che trattano il medesimo argomento.(366) Sin da tempi antichi, non per antichissimi, i Machiavelli avevano avuto il diritto di giuspatronato sulla chiesa di Santa Maria della Fagna in Mugello. Questo diritto era poi stato ad essi tolto, e volevano ora usurparlo i Pazzi. Laonde tutta la famiglia, sebbene fosse ancora vivo Bernardo, commise al figlio di lui, Niccol, che scrivesse in favore dei comuni diritti. Cos abbiamo le sue due prime lettere, che sono dirette A un prelato romano, che probabilmente era il cardinal Perugino, giacch a lui scriveva con calore sul medesimo argomento anche la Repubblica.(367) In esse il Machiavelli, con molta accortezza, con molte lusinghe e promesse, con un linguaggio altisonante, sostenne i giusti diritti, che Maclavellorum famiglia aveva alla sua difesa affidati, e che difatti finalmente trionfarono.
Due cose risultano chiare da tutto ci: che egli conosceva allora il latino e lo scriveva, il che era stato messo in dubbio da qualcuno; che tutti i Machiavelli facevano gran conto di lui, avendolo eletto come loro rappresentante e difensore. In mezzo alle poche notizie pervenuteci, le quali spesso anche si contradicono, non sar inopportuno cercare di fermar bene quelle almeno che sono sicure. Non pu di certo far maraviglia, che avesse gi una sufficiente istruzione letteraria un uomo cos singolarmente dotato dalla natura, nato in una famiglia non priva di fortuna, n di cultura; che pass la sua giovanezza ai tempi di Lorenzo il Magnifico, quando abbondavano le scuole e le pubbliche lezioni nello Studio, quando le lettere italiane e le latine s'imparavano quasi senza accorgersene, anche conversando, e le reminiscenze dell'antichit erano nell'atmosfera stessa che si respirava. Strano sarebbe stato invece quello che pretesero alcuni, seguendo le poco sicure affermazioni del Giovio, che cio il Machiavelli fosse allora quasi privo d'ogni cultura, e solo pi tardi apprendesse da Marcello Virgilio Adriani tutte quelle cognizioni, che troviamo nelle sue opere, d'autori greci o latini.(368) Da un altro lato, sebbene egli avesse fin dalla sua giovent una discreta cultura, e col tempo progredisse molto nello studio dei classici latini, ed in ci gli giovasse non poco il conversare frequente con Marcello Virgilio, non si pu neppure prestar fede all'affermazione di coloro che vorrebbero farne un erudito, un profondo conoscitore del greco.(369) Che abbia o no conosciuto i primi elementi del greco, non si pu n affermare n negare, ed  cosa in s stessa di nessuna importanza; che molto leggesse le traduzioni di autori greci, e se ne valesse ne' suoi scritti, non si pu mettere in dubbio; ma che fosse in grado di leggerli nell'originale, il che avrebbe certo molta importanza a sapersi, non vi  nessun sicuro argomento per poterlo credere. In mezzo a tante citazioni latine, non se ne trova una sola in greco; abbiamo di lui qualche traduzione dal latino, non una sola pagina che egli dica di aver tradotta dal greco, n un solo autore che egli affermi di aver letto in quella lingua. Da un altro lato  certo che i suoi contemporanei non lo ponevano fra gli eruditi; il Varchi anzi lo dice "pi tosto non senza lettere che letterato."(370) Giuliano de' Ricci, che pur era figlio d'una figlia del Machiavelli, combattendo il Giovio, dimostra che il suo illustre antenato conosceva il latino, ma del greco non dice neppure una sola parola.(371) In conclusione, da tutto quel che sappiamo con certezza, si pu dedurre che il Machiavelli ebbe nella sua giovent la pi generale istruzione letteraria de' suoi tempi, non quella d'un erudito, e gli scrittori greci studi assai, ma solo nelle traduzioni; n pare che si addentrasse gran fatto nello studio della giurisprudenza, di cui dovette per aver qualche cognizione.(372) Il resto fece pi tardi da s con la lettura, con la meditazione, pi di tutto con la esperienza degli affari e la conoscenza degli uomini. Certo egli dov da una cultura comparativamente ristretta sentir qualche danno; ma ne ebbe anche l'inestimabile vantaggio di serbare pi viva la spontanea originalit del suo ingegno e del suo stile, i quali non furono perci, come a tanti seguiva allora, soffocati sotto il peso della erudizione.
Grande era tuttavia il suo entusiasmo per gli antichi, specialmente pei Romani; ma questa sua ammirazione aveva qualche cosa che ricordava Cola di Rienzo e Stefano Porcari, piuttosto che il semplice erudito. Vivendo poi in quel secolo di lettere, di arti, di congiure, di scandali papali e d'invasioni straniere, egli aveva passato il suo tempo non solo coi libri, ma anche con gli uomini, conversando e meditando di continuo sugli avvenimenti che seguivano assai rapidi intorno a lui. E fra questi, dov fargli una profonda e penosa impressione la venuta dei Francesi nel 1494, impressione mitigata solo in parte dalla cacciata dei Medici e dalla proclamazione della repubblica in Firenze. Se non che, pieno di reminiscenze pagane e d'una grande avversione per tutto ci che sentiva di preti o di frati, gli and assai poco ai versi, che la Repubblica fosse dominata dalla eloquenza di un frate, ed inclin piuttosto verso coloro che lo menarono al supplizio, sebbene pi tardi si lasciasse ne' suoi scritti sfuggire parole di ammirazione, neppure queste per libere affatto da ogni ironia. Ma quando le ceneri del Savonarola vennero gettate in Arno, ed i Piagnoni furono perseguitati, le cose pigliarono un aspetto meno contrario alle sue idee. Allora, come  naturale, seguirono anche diversi mutamenti nei pubblici uffic, ed il Machiavelli, che a ventinove anni si trovava senza una professione e senza una fortuna propria, pens di cercare qualche occupazione, che gli dsse col proprio lavoro onesto guadagno. La cosa non doveva essere molto difficile, perch egli non mirava troppo alto, e la Repubblica soleva gi da molto tempo adoperare in uffic retribuiti, massime nelle sue segreterie, uomini di lettere.
La prima di esse era quella dei Signori, a capo della quale stava il primo Segretario o Cancelliere della Repubblica. Questo era un ufficio assai onorevole, affidato ad uomini come Leonardo Aretino, Bartolommeo Scala e simili. Veniva poi la seconda segreteria o cancelleria, che, sebbene avesse una sua propria importanza, e forse anche maggior lavoro, dovendo trattare gli affari interni dello Stato, pure dipendeva dalla prima. V'erano inoltre due, pi specialmente chiamati i Segretar della Signoria, ai quali s'assegnavano uffici diversi. Spesso li mandavano in giro pel territorio o fuori, con speciali commissioni; qualche volta affidavano ad uno di essi la direzione della seconda cancelleria, o lo ponevano a servigio dei Dieci. Questi, come  noto, provvedevano alle cose della guerra; nominavano o proponevano i commissar nel territorio della Repubblica; inviavano anche ambasciatori all'estero, e tenevano con essi corrispondenza, ma allora si trovavano come alla dipendenza dei Signori, i quali con la loro prima cancelleria trattavano di regola gli affari esterni. Cos la seconda cancelleria, della quale i Dieci si valevano pei loro affari, riceveva spesso ordini dalla prima, e quando, cosa che segu pi volte, essi non venivano eletti, ne facevano le veci i Signori.(373)
Verso la fine del 1497 era morto Bartolommeo Scala, celebre erudito, il quale, salvo una breve interruzione, era stato fin dal 1465 Segretario della Repubblica, ed in sua vece fu, nel febbraio del 1498, nominato Marcello Virgilio Adriani.(374) Pi tardi fu privato d'ufficio Alessandro Braccesi, che era uno dei due Segretari della Signoria, messo a capo della seconda cancelleria, ed allora, il 15 giugno, vennero messi a partito quattro nomi, nel Consiglio degli Ottanta, e dopo quattro giorni, cio il 19 dello stesso mese, nel Consiglio Maggiore. Fra questi nomi trovavasi appunto quello di Niccol di Bernardo Machiavelli, il quale ebbe il maggior numero di voti, e rest quindi eletto. Fu cos il primo dei due Segretari della Signoria, con l'incarico di reggere la seconda cancelleria.(375) Il 14 luglio seguente venne dai Signori rinominato, con incarico di servire anche i Dieci; ed in questo doppio ufficio cui era stato eletto allora per un anno, fu di tempo in tempo riconfermato, fino a che non cadde il governo repubblicano nel 1512.(376) Dopo la riforma delle segreterie, fatta nel 1498, al cancelliere della seconda spettava lo stipendio di fiorini 200 l'anno, al primo dei due Segretar della Signoria ne spettavano invece 192, ma il Machiavelli, per le riduzioni recentemente fatte, ne riceveva solamente 100.(377) Egli aveva circa ventinove anni, quando si trov la prima volta in ufficio accanto a Marcello Virgilio, il quale pot essere perci il suo dotto amico, non il suo maestro come da alcuni si pretese.
Marcello Virgilio era nato nel 1464, aveva quindi soli cinque anni pi del Machiavelli. Era stato discepolo del Landino e del Poliziano; conosceva il greco ed il latino, la medicina e le scienze naturali; aveva una grande facilit di parlare improvviso, anche in latino. E queste qualit oratorie venivano favorite dalla sua apparenza esteriore; giacch egli era alto della persona, di un portamento dignitoso, con una fronte spaziosa, un viso aperto. Nominato nello Studio professore di lettere nel 1497, continu per alcuni anni, certamente fino al 1502, a dar lezione, cumulando, dopo il 1498, l'ufficio di professore con quello di segretario. Egli in realt continu ad esser sempre un erudito, ed anche come segretario della Repubblica si occup pi che altro di dar forma classica alle lettere che scriveva, secondo gli ordini ricevuti, e non tralasci mai i suoi studi. Nelle biblioteche fiorentine si trova un gran numero di suoi lavori manoscritti. Molte sono le sue orazioni latine di ogni genere, filosofiche, letterarie, politiche, sempre erudite e retoriche. Egli fece, come vedremo fra poco, la solenne orazione, quando fu dato a Paolo Vitelli il bastone del comando dell'esercito, e fece anche l'elogio funebre di Marsilio Ficino. Non pochi sono gli scritti letterari che lasci: poesie latine, traduzioni, comenti di autori greci o latini. Ma l'opera sua pi nota, cominciata sin dai primi anni del suo ufficio di professore, fu la traduzione dell'Ars Medica di Dioscoride, pubblicata a Basilea nel 1518 e dedicata a Leone X. Nel 1515, per una caduta da cavallo, ebbe a soffrir molto degli occhi e rest balbuziente per tutta la vita.(378) Mor nel 1521 in et di 56 anni.
Diverso assai appariva il Machiavelli. Di media statura, magro, con occhi vivacissimi, capelli scuri, naso piuttosto piccolo; la sua testa non era grossa, la fronte era larga, e la bocca soleva tenere sempre stretta: tutto aveva in lui l'espressione di un accortissimo osservatore e di un pensatore, non per d'un uomo molto autorevole, che s'imponesse agli altri.(379) N poteva facilmente liberarsi da un sarcasmo che stava continuo sulle sue labbra, e scintillava da' suoi occhi, dandogli tutta l'apparenza d'uno spirito calcolatore, impassibile e mordace. Pure la sua fantasia aveva su di lui un gran potere, e facilmente lo dominava, qualche volta anzi lo trasportava a segno da farlo inaspettatamente sembrare un visionario. Cominci subito a servire la Repubblica fedelmente, con tutto l'ardore d'un antico Fiorentino, esaltato com'era dalle reminiscenze di Roma pagana e repubblicana. Se egli non era in tutto contento del presente governo, era per contentissimo che fossero cessati la tirannide dei Medici, e il predominio di un frate. Certo il conversare con Marcello Virgilio fu utile ai suoi stud, ed  credibile che egli assistesse ancora ad alcune lezioni del suo superiore di ufficio; ma non gli poteva restare molto tempo libero, perch era occupato da mattina a sera a scrivere lettere d'affari, delle quali si trovano anche oggi molte migliaia nell'Archivio fiorentino. Oltre di ci, egli fu di continuo mandato dai Dieci in giro pel territorio dello Stato, e ben presto gli vennero affidate anche importanti legazioni all'estero. In queste faccende poneva tutto s stesso, perch erano di suo gusto, e perch ebbe sempre una febbrile attivit. Le poche ore che gli restavano libere dedicava alla lettura, al conversare, ed anche ai piaceri della vita. Di allegra compagnia, si trovava in buoni termini coi colleghi delle due cancellerie, e pi assai che con Marcello Virgilio, fece lega con quelli che avevano un grado inferiore al suo, sopra tutto con Biagio Buonaccorsi, il quale, sebbene di non grande ingegno, era assai buon uomo e amico fedele. Quando il Machiavelli si trovava lontano, il Buonaccorsi gli scriveva lettere lunghe e affettuose, dalle quali trasparisce una vera amicizia; ma si vede ancora che il capo della seconda cancelleria e segretario dei Dieci era molto dato al vivere allegro, ai mutabili e poco casti amori, dei quali discorrevano fra loro con un linguaggio tutt'altro che edificante.


CAPITOLO II.

Niccol Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di Segretario dei Dieci. - Sua legazione a Forl. - Condanna e morte di Paolo Vitelli. - Discorso sopra le cose di Pisa.
(1498-1499)

La principale faccenda che la Repubblica avesse ora alle mani era la guerra di Pisa, e pareva che gli altri Stati dovessero finalmente permetterle che si misurasse coll'antica sua avversaria, senza altrimenti mescolarsene. Il Papa e gli alleati si dichiaravano, infatti, contenti di Firenze per il supplizio del Savonarola, e non chiedevano altro; l'amicizia di Firenze colla Francia si sperava che dovesse tenere in freno gli altri potentati italiani.  vero che Luigi XII, salendo sul trono di Francia, aveva assunto ancora i titoli di re di Gerusalemme e di Sicilia, di duca di Milano, alle antiche pretese sul Napoletano aggiungendo cos quelle sulla Lombardia, da lui vantate a cagione della sua avola Valentina Visconti; ed  vero del pari che ci faceva prevedere nuovi guai all'Italia, aveva anzi gi messo Milano e Napoli in una grandissima paura. Ma da un altro lato tutto ci procurava ai Fiorentini i segreti aiuti del Moro, che cercava d'averli amici; e cos crescevano le loro speranze. Se non che i Veneziani continuavano apertamente a favorire Pisa; i Lucchesi, come pi deboli, si contentavano d'aiutarla di nascosto, ed essa con animo risoluto, con mirabile energia, si teneva sempre pronta alla difesa. Aveva armato non solo tutti i suoi cittadini, ma anche gli uomini del contado, che nelle continue scaramucce s'erano agguerriti. I Veneziani le avevano mandato trecento Stradiotti, o sia Albanesi a cavallo, armati alla leggera, abilissimi nelle scorrerie e negli assalti improvvisi; parecchi soldati francesi erano, fin dalla venuta di Carlo VIII, rimasti nelle sue mura a difenderla. A questo s'aggiungeva che, negli ultimi tempi, a causa delle interne dissensioni, i Fiorentini avevano trascurato assai le cose della guerra, ed il loro capitano generale, conte Rinuccio da Marciano, insieme col commissario Guglielmo de' Pazzi, avevano in uno scontro di qualche importanza ricevuto tale rotta, che a fatica ne erano essi stessi scampati vivi.(380) E fu questo appunto il momento scelto dai Veneziani, per minacciare d'avanzarsi nel Casentino, a fin di richiamare col l'esercito assediante. Occorrevano adunque nuovi e sempre pi energici provvedimenti.
Si cominci collo scrivere lettere urgenti al re di Francia, perch impedisse ai Veneziani suoi alleati di penetrare nel Casentino; si chiese e s'ottenne dal Moro buona somma in prestito; si deliber ancora di far venire di Francia, col consenso del Re, Paolo e Vitellozzo Vitelli, al primo dei quali, che aveva reputazione di gran capitano, venne offerto addirittura il comando dell'esercito.(381) Arrivato egli a Firenze, vi fu subito, ai primi del giugno 1498, una grande solennit. In piazza della Signoria, dinanzi al Palazzo, erano il popolo affollato e i magistrati della Repubblica; Marcello Virgilio leggeva un'orazione latina, in cui, celebrando le battaglie e le virt del nuovo capitano, ivi presente, le paragonava a quelle dei pi grandi dell'antichit.(382) E nello stesso tempo, l'astrologo che il Vitelli menava seco, era con quelli della Signoria dentro la corte del Palazzo, osservando ed "aspettando l'avvenimento del felice punto."(383) Non appena che essi fecero il cenno convenuto, fu dato nelle trombe, e venne sospesa l'orazione, affrettandosi il Gonfaloniere a consegnare il bastone del comando, con la speranza di prosperi successi. Dopo di che, finita l'orazione, s'and in duomo a sentire la messa, ed il 6 di giugno 1498 il celebrato capitano part per il campo. Allora cominci subito l'attivit dei Dieci per dare impulso alla guerra, e cominciarono le molte e gravi faccende del Machiavelli.
 appena credibile quante brighe, noie e pericoli questa piccola impresa dsse alla Repubblica. Si principi subito con le gelosie tra il vecchio ed il nuovo capitano, per le quali fu necessario dare al conte Rinuccio la paga stessa che al Vitelli, lasciandogli il titolo di governatore generale, mentre a questo, col nome di capitano, veniva affidata la direzione principale della guerra. Le cose parevano cominciar prosperamente con la presa di varie terre, quando s'intese a un tratto che i Veneziani s'avanzavano gi verso il Casentino. Bisogn quindi assoldare in fretta nuove genti e nuovi capitani, indebolire la guerra nel Pisano, per portare lo sforzo maggiore contro di questi, che nel settembre, passando per Val di Lamone, presero Marradi. Ivi trovarono per i Fiorentini comandati dal conte Rinuccio, ed ingrossati da genti mandate in aiuto dal Moro. Retrocessero perci alquanto, ma s'inoltrarono invece per la via del Casentino, occupando la bada di Camaldoli; passato poi il Monte Alvernia, pigliarono per sorpresa Bibbiena. Questi fatti costrinsero i Fiorentini a sospendere addirittura la guerra di Pisa, e, lasciati col pochi uomini a guardia delle terre pi importanti, a mandare tutto l'esercito col Vitelli contro il nuovo nemico. L'abate don Basilio dei Camaldolesi era corso intanto nella montagna a sollevare e comandare i contadini di quei luoghi alpestri, che a lui erano devoti, e riusc a fermare i Veneziani, recando loro gravissimi danni.(384) In questo momento il duca d'Urbino, che comandava nel campo nemico, trovandosi ammalato, chiese un salvocondotto per s e pei suoi al Vitelli, che subito glielo concesse. La qual cosa produsse uno sdegno, e dest un gravissimo sospetto nell'animo dei Fiorentini, i quali allora seppero anche come il loro capitano si era pubblicamente fatto vedere in colloquio con Piero e Giuliano de' Medici, che seguivano il campo nemico.
Sopraggiunse intanto il verno, e la guerra con difficolt si poteva continuare nei monti, sebbene nessuno volesse ritirarsi, quando il duca Ercole di Ferrara s'offerse mediatore di pace tra Firenze, Pisa e Venezia. Accettata che fu la mediazione, egli pronunzi il suo lodo ai primi del 1499. Secondo il quale, pel 24 di aprile i Veneziani dovevano ritirarsi dal Casentino e dal Pisano; i Fiorentini dovevano pagar loro la somma di 100,000 ducati in dodici anni; i Pisani, restando padroni della fortezza e liberi nel loro commercio, dovevano tornare sotto Firenze. Nessuno fu contento; pure i Fiorentini accettarono il lodo, ed i Veneziani ritirarono le loro genti; ma i Pisani s'apparecchiarono invece, con pi ardore che mai, a combattere.(385) Il segreto di tutta la faccenda era, che s'aspettavano altrove nuovi e maggiori avvenimenti, essendosi Luigi XII accordato col Papa e coi Veneziani, per venire in Italia contro il Moro. Quindi ognuno ritirava le sue genti dalla Toscana, dove Firenze e Pisa erano perci lasciate sole, l'una di fronte all'altra.
Per questi eventi il Machiavelli aveva avuto moltissimo da fare, giacch da lui dipendeva tutto il lavoro dell'ufficio dei Dieci. Scriveva un numero infinito di lettere; mandava ordini; spediva danari, armi, e qualche volta doveva egli stesso muoversi per andare a parlare ai capitani. Cos il 24 marzo del 1499 fu mandato a Pontedera, presso Jacopo IV d'Appiano signore di Piombino, che essendo a servizio della Repubblica, chiedeva maggiore condotta ed una paga uguale a quella del conte Rinuccio. Pot indurlo a contentarsi d'un aumento della condotta;(386) ma gli altri capitani erano pi insistenti; le loro pretese e lamenti non avevano mai fine. Paolo Vitelli, non volendo stare alla pari col conte Rinuccio, chiese maggiore paga e l'ottenne, il che subito dest la gelosia del Conte, che a sua volta cominci a strepitare. Tutte queste cose avevano portato le spese della guerra, e quindi le gravezze, a tale che erano divenute proprio incomportabili. I libri delle provvisioni della Repubblica in questi anni non ci presentano altro che una serie di sempre nuovi e pi ingegnosi trovati, per cavar danari dai cittadini. Lo scontento popolare veniva cresciuto dal vedere che i Dieci, chiamati perci i Dieci spendenti, avevano largheggiato non solo per poca prudenza, ma ancora per indebiti favori ai loro amici, cui davano commissioni o condotte inutili;(387) e si minacciava quasi di prorompere in aperto tumulto. Cos fu che, quando nel maggio doveva procedersi alle nuove elezioni, si sent il popolo gridare: n Dieci n danari non fanno pei nostri pari; e non vi fu modo alcuno di indurlo a votare.(388) La Signoria dovette quindi, per qualche mese piegarsi a dirigere essa le cose della guerra, coll'aiuto d'alcuni fra i pi autorevoli cittadini. Tutte le accuse fatte ai Dieci non toccavano per, n direttamente n indirettamente, il Machiavelli loro segretario, il quale aveva anzi in questo breve tempo guadagnato assai di autorit e di reputazione. La seconda cancelleria a lui affidata, si trov allora, insieme colla prima, alla dipendenza esclusiva dei Signori; ma questo modific poco o punto la sua condizione, e solo pot crescergli le faccende.
Il 12 luglio 1499 egli ebbe la prima commissione di qualche importanza, essendo stato inviato con lettera dei Signori, firmata Marcello Virgilio, presso Caterina Sforza, contessa d'Imola e Forl. Era questo un piccolo Stato, la cui amicizia veniva con grande premura ricercata dalla Repubblica, perch trovavasi non solo sulla via che dall'Italia superiore conduce alla inferiore, ma anche su quella che per Val di Lamone conduce in Toscana. Di l s'erano avanzati i Veneziani, di l aveva minacciato il duca Valentino. Il paese era inoltre armigero, e forniva soldati di ventura a chi ne chiedeva alla Contessa, la quale ne faceva quasi commercio. Suo figlio primogenito, Ottaviano Riario, sebbene giovanissimo, per guadagnar danari cercava condotte, e nel 1498 ne aveva ottenuta dai Fiorentini, che volevano tenersi amica sua madre, una di quindicimila ducati, da durare sino a tutto giugno, ma che poteva essere rinnovata, a beneplacito dei Signori, per un secondo anno. Il primo termine era scorso con assai poca soddisfazione del Riario, il quale diceva che non gli erano stati mantenuti tutti i patti, e per non voleva saperne altro. Ma la Contessa, pi prudente assai, vedendo che i Fiorentini desideravano esserle amici, e che il Valentino faceva sempre grandi disegni sulla Romagna, si dimostrava disposta invece a confermare il beneplacito, aggiungendo che aveva richiesta d'uomini d'arme da suo zio il Moro, e voleva quindi pronta risposta, per sapere come regolarsi. Da ci la commissione data al Machiavelli.
La Contessa era una donna singolarissima, e ben capace di tenergli testa. Nata nel 1462 da illegittimi amori di Galeazzo Maria Sforza(389) con Lucrezia, moglie d'un Landriani milanese, di forme regolari e belle, forte di corpo, d'animo pi che virile, ebbe molte e strane avventure, nelle quali aveva sempre fatto prova di un'accortezza e prontezza ammirabili davvero, di una energia e d'un coraggio, che l'avevano resa celebre in tutta Italia. Giovanissima fu sposata al dissoluto figlio di Sisto IV, Girolamo Riario, il quale, per la violenza del suo carattere e del suo governo, si trov sempre sotto il pugnale de' congiurati. Nel 1487, gi vicina a partorire, lo assisteva malato in Imola, quando arriv la nuova, che la fortezza di Forl era stata presa dal maestro di palazzo Innocenzo Codronchi, il quale aveva ucciso il castellano. E Caterina part la notte stessa, entr nel castello, vi lasci a guardia Tommaso Feo, e ne usc menando seco il Codronchi ad Imola, dove il giorno di poi partor. Il 14 aprile 1488 scoppi in Forl una congiura contro Girolamo Riario, che fu pugnalato; ed ella, restata a 26 anni vedova con sei figli, si trov prigioniera degli Orsi capi della rivolta. Ma neppure allora si perdette d'animo. Entr nel castello, che si teneva per lei, facendo credere che ne avrebbe ordinato la resa al popolo, nelle cui mani lasciava perci in ostaggio i suoi figli. Invece aveva gi mandato a chiedere aiuti a Milano, e quando fu al sicuro nel castello, s'apparecchi a difendersi sino all'arrivo dei soccorsi. A chi voleva spaventarla, minacciando d'uccidere i figli, rispose che avrebbe avuto modo di farne degli altri. La citt fu ripresa, e la ribellione venne da lei punita col sangue. Pi tardi la Contessa fece a un tratto disarmare il fido castellano che l'aveva salvata, sostituendogli il fratello, Giacomo Feo, bellissimo giovane che poi spos. Anche questo secondo marito fu assassinato nel 1495, un giorno che seguiva a cavallo la Contessa, la quale era in carrozza, e tornavano insieme dalla caccia. Ella mont subito a cavallo, ed entr in Forl, dove fece aspra, sanguinosa, quasi furibonda vendetta. Quaranta persone andarono a morte fra strazi atroci, e cinquanta vennero imprigionate o perseguitate. Pure fu detto e ripetuto, che ella aveva prezzolato gli uccisori del marito, e che ora ne pigliava pretesto a disfarsi dei propri nemici. Ma a ci rispose, che, grazie a Dio, n essa n altri di casa Sforza avevano mai avuto bisogno di ricorrere a cos volgari assassini, quando si erano voluti disfare di qualcuno. Nel 1497 spos la terza volta, e fu moglie di Giovanni di Pier Francesco, del ramo cadetto de' Medici, che era stato mandato col ambasciatore della Repubblica fiorentina.(390) E allora fu fatta cittadina di Firenze, in parte perch si cercava occasione di lusingarla e tenersela amica; in parte perch le antiche leggi, che vietavano i matrimoni di cittadini, massime cittadini potenti, con stranieri, erano state rimesse in vigore dopo che il parentado dei Medici cogli Orsini di Roma aveva fatto salire i primi in grande superbia. Nell'aprile del 1498 ella ebbe un altro figlio, assai noto pi tardi col nome di Giovanni delle Bande Nere, soldato valorosissimo e padre di Cosimo, primo granduca di Toscana. Verso la fine di quel medesimo anno, anche il suo terzo marito cess di vivere. La Contessa dunque aveva 36 anni, era vedova di tre mariti, madre di molti figli, padrona assoluta del suo piccolo Stato, e nota come donna piena d'accortezza, d'ingegno e di grandissima energia, quando le si present Niccol Machiavelli.(391)
I Fiorentini erano disposti a riconfermare il beneplacito al signor Ottaviano, ma con una condotta che non superasse i 10,000 ducati, il loro scopo essendo solo d'avere la Contessa amica. Incaricavano il Machiavelli di ci, e anche di comperare da lei, se ne aveva, polvere, salnitro e palle, perch le richieste non cessavano mai dal campo di Pisa.(392) Ed egli, dopo essersi fermato a Castrocaro, donde ragguagli i Signori intorno ai partiti che dividevano quel paese, arrivato a Forl, il giorno 16 luglio, si present subito alla Contessa, che trov con l'agente del Moro, in presenza del quale espose lo scopo della sua legazione, l'animo della Repubblica e il desiderio che essa aveva di buona amicizia con lei. E questa, dopo avere ascoltato con attenzione, disse che le parole dei Fiorentini "l'avevano sempre soddisfatta, ma che le erano bene dispiaciuti sempre i fatti;"(393) e pigli tempo a pensare. Pi tardi gli fece sapere che da Milano le erano offerti migliori patti, e poi cominciarono le trattative. Di polvere o altro non pot dar nulla, perch ne mancava ella stessa. Invece abbondava di fanti, che raccoglieva, passava ogni giorno in rivista, e mandava poi a Milano. Il Machiavelli, invitato da Marcello Virgilio, tratt per averne subito e spedirli a Pisa; ma non furono d'accordo n sulla somma da pagare, n sul tempo in cui si potevano avere.(394) Il 22 luglio egli credeva d'aver concluso la condotta, avendo offerto fino a 12,000 ducati; pure aggiungeva di non essere certo, perch la Contessa "era stata sempre sull'onorevole," ed a lui non era riuscito di capire se inclinava verso Firenze o verso Milano. "Io vedo bene," egli scriveva, "la Corte piena di Fiorentini, i quali sembrano avere in mano lo Stato; inoltre, ed  quello che pi importa, la Contessa vede pure il duca di Milano assalito, senza sapere che sicurezza vi sia in lui; ma da un altro lato l'agente del Moro par che comandi, e di continuo partono fanti per Milano." Infatti, sebbene il 23 luglio tutto paresse che fosse concluso, e che si dovesse il giorno di poi sottoscrivere l'accordo, pure quando il Machiavelli si ripresent per la firma, la Contessa, ricevutolo in presenza del solito agente milanese, gli disse: "Avere ripensato la notte, che a lei conveniva meglio aderire ai patti, solo quando i Fiorentini si dichiarassero obbligati a difenderle lo Stato. Che se essa gli mand a dire altrimenti il giorno innanzi, non doveva maravigliarsene, perch le cose quanto pi si discutono, meglio s'intendono."(395) Ma i Signori avevano gi fatto sapere al Machiavelli, che erano decisi a non assumere un tale obbligo; a lui dunque non restava altro che tornarsene a Firenze, come fece.(396)
Tutta l'apparenza di questa legazione farebbe credere, che la Contessa fosse stata pi furba del Machiavelli, il quale sembrerebbe essersi lasciato aggirare da una donna. N, se ci fosse, vi sarebbe da maravigliarsene punto, pensando che Caterina Sforza era una donna d'animo virile, che da pi tempo governava sola il suo Stato, ed aveva molta pratica degli affari, quando il Segretario fiorentino, invece, con tutto il suo grande ingegno, era un semplice letterato, che faceva ora le sue prime armi nella diplomazia. In sostanza per i Fiorentini non avevano nessuna ragione d'essere scontenti. Il loro scopo non era stato di concludere la condotta, bens d'avere amica la Contessa, senza spendere danari; e ci era riuscito a maraviglia, perch le trattative non furono rotte, ma venne da Forl un uomo fidato di lei a continuarle in Firenze.(397) Al Machiavelli poi la legazione fu utilissima, perch le sue lettere erano state da tutti molto lodate in Palazzo. Il suo sempre fido amico e collega Biagio Buonaccorsi, che era un repubblicano ammiratore del Savonarola, del Benivieni, di Pico della Mirandola; amante degli studi, sebbene mediocre letterato; autore di poesie e d'un Diario che narra assai fedelmente i fatti di Firenze dal 1498 al 1512, gli scriveva continuamente e lo ragguagliava di tutto. "A mio giudizio," diceva una sua lettera del 19 luglio, "voi avete eseguito insino a ora con grande onore la commissione ingiuntavi, di che io ho preso piacere grandissimo, e di continuo piglio...: s che seguitate, che infino ad ora ci avete fatto grande onore." Lo stesso ripeteva in altre lettere, in una delle quali gli chiedeva un ritratto della Contessa, pregandolo che ne facesse "uno ruotolo, acci le pieghe non la guastino." E gli faceva anche vivissima istanza che tornasse subito, perch senza di lui la cancelleria era caduta in un gran disordine, e l'invidia e la gelosia lavoravano assai; onde "lo star cost non fa per voi, e qui  un trabocco di faccende quanto fussi mai."(398)
Questi furono pel Machiavelli anni di dolori domestici. Nell'ottobre del 1496 gli era morta la madre, nel maggio del 1500 gli moriva il padre.
Prima di partire per la sua legazione a Forl, il Machiavelli era stato, come dicemmo, occupato a scrivere lettere per calmare le gelosie dei capitani, e spingerli concordi alla guerra, cercando con ogni argomento di far nascere in essi quell'amore alla Repubblica, che non sentivano. Il Vitelli aveva proposto d'assaltare Cascina, ed essendogli stato consentito, la prese il 26 giugno, cosa che riemp di gioia e di speranza i Fiorentini, i quali cominciarono subito ad aver grande opinione del suo valore. Ma invece da questo momento ogni cosa rest ferma, mentre le spese crescevano smisuratamente; sicch, quando il Machiavelli fece ritorno da Forl trov i Signori sgomenti, il popolo irritato, e i capitani che chiedevano danari che non v'erano. Nei primi d'agosto egli faceva loro scrivere, in nome dei Signori, che le difficolt, per indurre i Consigli a votar nuove spese erano grandissime; che se si andava ancora in lungo cos, "sarebbe impossibile a mezza Italia sopperire a queste artiglierie."(399)
E poco di poi aggiungeva, "come, avendo infino a oggi per cotesta espedizione speso fra cost e qui circa sessantaquattro mila ducati, si  munto ogni uno; e per fare questi vi mandiamo al presente (2000 ducati), si sono vte tutte le casse...." Se non fate presto, "senza dubbio noi resteremo a pi, perch sei mila ducati che bisognassino ancora, ci farebbero desperare al tutto di codesta vittoria."(400)
Allora per vi fu un momento di grandissima speranza, perch giunse la nuova che era stata presa la torre di Stampace, e che da 25 a 30 braccia delle mura di Pisa erano gi a terra; sicch d'ora in ora s'aspettava il corriere con la desiderata notizia che gli assalitori erano entrati per la breccia. Invece si seppe che il giorno 10, data la battaglia, e giunti fino alla chiesa di San Paolo, quando tutto l'esercito, e specialmente i giovani fiorentini andati come volontar al campo, si mostravano pieni d'indomabile ardore, sopravvenne a un tratto, non desiderato n aspettato da nessuno, l'ordine della ritirata. Anzi Paolo Vitelli, vedendo che i soldati volevano andar oltre in ogni modo, corse con suo fratello Vitellozzo a ributtarli indietro a colpi di stocco.(401)
Queste notizie portarono al colmo lo sdegno dei Fiorentini, e fecero nascere gravi sospetti di tradimento a carico del Vitelli. Si ricordava da tutti il salvocondotto da lui dato in Casentino al duca d'Urbino, quando s'era lasciato anche vedere dai suoi soldati parlare con Piero e Giuliano dei Medici. Poco prima della presa di Cascina, aveva fatto prigioniero un tal Ranieri della Sassetta, che, dopo essere stato a soldo dei Fiorentini, aveva disertato ai Pisani, pigliando parte in mille intrighi contro la Repubblica. I Signori lo volevano subito a Firenze, per condannarlo, ed egli invece lo lasci fuggire, dicendo "non volersi render bargello d'un soldato valente e da bene."(402) Ed ora fermava l'esercito, quando appunto la vittoria era certa, e la citt stessa di Pisa sembrava gi presa, adducendo esser sicuro d'averla a patti! Tutto ci era pi che sufficiente a distruggere ogni fede in lui, ed a far perdere la pazienza. I Signori infatti dissero chiaro, che non volevano essere pi "menati al buio;"(403) ed il 20 agosto fecero dal Machiavelli scrivere ai commissar nel campo: Noi abbiamo dato al capitano tutto quello che ha voluto, eppure vediamo, "con varie cavillazioni ed aggiramenti, tornare in vano ogni nostra fatica."(404) Due di noi sarebbero perci venuti cost in persona, se le leggi lo consentissero, per cercar di scoprire le origini di codesti aggiramenti, "poi che voi o non ce li volete scrivere o in fatto non ve li pare conoscere."(405) Ma tutto era vano. Intanto le febbri facevano stragi nel campo, che s'andava cos assottigliando, mentre i Pisani ricevevano aiuti. I due commissar s'ammalarono di febbre anch'essi, ed uno ne mor. Ai nuovi che furono subito mandati, il Machiavelli scriveva in nome dei Signori: Noi avremmo preferito una disfatta al non tentare nulla in un momento cos decisivo. "Non sappiamo n che ci dire, n con qual ragione escusarci in cospetto di tutto questo popolo, il quale ci parr aver pasciuto di favole, tenendolo di d in d con vana promessa di certa vittoria."(406)
Un partito in ogni modo bisognava prendere, e siccome non v'era altro rimedio, nella totale mancanza di danaro, dopo la condotta del Vitelli ed i gravi sospetti che di lui s'erano concepiti, cos fu dato ordine di levare addirittura il campo, lasciando fortificati e guardati solo alcuni luoghi di maggiore importanza. Ma anche allora tutto and male, giacch, fra le altre cose, affondarono in Arno dieci barche, che portavano munizioni ed artiglierie, parte delle quali vennero in mano dei Pisani, che le ripescarono.(407) Ma questa faccenda non poteva passar liscia pel Vitelli. Dopo quel che era seguto, e quando gi tutti in Firenze lo credevano traditore, s'era anche sparsa la voce, che nella fuga del Moro da Milano, erano in mano dei Francesi venute delle carte dalle quali s'aveva la certezza, che egli trovavasi in segreti accordi per tirare in lungo la guerra.(408) Braccio Martelli e Antonio Canigiani erano gi partiti come commissar di guerra, incaricati in apparenza di fornire il danaro necessario a levare il campo, ma in realt mandati ad impadronirsi della persona di Paolo e di Vitellozzo Vitelli, il secondo dei quali, per fuggirsene, aveva allora chiesto un congedo, che gli era stato negato.
Le lettere scritte dal Machiavelli in questa occasione dimostrano che il segreto dell'affare era nelle sue mani, e che egli, persuaso della perfidia e tradimento del Vitelli, lavorava con zelo ed ardore grandissimi ad ottenere lo scopo desiderato. Il 27 settembre era assai vicino lo scioglimento del dramma, ed egli raccomandava ai commissar che procedessero con energia contro i "nemici e ribelli" della Repubblica, trattandosi di salvarne l'onore, e di mostrare anche alla Francia, che si aveva il coraggio di provvedere alla propria sicurezza, e che si voleva essere rispettati non meno d'ogni altro potentato d'Italia. Poi conchiudeva, raccomandando che alla sollecitudine s'unisse tale circospezione e prudenza, "che n il troppo animo, n i troppi rispetti vi faccino errare, accelerando per l'una cagione pi che non bisognerebbe, e per l'altra pi che non patissi la occasione."(409)
I due commissar eseguirono gli ordini con prudenza. Il Vitelli alloggiava un miglio lontano da Cascina, dove arrivavano le artiglierie del campo. Lo invitarono col il giorno 28, sotto colore di volerlo consultare sulle cose della guerra; ma dopo avere desinato insieme, si ritirarono con lui in una stanza segreta, ed ivi lo ritennero prigione. Avevano nel medesimo tempo mandato a pigliar Vitellozzo, che era ammalato in letto; questi per, avvedutosene, chiese tempo a vestirsi, ed invece fugg verso Pisa.(410) Portato a Firenze, Paolo fu esaminato l'ultimo di settembre, e sebbene non avesse confessato nulla, pure il giorno appresso venne decapitato. Di questo fatto si parl molto nella Citt e fuori, essendo il Vitelli un soldato di reputazione, che aveva anche l'amicizia di Francia. Il Guicciardini lo giudica innocente, spiegandone la inesplicabile condotta con la natura e le consuetudini dei capitani di ventura; il Nardi invece lo dichiara colpevole e giustamente condannato; il Buonaccorsi, che si trovava nella cancelleria, racconta la cosa senza comenti, conchiudendo: "e questo fu il fine di Pagolo Vitegli, uomo eccellentissimo." Quanto al Machiavelli, sebbene non avesse occasione di parlare del fatto nelle Storie o nei Frammenti, i quali non vanno oltre la met del 99, pure la opinione di lui  manifesta dai suoi Decennali,(411) dalle lettere che scrisse, e dall'ardore che mise nel condurre l'affare. Non sappiamo se il tradimento vero e proprio venisse allora provato; ma dalle deliberazioni e lettere del Consiglio dei Dieci in Venezia si vede chiaro che il Vitelli era disposto a tradire. Si tratta in esse di rimettere Piero de' Medici in Firenze con l'aiuto del Vitelli, cui si sarebbe data una condotta di quarantamila ducati, quale aveva gi dai Fiorentini, o anche di pi se egli insisteva.(412) Sia che di ci i Fiorentini fossero avvertiti o no, certo ad essi parve dimostrato abbastanza, che il Vitelli non aveva nessuna voglia di pigliar Pisa fino a che non si vedesse chiaro il resultato della guerra che i Francesi facevano contro Lodovico il Moro, col quale i Fiorentini temporeggiavano ancora.(413) Seguta che fu la vittoria dei Francesi, pare che il Vitelli si fosse deciso, secondo afferma anche il Nardi,(414) ad operare per davvero; ma ormai era troppo tardi, aveva perduto ogni riputazione.(415)
Un'altra prova, se pur ve ne fosse bisogno, della parte grandissima che il Machiavelli prendeva in tutte le faccende della guerra, e del conto in cui l'opera sua era tenuta, la troviamo nel suo breve Discorso fatto al Magistrato de' Dieci sopra le cose di Pisa, che non ha data, ma che dalla lettura apparisce scritto in quest'anno o poco dopo.(416)  uno dei molti lavori, cui era dal suo ufficio obbligato, ed in esso, dopo avere con diversi e giusti ragionamenti dimostrata vana ogni speranza di sottomettere Pisa altrimenti che con la forza, ragguagliava intorno alle varie opinioni espresse dai capitani, circa il modo di distribuire in due o tre campi le genti fiorentine, ed alle operazioni di guerra che essi proponevano. Il Machiavelli esponeva questi pareri e proposte con tanta esattezza, con tanta minuzia, da mostrare come sin d'allora la sua mente ed il suo studio si fossero rivolti non solo alle cose politiche, ma anche alle militari. O per meglio dire, si vede assai chiaro che la cognizione dell'arte della guerra gi era divenuta per lui una parte essenziale della scienza di Stato.


CAPITOLO III.

Luigi XII in Italia. - Disfatta e prigionia del Moro. - Niccol Machiavelli al campo di Pisa. - Prima legazione in Francia.
(1499-1500)


I Fiorentini s'erano affrettati a condannare il Vitelli, anche perch non volevano che i nuovi e prosperi successi della Francia in Lombardia ponessero ostacolo alla esecuzione della sentenza. Questi eventi, infatti, portarono non piccola alterazione nelle cose di Toscana, e per dobbiamo ora parlarne.
Dopo la battaglia di Fornuovo, il Moro pareva divenuto davvero, secondo il suo antico desiderio, arbitro delle cose d'Italia. E per Firenze si ripeteva:

Cristo in cielo e il Moro in terra
Solo sa il fine di questa guerra.(417)

Egli stesso aveva fatto coniare una medaglia d'argento, con un vaso d'acqua da un lato, e il fuoco dall'altro, a simboleggiare che si teneva padrone della pace e della guerra. Aveva anche sopra una parete del suo palazzo fatto disegnare la carta d'Italia con molti galli, galletti e pulcini, ed un moro che li spazzava tutti con la granata in mano. Quando per chiese all'ambasciatore fiorentino, Francesco Gualterotti, che cosa pensasse del quadro, questi rispose che l'invenzione era bella, ma gli sembrava che quel moro, volendo spazzare i galli fuori d'Italia, si tirasse addosso tutta la spazzatura.(418) E cos fu veramente.
Luigi XII pretese sempre d'aver diritti sul Ducato di Milano. Salito che fu sul trono di Francia, cominci subito col provvedere alla sicurezza interna dello Stato, diminu le imposte, ordin l'amministrazione, nomin ministro dirigente Giorgio d'Amboise arcivescovo di Rouen, rispett le autorit costituite, e non deliber mai senza consultarle, mantenne l'indipendenza delle Corti di giustizia, incoraggi le libert gallicane, fu economo. Quando con questo nuovo indirizzo egli ebbe assicurato l'ordine allo Stato, e molto favore a s stesso, rivolse l'animo alla guerra d'Italia, che ormai non era pi impopolare in Francia, per la maggiore fiducia che s'aveva nel nuovo Re, e pel desiderio di vendicare le umiliazioni sofferte. Il 9 febbraio del 1499 egli concluse coi Veneziani una lega offensiva e difensiva, per la conquista del Ducato di Milano, di cui s'obbligava a ceder loro una parte. Cos il Moro si trov tra due fuochi, senza speranza di soccorso, giacch i Fiorentini erano stati sempre amici della Francia, ed il Papa, dopo le promesse di aiuti al Valentino, la secondava anch'egli. L'esercito francese, comandato da G. G. Trivulzio milanese, che dopo la battaglia di Fornuovo aveva acquistato un gran nome, e da altri capitani di grido, forte di molti Svizzeri, si avanz con una grande rapidit senza trovare ostacoli. I capitani del Moro parte lo tradirono, parte furono incapaci, ed il popolo si sollev contro di lui; sicch egli dov pensare alla fuga, prima ancora che si fosse riavuto da questi inaspettati rovesci.(419) Si fece precedere dai due figli, accompagnati da suo fratello, il cardinale Ascanio, cui affid la somma di 240,000 ducati. Il 2 settembre li segu egli stesso in Germania.
Il d 11 di quel mese l'esercito francese entr in Milano, e poco dipoi fece il suo solenne ingresso Luigi XII, cui subito si presentarono gli ambasciatori dei vari Stati italiani, tra i quali ricevettero migliore accoglienza quelli di Firenze, per essersi la Repubblica, nonostante qualche oscillazione, serbata sempre fedele alla Francia cos nella prospera, come nell'avversa fortuna.
I Fiorentini avevano per molte ragioni d'essere scontenti dei capitani francesi restati in Toscana, ai quali attribuivano la resistenza dei Pisani, e in parte l'esito sfortunato dell'assedio, il che li aveva appunto allora costretti a levare il campo ed a decapitare Paolo Vitelli. Ma invece di perdersi in vani lamenti, conchiusero in Milano un nuovo trattato col Re (19 ottobre 1499). Questi si obblig ad aiutarli a sottomettere Pisa in ogni modo; essi dovevano tener pronti, per mandarli a Milano, 400 uomini d'arme e 3000 fanti, aiutare l'impresa di Napoli con 500 uomini d'arme e 50,000 scudi. La resa di Pisa doveva seguire prima che i Francesi tornassero nel Napoletano, e i Fiorentini dovevano intanto restituire al Re le somme imprestate loro dal Moro, secondo che verrebbero determinate da G. G. Trivulzio, dopo avere esaminato le carte trovate a Milano.(420) E promettevano inoltre pigliare a loro soldo il prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli, cui la Francia voleva far cosa grata.(421)
Ma tutto ci rimase sospeso a cagione di nuovi eventi. I Francesi, specialmente il loro generale Trivulzio, che era stato nominato governatore di Milano, scontentarono per modo le popolazioni, che il Moro, presentatosi alla testa di 8000 Svizzeri da lui nuovamente assoldati, e 500 uomini d'arme, venne acclamato da coloro stessi che poco prima lo avevano cacciato, ed entr in Milano il giorno 5 di febbraio. Il Trivulzio ne era gi prima uscito, lasciando per ben guardato il castello; a Novara lasci altri 400 uomini, e s'avanz verso Mortara, dove stette ad aspettare rinforzi, mentre parecchi de' suoi Svizzeri lo abbandonavano per servire anch'essi il Moro, che dava paghe migliori. Se non che, nell'aprile, scesero in Italia, sotto il comando del La Trmoille, 10,000 Svizzeri, i quali combattevano agli stipendi della Francia. Ben presto i due eserciti si trovarono di fronte, gi in ordine di battaglia, quando gli Svizzeri del Moro dichiararono che essi erano stati assoldati individualmente, e per non potevano combattere contro la bandiera elvetica, portata dai loro connazionali, che Luigi XII aveva avuti mediante trattato concluso direttamente con la Confederazione. E cos lo tradirono in faccia al nemico, chiedendo ancora, con mille pretesti e senza indugio, le paghe scadute, non volendo neppure aspettare fino a che arrivassero a lui aiuti italiani. Tutto quello che il misero Duca pot ottenere, fu di nascondersi nelle loro file, travestito da frate per salvarsi. Ma, fosse la sua paura o il nuovo tradimento d'alcuni soldati, egli fu riconosciuto e preso prigioniero il 10 di aprile 1500. La stessa sorte tocc a parecchi de' suoi capitani ed al fratello Ascanio, che, fuggito da Milano, fu da un falso amico tradito ai Veneziani, e da essi ceduto ai Francesi. Cos, secondo la profezia del Gualterotti, il Moro s'era veramente "tirata addosso tutta la spazzatura," e la sua fortuna cadde per sempre. Quando entr prigioniero a Lione, accorse a vederlo una tal moltitudine, che bisogn difenderlo colle armi. Chiuso nel castello di Loches in Turena, vi mor dopo 10 anni di dura prigiona. Il cardinale Ascanio fu condotto invece nella torre di Bourges, ma venne dopo qualche tempo rimesso in libert.
Il Re, fatto accorto dalla passata esperienza, mand a governare la Lombardia Giorgio d'Amboise, il quale era adesso cardinale, e lo chiamavano in Italia il cardinale di Roano (Rouen). Egli, pensando che valeva meglio "taglieggiare che saccheggiare," condann Milano a pagare per le spese di guerra 300,000 ducati, e cos, in proporzione, le altre citt, promovendo assai minore scontento di quel che aveva fatto il Trivulzio. Dopo di ci fece il suo ingresso nella capitale lombarda, precedendo di poco il Re, che subito fu col raggiunto dall'ambasciatore fiorentino, Tommaso Soderini, venuto a congratularsi ed a trattare circa il numero dei soldati da mandare a Pisa, secondo i patti gi prima fermati. Fu giudicato che bastassero 500 lance, 4000 Svizzeri e 2000 Guasconi, le prime a spese della Francia, gli altri invece, con le artiglierie e carriaggi, pagati dai Fiorentini, a ragione di 24,000 ducati il mese.(422) Questi patti erano onerosissimi per la Repubblica, che gi aveva assunto tanti altri obblighi verso la Francia; pure si pieg a tutto, per la speranza di potere con un valido esercito venir subito a termine dell'impresa, sborsando solo due o tre paghe.
Invece dovette fare adesso una nuova e pi dura esperienza dei Francesi. Il cardinale di Rouen, nelle cui mani era la somma delle cose, cercava di far mantenere da altri l'esercito del Re, e quindi volle non solo che le paghe cominciassero a decorrere dal maggio, assai prima cio che le genti fossero in Toscana, ma ancora che se ne promettesse una pel ritorno. E bisogn consentire. Ai 22 di giugno finalmente gli Svizzeri ed i Guasconi partirono da Piacenza con 22 falconetti e 6 cannoni, sotto il comando del Beaumont, chiesto dai Fiorentini stessi, invece d'Ives d'Algre, che il Re voleva mandar loro. Il Beaumont o Belmonte, come lo chiamavano tra noi, era il solo dei capitani francesi rimasti in Toscana, che avesse serbato la fede. Messo al comando di Livorno, l'aveva, secondo i patti, ceduta ai Fiorentini, i quali per ci appunto di lui solamente si fidavano. I nuovi mercenar svizzeri e guasconi s'avanzarono con lentezza, taglieggiando e saccheggiando le terre per cui passavano, a benefizio proprio o del Re, sebbene avessero gi riscosso le paghe. Anzi, quando a Piacenza furono numerati, se ne trovarono 1200 pi del fissato, e bisogn, per una volta almeno, pagare anch'essi.(423) La condotta di tutta questa gente sarebbe davvero inesplicabile, se non si sapesse che cosa erano allora i soldati mercenar, e se non si sapesse che il cardinale di Rouen mirava sopratutto a cavar danari da amici e da nemici. Si fermarono quindi a Bologna per averne dal Bentivoglio; ed in Lunigiana, contro ogni volont dei Fiorentini, spogliarono Alberigo Malaspina di parte del suo proprio Stato, istigati a ci dal fratello Gabriello, cui lo cedettero. Pigliarono Pietrasanta, e non la resero ai Fiorentini, come avrebbero dovuto. Le grida, i tumulti e le minacce che facevano per avere le vettovaglie, di cui parevano sempre scontenti, erano poi qualche cosa d'incredibile.
La Repubblica aveva gi mandato Giovan Battista Bartolini commissario al campo, perch apparecchiasse tutto; ma conoscendo che cosa era la petulante insolenza dei soldati stranieri, aveva mandato anche presso di loro due commissar speciali, Luca degli Albizzi e Giovan Battista Ridolfi, con Niccol Machiavelli in qualit di loro segretario. Questi avevano assai difficile faccenda alle mani, perch dovevano accompagnare l'esercito e provvedere alle insaziabili voglie di quelle orde affamate, che dopo il pasto avevano pi fame che prima. Presero la via di Pistoia e Pescia, ragguagliando i Signori con brevi lettere del loro cammino. Il 18 giugno, arrivati a Camaiore, incontrarono l'esercito che accompagnarono a Cascina, dove giunsero il 23. Qui si cominciarono subito a sentire pi forti i minacciosi lamenti, per la pretesa mancanza di vettovaglie, specialmente del vino.(424) Giovan Battista Ridolfi, che sin dal principio era stato contrario al chiedere o accettare gli aiuti di Francia, dai quali non si aspettava nulla di bene, appena seguirono i primi disordini, se ne part col pretesto di far conoscere ai Signori lo stato delle cose, e sollecitare pronti rimed. Ma Luca degli Albizzi, uomo d'un coraggio quasi temerario, rest invece col Machiavelli in mezzo alle orde minacciose, senza mai perdersi d'animo. A qualcuno che lo consigliava di starsene alquanto lontano dal campo, rispose: chi ha paura, torni a Firenze,(425) e and oltre con l'esercito. Vennero ambasciatori pisani, offerendo di cedere la citt in mano dei Francesi, con la condizione per che la tenessero un 25 o 30 giorni prima di darla ai Fiorentini. Il Beaumont voleva accettare; ma l'Albizzi, in nome dei Signori, ricus, dicendo che in un mese potevano seguire mutamenti impreveduti, e che ormai, essendo armati era necessario usare la forza.(426)
Il 29 giugno l'esercito era finalmente sotto le mura di Pisa, in numero di 8000 uomini, sempre lamentando la mancanza di vettovaglie; pure la notte si piantarono le tende, e poi si puntarono le artiglierie. L'Albizzi, sempre in mezzo a loro, faceva quanto era in lui perch nulla mancasse, e non si sgomentava, sebbene vedesse molto chiaro che da un momento all'altro poteva trovarsi a gravissimo pericolo. "S'egli  possibile mandarci del pane, voi ci rimetterete l'anima in corpo," scriveva il 30 di giugno al commissario Bartolini, che si trovava in Cascina.(427) Quello stesso giorno si cominci a far fuoco, e si dur fino alle ore 21, quando furono gettate a terra da quaranta braccia di mura. Era il momento di dare l'assalto e farla finita; ma s'avvidero, invece, che i Pisani avevano cavato un fosso dietro al muro, e dietro al fosso fatto ripari, dai quali si difendevano; sicch non fu possibile andar oltre. E cos anche questa volta, nel momento in cui la citt pareva presa, tutto and in fumo. L'esercito invilito cominci a ritirarsi ed a tumultuare di nuovo, per la mancanza o la cattiva qualit delle vettovaglie, e subito fu in un cos gran disordine, che il Beaumont disse all'Albizzi di non poter pi rispondere della impresa, dando la colpa di tutto ai cattivi provvedimenti de' Fiorentini. N valsero proteste o assicurazioni in contrario.(428)
Il 7 luglio i soldati guasconi se ne erano senz'altro partiti, tanto che l'Albizzi scriveva al Bartolini, che li trattasse addirittura da nemici. Ma il giorno seguente scriveva ai Signori, che gli Svizzeri erano entrati nella sua camera, chiedendo danari e minacciando pagarsi del suo sangue. "I Francesi sembrano spaventati, scusansi e confortansi con l'acqua fresca; lo stesso capitano Beaumont  smarrito, ma insiste sempre per aver le paghe. Io non volli prima annoiare invano le Signorie Vostre; ma ora bisogna in ogni modo risolvere che partito si vuol prendere con questa gente, e provvedere. Sarebbe bene pensare anche se si vuole salvare la mia vita." "Non reputino le Signorie Vostre che vilt muova a questo, che io intendo a ogni modo non fuggire il pericolo, quando sia giudicato a proposito della Citt."(429)
Le previsioni dell'Albizzi s'erano il giorno dopo gi avverate. Il Machiavelli, della cui mano sono la pi parte di queste lettere, scriveva dal campo, in suo proprio nome, che verso le tre ore s'erano presentati un centinaio di Svizzeri, chiedendo danari, e non ottenendoli, avevano menato prigioniero l'Albizzi.(430) Questi venne trascinato a piedi fino all'alloggiamento del bagl di Dijon, e di l scriveva lo stesso giorno, che trovavasi d'ora in ora a disputare la vita, in mezzo ai soldati che lo minacciavano con le alabarde in sul viso. Volevano che dsse le paghe anche ad una compagnia di circa 500 Svizzeri arrivati da Roma, alla qual cosa, non avendo essa alcun fondamento di ragione, s'era opposto energicamente. Neppure in quei difficili momenti egli perdette la calma, anzi nella stessa lettera dava utili consigli; si doleva per amaramente d'essere stato abbandonato "come persona rifiutata e perduta.... Che Dio mi conforti almeno, se non con altro, con la morte."(431) Non ci fu per verso d'essere liberato fino a che non sottoscrisse, obbligandosi personalmente a pagare 1300 ducati per gli Svizzeri venuti da Roma.(432) L'esercito allora si sciolse, ultimi a partire essendo stati gli uomini d'arme. Dopo tante spese e tanti sacrifizi, i Fiorentini si trovavano ora col campo sfornito di gente, e coi Pisani divenuti pi audaci di prima.(433) Mandarono subito Piero Vespucci e Francesco Della Casa, nuovi commissari, a provvedere, per quanto si poteva, cos alle paghe, come a raccogliere dai luoghi vicini nuove genti. Il Re scrisse lettere, dolendosi dell'accaduto, rimproverando i capitani, minacciando i soldati, promettendo di sottomettere Pisa in ogni modo.(434) Ma erano parole, cui non tenevano dietro i fatti. Mand il Duplessis, signore di Couron, che a Firenze chiamavano Corcu o Corco, perch esaminasse sul luogo quanto era accaduto, e riferisse.
Intanto per i Pisani uscivano dalle mura, e pigliavano prima Librafatta, poi il bastione detto della Ventura, che con molta spesa era stato costruito dal Vitelli. In questo modo aprivano le loro comunicazioni con Lucca, di dove ricevevano aiuti continui. Il Couron,  vero, offeriva ai Fiorentini nuove genti del Re, con le quali potevano, egli diceva, fare continue scorrere, e stancare nel verno i Pisani, per sottometterli poi, al sopravvenire della buona stagione. Ma essi non vollero ormai pi sapere n di Francesi n di Svizzeri, cosa che irrit moltissimo il Re, il quale, scontento dell'esito dell'impresa, perch vergognoso alle sue armi, ne dava colpa ai Fiorentini, che avevano voluto a loro capitano il Beaumont e non Ives d'Algre, da lui offerto; non avevano provveduto alle vettovaglie, n dato in tempo le paghe richieste. Ma la principale ragione del suo scontento, era il vedere svanita la speranza di potere pi a lungo addossare a Firenze la spesa d'una parte del suo esercito. Questi lamenti, non senza minacce, erano assai gravi, ed i nemici della Repubblica soffiavano tanto nel fuoco, che si credette necessario mandare in Francia messer Francesco Della Casa e Niccol Machiavelli, come quelli che essendosi trovati ambedue al campo, potevano ragguagliare de visu il Re, e smentire le ingiuste e calunniose accuse, annunziando anche l'arrivo sollecito di nuovi ambasciatori, per trattare accordi.(435)
Fino all'anno 1498 Niccol Machiavelli aveva assai poco conosciuto gli uomini ed il mondo; il suo spirito s'era formato principalmente coi libri, massime cogli scrittori latini e la storia di Roma. Ma nei due anni trascorsi dipoi aveva con molta rapidit cominciato a fare esperienza della vita reale e delle faccende di Stato. La legazione a Forl gli aveva dato una prima idea degl'intrighi diplomatici; l'affare del Vitelli e la condotta degli Svizzeri gli avevano ispirato un profondo disprezzo, quasi un odio contro i soldati mercenar. La morte di suo padre, seguta il 19 maggio 1500, quattro anni dopo quella della madre, e pochi mesi prima che morisse la sorella sposata al Vernacci, lo costrinse a far da capo della famiglia, sebbene non ne fosse il primogenito, e gli aument quindi cure e pensieri. La gita in Francia apriva adesso un nuovo campo di osservazione ed un largo orizzonte dinanzi al suo spirito, tanto pi che, dopo i primi mesi, essendosi ammalato il suo collega, egli rest solo incaricato della modesta, ma pure importante legazione.(436)
Il 18 luglio 1500 fu fatta la deliberazione, che mandava il Della Casa ed il Machiavelli al Re, e vennero scritte le istruzioni con cui erano incaricati di persuadergli, che tutti i disordini del campo erano seguiti per colpa solamente de' suoi soldati, e cercare d'indurlo a diminuire le ingiuste ed esorbitanti pretese di denari, che egli voleva prima d'aver sottomesso Pisa. Dovevano far capo dal cardinale di Rouen, e guardarsi bene dallo sparlargli del capitano Beaumont, suo protetto. "Se per," dicevano i Signori, "voi trovaste disposizione a sentirne dir male, allora fatelo vivamente e dategli imputazione di vilt e di corruzione."(437) Lorenzo Lenzi, che era stato gi da pi tempo con Francesco Gualterotti ambasciatore fiorentino in Francia, sebbene fosse per andar via,(438) ripeteva loro presso a poco le stesse cose. Potevano essi sparlare quanto volevano degl'Italiani al campo; ma, "solo come in un trascorso di lingua," lasciarsi andare ad accusare i veri colpevoli.(439)
Bisognava dunque navigare tra Scilla e Cariddi, per non offendere l'insolenza francese. Ed a queste difficolt s'aggiungeva ancora l'essere i due inviati uomini di assai modesta condizione sociale,(440) non ricchi e male retribuiti. A Francesco Della Casa era assegnato lo stipendio di lire otto di fiorini piccoli al giorno, ed al Machiavelli, che aveva grado inferiore, solo dopo molti lamenti da lui fatti per le spese incomportabili che sosteneva,(441) non punto minori di quelle del suo collega, fu dato uguale stipendio:(442) ma l'uscita rest sempre superiore all'entrata. Ben presto egli aveva gi speso di suo quaranta ducati, ed ordinato al fratello Totto di far nuovo debito per altri settanta. Dovendo seguire il Re di citt in citt, era stato necessario fornirsi di servi e di cavalli, e sebbene in sul partire avessero avuto 80 fiorini ciascuno, avevano subito speso 100 ducati; il vivere e mantenersi decentemente costava loro uno scudo e mezzo al giorno, cio pi di quello che ricevevano. Cos ambedue se ne lamentavano,(443) massime il Machiavelli, che non era ricco, ma di sua natura facile allo spendere.
Comunque sia di ci, il 28 di luglio essi erano a Lione, dove trovarono il Re partito. Lo raggiunsero a Nevers, e dopo aver parlato col cardinale di Rouen, furono ricevuti il 7 agosto, presente esso cardinale, il Rubertet, il Trivulzio ed altri. Gl'Italiani formavano un terzo della Corte, erano tutti scontentissimi e desiderosi che l'esercito francese tornasse presto a rivalicare le Alpi.(444) Esposti i fatti, appena che si accennava ad accusare i soldati di Francia, il Re ed i suoi "tagliavano i discorsi." Tutto doveva essere colpa dei Fiorentini. Luigi XII voleva pel suo decoro condurre a termine l'impresa di Pisa, e per bisognava dar subito i danari necessar. Gli oratori risposero che alla Repubblica, esausta come era, col popolo scontento per gli ultimi fatti, sarebbe stato impossibile trovarli. Si poteva bene sperare di averli ad impresa finita, quando la citt di Pisa fosse stata consegnata. Ma qui subito esclamarono tutti ad una voce, che questa era una sconvenientissima proposta, perch il Re non poteva fare le spese ai Fiorentini.(445) E cos si continu per molti giorni sempre allo stesso modo. Luigi XII vuol mandare i soldati, che i Fiorentini non vogliono; lamenta che gli Svizzeri non abbiano avuto il danaro fissato, e non d ascolto quando gli si osserva che neppure avevano prestato il servizio promesso. Il cardinale insiste vivamente,(446) ed il Couron,(447) tornato di Toscana, aggrava lo stato delle cose, che finisce col divenire minaccioso davvero. "I Francesi," scrivevano i due oratori, "sono accecati dalla loro potenza, e stimano solo chi  armato o  pronto a dar danari. Vedono in voi mancare queste due qualit, e per reputanvi ser Nichilo, battezzando l'impossibilit vostra, disunione, e la disonest dell'esercito loro, cattivo governo vostro. Gli ambasciatori qui residenti sono partiti, n si sente che arrivino i nuovi. Il grado e la qualit nostra, senza commissione grata, non sono per ripescare una cosa che sommerga.(448) Il Re  quindi scontentissimo, lamenta sempre d'aver dovuto pagare agli Svizzeri 38,000 franchi, i quali, secondo la convenzione di Milano, dovevate pagar voi, e minaccia fare di Pisa e d'altre terre vicine uno Stato indipendente."(449) Per dar poi un utile consiglio, i due oratori suggerivano alla Repubblica "di farsi, mediante danaro, alcuni amici in Francia, mossi da altro che da affezione naturale; giacch cos fa chiunque ha da trattare qualche faccenda in questa Corte. E chi non fa cos, crede di vincere il piato senza pagare il procuratore"(450).
Fino al 14 settembre le lettere erano state firmate sempre dai due inviati, ma erano quasi tutte scritte di mano del Machiavelli. Quel giorno poi il Re partiva da Melun, e il Della Casa, ammalato, andava per curarsi a Parigi; sicch il Machiavelli restava solo a continuare il viaggio e la legazione, che dal 26 settembre in poi prende subito maggiore importanza, e s'estende in un pi vasto campo. Egli non si ferma pi al solo affare, pel quale era stato inviato; ma interroga, discorre sulle varie questioni attinenti alla politica italiana; di tutto ragguaglia i Signori, e poco dopo, invece, ragguaglia i Dieci, che furono allora rieletti, e tutto ci fa con tale e tanta premura, con tanto ardore, che qualche volta sembra quasi perdere di vista lo scopo particolare, molto limitato, della sua commissione. Valendosi ora del latino ed ora del francese, giacch nella stessa Corte ben pochi parlavano l'italiano, egli ragionava con tutti, interrogava ognuno. E per la prima volta vediamo incominciare a manifestarsi tutta la penetrazione e l'originalit del suo ingegno, la potenza e la forza maravigliosa del suo stile. Viaggiando col cardinale di Rouen, e trovandolo sempre duro sull'altare del danaro, volse il discorso sull'esercito che il Papa raccoglieva cogli aiuti di Francia, per secondare i disegni del Valentino. E pot capire, "che se il Re aveva concesso tutto per l'impresa di Romagna, era stato mosso pi dal non saper resistere alle sfrenate voglie del Papa, che dal desiderare veramente un esito favorevole.(451) Pure," continuava il Machiavelli, "quanto pi teme di Germania tanto pi favorisce Roma, perch ivi  il capo della religione, che  bene armato, ed ancora ve lo spinge il Cardinale, il quale, sentendosi qui invidiato da molti per avere in mano la somma delle cose, spera ricevere di l protezione efficace." E appena si torn a parlar di danari, subito il Cardinale s'infuri di nuovo, e minacci dicendo "che i Fiorentini sapevano far molto buone le loro ragioni, ma finirebbero col pentirsi della loro ostinazione."(452)
Fortunatamente allora appunto l'aspetto delle cose cominci a migliorare assai, essendo stato in Firenze eletto il nuovo ambasciatore Pier Francesco Tosinghi con pi ampi poteri, ed avendo i Signori ottenuto dai Consigli facolt di dare nuova somma di danari. Cos al Machiavelli riusc meno arduo calmare i furori dei Francesi, e continuare con essi ragionamenti di politica pi generale: egli ottenne anche la esplicita assicurazione, che il Valentino non avrebbe danneggiato la Toscana.(453) Ma il 21 novembre gli veniva da un amico affermato, che il Papa faceva ogni opera per metter male, assicurando che a lui sarebbe bastato l'animo, con l'aiuto che sperava dai Veneziani, di rimettere in Firenze Piero de' Medici, il quale avrebbe subito pagato al Re tutti i danari che voleva. Prometteva inoltre di trre lo Stato al Bentivoglio, e quanto a Ferrara ed a Mantova, che si mostravano pur sempre amiche di Firenze, farle "venire con la correggia al collo." Il Machiavelli cerc allora di veder subito il Cardinale, e trovatolo ozioso, pot parlargli a lungo. Per combattere le calunnie del Papa contro i Fiorentini, addusse "non la loro fede, ma il loro interesse a stare uniti con la Francia. Il Papa cerca con ogni arte la distruzione degli amici del Re, per cavargli pi facilmente l'Italia dalle mani." "Ma Sua Maest dovrebbe seguire l'ordine di coloro che hanno per lo addietro voluto possedere una provincia esterna, che : diminuire i potenti, vezzeggiare i sudditi, mantenere gli amici, e guardarsi da' compagni, cio da coloro che vogliono in tale luogo avere uguale autorit." "E certo non sono i Fiorentini, n Bologna o Ferrara che vogliono essere compagni del Re; ma piuttosto coloro che sempre pretesero dominare l'Italia, cio i Veneziani e sopra tutti il Papa." Il Cardinale prest benigno ascolto a queste teore, che il modesto Segretario, esaltandosi sempre pi nel parlare, esponeva in tno quasi di maestro, e rispose che il Re "aveva gli orecchi lunghi ed il creder corto; ascoltava cio tutti ma credeva solo a ci che toccava con mano."(454) E forse fu questa l'occasione in cui, avendo il Cardinale detto che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, il Machiavelli gli rispose che i Francesi non s'intendevano dello Stato, "perch intendendosene, non avrebbero lasciato venire la Chiesa in tanta grandezza."(455)
Il 24 novembre scrisse le due ultime lettere di questa legazione. Il Valentino aveva fatto allora minacciosi progressi, e i Fiorentini, impensieriti di ci, avevano non solo sollecitata la partenza del nuovo ambasciatore, ma promesso ai rappresentanti della Francia, che in breve tempo avrebbero mandato danari al Re. Questi aspettava quindi pi tranquillo, e mand ordini precisi al Valentino, che non osasse assalire Bologna n Firenze. Ed il Machiavelli, data con una prima lettera questa notizia, scriveva lo stesso giorno la seconda ed ultima, con cui raccomandava la lite di un tal Giulio De Scruciatis(456) napoletano, contro gli eredi Bandini in Firenze. "Aveva il De Scruciatis reso, e poteva rendere ancora utili servigi alla Repubblica. Io non so nulla," egli continuava, "di questa sua causa; ma so bene che, mentre lo essere vostro con questa Maest  tenero e in aria, pochi vi possono giovare, e ciascuno vi pu nuocere. Perci  necessario intrattenerlo almeno con buone parole, altrimenti alla prima vostra lettera che arriva qui, egli sar come una folgore in questa Corte;" "e fiegli creduto il male pi facilmente che non gli  stato creduto il bene; e lui  uomo di qualche credito, loquace, audacissimo, importuno, terribile e senza mezzo nelle sue passioni, e per questo da fare qualche effetto in ogni sua impresa." Dopo di ci s'apparecchiava a partire.
Il lettore si sar accorto come in alcuni punti di questa legazione, paia gi quasi veder balenare da lontano, sebbene ancora in nube, lo scrittore dei Discorsi e del Principe. Quelle massime che pi tardi il Machiavelli esporr in una forma scientifica, vengono ora con mano ancora incerta abbozzate alla sfuggita, e come per caso: nelle successive legazioni vedremo che egli andr sempre pi chiaramente determinando e formulando gli stessi concetti. Anche il suo stile gi comincia a prendere quel vigore, col quale ben presto egli riescir a scolpire, con pochi tocchi di penna, uomini veri e vivi, a dare una straordinaria lucidit al proprio pensiero, e quindi a meritare d'essere universalmente giudicato il primo prosatore italiano. Non recher quindi maraviglia il sentire come questa legazione facesse in Firenze un grandissimo onore al Machiavelli, e come il Buonaccorsi, fin dal 23 agosto, gli scrivesse con vero compiacimento, che le lettere da lui inviate venivano molto lodate dai pi autorevoli cittadini(457). E nell'agosto egli era ancora col Della Casa, che poneva la firma prima di lui, come principale incaricato. Possiamo dunque supporre facilmente che la Repubblica restasse poi sempre pi soddisfatta del suo Segretario.
Tornato in patria, il Machiavelli si rimise con l'usato ardore al proprio ufficio, e i registri della Cancelleria son di nuovo ogni giorno pieni delle sue lettere. Gli affari procedettero subito con ordine maggiore, sia perch egli esercitava molta autorit sui suoi sottoposti, sia perch erano stati rieletti i Dieci, i quali venivano scelti fra le persone pi pratiche di cose militari, erano meno distratti da altre cure, duravano in ufficio sei mesi e non due solamente come i Signori. Le loro attribuzioni inoltre erano state, con la Provvisione del 18 settembre 1500, che li ristabiliva, meglio definite e limitate, non potendo pi di loro autorit far paci o leghe, n condotte per pi di otto giorni, e dovendo in tutte le cose d'importanza avere l'approvazione degli Ottanta, prima che fossero definitivamente deliberate.(458)


CAPITOLO IV.

Tumulti in Pistoia, dove  inviato il Machiavelli. - Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini. - Nuovo esercito francese in Italia. - Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli col. - Continua la guerra di Pisa. - Ribellione di Arezzo e della Val di Chiana. - Il Machiavelli ed il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino. - I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo. - Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati. - Creazione del Gonfaloniere a vita.
(1501-1502)

E le faccende non mancavano davvero, sebbene la guerra di Pisa fosse alquanto sedata. A Pistoia s'erano gravemente rincrudeliti i sanguinosi tumulti tra i Cancellieri ed i Panciatichi, i quali ultimi erano stati cacciati dalla citt, che restava sempre sottomessa a Firenze, ma con pericolo continuo di ribellione. Fu quindi necessario inviare a rimetter l'ordine, commissari speciali, uomini ed armi. Il Machiavelli non solo teneva la corrispondenza, dava ordini, veniva dai Signori e dai Dieci richiesto del suo avviso; ma fu pi volte mandato col. Ivi infatti lo troviamo nel febbraio, nel luglio e nell'ottobre, andato a vedere coi propr occhi per poi riferire.
Molti dell'una e dell'altra parte furono confinati in Firenze; tutti i rimanenti invitati a rientrare in Pistoia, con obbligo a quel Comune di difenderli e di risarcirli largamente d'ogni nuovo danno che potessero patire, dandogli facolt di rivalersene sugli offensori; e tutto ci con una deliberazione dei Signori e dei Dieci fiorentini, in data del 28 aprile 1501.(459) Volevano i Pistoiesi lasciar fuori della loro citt i Panciatichi, perch avversi a Firenze; ma il Machiavelli scriveva ai Commissari, in nome dei Signori, il 4 maggio, che il tenere i Cancellieri dentro e i Panciatichi fuori era assai pericoloso, potendosi cos a un tratto "perdere tutta la citt o tutto il contado, e forse questo e quella insieme, trovandosi l'uno malcontento, l'altra piena di sospetto." Concludeva che si eseguissero senz'altro gli ordini dati, valendosi delle forze che erano col, perch i Panciatichi rientrassero disarmati e fossero tenuti sotto buona guardia.(460)
Ben presto cominciavano pi gravi pensieri da un altro lato. Il Valentino, impedito dagli ordini di Francia d'assalire Bologna, si rivolgeva verso la Toscana, ed insignoritosi di Brisighella, chiave della Val di Lamone, s'era, con l'aiuto di Dionigi Naldi,(461) uomo d'armi e di gran parentado col, messo in grado di disporre di tutto quel paese. Egli chiedeva, minaccioso, libero passaggio attraverso il territorio della Repubblica, dicendo di volersene coi suoi tornare a Roma. Ed i Fiorentini, che sapevano con chi avevano da fare, mandarono a lui Piero Del Bene suo amico privato, mandarono un commissario di guerra sul confine a Castrocaro, ed uno speciale inviato a Roma, per informare di tutto l'ambasciatore francese: apparecchiarono nello stesso tempo 20,000 ducati(462) da spedirsi a Luigi XII, per averlo, come l'ebbero difatti, pi decisamente favorevole. Intanto mille voci diverse correvano per tutto. I Senesi ed i Lucchesi mandavano continui aiuti a Pisa, dove Oliverotto da Fermo, soldato del Valentino, era entrato con alcuni cavalieri; i Vitelli aiutavano i Panciatichi a vendicarsi dei loro nemici. Da ogni parte erano noie e pericoli. Bisognava subito provvedere, ed il Machiavelli sembrava moltiplicarsi, scrivendo lettere, dando ordini ai capitani, ai commissari, ai magistrati.(463) Fortunatamente per arrivarono avvisi di Francia, che promettevano sicuro aiuto, e cos la Repubblica fu nel maggio assai pi tranquilla.
Ma il Valentino non si fermava. A Firenze infatti venne la nuova che gli Orsini ed i Vitelli minacciavano gi al confine; che un tal Ramazzotto, vecchio amico dei Medici, s'era presentato a Firenzuola, chiedendo la terra in nome del Duca e di Piero de' Medici.(464) E per questi fatti gli animi si sollevarono in modo, che si parlava perfino di creare una Bala con pieni poteri,(465) cosa che poi non si fece; pure si pigliarono i necessar provvedimenti a difendere la Citt da un improvviso assalto. Si posero nei dintorni alcuni comandati, fatti venire dal Mugello e dal Casentino, sotto l'abate don Basilio; ne vennero anche dalla Romagna; altre genti furono messe dentro le mura. Il Machiavelli era l'anima di questi movimenti d'armati, e se ne occupava con un ardore singolarissimo in un uomo di lettere. Ma egli aveva, contro l'opinione prevalente allora, perduto ogni fede nelle armi mercenarie; questi comandati gli parevano il germe d'una milizia nazionale, chiamata a difendere la patria nel modo stesso che facevano gli antichi Romani, e ci bastava a tener viva la sua fede, il suo entusiasmo.
Dopo di ci si mandarono ambasciatori al Duca, invitandolo a passar pure se voleva; ma alla spicciolata, senza gli Orsini ed i Vitelli. Egli s'avanz sdegnato pel Mugello, dove i suoi soldati venivano insultando e saccheggiando le terre; onde l'irritazione popolare and sempre pi crescendo nella Citt e nella campagna, gridandosi per tutto contro la "pazienza asinina" dei magistrati, i quali dovettero durare grandissima fatica ad impedire una sollevazione generale contro quell'esercito di predoni.(466) Il Duca finalmente, vedendo la mala parata, e sapendo che i Fiorentini adesso erano davvero protetti dalla Francia, dichiar di volere stringere con essi sincera amicizia, mediante una condotta in qualit di loro capitano. Aggiungeva per che dovevano lasciargli libero il passo per andare alla sua impresa contro Piombino, e dovevano anche mutare la forma del governo, richiamando Piero dei Medici, affinch si potesse esser sicuri delle loro promesse. Di fronte a queste pretese, i Fiorentini prima di tutto armarono altri mille uomini in Citt, ordinando maggiore diligenza e buona guardia per ogni dove; risposero poi che, quanto all'impresa di Piombino, continuasse pure il suo viaggio; ma quanto al dovere essi mutare governo, non ne ragionasse neppure, che non era affar suo, e dei Medici nessuno voleva pi sapere in Firenze. Il Valentino allora, non aggiungendo altro, arrivato che fu a Campi, fece sentire che si contentava d'una condotta di 36,000 ducati l'anno per un triennio, senza obbligo d'effettivo servizio, pronto per ad ogni richiesta, con 300 uomini d'arme, in caso di bisogno. In sostanza, non potendo ormai sperare altro, voleva almeno, secondo il solito, danari. Ed i Fiorentini, per farlo una volta partire, firmarono il 15 maggio 1501 la convenzione con cui gli concedevano la condotta, e fermavano alleanza perpetua fra le due parti.(467) Essi in verit speravano di non dargli neppure un soldo, ed il Duca, che se n'era avvisto, accettava nonostante i patti, perch, non avendo il danaro, avrebbe, in tempo pi opportuno, trovato facile pretesto a nuove aggressioni. Intanto continuava il suo cammino saccheggiando, e giungeva a Piombino il 4 giugno. Ivi non pot far altro che pigliare qualche terra vicina e l'isola di Pianosa; pass poi, sopra alcune navi mandate dal Papa, nell'isola d'Elba.(468) Ma di l fu subito richiamato, per accompagnare i Francesi, che tornavano alla guerra nel Napoletano; e cos, lasciate ben difese le poche terre conquistate, se ne and in fretta a Roma, dove entr come un trionfatore, sebbene le sue imprese fossero state pi di predatore che di capitano.
Ma se la guerra nel Reame liberava la Repubblica dalla presenza del Valentino, essa le recava pure altri danni e pensieri. L'esercito francese forte di 1000 lance e 10,000 fanti, di cui 4000 erano Svizzeri, senza tener conto di pi che 6000 uomini, i quali venivano per mare, s'avanzava diviso in due parti, l'una delle quali passava, col maggior numero delle artiglierie, per Pontremoli e Pisa; l'altra, discendendo da Castrocaro, doveva traversare quasi tutta la Toscana. Al che s'aggiungeva, che soldati spicciolati del Valentino con Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli ed altri capitani, venendo alla coda, sarebbero andati al solito predando, o entrati in Pisa, avrebbero aiutato i ribelli. Bisogn dunque scrivere ai Commissar e Podest, perch apparecchiassero vettovaglie agli uni, si difendessero dagli altri; bisogn con 12,000 ducati soddisfare alle continue domande dei Francesi, fatte sempre col pretesto delle paghe dovute agli Svizzeri, che tanto male avevano servito la Repubblica.(469) Il Machiavelli s'adoper a tutt'uomo in queste faccende, e finalmente, come Dio volle, l'esercito abbandon la Toscana ed entr nello Stato del Papa. A questo allora solamente fu reso noto il trattato segreto concluso in Granata fra i re di Spagna e di Francia, ed egli col suo solito cinismo promise l'investitura ai due sovrani.
Arrivati i Francesi al confine napoletano, l'infelice Federico raccoglieva le sue poche genti, avendo gi messo ogni speranza d'aiuto nella Spagna, il cui esercito era comandato dal valoroso Consalvo di Cordova. Ma questi allora appunto dichiar che doveva ricusare i feudi nel Napoletano, perch i suoi doveri di capitano di Spagna non si conciliavano pi con quelli di vassallo di Federico. Cos il misero Re si trov senza aiuti, ed il Reame fu in breve tempo tutto occupato da stranieri. Solo Capua resistette ai Francesi, e fu presa d'assalto nel mese di luglio, messa crudelmente a sacco, perdendovi la vita da settemila persone. Il Guicciardini afferma, che neppure le vergini nei chiostri poterono sfuggire alla libidine dei soldati, che molte donne si gettarono disperate nel Volturno, altre si ricoverarono in una torre. Col il Valentino, che aveva seguto l'esercito colla sua guardia, ma senza comando effettivo, e s'era nel saccheggio abbandonato ad ogni eccesso, avrebbe, secondo lo stesso scrittore, voluto vederle per sceglierne quaranta delle pi belle. Il 19 agosto i Francesi entrarono in Napoli, e poco dopo Federico cedette interamente al loro Re, che gli di in Francia il Ducato d'Angi con 30,000 scudi di rendita. Ivi egli mor il 9 settembre 1504; i suoi figli lo seguirono ben presto nella tomba l'un dopo l'altro, e con essi s'estinse la casa aragonese di Napoli. Consalvo aveva intanto, senza trovare resistenza, preso la parte del Reame che spettava alla Spagna. Se non che, il trattato di Granata era stato, forse non a caso, scritto in maniera da dar luogo, nella divisione, a diverse interpretazioni. Ben presto fu chiaro infatti che l'uno o l'altro dei due sovrani doveva restare padrone di tutto, e che la decisione finale spettava alle armi. Nondimeno fra gli eserciti si venne allora ad un temporaneo accordo, amministrando in comune le province soggette a disputa.
Ed ora le genti del Valentino entravano il 3 di settembre in Piombino, donde l'Appiano fuggiva, e dove nel febbraio veniva il Papa stesso col figlio a vedere i disegni delle fortezze, che questi voleva costruire col.(470) Cos i Fiorentini si trovavano da capo col temuto nemico alle porte, mentre che i Lucchesi ed i Pisani si mostravano sempre pi audaci, e la Francia tornava a dimostrarsi poco benevola, sebbene, dopo averle pagato 30,000 ducati per gli Svizzeri, si trattasse ora di pagargliene ancora da 120 a 150 mila, in tre o quattro anni, sempre con la solita vana promessa di restituire Pisa.(471) Mentre tutto ci teneva la Repubblica in sempre maggiori strettezze, e rendeva sempre pi impopolari i Dieci, da Pistoia si chiedevano nell'ottobre pronti aiuti, perch la citt era di nuovo lacerata dal furore delle parti, e nessun ordine di governo vi era possibile. Il Machiavelli, che gi era stato ripetutamente inviato col, vi fu ora, nel mese d'ottobre, mandato altre due volte, per portare ordini, e suggerire, tornando, i necessari provvedimenti cos ai Dieci come alla Signoria.(472) E questa faceva poi da lui stesso scrivere, che unico rimedio era pensare adesso a riordinare il governo e l'amministrazione della citt, facendovi subito tornare i Panciatichi, per pensare pi tardi al contado, ove i guai erano anche maggiori.(473) In questi mesi, tra le molte lettere, ordini ed istruzioni, egli scrisse ancora, nella sua qualit di segretario, una breve relazione dei fatti seguti in Pistoia, per dare ai magistrati una pi chiara idea di tutto.(474) Di siffatte relazioni o narrazioni di quello che avveniva nel territorio della Repubblica, se ne compilavano allora molte nella cancelleria dei Dieci e della Signoria, e questa del Machiavelli, scrittura d'ufficio come le altre, non ha neppur essa maggiore importanza.
Calmati appena i torbidi di Pistoia, si sentiva nel maggio 1502 che Vitellozzo e gli Orsini s'avanzavano nella Val di Chiana, seguti a poca distanza dal Valentino. E Massimiliano, volendo venire in Italia a prendere la corona, chiedeva ai Fiorentini, col solito pretesto di far guerra al Turco, 100,000 ducati, di cui 60,000 subito. Questi danari non furono dati; ma colla Francia bisogn bene obbligarsi a pagarle in tre anni 120,000 ducati, secondo un trattato d'alleanza, concluso il 12 aprile 1502, col quale il Re prometteva di difendere la Repubblica e mandarle 400 lance ad ogni richiesta.(475) Tutto questo per non bastava punto a fermare il Valentino, che invece lentamente s'avanzava, e intanto s'era talmente esausta di danari la Repubblica, che non si poteva pi ricorrere a nuove gravezze, essendosi gi messa perfino la Decima scalata, che differisce poco da quella che noi oggi chiamiamo imposta progressiva.(476) Cos la guerra di Pisa dov restare come sospesa, e restringersi solo a dare il guasto nel contado. I cittadini perci furono da capo tanto scontenti dei Dieci, che di nuovo tornarono a non eleggerli, affidando le cose della guerra ad una commissione scelta dalla Signoria, il che le fece subito andare di male in peggio.(477) I Pisani infatti s'avanzarono impadronendosi di Vico Pisano, e continuarono le trattative iniziate nello scorso dicembre col Papa e col Valentino, per formare uno Stato indipendente, che arrivasse fino al mare, e ripigliasse dall'altro lato le terre occupate dai Fiorentini, coi quali non volevano in nessun modo far mai pace o tregua. Il Valentino avrebbe avuto il titolo di duca di Pisa, e il Ducato sarebbe stato ereditario; verrebbe conservato l'antico magistrato degli Anziani, e uno dei Borgia sarebbe nominato arcivescovo della citt.(478) Questi disegni restarono senza effetto, ma bastavano a mettere in pensiero i Fiorentini, a danno dei quali i Borgia cercavano sollevare nemici in tutta Italia, dicendo ora di volerla unire in lega contro gli stranieri in genere ed i Francesi in particolare.
Intanto Vitellozzo era gi presso Arezzo, con manifesta intenzione di sollevarla, ed il Valentino se ne stava a poca distanza, con la simulata apparenza di non pigliar nessuna parte a ci che uno dei suoi propr capitani faceva.(479) Firenze, non potendo ora disporre di nessuna forza, sped in gran fretta, come commissario di guerra, Guglielmo dei Pazzi, che era padre del vescovo d'Arezzo. Ma il commissario non era appena giunto col, che il popolo si lev a tumulto (4 giugno), e dovettero, padre e figlio, chiudersi nella fortezza insieme col capitano fiorentino. Vitellozzo allora entr con centoventi uomini d'arme e buon numero di fanti, seguti subito da Giovan Paolo Baglioni, altro capitano del Valentino, con cinquanta uomini d'arme e cinquecento fanti. Per riparare a questi pericoli, Firenze richiese dalla Francia le 400 lance promesse, anzi mand Piero Soderini a Milano, per farle addirittura partire. Le genti del campo di Pisa ebbero intanto ordine d'avanzarsi per la Val di Chiana, dove fu mandato commissario, con ufficio di capitano, Antonio Giacomini Tebalducci, il quale, datosi da qualche tempo al mestiere dell'armi, aveva gi cominciato a provare alla Repubblica quanto i capitani propr valessero pi dei mercenar.(480) Ed il Machiavelli, che a lui continuamente doveva scrivere, ne seguiva i passi, e continuava le sue osservazioni, maturando le proprie idee sulla milizia nazionale. Ma le cose precipitavano, perch la cittadella d'Arezzo, dopo una resistenza di 14 giorni, dovette arrendersi prima di poter ricevere aiuto dagli uomini partiti dal campo di Pisa, i quali perci ebbero dai Dieci, nuovamente eletti, ordine di ritirarsi a Montevarchi, ora che i nemici, ingrossati in Arezzo, occupavano tutta la Val di Chiana, e Piero dei Medici col fratello s'era gi unito ad essi.(481)
I Fiorentini, com' facile immaginarlo, aspettavano ansiosissimi gli aiuti di Francia, per uscire dall'imminente pericolo, quando il Valentino (19 giugno) chiese che gl'inviassero persona con cui conferire; ed essi mandarono subito Francesco Soderini vescovo di Volterra, accompagnato dal Machiavelli. Il Duca trovavasi in Urbino, di cui s'era a tradimento impadronito; e l'infelice Guidobaldo di Montefeltro aveva potuto appena, con una fuga precipitosa su pei monti, salvare la propria vita, dopo che s'era creduto amico dei Borgia, e li aveva aiutati colle sue genti, il che era valso invece a fargli torre improvvisamente lo Stato. Il Machiavelli rest in compagnia del Soderini qualche giorno solamente, per tornare subito in Firenze, a ragguagliare a voce i Signori. E per solo i due primi dispacci di questa legazione sono scritti da lui, sebbene anch'essi firmati dal vescovo Soderini. Nel secondo, che ha la data di Urbino 26 giugno, ante lucem, si trova descritto un ritratto del Valentino, che dimostra chiaro come questi avesse gi lasciato una profonda impressione sull'animo del Segretario fiorentino. Furono ricevuti la sera del 24, a due ore di notte, nel palazzo in cui il Duca si trovava con pochi de' suoi, tenendo la porta sempre serrata e ben guardata. Egli disse di volere ormai uscire da ogni incertezza coi Fiorentini, ed essere loro amico o nemico vero. Quando non accettassero la sua amicizia, sarebbe scusato con Dio e cogli uomini, se avesse cercato d'assicurare in qualunque modo il proprio Stato, che confinava col loro per s lungo tratto. "Io voglio avere esplicita sicurt, ch troppo bene conosco come la citt vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lascer come un assassino, ed ha cerco gi di darmi grandissimi carichi con il Papa e col re di Francia. Questo governo non mi piace, e dovete mutarlo, altrimenti se non mi volete amico, mi proverete nemico." Gl'inviati risposero che Firenze aveva il governo che desiderava, e nessuno poteva in Italia vantarsi di serbar meglio la fede. Che se il Duca voleva davvero esserle amico, poteva provarlo subito, facendo ritirare Vitellozzo, che in fine era suo uomo. A questo egli disse, che Vitellozzo e gli altri operavano per proprio conto, sebbene a lui non dispiacesse punto che i Fiorentini ricevessero, senza sua colpa, una buona e meritata lezione. N altro fu possibile cavarne, onde gli ambasciatori scrissero subito, parendo loro che importasse assai far conoscere con quale intenzione erano stati dal Duca invitati, tanto pi che "il modo del procedere di costoro  di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno avveduto, come  intervenuto a questo Signore passato,(482) del quale si  prima sentito la morte che la malattia."
Il Duca aveva detto ancora che della Francia era sicuro, e lo stesso fece ripetere loro dagli Orsini, i quali non solo lasciarono capire che l'impresa di Vitellozzo era fatta di comune accordo, ma aggiunsero che tutto era in ordine per invadere subito la Toscana con 20 o 25 mila uomini, che gli oratori per valutavano a 16 mila solamente. "Questo Signore," concludeva la lettera, " tanto animoso, che non  s gran cosa che non li paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa, n conosce fatica o pericolo; giugne prima in un luogo, che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a' suoi soldati; ha cappati i migliori uomini d'Italia, le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto con una perpetua fortuna." Ma il fatto era, che egli sapeva che i Francesi venivano in aiuto de' Fiorentini, che voleva perci stringere subito in ogni modo. Infatti a tre ore della notte dal 25 al 26, quando gli oratori avevano gi parlato cogli Orsini, li fece chiamare di nuovo, per dire loro che voleva una pronta risposta dalla Signoria, n fu possibile ottenere un indugio maggiore di quattro giorni. E per la lettera,(483) finita all'alba, part subito con un corriere espresso, cui teneva dietro il Machiavelli stesso, che altro non aveva ora da fare col. Egli se ne tornava con l'animo pieno d'una strana ammirazione per questo nemico della sua patria, ammirazione che era stata in lui alimentata da quella che gi aveva pei Borgia anche il vescovo Soderini.(484) Questi rest presso il Duca, che faceva ogni giorno maggiori premure e minacce, a cui per i Fiorentini davano assai poca retta, perch sapevano che gi erano in via gli aiuti francesi.
E per la medesima ragione, al Giacomini, che aveva dato prova d'un coraggio, d'un'attivit maravigliosa, e scriveva che, se gli mandavano 3000 fanti e mille comandati, sentivasi in grado d'assalire i nemici, rispondevano, ai primi di luglio, che si contentasse di stare sulla difensiva; giacch erano in via le artiglierie e 4000 Svizzeri mandati dalla Francia; che bisognava subito dar loro le paghe, e non era perci prudente impegnare la Repubblica in nuove spese, tanto pi che il Valentino gi abbassava le ali.(485) E lo stesso ripetevano nei giorni successivi.(486) Il 24 luglio il Re scriveva da Asti, che sarebbero arrivati uomini a pi ed a cavallo, con sufficienti artiglierie, capitano La Trmoille: si tenessero pronte le paghe e le vettovaglie.(487) E ben presto il capitano Imbault presentavasi con pochi soldati ad Arezzo, dove Vitellozzo venne subito a patti, che furono di rendere tutte le terre, eccetto la citt stessa, nella quale egli si trovava, e dove gli fu concesso di restare con Piero dei Medici fino al ritorno del cardinale Orsini, andato a trattar direttamente col Re. Ma anche questa concessione, che ai Fiorentini parve giustamente indecorosa,(488) venne poi ritirata, perch il Papa stesso e il Duca, gettando la colpa d'ogni cosa su Vitellozzo e sugli Orsini, che odiavano a morte, li abbandonarono; n dei Medici in sostanza si curavano molto, appunto perch amici e parenti degli Orsini.(489) S'impegnarono inoltre ad aiutare la Francia nella impresa di Napoli.(490) E i Fiorentini, ottenuto che al capitano Imbault, il quale li aveva scontentati, succedesse il De Langres,(491) riebbero subito dopo tutte le loro terre, come annunziavano ai sudditi con lettera del 28 agosto, ordinando ancora pubbliche feste.(492)
Il Machiavelli fu mandato, verso la met d'agosto, al campo francese, per accompagnare il De Langres e raccogliere notizie a carico dell'Imbault; ma torn subito al suo ufficio, essendo stati mandati in Arezzo Piero Soderini e Luca degli Albizzi, uomini autorevolissimi, con incarico di riordinare la terra appena sedata la ribellione, e fare che il De Langres non partisse troppo presto, non potendo i Fiorentini disporre delle loro forze, occupate contro i Pisani che s'avanzavano dall'altro lato.(493) Dalla cancelleria intanto egli scriveva al Soderini, che si affrettasse a mandare in Firenze, prima che i Francesi partissero, tutti quegli Aretini, "che tu giudicherai, o per cervello o per animo o per bestialit o per ricchezza, potere trarsi dreto alcuno, e penderai pi presto in mandarne pi venti che manco uno, senza avere rispetto n al numero n a rimanere vota la terra."(494) L'11 ed il 17 settembre lasci di nuovo l'ufficio per far due corse ad Arezzo, a fin di vedere da s lo stato delle cose, e provvedere alla partenza dei Francesi, che erano ormai decisi ad andarsene.(495)
Per fortuna tutto riusc discretamente bene, ed egli che gi da un pezzo meditava sulle faccende politiche, non solo come semplice segretario, ma pi ancora come uomo di studio e di scienza, cercando sempre indagar le cagioni dei fatti, che raccoglieva e coordinava poi nella sua mente, sotto norme e princip generali, compose, dopo l'esperienza avuta delle cose d'Arezzo, il suo breve scritto: Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati.(496)  un discorso che l'autore suppone di fare ai magistrati della Repubblica, ma non fu compilato per obbligo d'ufficio nella segreteria;  anzi addirittura il primo tentativo per sollevarsi dalla pratica burocratica di tutti i giorni, alle sommit della scienza. E noi possiamo fin d'ora cominciare a vedere in germe i grandi pregi e i difetti che pi tardi ritroveremo nelle opere maggiori del Machiavelli. Ci che prima di tutto qui ferma la nostra attenzione,  il modo singolare con cui nella mente dello scrittore si trovano fra loro innestati l'esperienza dei fatti veduti, i giudiz che si era andato formando sulle azioni degli uomini da lui conosciuti, tra cui non ultimo il Valentino, con una straordinaria ammirazione dell'antichit romana, la quale sembra essere per lui quasi l'unico anello che congiunga le osservazioni raccolte di giorno in giorno con le generalit della sua scienza ancora incerta. - Paragonando, egli dice, quello che oggi succede con quello che in simili casi  seguito e s' fatto a Roma, possiamo arrivare a capire quello che dovremmo fare noi, giacch gli uomini in sostanza sono sempre gli stessi, hanno le medesime passioni, e per quando le condizioni sono identiche, le medesime cagioni portano i medesimi effetti, e quindi gli stessi fatti debbono suggerire le stesse regole di condotta.
Certo il ricorrere all'antichit ed alla storia per cercare, paragonandole coll'esperienza del presente, i principii che regolano l'andamento delle azioni umane, e debbono guidare i governi, era a quei tempi un pensiero ardito ed originale. Ma se la storia ci espone la successione delle umane vicende, essa anche ci dimostra che l'uomo e la societ mutano di continuo, e per norme assolute ed immutabili difficilmente si possono trovare. Ed in verit, se bene si osserva, quantunque essa sia l'esemplare, il modello a cui di continuo ricorre il Machiavelli, pure assai spesso gli serve solo a dare maggiore autorit, o a fornirgli la dimostrazione di quelle massime che a lui, in sostanza, erano state gi suggerite dalla esperienza. Ed in ci si pu trovare la prima sorgente di molti suoi pregi e difetti. Non essendo ancora riuscito a veder chiaro il processo, secondo cui dal passato risulta un presente sempre diverso, e pure ad esso intrinsecamente unito; non essendo ancora abbastanza sicuro del suo metodo, per cavare con rigore scientifico principii generali dai fatti particolari, tra gli uni e gli altri poneva l'antichit, la quale doveva riuscire un legame artificiale, ogni volta che era chiamata solo a dimostrare ci, di cui egli s'era gi innanzi persuaso. Tuttavia in questo suo primo tentativo noi vediamo assai chiaro, come solo salendo, direi quasi, sulle spalle di essa, a lui riuscisse, stanco com'era delle minute faccende di tutti i giorni e d'una politica di piccoli ripieghi, sollevarsi in un mondo superiore. Ivi portato e sospinto dalla potenza della sua analisi, dal suo genio, da una fantasia irrequieta, tentava creare una scienza nuova, non senza cadere qualche volta in eccessi, che nei suoi scritti non scomparvero mai del tutto, e che pi tardi gli furono rimproverati anche dal Guicciardini, il quale lo accus di amare troppo "le cose e modi estraordinar."
Ecco adunque come egli incomincia il suo discorso. "Lucio Furio Camillo, dopo aver vinto i popoli ribelli del Lazio, entr in Senato e disse: Io ho fatto quello che si poteva colla guerra; ora tocca a voi, Padri Coscritti, sapervi stabilmente assicurare per l'avvenire dei ribelli. Ed il Senato perdon generosamente ai vinti, facendo solo eccezione per le citt di Veliterno e di Anzio. La prima fu demolita, e gli abitatori mandati a Roma; nella seconda si mandarono invece abitatori nuovi e fedeli, dopo aver distrutto le sue navi, proibito di costruirne altre. E ci perch i Romani sapevano che bisogna sempre fuggire le vie di mezzo, e guadagnarsi i popoli coi benefiz, o metterli nella impossibilit di offendere." "Io ho sentito dire che la istoria  la maestra delle azioni nostre, e massime de' principi,(497) e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri e chi serve volentieri, e che si ribella ed  ripreso." "Si pu dunque approvare la condotta da voi tenuta coi popoli della Val di Chiana in generale; ma non quella tenuta in particolare cogli Aretini, che si sono sempre ribellati, e che voi non avete saputo n beneficare n spegnere, secondo l'esempio romano. Non avete infatti beneficato gli Aretini, ma li avete tormentati col chiamarli a Firenze, toglier loro gli onori, vendere i loro possessi; n ve ne siete assicurati, perch avete lasciato in piedi le loro mura, lasciato in citt i cinque sesti degli abitatori, non mandato altri che li tengano sotto. E cos Arezzo sar sempre pronta a ribellarsi di nuovo, il che non  cosa di poco momento, perch Cesare Borgia  vicino, e cerca formarsi uno Stato forte col pigliare anche la Toscana. E i Borgia non vanno coi rispetti e colle vie di mezzo. Il cardinal Soderini, che li conobbe assai, pi volte mi ha detto che fra le altre lodi di grande uomo, che si posson dare al Papa ed al figlio, vi  questa, che sono conoscitori della occasione e la sanno usare benissimo, il che viene confermato dalla esperienza di ci che han fatto."(498) E qui si ferma in tronco questo discorso, di cui non abbiamo la fine.
Il Machiavelli che aveva messo tanto ardore nel condurre a fine l'affare della presa e condanna del Vitelli, ed il d 8 settembre aveva scritto ai commissari fiorentini che, nel mandar via gli uomini pericolosi da Arezzo, preferissero inviarne piuttosto "venti di pi che uno di meno, non temendo neppure di lasciar vuota la terra," non aveva bisogno di dimostrare che a lui non piacevano in politica i mezzi termini, che credeva solo in una condotta risoluta e pronta, e non era punto contento del misero e continuo tergiversare dei Fiorentini. Ma non bisogna neppur credere, che in questi suoi discorsi teoretici egli volesse addirittura biasimare, senza riserve, la condotta dei magistrati. Sapeva bene che questi dovevano tener conto delle passioni e dell'indole degli uomini fra cui e su cui governavano; scriveva per indagare quale avrebbe dovuto essere la vera politica di un gran popolo, formato come lo immaginava, dopo aver letto e meditato la storia di Roma.
Certo  per che le cose della Repubblica procedevano allora cos fiacche ed incerte, che tutti vedevano la necessit di qualche riforma. Una nuova legge s'era fatta nell'aprile di quell'anno, con la quale s'erano aboliti il Podest ed il Capitano del popolo, antichi magistrati che avevano avuto in origine un ufficio politico e giudiziario; ma perduta da un pezzo la prima delle due loro attribuzioni, male adempivano ora anche la seconda, che pure era importantissima. Fu quindi istituita, secondo un antico suggerimento del Savonarola, la Ruota, composta di cinque dottori in legge, di cui ognuno presiedeva a turno per sei mesi, durante i quali teneva il luogo del Podest. Essa, che doveva giudicar le cause civili e criminali, fu iniziata, con una provvisione del 15 aprile 1502, per soli tre anni, termine che venne poi prorogato.(499) Con altra del 21 aprile fu riformata la Corte della Mercanzia, destinata a trattare i soli affari commerciali.(500) Ma tutto ci, come  ben facile immaginare, non rimediava punto all'andamento generale delle cose d'un governo, la cui debolezza nasceva principalmente dal mutare ogni due mesi il Gonfaloniere e la Signoria.(501) In esso non si formavano tradizioni, n vi potevano essere segreti di Stato; tutto si trattava in pubblico, e solamente il primo cancelliere, Marcello Virgilio, per la sua molta fede ed autorit, poteva mantenere una qualche coerenza ed uniformit nella condotta degli affari.(502) I provvedimenti erano sempre lenti ed incerti, i danari si profondevano, i cittadini, gravati d'imposte, erano scontentissimi, e non potevano rivolgersi contro alcuno, perch i magistrati scomparivano dalla scena quando appena s'erano seduti in ufficio. Cos si finiva col non votare il danaro che era richiesto, e i soldati non si pagavano, e i cittadini autorevoli ricusavano di accettare le ambascere o gli uffici pi onorevoli, che erano invece occupati da uomini leggieri e di poco conto, gente che, secondo la espressione del Guicciardini, avevano "pi lingua che persona," si facevano avanti, ed erano eletti perch sempre pronti.(503)
Per tutte queste ragioni si pens di portare addirittura qualche mutamento nella forma stessa del governo. Fu dapprima proposto un Senato a vita, a similitudine dei Pregadi di Venezia, che era sempre il modello cui si guardava; ma temendo poi di restringere con ci lo Stato in mano di pochi, si pens invece di creare un Gonfaloniere a vita come il Doge,(504) ed il 26 agosto 1502 fu votata la Provvisione.(505) Il carattere e l'ufficio del nuovo Gonfaloniere non furono molto diversi da ci che era stato in passato: egli era capo della Signoria e non altro. Se non che poteva sempre prendere in essa l'iniziativa delle proposte di legge; poteva ancora intervenire e votare coi giudici nelle sentenze criminali, il che gi gli dava un aumento di potere. L'essere poi eletto non pi per due mesi, ma a vita, fra magistrati politici che mutavano tutti cos spesso (i Signori ogni due mesi, i Dieci ogni sei), era quello che gli dava ora un'autorit ed una forza assai maggiori. Doveva avere cinquant'anni almeno, e non poteva esercitare altri uffic: i figli, fratelli e nipoti avevano divieto dall'ufficio dei Signori; a lui ed ai figli era vietato d'esercitare il commercio; lo stipendio era di 1200 fiorini l'anno. Il numero degli eleggibili era grande, essendovi ammessi anche i cittadini che appartenevano alle Arti Minori; la elezione doveva farsi dal Consiglio Maggiore, potendovi allora intervenire e votare tutti coloro che erano abilitati a sedervi. Ogni consigliere era chiamato a dare il nome del cittadino che voleva eleggere, e quelli che ottenevano la met pi uno dei voti, venivano sottomessi a nuovo scrutinio per tre volte, intendendosi la terza volta eletto colui che aveva raccolto pi voti, tra coloro che ne avevano ottenuti pi della met. I Signori, i Collegi, i Dieci, i Capitani di Parte Guelfa e gli Otto, riuniti insieme, potevano con tre quarti di voti privarlo dell'ufficio, quando avesse violato le leggi. Questa Provvisione portata due volte negli Ottanta e due nel Consiglio Maggiore, dopo che molti l'ebbero difesa,(506) fu finalmente vinta con 68 voti contro 31 negli Ottanta, e 818 contro 372 nel Consiglio Maggiore. Il 22 settembre venne poi con grandissimo favore eletto Piero Soderini, che, fratello del vescovo, era stato poco prima Gonfaloniere, aveva tenuto molti altri uffici politici, e sebbene fosse di antica e ricca famiglia, era tenuto amatore del popolo e del governo libero. Egli era inoltre facile parlatore, buon cittadino; non aveva figli, non aveva n grande energia n grandi doti da potere suscitare troppi od o troppi amori, il che non fu tra le ultime cause della sua elezione.(507) Il 23 dello stesso mese, il Machiavelli, in nome dei Dieci, gli faceva scrivere e mandare in Arezzo, dove era commissario, la lettera di partecipazione, esprimendogli la speranza che riuscisse a dare alla Repubblica quella felicit, per cui il nuovo ufficio era stato creato.(508) Questa elezione fu un fatto assai importante, non solo nella storia di Firenze, ma anche nella vita del Machiavelli, perch egli conosceva da pi tempo la famiglia Soderini, alla quale subito scrisse rallegrandosi,(509) e ben presto seppe guadagnarsi tutta quanta la fiducia del nuovo Gonfaloniere, che, come vedremo, si valse di lui continuamente ed in affari di molta importanza.




CAPITOLO V.

Legazione al duca Valentino in Romagna. - Ci che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma. - Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna.
(1502-1503)

E qui son di nuovo i Borgia che richiamano l'attenzione di tutta Italia. La Lucrezia per sua fortuna scompariva adesso dalla scena di Roma, dove aveva continuato ad essere il soggetto principale dei pi scandalosi e turpi racconti, dei quali sembrava curarsi assai poco. Infatti si era lasciata vedere col padre e col fratello assistere ridendo a mascherate, a balli cos osceni, che erano veramente orgie, e sarebbe a noi impossibile descriverli.(510) Ma nel gennaio del 1502 finalmente partiva per Ferrara, con un grandissimo sguito, con un lusso che passava ogni misura; e qualche volta promuove addirittura disgusto vedere i cronisti del tempo occuparsi minutamente a darcene eterne descrizioni. Andava in moglie al duca Alfonso d'Este in Ferrara, e col per molti giorni continuavano da capo le feste col medesimo lusso.(511) Ma la sua vita entr allora in un periodo assai pi tranquillo e riservato, perch aveva da fare con un marito, il quale non avrebbe esitato molto a valersi delle arti stesse dei Borgia, per mandarla via dal mondo. I pochi fatti che potevano ricordare ancora la vita passata, restarono perci avvolti sempre nel pi gran mistero.(512) Ella si circond di letterati che l'adularono, si dtte anche ad opere di piet; ed a ci si deve la reputazione migliore che godette allora, e la difesa che fecero di lei molti scrittori.
A Roma, dove era il Papa, ed in Romagna, dove si trovava il Valentino, la scena invece mutava solo per divenire sempre pi tragica e sanguinosa. Nella Citt Eterna comparivano libelli, epigrammi atroci; ma il Papa non se ne curava punto, occupato com'era d'altri pensieri. Di tanto in tanto qualche cardinale, divenuto assai ricco, s'ammalava e moriva a un tratto, o sotto falso pretesto gli era fatto un processo sommario, per metterlo poi in Castel Sant'Angelo, donde non usciva pi vivo. Mobili, tappezzerie, argenti e danari andavano subito in Vaticano. I loro uffici e benefizi venivano concessi ad altri, che, appena arricchiti, erano assai spesso destinati a fare la medesima fine. "Nostro Signore," scriveva l'ambasciatore veneto, "suole prima ingrassarli, per far poi loro la festa." Cos avvenne nel luglio di quell'anno al datario Battista Ferrari, cardinale di Modena, che era stato il suo pi fido strumento nell'aiutarlo a cavar danari da tutto e da tutti. Divenuto ricchissimo, s'ammal improvvisamente; il Papa lo visit nell'ultima ora, e poi al solito spogli la casa e prese i danari. La pi parte de' suoi benefizi and a Sebastiano Pinzon, intimo segretario del defunto, a cui, secondo la comune opinione, aveva, per ordine del Santo Padre, amministrato il veleno.(513)
In quei giorni la citt era illuminata; il governatore di Roma e le guardie palatine, seguite da una gran turba, andavano per le vie gridando: Duca, Duca.(514) Cesare Borgia era entrato in Camerino, ed aveva preso prigioniero il signor Giulio Cesare da Varano coi figli. Il Papa era per ci pieno di tanta gioia, che gli riusciva impossibile frenarsi. Radunato il Concistoro con l'intendimento d'annunziare una vittoria degli Ungheresi contro i Turchi, parl invece di Camerino e del Duca. Avvertito dal cardinale di Santa Prassede dello scopo che li aveva fatti radunare, mand subito a pigliare la lettera; ma poi, continuando nel primo discorso, dimentic di farla leggere.(515) Parlando coll'ambasciatore veneto e collo spagnuolo, non poteva tenersi sulla sedia, e girava per la stanza; faceva leggere invece la lettera, in cui il Duca, dopo aver tutto narrato, concludeva: "che buon pro faccia alla Santit Sua;" ne esaltava la grandezza d'animo e la prudenza, "laudandolo ab omni parte."(516) Egli vedeva gi le future conquiste del figlio, lo vedeva col pensiero signore di tutta l'Italia centrale. Non sapeva per che cosa avrebbe detto o fatto Venezia, in presenza di cos rapidi progressi. Chiamato quindi l'ambasciatore veneto, aveva subito cominciato a fare grandi proteste d'amicizia, tanto per sentire che cosa dicesse. Ma Antonio Giustinian era una volpe vecchia, e scriveva al Doge: "In risposta di quanto  soprascritto, Principe Serenissimo, ambulavi super generalissimis, se il Pontefice and super generalibus."(517)
Il Valentino intanto assumeva i titoli di Cesare Borgia di Francia, per la grazia di Dio, Duca di Romagna, di Valenza e d'Urbino, Principe di Andria, Signore di Piombino, Gonfaloniere e Capitano generale della Chiesa; e senza perdere tempo s'avanzava verso Bologna. Se non che, in questo punto arriv il veto della Francia, la quale fece sentire, come non avrebbe mai permesso che i Borgia s'andassero cos insignorendo d'Italia: smettessero dunque di pensare a Bologna ed alla Toscana.(518) E nel medesimo tempo i principali capitani del Duca, la pi parte piccoli tiranni dell'Italia centrale, vedendo come egli andasse, a uno per volta, distruggendo tutti i loro compagni, capirono che sarebbe ben presto sonata l'ora anche per essi. Seppero, in questo mezzo, che egli aveva gi deliberato d'insignorirsi prima di Perugia e Citt di Castello, di metter poi le mani sugli Orsini; onde, "per non essere a uno a uno devorati dal dragone,"(519) si riunirono, deliberando di prendere le armi e ribellarsi contro di lui, sembrando opportuno il farlo ora che la Francia lo abbandonava. Il primo resultato di questo accordo fu, che il giorno 8 di ottobre alcuni de' congiurati s'impadronirono per sorpresa della rcca di San Leo nel ducato d'Urbino, dove la cosa produsse una straordinaria impressione, come segno e principio di nuovi eventi. Il giorno 9 di ottobre,(520) infatti, tutti i congiurati convennero alla Magione presso Perugia, per stipulare solennemente i patti della lega. V'erano molti degli Orsini, cio il cardinale, il duca di Gravina, Paolo e Frangiotto; inoltre Ermes, figlio di Giovanni Bentivoglio, con pieno mandato del padre; Antonio da Venafro con pieno mandato di Pandolfo Petrucci; messer Gentile e Giovan Paolo Baglioni, e Vitellozzo Vitelli che, essendo ammalato, si fece portare in letto.(521) Si obbligarono a difesa comune, a non muovere guerra senza mutuo accordo, ed a mettere insieme un esercito di 700 uomini d'arme in bianco,(522) 100 cavalli leggieri, 9000 fanti e pi, occorrendo; pena 50,000 ducati e la taccia di traditore a chi non osservasse questi patti legalmente stipulati. Si cercarono subito aiuti ai Fiorentini; ma si corse senz'altro aspettare alle armi, e il ducato d'Urbino fu da Paolo Vitelli, che il 15 ottobre prese d'assalto anche la rcca della citt, sollevato tutto, restando col al Valentino qualcuna solamente delle molte fortezze che v'erano.
Questi cap bene la gravit di siffatta ribellione. Ma, senza perdersi d'animo, mand contro i nemici quella parte dell'esercito che gli restava fedele, sotto il comando di don Michele Coriglia, crudelissimo spagnuolo,(523) suo capitano e suo strangolatore, pi noto col nome di don Micheletto. Questi entr subito nella rocca della Pergola, che si teneva ancora pel Duca, e di l fece impeto nella terra che saccheggi. Si racconta che allora scannasse Giulio da Varano con la moglie e due dei figli tenuti prigioni col, mentre che un altro di loro veniva prima straziato in Pesaro, e poi menato semivivo in una chiesa, dove era trucidato da un prete spagnuolo, che a sua volta fu pi tardi, a furore di popolo, fatto in pezzi a Cagli. Dalla Pergola l'esercito and a Fossombrone, e allora molte donne, per scampare al furore dei soldati, si gettarono coi propri bimbi nel fiume.(524) Se non che l'esercito dei ribelli, essendo gi arrivato il Baglioni co' suoi, s'era ingrossato fino a 12,000 uomini, ed a tre miglia da Fossombrone venne a giornata con quello del Valentino, comandato ora da don Micheletto e da don Ugo di Moncada, anche questi spagnuolo. La disfatta dei ducheschi fu intera; don Ugo cadde prigioniero, don Micheletto scamp a stento, e la gioia dei ribelli fu al colmo. Il fuggitivo Guidobaldo di Montefeltro torn di nuovo nel suo Stato, e venne accolto trionfalmente in Urbino; Giovan Maria da Varano, unico superstite della stirpe infelice, torn a Camerino. Cos pareva che ad un tratto la faticosa e sanguinosa opera dei Borgia andasse in fumo. Tuttavia seguivano ancora scontri abbastanza importanti: don Micheletto si difendeva sempre in Pesaro; il Duca era in Imola con buon numero di armati, che cercava aumentare. I ribelli avevano chiesto aiuto a Venezia, la quale se ne stava invece a guardare, ed a Firenze che, ricordando sempre le imprese degli Orsini e dei Vitelli in Toscana, n volendo entrare in guerra coi Borgia, temporeggi prima, poi ricus addirittura. Il Duca invece ricorse ai Francesi, che gli mandarono subito alcune lance, sotto il comando di Carlo d'Amboise, signore di Chaumont. Questo atto, di cui furono universalmente biasimati, mut a un tratto lo stato delle cose, perch mise un timor panico nei nemici del Valentino, i quali, non avendo potuto o saputo profittar del momento, vedevano ormai nella bandiera di Francia la salvezza di lui e la loro rovina.
Fin dal momento in cui la rottura cogli Orsini divenne manifesta, il Valentino ed il Papa avevano con premura chiesto a Firenze, che mandasse ambasciatori presso di loro, volendo assicurarsi l'amicizia di uno Stato che, confinando cos largamente colla Romagna, poteva molto giovare e molto nuocere. Quanto al Papa, i Fiorentini deliberarono subito di mandare Gian Vittorio Soderini, che per indisposizione di salute, part solo il 7 dicembre, e intanto v'and invece Alessandro Bracci. Ma quanto al Duca, vi fu lunga discussione, perch, se non lo desideravano nemico, neanche volevano stringere con lui un'amicizia che li obbligasse ad aiutarlo. Certo a loro non metteva conto irritarlo, ma neppure tirarsi addosso l'ira dei ribelli, cos numerosi ed in armi; non potevano poi, n volevano decidersi a nulla senza previo accordo colla Francia. Sicch dopo molto disputare non si pot vincere l'elezione, e fu deliberato invece, che i Dieci mandassero un inviato speciale.(525) La loro scelta cadde su Niccol Machiavelli, che non aveva n il grado, n la reputazione necessaria ad un ambasciatore; ma aveva fatto buona prova in altre legazioni, e, secondo osserva il Cerretani, era "uomo da servire bene alla voglia di pochi,"(526) cio da guadagnarsi la fiducia di coloro coi quali veniva in relazione diretta, come fece pi tardi col gonfaloniere Soderini.(527)
Essendo segretario dei Dieci, egli non poteva ricusare l'onorevole commissione; pure sembra che l'accettasse con grande rincrescimento, e partisse di malissima voglia. Ognuno di questi incarichi l'obbligava a far nuovi debiti, perch era sempre assai poco retribuito, ed a lui piaceva lo spendere ed il tenere la dignit del suo ufficio. Sentiva ancora di non avere n il grado n l'autorit necessaria a trattare onorevolmente col Valentino. A tutto ci si aggiungeva che da breve tempo aveva preso per moglie Marietta di Lodovico Corsini, la quale era a lui affezionata molto, e dolentissima perci di una cos pronta separazione.(528) Veramente anche di questo fatto, certo importante nella vita privata del Machiavelli, conosciamo assai poco. Pure tutto ci che si  scritto contro la povera Marietta, affermando che a lei avesse alluso il marito nella sua famosa novella di Belfagor, sappiamo che non ha ombra di fondamento. Alcune lettere di lei, e molte scritte da amici al Machiavelli, provano invece che ella era affezionata ai figli ed al marito.(529) Questi pur troppo della moglie parla assai poco, n pare che le scrivesse di frequente valendosi invece spesso di altri per farle arrivare le sue nuove. Anzi neppure il recente matrimonio gli fece smettere del tutto un abito di vivere assai poco morigerato, di che parlava e scriveva, ridendo, a molti, e fra gli altri al Buonaccorsi stesso, di cui appunto si valeva per ricevere notizie della Marietta, e mandarle le sue. Ma senza volergli attribuire, in fatto di costumi, una delicatezza raffinata di sentimenti, la quale egli certo non ebbe, non possiamo neppure concludere punto, che non sentisse molta affezione per la moglie e per la famiglia. Questo sarebbe un errore smentito dai fatti. Nella sua condotta, nei suoi discorsi dobbiamo invece vedere la conseguenza di quel poco rispetto, per non dire disprezzo della donna, cominciato in Italia con la decadenza morale della nazione, e di quel cinismo nel parlare di tutto ci che s'attiene al costume, cinismo che largamente introdotto fra noi dagli eruditi, era divenuto allora un abito anche negli uomini pi buoni ed affettuosi. Da quanto noi sappiamo infatti del Buonaccorsi, questi era d'un animo sotto ogni rispetto eccellente; eppure le sue lettere al Machiavelli ci forniscono un'altra prova assai chiara di quanto abbiam detto qui sopra, e nel pubblicarle bisogna spesso sopprimere molte parole ed anche molti periodi, per non disgustare troppo il lettore moderno. Comunque sia di ci, il Machiavelli, non potendo ricusare la commissione che vollero dargli, ed avendo ogni ragione di credere che la sua assenza sarebbe stata assai breve, la fece credere alla moglie brevissima, e s'apparecchi a partire.
Il 4 di ottobre fu firmato il salvocondotto; il d seguente, la commissione che gli ordinava di partire senza indugio, per recarsi dal Duca, a fargli ogni pi larga protesta di buona amicizia, e a dichiarargli che la Repubblica aveva esplicitamente negato ogni aiuto ai congiurati, i quali gi ne avevano fatto richiesta. "Ed in questa parte ti allargherai quanto ti parr a proposito; ma di quanto Sua Eccellenza ti ricercasse pi oltre, ti rimetterai a darcene avviso, ed aspettarne risposta." Gli veniva inoltre commesso di chiedere un salvocondotto pei mercanti fiorentini che, andando o venendo d'Oriente, passavano per gli Stati del Duca, raccomandando assai vivamente una tal cosa come quella "che  lo stomaco di questa citt."(530) Ognuno capisce che ardua impresa dovesse essere pel modesto Segretario fiorentino, l'andare in sostanza a vender parole ad un uomo come il Valentino, che di parole ne faceva poche e dagli altri ne voleva meno, e che ora si trovava coll'animo assetato di vendetta. Pure, appunto in questa legazione cos mal volentieri accettata, il Machiavelli cominci la prima volta a manifestare tutto il suo genio di scrittore politico.
Ancora inesperto della vita pratica, e per natura pi facile assai a scrutare e capire che ad operare, egli si trov di fronte ad un uomo che non parlava, ma operava; che non discuteva, ma accennava il suo pensiero con un gesto, un atto, i quali indicassero la risoluzione gi presa o eseguita. Sentendo tutta la superiorit del suo ingegno su quello del Duca, il Machiavelli sentiva del pari la sua inferiorit come uomo d'azione, e vedeva quanto poco giovasse, in mezzo all'urto delle passioni e nella realt della vita, il troppo riflettere e troppo ponderare. Tutto questo cominci subito a crescere in lui quell'ammirazione, di cui i primi segni vedemmo gi nella sua andata col cardinal Soderini ad Urbino. Il Valentino non era, come gi notammo, n un gran politico, n un gran capitano; ma una specie di capitano brigante, la cui forza veniva principalmente dal Papa e dalla Francia. Aveva per saputo creare uno Stato dal nulla, ispirando terrore a tutti, perfino al Papa stesso. Circondato a un tratto da gran numero di nemici potenti e armati, seppe liberarsene e disfarsene con un'audacia grande ed un'arte infernale. Quest'audacia e quest'arte erano ci che tanti allora ammiravano, ed il Machiavelli anche pi degli altri. Considerandole in s stesse, e senza troppi scrupoli, egli si domandava: dove non potrebbero esse arrivare, quando fossero adoperate ad un diverso e pi nobile fine? E cos la sua mente cominci ad esaltarsi. Il Duca, dall'altro lato, trovandosi di fronte ad un uomo educato sui libri e nella cancelleria di Firenze, sentiva di fronte a lui tutta la superiorit della propria forza, e lo mostrava chiaro ne' suoi discorsi. Quest'uomo era per Niccol Machiavelli, il cui occhio penetrava assai addentro, e se non aveva sempre quell'istinto che suggerisce la pronta risposta e l'immediata azione, nessuno poteva al pari di lui, dopo il fatto, arrivare ad una pi sicura analisi delle azioni altrui. Il Machiavelli non poteva n voleva prendere nessuna parte a quel che seguiva sotto i suoi occhi; ma nella sua mente ora per la prima volta si cominciava a formulare preciso e chiaro il concetto, che lo domin poi sempre, e che mirava a dare alla scienza politica una base scientifica e sicura, dandole un suo proprio valore indipendente, separato affatto da ogni valore morale, quasi un'arte di trovare i mezzi per ottenere il fine, qualunque esso fosse. E sebbene nella Repubblica che egli serviva si fosse tutt'altro che scrupolosi e teneri della morale, pure quest'arte egli la vedeva ora per la prima volta personificata, vivente nel Valentino, chiara dinanzi ai suoi occhi. Di lui fece perci il tipo rappresentativo di essa, ed esaltandosi sempre di pi, fin con l'ammirarlo quasi fosse la creatura della sua propria mente. Ma su di ci torneremo pi oltre.
Il Machiavelli part subito a cavallo, e giunto a Scarperia, si mise in vettura, continuando fino ad Imola, dove arriv il 7 ottobre, e ad ore 18, senza neppure mutare abiti, si present al Duca (scrive egli ai Dieci) cos cavalchereccio com'ero. Allora la ribellione era appena cominciata, e non se ne poteva misurare l'importanza. Il Duca ascolt le proteste d'amicizia fatte dal Machiavelli in nome della Repubblica, senza rispondere, tenendole come semplici formole d'uso. Disse volergli confidare dei segreti, che non aveva mai rivelati ad uomo vivo; e cominci a raccontare come gli Orsini s'erano altra volta quasi gettati ai suoi piedi, perch assalisse Firenze, ed egli non aveva mai voluto consentirvi. Della loro andata in Arezzo non aveva saputo nulla, ma non gli era dispiaciuta, perch i Fiorentini non gli avevano mantenuto la fede. Venute poi le lettere di Francia e del Papa, dov ordinare che si ritirassero. Da ci gli od che li avevano portati a questa "dieta di falliti;"(531) ma erano pazzi, perch l'essere il Papa vivo e il Re di Francia in Italia, gli facevano "tanto fuoco sotto, che ci voleva altra acqua che coloro a spegnerlo." La conclusione di tutto il discorso fu, che questo era pei Fiorentini il momento di fare una stretta alleanza con lui. Se aspettavano che egli si fosse "rimpiastrato cogli Orsini," tornavano i medesimi rispetti e le stesse difficolt di prima. Bisognava quindi dichiararsi e venire subito ai patti. Il Machiavelli dov rispondere che avrebbe scritto a Firenze, il che subito annoi per modo il Duca, che non volle aggiungere altro, quando fu pregato che determinasse in qualche modo, che specie d'accordo voleva. "E non ostante che io gli entrassi sotto, per trarre da lui qualche particolare, sempre gir largo."(532)
Il giorno 9, quello in cui i ribelli firmarono i patti alla Magione, il Duca chiam il Machiavelli, colmandolo di tali gentilezze, che questi diceva di non saper come fare a descriverle. Gli fece sentire alcune lettere favorevoli, venute di Francia, volendo che leggesse la firma al Machiavelli gi nota, e insisteva da capo sulla necessit di pronti accordi. "Si vede chiaro," concludeva il Machiavelli, dopo aver dato molti altri ragguagli, "che il Duca  pronto ora ad ogni mercato; ma sarebbe necessario mandare un ambasciatore con patti definiti e precisi."(533) Il segretario e gli agenti del Duca gli ripetevano le medesime cose, stringendolo da ogni lato. Arrivava intanto la nuova della rotta data a don Ugo e don Micheletto dagli Orsini e Vitelli, ed il Machiavelli trovava una difficolt grandissima a conoscerne i particolari, "perch in questa Corte tutto si governa con un segreto mirabile, e le cose che sono da tacere non si dicono mai." Il Duca, sempre impenetrabile, affettava un sommo disprezzo pe' suoi nemici e pel numero delle genti d'arme, che pretendevano di avere, dicendo, che facevano bene a chiamarle "uomini d'arme in bianco, che vuol dire in nulla." Vitellozzo fra gli altri non s'era mai visto fare "una cosa da uomo di cuore, scusandosi col mal francioso. Solo  buono a guastare i paesi che non hanno difesa, e a rubare chi non gli mostra il volto, e a fare di questi tradimenti." In ci dire si diffuse assai, "parlando cos pianamente senza mostrarsi punto alterato."(534) Il pericolo lo aveva reso pi mite, ed il Machiavelli pot allora ottenere il salvocondotto pei mercanti fiorentini, che mand subito ai Dieci,(535) aggiungendo sempre tutte le notizie che poteva raccogliere.
Il 23 ottobre ebbe un'altra lunga conferenza col Duca, che gli lesse una lettera assai amichevole del Re di Francia, aggiungendo che le lance francesi erano per arrivare subito, e cos i fanti forestieri. Poi parl con grandissimo sdegno del tradimento degli Orsini, i quali ragionavano d'accordo. "Ora fanno," egli disse, "gli amici, e scrivonmi buone lettere. Oggi deve venire a trovarmi il signor Paolo, domani il Cardinale, e cos mi scoccoveggiano a loro modo. Io dall'altro canto temporeggio, porgo orecchio ad ogni cosa, ed aspetto il tempo mio." E torn a ripetere, che i Fiorentini avrebbero dovuto fare con lui amicizia esplicita.(536) Era sempre la stessa conclusione, alla quale l'oratore non poteva mai dare risposta. A tutto ci s'aggiungeva, per crescere la sua confusione, che egli non riusciva a capire qual risultato potessero avere gli accordi iniziati coi ribelli. Il 27 ottobre arrivava Paolo Orsini, travestito da corriere, per trattare; "ma quale animo sia ora quello del Duca, io non lo giudicherei: non vedo come egli possa perdonare l'offesa, n come gli Orsini possano lasciare la paura."(537) Il segretario Agapito lo avvertiva che non si era anche concluso nulla, perch il Duca voleva nei patti aggiungere una clausola, "la quale, se  accettata, gli apre una finestra, se ricusata, una porta per uscire di questi capitoli, dei quali infino alli putti se ne debbono ridere."(538) Altri agenti tornavano a ripetergli, che quello era il momento per Firenze di stringere amicizia col Duca, dandogli la condotta promessa, senza perdere un tempo prezioso. "Quanto agli accordi coi ribelli, dicevano, non erano anche conclusi, e in ogni caso non doveva darsene pensiero, perch dove  uomini  modo. Una parte sola degli Orsini sar salva; ma di Vitellozzo, che  il vero nemico di Firenze, il Duca non vuol neppure sentir parlare, per essere un serpente avvelenato, il fuoco di Toscana e d'Italia."(539)
Finalmente i capitoli dell'accordo furono conclusi colla data del 28 ottobre, firmati dal Duca e da Paolo Orsini; ed il Machiavelli con la lettera del 10 novembre ne mandava ai Dieci una copia ottenuta segretamente.(540) Si giurava pace e lega offensiva e difensiva tra il Duca e i ribelli, con l'obbligo di rimettere in obbedienza Urbino e Camerino. Il Duca prometteva tenere ai suoi stipendi gli Orsini ed i Vitelli, come prima, con questo che essi non erano obbligati a stare in campo pi d'uno alla volta, ed il Cardinale non era tenuto a stare in Roma se non quando a lui piacesse. Il Papa avrebbe, come fece, confermato i capitoli. Quanto al Bentivoglio, non venne incluso in questi patti, e ci perch, avendo la protezione di Francia, non sarebbe stato possibile ai Borgia violarli. Era chiara la diffidenza con cui veniva da una parte e dall'altra fatto l'accordo, n si pu capire come mai gli Orsini ed i Vitelli si lasciassero cos miseramente tirare nella rete, se non fosse che l'aiuto delle lance francesi al Duca li aveva atterriti, e la mancanza di danaro rendeva loro impossibile continuare la guerra con un avversario potente, sostenuto dal Papa e dalla Francia. Speravano prendere tempo, per tornare da capo alle cospirazioni; ma il Duca era in sull'avviso, e sebbene circondato da molti nemici, doveva riuscirgli facile sbrancarne qualcuno, e indebolirli, cosa che non potevano essi, avendo da fare con un uomo solo.(541) Il Machiavelli descriveva ai Dieci con la pi grande evidenza, passo per passo, tutto il procedere di questi eventi; e quando il d 11 novembre essi si dolevano con lui di non avere per otto giorni ricevuto alcuna sua lettera(542) rispondeva: "Le SS. VV. mi abbino per scusato, e pensino che le cose non s'indovinano, e intendino che si ha a fare qui con un principe che si governa da s, e che chi non vuole scrivere ghiribizzi e sogni, bisogna che riscontri le cose, e nel riscontrarle va tempo, e io m'ingegno di spenderlo e non lo gittare via."(543) Egli infatti osserva, esamina, studia il dramma che si svolge sotto i suoi occhi, con tutto l'ardore di chi, con uno spirito ed un metodo scientifico, va dietro alla ricerca del vero. Qualche volta par proprio di vedere un anatomico che sezioni un cadavere, nel quale  sicuro di scoprire il germe d'un male ignoto. Racconta con una fedelt ed una evidenza non mai uguagliata, ed il suo stile acquista un vigore, una originalit, di cui la prosa moderna non aveva ancora dato esempio. Qui, sotto i nostri occhi, si cominciano a formare ed a formulare le dottrine politiche, il rigore metodico, e si manifesta finalmente tutta quanta l'eloquenza, di cui  capace il Machiavelli.
Eppure, strano a dirsi, egli era scontentissimo, e chiedeva ogni giorno con maggiore insistenza d'essere richiamato. Alcune ragioni di questa sua scontentezza le abbiamo gi notate. Di natura irrequieto, non gli piaceva il restar lungamente fermo in un luogo;(544) in questa come in tutte le sue legazioni non trovava modo di vivere con quel poco che la Repubblica gli dava, e non volendo, come altri facevano, starsene a spese del Duca nella Corte, n mancare in nulla alla dignit del proprio grado, gli toccava spendere e far debiti. La moglie, trovandosi, appena sposata, priva del marito, che le aveva promesso di rimanere assente soli otto giorni, ed invece non tornava e di rado le scriveva, lasciandola anche in domestiche strettezze, era ogni giorno nella cancelleria a chiedere nuove di lui, a dolersi, a strepitare col Buonaccorsi e cogli altri amici, che di continuo gli scrivevano di ci.(545) A queste ragioni se ne aggiungevano per altre, anche di maggior peso per lui. Era certo un ufficio penosissimo stare a temporeggiar col Duca, senza nulla poter concludere, trovarlo ogni giorno pi impaziente, e sentirsi con derisione ripetere dagli agenti di lui, "che chi aspetta tempo ed hallo, cerca miglior pane che di grano."(546) A concludere ci voleva in ogni modo un ambasciatore, che venisse con proposte chiare e decise. Era stato, secondo lui, un errore mandarne uno a Roma invece che ad Imola, perch dell'accordo doveva contentarsi il Duca e non il Papa, il quale non avrebbe mai potuto disfare ci che il Duca faceva, mentre l'opposto poteva facilmente seguire.(547) Ma sebbene, per queste inquietudini e travagli, la sua stessa salute ne soffrisse, ed egli se ne dolesse, i suoi lamenti non approdavano a nulla,(548) avendo i Fiorentini assai buone ragioni per voler temporeggiare.
N dei Borgia, n degli Orsini e Vitelli potevasi la Repubblica in modo alcuno fidare, perch gli accordi fatti con essi valevano solo finch tornava loro il conto. La base della sua politica in Italia era l'alleanza colla Francia, non certo sicura, ma non cos mal fida come quella dei Borgia. A questi dunque non si volevano dare che parole, e per un ambasciatore poteva bene mandarsi per ossequio al Papa, ma non al Duca che voleva subito stringere. Per inviarlo anche a lui, era necessario aspettare avvisi ed istruzioni di Francia. Questo i Dieci scrivevano di continuo al Machiavelli, che non se ne contentava, giacch la sua condizione restava sempre la stessa. Da un altro lato a Firenze v'era bisogno grandissimo d'informazioni esatte sui movimenti non solo, ma ancora sulle intenzioni del Duca, e per questo verso la importanza delle lettere del Machiavelli era ormai cos universalmente riconosciuta da tutti, che nessuno voleva sentir parlare di richiamarlo, non potendosi trovare uomo pi di lui adatto al suo ufficio presente. Niccol Valori gli scriveva il 21 ottobre: "E veramente queste due ultime (lettere) ci avete mandate, v' suto tanto nervo, e vi si mostra s buono iudicio vostro, che non le potrebbano essere sute pi aprovate. Ed in spezie ne parlai a lungo a Piero Soderini, che non iudica si possa a nessun modo rimuovervi di cost."(549) Pi tardi gli scrissero il Buonaccorsi, Marcello Virgilio ed il Gonfaloniere stesso, ripetendogli che non era possibile richiamarlo, perch bisognava pure che uno stsse presso il Valentino, e pi adatto di lui non si sapeva trovarlo.(550) Il Gonfaloniere e i Dieci aggiungevano a ci l'invio di 25 ducati d'oro e 16 braccia di damasco, i primi affinch egli si potesse mantenere pi convenientemente col, il drappo per donativi da farsi.(551)
Ma a tutte le ragioni sinora accennate del suo scontento, bisogna aggiungerne un'altra. Sebbene il Machiavelli trovasse grandissima materia di studio nell'osservare le azioni del Valentino e di coloro che lo circondavano,(552) pure, per quanto egli astraesse la politica dalla morale, e non avesse una coscienza troppo tenera e troppo scrupolosa nelle faccende di Stato, il vivere in mezzo a una rete cos continua e fitta d'infamie; fra uomini cos pieni di delitti, cos pronti al tradimento ed al sangue, i quali tutti non rispettavano altro che la forza, senza potere egli n impedire, n moderare le loro azioni in modo alcuno, era pi assai di ci che la sua indole potesse comportare. Non c' un'opinione pi erronea di quella di coloro i quali vollero supporre, che in questo momento le azioni del Valentino fossero consigliate e guidate dal Machiavelli.(553) Da tutte le lettere che questi scrisse, si vede chiaro come egli durasse invece una gran fatica a scoprire le intenzioni e i segreti disegni del Duca, assai spesso non riuscendovi e restando al buio di tutto. Il Duca non aveva bisogno dei consigli del Segretario fiorentino, di cui qualche volta sembrava quasi prendersi gioco. Il Machiavelli non era punto sanguinario e crudele, anzi quando si trovava proprio in presenza ed in contatto del male, anche per mitezza d'indole ne rifuggiva. Pi volte, difatti, in questa legazione cadono dalla sua penna parole che, sotto l'apparente cinismo, tradiscono un certo angoscioso terrore. Ed allora, per allontanarsi dal tristo spettacolo, scriveva lettere oscene e facete ai compagni d'ufficio, i quali rispondevano che, leggendole, smascellavano dalle risa,(554) e poi gli raccontavano a loro volta i pettegolezzi e le baruffe seguite nella cancelleria, dove in sua assenza il disordine era sempre grande, o pure i loro straviz e le loro oscenit. Altra volta, stanco di tutto ci, si chiudeva in s stesso a meditare sugli antichi scrittori, e lo vediamo chiedere con febbrile insistenza le Vite di Plutarco al suo Buonaccorsi, cui ricorreva di continuo per libri, per danari e per mille altre faccende, trovandolo sempre pronto e servizievole. Questi in una lettera del 21 ottobre gli scriveva: "Habbiamo fatto cercare delle Vite di Plutarco, e non se ne truova in Firenze da vendere. Abbiate pazienza, che bisogna scrivere a Venezia; ed a dirvi il vero, voi siete lo 'nfracida a chiedere tante cose."(555) Singolare spettacolo  questo del Machiavelli che, contemplando gli eroi di Plutarco da un lato e le azioni del Valentino dall'altro, comincia a creare quella scienza politica che deve fondarsi sulla storia del passato e sull'esperienza del presente. La scolastica aveva cercato le origini prime e la base della societ umana, partendo dal concetto di Dio e del Sommo Bene, perdendosi in considerazioni che non avevano nessun valore nella pratica della vita. Lo stesso Dante Alighieri non s'era potuto nella sua Monarchia liberare dalle troppo artificiali e astratte teorie. Il Machiavelli non aveva n tempo, n opportunit, n voglia da ci. Trovandosi dinanzi alla realt delle cose, indagava secondo quali leggi seguivano i fatti umani, per cavarne precetti utili a governare gli uomini. Voleva sapere donde tragga la sua forza l'uomo di Stato, e come debba adoperarla per ottenere il fine propostosi, e quando non rispondevano i moderni, interrogava gli antichi.
Intanto gli riusciva sempre pi difficile vedere il Duca, il quale, quando lo riceveva, tornava sempre sulla necessit di stringere alleanza, di confermargli la condotta gi stipulata, e quando sentiva nuove proteste d'amicizia, senza che si venisse a proposte determinate, prorompeva sdegnato: "ecco che qui non si stringe nulla."(556) Pure di tanto in tanto lo chiamava e cercava di scoprire terreno, sotto colore di far nuove confidenze. Un giorno gli disse che Giovan Paolo Baglioni aveva nel passato chiesto una lettera, con cui gli si ordinasse di seguire Vitellozzo, per aiutarlo a rimettere i Medici in Firenze, ed egli l'aveva scritta. "Ora non so," segu egli, guardando a un tratto il Machiavelli, "se se ne sar fatto bello, per darmi carico." Al che questi rispose di non averne notizia.(557) Un altro giorno cominci con molta gravit a confidargli, come Paolo Orsini dicesse d'avere allora appunto avuto dai Fiorentini offerta d'una condotta, per andare al campo di Pisa, offerta che fu ricusata. Al che il Machiavelli chiese se l'Orsini aveva pronunziato il nome di chi gli port l'offerta, o fatto vedere le lettere, e se aveva mai detto buge. Il Duca, accorgendosi che il Segretario non cadeva nella rete, rispose che l'Orsini non aveva detto i nomi, n mostrato le lettere; ma che delle buge gliene aveva dette assai. "E cos si risolv questa cosa ridendo, nonostante che nel principio lui ne parlasse turbato, mostrando di crederla e che la gli dolesse."(558) Raccont poi d'un segreto accordo fatto dai Veneziani in Rimini, per mezzo d'un Veneto che abitava col, aggiungendo che egli, "per l'onor loro, lo aveva fatto impiccare." Dato questo avvertimento, come di passaggio, venne a parlare della espugnazione di Pisa, ed osserv che sarebbe la pi gloriosa impresa che potesse fare un capitano. "Di qui salt in Lucca, dicendo che era la pi ricca terra, e che era un boccone da ghiotti. Poi aggiunse che se egli, Firenze e Ferrara fossero d'accordo, non avrebbero avuto a temere di nulla."(559) Pareva proprio il gatto che volesse pigliarsi gioco del topo, se non che il topo era Niccol Machiavelli.
In questo mezzo le trattative gi iniziate continuavano, per tirarvi dentro quanti pi si poteva. Vitellozzo era ancora resto e temporeggiava, sicch di lui parlavasi con grande sdegno nella Corte. "Questo traditore ci ha data una coltellata, e ora crede guarirla con le parole."(560) Pure anch'egli fu preso finalmente al laccio. Tutto essendo ormai concluso, il Duca d'Urbino si trov da capo abbandonato; laonde dov subito pensare ai casi suoi, e quindi, demolite alcune delle fortezze, altre lasciate in mano di gente fida, se ne fugg sopra una muletta, piangendo, ed era fatto cercare a morte, con furore indescrivibile, dal Papa e dal Valentino. L'angoscia e la fatica furono tali, che a Castel Durante si svenne. Pure riusc a salvarsi.(561) Nel suo Stato fu dal Borgia mandato ad amministrare giustizia Antonio da San Savino, il quale procedette con qualche moderazione; in Romagna invece adempiva lo stesso ufficio, con crudelt inaudita, un tal messer Ramiro.(562) Nel medesimo tempo il Valentino partiva con l'esercito per Forl; il Machiavelli lo seguiva, ed il 14 dicembre scriveva da Cesena, pieno d'incertezza, che tutti erano sospesi, vedendo che non licenziava neppure una lancia: e per, sebbene ci fosse l'accordo, il passato faceva giudicare dell'avvenire, e costringeva a creder che volesse ora assicurarsi de' suoi nemici. Tornava poi sulla necessit di concludere accordo per mezzo di un ambasciatore, e chiedeva nuovamente d'essere richiamato.(563) Ma la Repubblica meno che mai lo ascoltava ora che le cose si avvicinavano ad una soluzione, e che la Francia faceva capire di non voler pi lasciare la briglia sciolta ai Borgia.
Infatti le 450 lance francesi, che avevano dato al Duca tanta riputazione, furono a un tratto richiamate, e partirono il 22 dicembre: cosa, scriveva il Machiavelli, che ha mandato il cervello sossopra a questa Corte....; e "ognuno fa sua castellucci." La ragione di cos subito mutamento non si capiva allora, e le conseguenze di un tal procedere non si potevano prevedere.(564) Certo  per, che questo fatto, l'essere ancora tutte le fortezze d'Urbino o smantellate o tenute sempre in nome di Guidobaldo, il non aversi n potersi avere nessuna fiducia negli accordi conclusi, "avevano subito tolto met delle forze e due terzi della riputazione al Duca."(565) Pure le sue artiglierie andavano innanzi, come se nulla fosse. Mille Svizzeri erano arrivati a Faenza, altri 1500 ne aveva gi tra Svizzeri e Guasconi. Nessuno sapeva indovinare lo scopo di tali mosse, tutto era mistero, perch "questo signore non comunica mai cosa alcuna, se non quando e' la commette, e commettela quando la necessit strigne, e in sul fatto e non altrimenti; donde io prego VV. SS. mi scusino, n m'imputino a negligenza, quando io non satisfaccia alle SS. VV. con gli avvisi, perch il pi delle volte io non satisfo etiam a me medesimo."(566) E ad accrescere il mistero seguiva, in quei giorni appunto, un caso strano. Messer Rimino o Ramiro, il fidato strumento del Duca in Romagna, autore delle pi nefande crudelt per sottomettere quel paese, da cui era perci odiatissimo, arrivato da Pesaro in Cesena, fu, con generale maraviglia di tutti, preso il 22 dicembre e messo in fondo d'una torre.(567) Dopo quattro giorni il Machiavelli scriveva ai Dieci: "Messer Rimino questa mattina  stato trovato in dua pezzi, in sulla piazza dove  ancora, e tutto questo popolo lo ha possuto vedere: non si sa bene la cagione della sua morte, se non che li  piaciuto cos al principe, il quale mostra di saper fare e disfare gli uomini a sua posta, secondo i meriti loro."(568)
Ma ora le cose procedevano rapidamente al loro fine; tutto era diretto alla presa di Sinigaglia. Questa terra, fino dai tempi di Sisto IV appartenuta a Giovanni della Rovere, marito di Giovanna sorella di Guidobaldo d'Urbino, era per la morte di quel Signore, pervenuta nel 1501 al figlio suo Francesco Maria, di anni 11, che Alessandro VI nomin prefetto di Roma, come era stato il padre. Nella sua prima fuga Guidobaldo aveva menato seco il nipote, che trovavasi ora di nuovo in Sinigaglia con la madre, la quale governava pel figlio, aiutata dai consigli del celebre Andrea Doria tutore di lui, ed era chiamata la prefettessa. Vedendo che l'esercito del Valentino s'avvicinava in gran fretta, e innanzi a lui erano gi le genti di Vitellozzo e degli Orsini, disposte ad assalir la citt, il Doria salv la madre ed il figlio alle sue cure affidati, e poi, ordinato ai suoi di difendere la fortezza pi che potevano, se n'and egli stesso a Firenze.(569) Il 29 dicembre, il Machiavelli scriveva da Pesaro una lettera che and smarrita, nella quale narrava minutamente ci che compendi poi in altre, cio come Vitellozzo e gli Orsini erano entrati in Sinigaglia, e come il Duca, avutone notizia, ordin subito che ponessero le loro genti nel borgo, fuori delle mura, e s'avanz col suo esercito verso la terra, in cui entr la mattina del 31. Primo a farglisi incontro fu Vitellozzo, colui appunto che pi di tutti aveva resistito all'accordo, il quale, sapendo d'essere perci il pi odiato, veniva sopra una muletta, disarmato, dimesso, con la berretta in mano. Seguivano il duca di Gravina, Paolo Orsini, Oliverotto da Fermo, e tutti quattro accompagnarono il Duca per le vie della citt, nella casa in cui alloggi. Egli che gi aveva fatto cenno a chi doveva guardarli, entrato che fu con essi in una stanza, li fece subito prendere prigioni; dette ordine che fossero svaligiate le loro fanterie nel borgo, ed invi una met del suo esercito per fare lo stesso alle genti d'arme, che erano alloggiate nelle vicine castella, a sei o sette miglia da Sinigaglia. Quel medesimo giorno il Machiavelli dava immediata notizia del fatto ai Dieci, aggiungendo: "La terra va tuttavia a sacco, e siamo a ore 23. Sono in un travaglio grandissimo; non so se i' mi potr spedire la lettera, per non avere chi venga. Scriver a lungo per altra; e secondo la mia opinione, non fieno vivi domattina."(570)
Un'altra lettera, pi lunga e pi importante assai, scritta quel medesimo giorno, and perduta. Abbiamo per quella del primo di gennaio 1503, in cui egli racconta come verso un'ora della notte innanzi era stato chiamato dal Duca, il quale "colla miglior cera del mondo si rallegr meco di questo successo, aggiungendo parole savie e affezionatissime sopra modo verso cotesta Citt. Disse che questo era il servigio che aveva promesso di rendervi a tempo opportuno. E come aveva dichiarato, che vi offrirebbe la sua amicizia con istanza tanto maggiore, quanto pi fosse stato sicuro di s, cos ora teneva la promessa; e venne esponendo tutte le ragioni che l'inducono a desiderare questa amicizia, con parole che mi fecero restare ammirato. M'invit ancora a scrivervi che, avendo spento i capitali nemici suoi, di Firenze e di Francia, e levata quella zizzania che minacciava guastare l'Italia, dovevate dargli segno manifesto d'amicizia, col mandar gente verso Perugia dove s'avviava ora, e col ritenere per lui il duca Guidobaldo, se nella sua nuova fuga entrasse in Toscana.  seguto poi che questa notte passata, a ore dieci, fece strangolare Vitellozzo e messer Oliverotto da Fermo;"(571) "gli altri due sono rimasi ancora vivi, credesi, per vedere se il Papa ar avuti nelle mani il cardinale(572) e gli altri che erano a Roma, che si crede di s, e dipoi ne delibereranno tutti di bella brigata." La rcca s'era gi arresa; l'esercito era partito quel giorno stesso alla volta di Perugia, per continuare verso Siena; il Machiavelli lo seguiva, ed essendo inverno, erano grandissimi gli stenti dei soldati e di chiunque andava con essi.(573)
Il disordine, il trambusto divennero universali, ed all'avvicinarsi del Duca tutti i piccoli tiranni del paese fuggivano come dinanzi all'idra.(574) Ben si pu credere che, in tanta confusione, corrieri per portar le lettere non se ne trovassero, o non fossero sicuri, e per non poche di quelle scritte allora dal Machiavelli andarono perdute. Il 4 gennaio 1503, egli avvis che le genti vitellesche ed orsine erano riuscite a scampare. Intanto s'andava innanzi, e i Baglioni fuggivano da Perugia, che il giorno 6 si arrese. Le loro sorelle, arrivate al confine, donde il Commissario fiorentino Piero Ardinghelli aveva, per gli ordini ricevuti, respinto tutti i profughi, vestirono due figlie giovinette da uomo, abbandonandole per forza alla compassione di lui, piuttosto che vederle cadere nelle mani dei nemici. Sicch quegli scriveva il 19 gennaio al gonfaloniere Soderini: "Ora io non ho potuto far che la piet di questa fortuna, di questa et non mi abbia commosso.... Ho eletto scriverne in proprio all'E. V., per intendere se le persone sole delle quattro donne o almeno le due pulzelle io possi qui receptare.... Quando non fussi contro la pubblica intenzione, io che naturalmente ho compassione agli afflitti, me ne terr obbligatissimo."(575) E gli fu permesso.
Il giorno 8 Niccol Machiavelli scriveva da Assisi, che tutti si maravigliavano come ancora non fosse venuto da Firenze alcuno a congratularsi col Duca, il quale ripeteva d'avere cogli ultimi fatti reso gran servigio alla Repubblica, perch "alle SS. VV. sarebbe costo lo spegnere Vitellozzo e gli Orsini dugento mila ducati, e poi non sarebbe riuscito loro s netto." E intanto continuava il suo cammino, procedendo sempre "con una fortuna inaudita, un animo e una speranza pi che umana,"(576) risoluto a cacciare di Siena il tiranno Pandolfo Petrucci, e, potendo, anche impadronirsi della sua persona, al qual fine il Papa cercava "addormentarlo coi Brevi," perch  bene, diceva il Duca, "ingannare costoro che sono suti li maestri dei tradimenti." Non si attentava d'impadronirsi della citt stessa, non permettendolo la Francia; ma quanto a Pandolfo, che era stato "il cervello" dei congiurati, voleva levarlo di mezzo.(577)
Il 13 gennaio si trovavano a Castello della Pieve, ed essendo finalmente per arrivare il nuovo ambasciatore fiorentino, Iacopo Salviati, il Machiavelli s'apparecchiava a partire, come fece poi il 20. Ma prima, per sopperire alle molte lettere perdute, si pose a scriverne una che riepiloga tutti i fatti seguti, della quale sfortunatamente non abbiamo che il primo foglio. In essa egli incomincia con grandissima cura ed amore a fare un quadro generale dell'impresa che, sin dalle prime parole, dichiara veramente "rara e memorabile." Non accenna nel Duca alcun disegno premeditato di tradire, ma piuttosto un animo risoluto a vendicarsi in tempo, quando s'avvide che, per la partenza delle lance francesi, volevano tradirlo. Descrive la somma accortezza che egli us per tener celato agli Orsini ed ai Vitelli il numero delle genti che ancora gli rimanevano, facendole credere minori che non erano. Con uguale ammirazione descrive minutamente gli ordini dati per dividere in piccoli drappelli tutto l'esercito, e condurlo poi unito a Sinigaglia, in modo da arrivare inaspettato con forze preponderanti, trovando disseminate lungi dalla citt quelle dei falsi amici, i quali cos non avrebbero potuto disobbedirgli, senza scoprirsi traditori prima del tempo. Ma appunto quando si  per descrivere l'entrata in Sinigaglia, finisce il brano di questa lettera,(578) in cui lo scrittore, cercando pure di restar fedele alla verit storica, sembra quasi esaltarsi a descrivere un eroe, cosa di cui qualche rimprovero gli era stato gi fatto da Firenze, come apparisce dalle lettere stesse del Buonaccorsi.(579)
Il Machiavelli trovavasi ancora il giorno 18 gennaio a Castello della Pieve, quando il Valentino, ricevuta la notizia lungamente aspettata, che il Papa aveva cio preso prigioniero il cardinale Orsini e gli altri in Roma, fece strangolare anche Paolo e il duca di Gravina Orsini, che aveva menati seco da Sinigaglia, sotto buona guardia. Il Duca procedette saccheggiando le terre del Senese, e minacciando di assalire la citt stessa, se non ne cacciavano subito il Petrucci; ma si content poi di lasciarlo partire, quando questi chiese un salvocondotto, perch la Francia gli vietava d'assalire la terra, ed il Papa lo chiamava in fretta a Roma. Ci per altro non imped punto che, dopo avergli concesso il salvocondotto e raccomandatolo con lettera ai Lucchesi, gli mandasse dietro cinquanta uomini armati, per averlo, morto o vivo, nelle mani. E veramente il tiranno di Siena scamp questa volta per miracolo. Il 28 gennaio, infatti, aveva lasciato la sua citt, e fuggiva pi che in fretta con Giovan Paolo Baglioni verso Lucca, perch, sebbene non sapessero di essere inseguiti, pure nessuno si fidava dei Borgia. E gli sgherri erano sul punto di raggiungerlo, se non che, durando sempre la guerra tra Firenze e Pisa, il commissario fiorentino, ignaro di tutto, non volle permettere che uomini armati corressero liberamente un paese guerreggiato, e li ferm chiedendo istruzioni a Firenze. Questo bast perch la desiderata preda avesse il tempo necessario a sfuggire dagli artigli avvelenati del Duca. Ed egli dovette ora finalmente decidersi ad andar subito verso Roma, chiamatovi con febbrile istanza dal Papa, il quale non si sentiva punto sicuro, essendo la Campagna piena d'armati che lo minacciavano. La Francia da un altro lato aveva di nuovo e severamente vietato che si procedesse oltre nelle conquiste.
Mentre in Romagna e nell'Italia centrale vediamo il Duca, e Niccol Machiavelli che con tanta evidenza ci fa assistere a tutto quello che seguiva col; a Roma possiamo osservare il rovescio, non meno tragico, della medaglia. Ivi si trovavano di fronte il Papa, che sapeva dominarsi assai meno del figlio, e Antonio Giustinian che, senza avere n l'ingegno n la cultura del Machiavelli, aveva assai maggiore autorit, maggiore esperienza del mondo, straordinaria conoscenza degli uomini, e, come ambasciatore veneto, molti mezzi che mancavano al Segretario fiorentino, per conoscere il segreto delle cose. Fin dal 6 agosto egli aveva scritto al Doge, che Vitellozzo andava "scantonando" il Duca, e che tutto faceva prevedere che questi ed il Papa fossero decisi a "mozzar le ali" agli Orsini. Quando vennero le nuove della ribellione, e della rotta di don Ugo e don Micheletto, il Papa si scagli in Concistoro con un furore forsennato contro gli Orsini, ma poi subito, a poco a poco, abbass la voce in modo da mostrarsi, scrive l'oratore, quasi umile ed avvilito. Alle prime notizie dei favori di Francia la sua gioia era di nuovo tale, che i cardinali sogghignavano fra loro, vedendo che il Santo Padre sapeva cos poco frenarsi.(580) Cominciarono poi le trattative per gli accordi, e subito l'ambasciatore veneto, senza avere i dubbi e le incertezze del fiorentino, notava che erano condotti in modo da non farvi entrare di mezzo persone potenti, per non trovare poi ostacoli a violarli, venendo al sangue.(581)
Intanto non si perdeva tempo. Il Papa confessava d'avere in pochi giorni mandato al Duca 36,000 ducati;(582) e raccoglieva artiglierie, armava come se i nemici fossero alle porte, pigliando danari "cus da amici come da nemici, non avendo respetto che sieno n Orsini, n Colonnesi: e fa come chi se aniega, che se attacca alle frasche."(583) Senza punto occuparsi di cercare i princip o teorie d'una nuova scienza dello Stato, il Giustinian era, quanto e pi del Machiavelli, intento a dare una fotografia di quel che vedeva; e sin dai primi di novembre, notando che la mala fede grandissima con cui procedevano gli accordi, traspariva dalle parole stesse del Papa, le riferiva al Doge de verbo ad verbum, aggiungendo: "E se possibile fosse, vora depenzerli la cosa inanti li occhi, perch el modo fa molte fiate vegnir li uomini in cognizion dell'intrinseco pi che le parole:" ognuno  persuaso che sia un finto accordo.(584) Infatti quando si lessero i nomi degli Orsini che lo avevano firmato, il Papa disse ridendo all'ambasciatore fiorentino: "Non vi pare che questa sia una compagnia di tristi e di falliti? Non vedete dai patti, come diffidano e si confessano traditori, non escluso il cardinale stesso, che ci fa l'amico, e intanto vuol mettere per condizione di stare a Roma solo quando gli pare?" Al quale proposito, il Giustinian scriveva: Gli Orsini possono essere ben certi d'aver preso il "tossego a termene."(585) Nessuno invero capiva la cecit loro, massime del cardinale, che era sempre intorno al Papa, quasi volesse da s medesimo entrare nella rete.
A misura che Alessandro VI credeva pi vicini e sicuri i nuovi trionfi del Duca in Romagna, faceva ogni opera per cattivarsi l'amicizia della repubblica veneziana. Egli chiamava a parte l'ambasciatore, ed incrociando le braccia, stringendole al petto, deplorava che la gelosia dei governi d'Italia avesse dato il paese in mano a stranieri, che stavano con la bocca aperta per pigliarsi il resto. "Finora ci ha salvati solo la gelosia tra Francia e Spagna, altrimenti saremmo gi rovinati. Ma non vi pensate esser figli dell'oca bianca. Ce ne sarebbe stato anche per voi. Noi siamo vecchi e dobbiamo pensare alla nostra posterit, onde non possiamo sperare in altri che nella serenissima Repubblica, che  eterna. Per amor di Dio, uniamoci insieme e provvediamo alla salute d'Italia. Sapete che cosa si dice? Che volete esser troppo sav. Contentatevi d'esser sav e lasciate quel troppo. E nel dir queste cose (aggiunge l'ambasciatore) pareva quasi gli si aprisse il petto, e che le parole gli uscissero dal core e non dalla bocca."(586) Ma chi poteva prestar fede ai Borgia? E per gli disse in risposta brevissime parole; "e solum rengraziai la Santit Sua del bon volere dimostrato verso la Eccellentissima Signoria Vostra." Del resto neppur Venezia era allora capace di seguire una politica veramente nazionale, e tale da cavar partito dalle giuste idee che, per suo proprio interesse e per fini malamente mascherati, esponeva il Papa, pronto il giorno dopo a fare il contrario di quel che con tanta passione diceva allora.
Comunque sia di ci, il 24 novembre, quando il Machiavelli in Romagna era ancora al buio dei disegni del Valentino, e invano si stillava il cervello, il Giustinian scriveva da Roma: "La prima botta sar a Sinigaglia, per impedire che la Prefettessa aiuti il duca d'Urbino, che il Papa ha una passione sfrenata d'aver nelle mani."(587) Raccoglieva e mandava di continuo danari al figlio, che spendeva da 1000 ducati al giorno,(588) e s'aiutava perci col saccheggiare e rubare. Aspettava con straordinaria impazienza le nuove dei progressi di lui, a segno tale che quando lo seppe per qualche tempo fermo a Cesena, andava gridando, fuori di s per la stizza: Non sappiamo che diavolo stia a fare col; gli abbiamo scritto che si spicci in sua buon'ora. E ad alta voce, per ben tre volte ripeteva, s che tutti l'udirono: "Al fio de putta bastardo!" e simili parole e bestemmie in spagnuolo.(589) Per riposarsi poi da questi pensieri, e deviare la pubblica attenzione da' suoi segreti maneggi, promuoveva in Roma feste e mascherate popolari, che percorrevano le strade, e divenivano pi oscene, quando arrivavano sotto le sue finestre, donde egli guardava ridendo il suo solito riso di vecchio dissoluto.(590) La sera la passava in Vaticano, continuando spesso fino a giorno "ne li consueti solazzi," non mancandovi mai le solite belle donne, senza le quali "non se ne fa festa che diletti," e giocavansi qualche volta centinaia di ducati. A questi sollazzi interveniva anche il cardinale Orsini, con maraviglia di tutta la Corte, la quale non capiva come egli si andasse cos da se stesso "intrapolando."(591)
Il 31 dicembre il Papa girava per le stanze del Vaticano, dicendo di non saper capire che cosa facesse il Duca, consumando invano mille ducati al giorno; ma poi non poteva celare il suo buon umore, e ridendo aggiungeva: "Vuol far sempre cose nuove, ha troppo grande animo." Ed i cardinali gli dicevano che stesse contento, perch il Duca sapeva spender con profitto il danaro. " - Noi tutti, essi aggiungevano, lo aspettiamo presto qui di ritorno per fare un bel carnevale. - Lo sappiamo bene, lo sappiamo, diceva il Papa, continuando a ridere, che voi non pensate ad altro. - " Era quello il giorno stesso, in cui Niccol Machiavelli annunziava ai Dieci la presa di Sinigaglia e dei nemici del Duca. Il giorno dipoi il Santo Padre, finita la messa, chiam gli ambasciatori presenti, e dtte loro la grande notizia, mostrandosi quasi maravigliato; ed aggiungeva che il Duca non perdonava mai a chi gli faceva ingiuria, e la vendetta non la lasciava ad altri, e minacci quelli che l'avevano offeso, ed in particolare Oliverotto, "el qual el Duca aveva giurato in ogni modo di appiccar con le soe proprie mane." I cardinali lo circondavano, e con var rallegramenti "li grattavan le orecchie,"(592) mentre che esso "entr in un gran cantar della virt e magnanimit del Duca." Poi si guardavano in viso, e stringendosi nelle spalle, pensavano a quello che presto sarebbe seguito."(593)
Infatti il giorno 3 di gennaio 1503, essendo arrivata al Papa, sebbene ancora tenuta segreta, la notizia certa che Oliverotto e Vitellozzo erano stati strangolati, egli fece in gran fretta chiamare in Vaticano il cardinale Orsini, che venne col Governatore e con Iacopo da Santa Croce, i quali pare avessero ordine d'accompagnarlo, sebbene fingessero di venir con lui a caso. Non era anche arrivato, che fu preso e messo, come tutti prevedevano, in Castel Sant'Angelo, per non uscirne mai pi vivo. La casa fu subito svaligiata, e la madre con due giovinette che le tenevano compagnia, cacciate senza poter portare seco altro che quello avevano in dosso. Le tre donne andaron raminghe per Roma, non trovando chi volesse riceverle, perch ognuno temeva. Seguirono senza indugi moltissimi altri arresti. L'auditor della Camera, vescovo di Cesena, fu portato via dal letto con la febbre, e la sua casa del pari svaligiata; lo stesso fu fatto al protonotario Andrea de Spiritibus,(594) e cos ad altri ed altri ancora. Chiunque aveva danari tremava per la sua vita, perch ora "non par che il Pontefice pensi ad altro che a recuperar denari. Si afferma che abbia, tra robe, uffic e benefic, raccolto non meno di 100,000 ducati; e dice che quel che  fatto  nulla a quello che far."(595) I Medici stessi a Roma erano assai sbigottiti, ed il vescovo di Chiusi mor di spavento. Quelli che fuggirono erano gi tanti, che il Papa cred necessario chiamare i Conservatori della Citt, per dir loro che ormai erano presi tutti quelli che avevano commesso male: attendessero dunque gli altri a fare un bel carnevale.(596) Ed egli stesso, pure continuando la sua opera di sterminio, pass i due mesi di gennaio e febbraio tra le feste carnevalesche. L'ambasciatore veneto, andato a parlargli d'affari, lo trov al balcone che rideva guardando il popolo mascherato buffoneggiare sotto le sue finestre.(597) Invitato poi a veglia una sera, lo trov che assisteva, dopo aver passato il giorno a veder correre palii, alla recita di commedie, delle quali fu sempre amantissimo, in presenza d'altri diplomatici, in mezzo ai cardinali, "alcuni con l'abito cardinalesco, ed alcuni anco da maschera, con quelle compagnie che soleno gradir al Pontefice, e qualcuna ne era a' piedi del Santo Padre."(598)
Il giorno che segu a quella festa, il cardinale Orsini spirava nella prigione di Castel Sant'Angelo, dove, secondo che tutti dicevano, era stato avvelenato. Invano i cardinali avevano supplicato per la sua vita, invano i parenti avevano offerto 25 mila ducati per salvarlo. La madre, cui prima era stato concesso di mandar cibo al figlio, e poi vietato, invi una donna amata dal cardinale, con l'offerta d'una grossa perla al Papa, che da pi tempo la desiderava, sperando cos di muoverlo a piet. Prese la perla, ma non fece la grazia. Solo concesse che si mandasse di nuovo il desinare. Allora per il cardinale cominciava a dar "segni di frenesia," e secondo la comune opinione, aveva gi bevuto alla tazza avvelenata: quasi per ironia si ordin poi ai medici lo curassero con ogni diligenza.(599) Il 15 si disse che lo avevano trovato con la febbre: il 22 era morto; il 24 quelli che lo avevano assistito furono chiamati a giurare che era stata morte naturale. Vennero poi, per ordine di Sua Santit, celebrate pubbliche esequie.(600)
Ed ora s'aspettava il Duca. Il cardinale d'Este era gi fuggito da Roma a tale annunzio, temendo per la propria vita. Tra le mille voci che correvano, dicevasi anche che egli amasse donna Sancia cognata del Duca, e da questo pure amata.(601) Quelli fra gli Orsini che erano avanzati alla strage, i Savelli, i Colonna, corsi alle armi, s'erano fortificati in Ceri, Bracciano, altrove, ed avevano il 23 gennaio assalito il ponte Nomentano. Sebbene fossero stati respinti, pure il Papa aveva armato il Palazzo; era fuori di s per la rabbia e la paura; andava gridando che voleva sradicar casa Orsini, e chiedeva al suo Duca, che non perdesse tempo, s'affrettasse a venire. Ed egli s'era avanzato, portando sterminio dovunque arrivava. A San Quirico, non trov che due vecchi e nove vecchie, essendo fuggiti tutti gli altri. Li fece sospendere per le braccia, ponendo il fuoco sotto i loro piedi, perch rivelassero dove erano nascosti i tesori; e non potendo n sapendo essi rispondere nulla, dovettero morire. Simili atrocit commise a Montefiascone, Acquapendente, Viterbo, ecc.(602) Ma quantunque tutto cedesse dinanzi a lui, e molti dei nemici si fossero ritirati, pure Ceri e Bracciano resistevano, non bastando a sottometterli le artiglierie mandate dal Papa, n il Duca osando secondarlo ora con troppo zelo, a cagione degli ordini ricevuti di Francia, dei quali l'altro non si curava punto. In questo modo le cose andarono per le lunghe; e per il Valentino, lasciati in una villa vicina 50 uomini armati, coi quali era venuto, entr il 26 febbraio in Roma, insieme con il cardinale Borgia, il cardinale d'Alibret e tre servitori, tutti in maschera. La sera assisteva mascherato alla rappresentazione d'una delle solite commedie in Vaticano, sebbene ognuno lo riconoscesse.(603)
Il Machiavelli intanto, con la fantasia esaltata, piena la mente di tutto quello che aveva veduto e sentito del Valentino e dei Borgia, era tornato a Firenze, dove continuava nella cancelleria a leggere ed a scriver lettere che parlavan di loro. Ma chi credesse che egli si fosse addirittura illuso nel giudicare il vero carattere del Papa e del figlio, dovrebbe rileggere la sua prima Legazione a Roma, ed il suo primo Decennale, per convincersi facilmente del contrario. In questo egli chiama il Duca uomo senza piet, ribellante a Cristo, l'idra, il basilisco, degno della pi trista fine, e parla in termini non molto diversi del Papa.(604) Pure fu, come dicemmo, accanto al Valentino, che nella sua mente sorse la prima volta e cominci a formularsi assai chiaro il pensiero, che doveva poi occupare tutta la sua vita, d'una scienza dello Stato, separata, indipendente da ogni concetto morale. In questa separazione egli credette di vedere l'unico mezzo per concepire chiaramente, e fondare su nuova base la vera arte di governare. Si trov in uno stato d'animo e di mente non molto diverso da quello di chi si fosse la prima volta messo a ricercare le leggi, secondo cui si aumenta o si diminuisce la ricchezza delle nazioni, ed avesse esaminato il fenomeno economico cos nel mercante, nell'industriale e nell'agricoltore che producono, come nel soldato che saccheggia, nel brigante e nel pirata che rubano. Da questa separazione, pi o meno astratta e forzata, di uno solo dei fenomeni sociali da tutti gli altri, cominci infatti la scienza economica a formarsi, ed a ci dovette cos il suo rapido progresso come anche alcuni di quegli errori che pi tardi cerc di correggere. E da una separazione non molto diversa partiva il Machiavelli, quando cominci ad esaminare, a studiare le azioni del Valentino: in esse l'assoluta distinzione della politica dalla morale non appariva come un'ipotesi o un'astrazione, perch era invece un fatto reale. Se non che, allora il Machiavelli riusciva solo a formulare alcune massime generali, senza innalzarsi ad un concepimento teoretico di princip, e molto meno poteva riuscire ad esser tanto sicuro del suo metodo, da tentar di raccoglierli in un corpo di dottrine. Le sue idee, quasi inconsapevolmente, lo conducevano piuttosto a formar nella sua mente un personaggio ideale, che rappresentava l'uomo politico, accorto, abile, audace, non trattenuto da nessuno scrupolo di coscienza, da nessuna autorit morale, pur di giungere, superando ogni ostacolo, anche attraverso il sangue ed i tradimenti, allo scopo che s'era prefisso. In sostanza, esaminando le azioni del Valentino, egli aveva finito col concepire un Valentino immaginario, al quale ritorn continuamente pi tardi.  la nota figura che cos spesso ricomparisce in mezzo alle considerazioni dei Discorsi e del Principe, come a ricordare la loro prima sorgente, ed a testimoniare di nuovo che l'autore ha cercato il fondamento della sua politica, non gi risalendo al Sommo Bene, o movendo da qualche metafisica astrazione, ma solo esaminando la realt della vita. Ad un simile impulso egli obbediva, quando pi tardi scrisse la Vita di Castruccio Castracani, la quale, come tutti sanno, non  storia, ma  invece un tentativo per cavare dalla storia il suo proprio ideale politico. Tutto questo ci spiega com'egli potesse tanto lodare e tanto biasimare il Valentino. Le lodi vanno generalmente al personaggio della sua mente, il biasimo a quello della storia. L'uno per non  cos diverso dall'altro, che non ci accada qualche volta di confonderli insieme, tanto pi che ci segue anche all'autore, trasportato come  da una fantasia, che spesso lo domina con forza tanto maggiore, quanto pi egli crede di ragionare a freddo. N  veramente raro il caso di vedere appunto gli uomini che pi riflettono e ponderano, cadere a un tratto in assoluta bala della propria immaginazione.
Qualunque del resto fosse lo stato del suo animo e delle sue idee, il Machiavelli non aveva allora il tempo necessario alle scientifiche meditazioni, ed a scrivere lavori di lunga lena. Si prov quindi solamente a narrare in breve tutto quel che aveva veduto in Romagna, non per darne un esatto ragguaglio storico, che gi trovavasi nelle molte lettere della sua legazione, sebbene pi d'una ne fosse andata perduta; ma per mettere, invece, anche meglio in chiaro la prudenza e l'arte, secondo lui maravigliose, del Duca. Compose perci la ben nota Descrizione,(605) in cui il modo da questo tenuto nell'uccidere i suoi nemici, vien dipinto in quella forma che meglio rispondeva allo scopo che lo scrittore aveva preso di mira. Cos e non altrimenti si pu spiegare perch il Machiavelli ora descriva i fatti tanto diversamente da quel che vedemmo nella Legazione, quando egli era sul luogo, e ragguagliava i Dieci per dovere d'ufficio.
Nella Descrizione comincia col presentarci il Duca che ritorna di Lombardia, dove era stato a scusarsi col Re di Francia "di molte calunnie gli erano state date da' Fiorentini per la ribellione d'Arezzo." Il che non  vero, perch i Fiorentini non lo avevano calunniato, e ci dovrebbe in ogni caso bastare a far ricredere tutti coloro che in questa Descrizione non vollero vedere altro che una delle sue solite lettere ai Dieci o ai Signori. Certo il Segretario non avrebbe potuto, scrivendo ad essi, parlare delle calunnie de' Fiorentini. Continuando poi, egli narra con molta brevit la congiura alla Magione, e l'accordo pi tardi seguto fra i ribelli e il Duca, del quale fa in ogni maniera risaltare l'astuzia. Qui il Duca parte da Imola alla "uscita di novembre," e nella Legazione il 10 dicembre; parte da Cesena "intorno a mezzo dicembre," e nella Legazione, invece, era il 26 dicembre ancora "in sul partire." Si procede poi narrando come, presa Sinigaglia dai Vitelli e dagli Orsini, la fortezza non si volle arrendere, avendo il castellano dichiarato di cederla solo "alla persona del Duca," che fu perci invitato a venire. A lui, osserva il Machiavelli, parve la occasione buona e da non dare ombra, e per meglio colorire la cosa licenzi i Francesi.(606) Nella Legazione invece aveva detto, come del resto da tutti gli storici ed ambasciatori del tempo risulta chiaro, che i Francesi partirono improvvisamente il 22 dicembre, perch furono richiamati senza che se ne sapesse la ragione, e in ogni modo con grande dispiacere e pericolo del Duca.(607) Anzi il 20 dicembre scriveva che la cosa aveva "mandato il cervello sottosopra a questa Corte," ed il 23, che al Duca erano cos "mancate pi che la met delle forze e a due terzi della reputazione." Nella Descrizione, invece, tutto ci si muta in un tratto di fina accortezza del Valentino. Anche la strada che da Fano mena a Sinigaglia, apparisce qui assai diversa da quella minutamente descritta nel brano che ci resta della citata lettera, in cui si epiloga il racconto dei fatti. E sino alla fine si continua sempre allo stesso modo. Il Duca comunica il suo disegno a otto de' suoi fidi, di alcuni dei quali sono dati i nomi della Descrizione, sebbene nella Legazione di ci non si faccia parola. Si racconta diversamente anche la presa dei quattro capitani, e si danno le parole dette da Oliverotto e Vitellozzo in sul morire, parole di cui nessuno pu confermare o negare la verit storica, non avendone l'autore accennato nulla altrove, n essendo presumibile che le conoscesse di certa scienza. Come si spiegherebbero mai cos patenti contradizioni, se non si ammettesse che qui non si tratta di storia vera e propria? Il Valentino che il Machiavelli ci descrive ora, calunniato dai Fiorentini, abile ed accorto anche pi di quel che appaia nella Legazione, non  altro che il precursore del suo Principe, nel quale ci sar pi tardi esposto in una forma teoretica ci che ora vediamo invece in una forma individuale e concreta. Il concetto scientifico, sebbene ancora non apparisca molto chiaro,  per gi nascosto nel personaggio ideale che ci sta dinanzi.


CAPITOLO VI.

Necessit di nuove imposte. - Discorso sulla provvisione del danaro. - Provvedimenti contro i Borgia. - Guerra di Pisa. - Nuovi misfatti del Papa. - Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. - Morte di Alessandro VI. - Elezione di Pio III e di Giulio II.
(1503)

La Repubblica trovavasi ora molto angustiata dall'urgente bisogno di danari necessar ad assoldare nuove genti; giacch non solo i Borgia minacciavano da un lato e i Pisani dall'altro, ma un nuovo esercito francese era in via per Napoli, ed a nessuno era dato prevedere le complicazioni e i pericoli che da ci potevano nascere. Pure fu questo il momento, in cui il gonfaloniere Soderini, che finora aveva governato con grandissimo favore, e tutto gli era riuscito, trov la prima forte opposizione nei cittadini. Sette proposte diverse furono nel febbraio e nel marzo 1503 presentate al Consiglio Maggiore, per ottenere il danaro necessario, e nessuna fu vinta. N si sapeva pi a quale partito appigliarsi, perch se la imposta che si proponeva era grossa, non poteva essere accettata da un popolo gi tanto gravato; se piccola, non soddisfaceva al bisogno. A queste ragioni di scontento se ne univano altre, che rendevano la presente opposizione assai viva. I cittadini pi ricchi avevano non solo pagato le ordinarie gravezze; ma erano stati costretti ad imprestare non piccole somme di danaro al Comune, il quale perci aveva con essi un debito di 400,000 fiorini, di cui 18,000 erano dovuti al Soderini ed ai suoi nipoti. Non volevano adunque i ricchi sentir parlare di provvedimenti straordinar; ma chiedevano una imposta ordinaria e generale che, cadendo del pari su tutti, desse alla Repubblica modo di pagare qualche parte de' suoi debiti a chi essa aveva finora pi aggravato. Questa norma s'era appunto seguta nelle varie proposte sostenute dal Gonfaloniere, e respinte dal Consiglio, in cui prevalevano i meno ricchi, i quali si dolevano che egli, eletto dal popolo, favorisse invece i potenti. Ed aggiungevano che tutto ci seguiva, perch voleva ora farsi pagare i crediti che aveva egli verso lo Stato, dal quale riscoteva pure cos grosso stipendio. N bastando, si univano a questi lamenti anche le grida di coloro che erano stati colpiti dai molti risparm introdotti nella nuova amministrazione; e si faceva perfino un gran brontolare, perch la moglie del Gonfaloniere, che era dei marchesi Malaspina, "bellissima, bench attempata, e savia con modi reg," secondo l'espressione del Cerretani, avesse allora preso alloggio in Palazzo, e quindi si vedesse per quelle scale un gran salire e scendere di signore, cosa fino allora insolita a Firenze.
La conseguenza naturale di tutto ci fu, che il credito della Repubblica, rapidamente salito per la elezione del nuovo Gonfaloniere, e per la ordinata amministrazione di lui, discese ora con uguale rapidit, e i luoghi del Monte Comune e del Monte delle Fanciulle si tornavano a negoziare a bassissimo prezzo come in passato. Onde egli, stanco ormai di pi temporeggiare, radun il Consiglio Maggiore, e fece un solenne discorso, in cui, esposti gl'imminenti pericoli, rimise nei cittadini stessi la forma da dare alla nuova gravezza, pur che il danaro necessario a conservare e difendere la Repubblica, fosse una volta deliberato. E cos finalmente si vinse una Decima universale su tutti i beni immobili, compresi gli ecclesiastici, quando se ne avesse il permesso da Roma, consentendo anche "un poco d'arbitrio." Era l'arbitrio una tassa sull'esercizio delle professioni, e questo nome derivava forse dal mettersi senza regole molto determinate, massime poi nel caso presente, in cui veniva affidata del tutto alla discrezione dei magistrati. In ogni modo le cose tornarono subito nel loro stato normale, essendosi cos superate le difficolt assai pi facilmente che non si sarebbe potuto supporre.(608)
Il Machiavelli si prov allora a mettere sulla carta il discorso che, secondo lui, avrebbe dovuto essere fatto in quella occasione. Se lo scrivesse per ordine del Soderini, e se veramente sia lo stesso che questi lesse o recit in Consiglio, noi non possiamo affermarlo. Certo egli lo compose come se a ci fosse destinato. Scritto in modo da poter essere, nel pronunziarlo, ancora pi ampliato e svolto, ha una forza e concisione di stile singolarissime, e vi si trovano molte di quelle massime, di quelle sentenze generali e reminiscenze storiche, che, quasi direi, galleggiavano ancora non bene coordinate fra loro nella mente del Segretario fiorentino, ma venivano pur sempre da lui esposte e ripetute con una lucidit inarrivabile.(609) Egli incomincia col notare che tutti gli Stati hanno bisogno d'unire la forza alla prudenza. I Fiorentini avevano fatto prova di prudenza, nel dare unit e capo al governo; mancarono per subito al debito loro, non volendo provvedere alle armi, quando pochi mesi prima erano stati, per opera del Valentino, vicini all'ultima rovina. N valeva il dire che ora egli non aveva pi ragione di offendere, "perch bisogna sempre tenere che sia nemico chiunque pu levarci il nostro, senza che noi siamo in grado di difenderci. E voi non potete ora difendere i vostri sudditi, e siete fra due o tre citt, che desiderano pi la vostra morte che la loro vita. Se andate poi fuori di Toscana, troverete che l'Italia gira tutta sotto i Veneziani, il Papa e il Re di Francia. I primi vi odiano e vi chiedono danari, per farvi guerra: meglio spenderli voi, per farla ad essi. Ognuno conosce che fede si pu avere nel Papa e nel Duca, coi quali finora non vi  stato possibile concludere alleanza di sorta, e quando pure vi riuscisse, io vi ripeto che quei signori solamente vi saranno amici, che non vi potranno offendere, perch fra gli uomini privati le leggi, le scritte, i patti fanno osservare la fede, e fra i Signori le armi. Quanto al Re di Francia, ci vuol proprio chi osi dirvi il vero, e quest'uno son io. O egli non trover altro ostacolo che voi in Italia, e allora siete perduti, o vi saranno anche altri, e la salute vostra dipender solo dal sapervi fare rispettare in modo, che non si pensi d'abbandonarvi in preda a lui, e che egli non creda potervi lasciare fra i perduti. Pensate, in ogni caso, che non sempre si pu mettere mano sulla spada di altri, e per gli  bene averla allato e cingersela, quando il nemico  discosto. Molti di voi debbono ricordare che, quando Costantinopoli fu per esser presa dal Turco, l'Imperatore previde la rovina, e non potendo provvedere colle sue entrate, chiam i cittadini, ed espose quali erano i pericoli ed i rimed; e se ne feciono beffe." "La ossidione venne. Quelli cittadini che aveano prima poco stimato i ricordi del loro Signore, come sentirono suonare le artiglierie nelle loro mura, e fremere lo esercito de' nemici, corsono piangendo all'Imperadore con grembi pieni di danari, i quali lui cacci via, dicendo: andate a morire con codesti danari, poi che voi non avete voluto vivere senz'essi.... Se per gli altri diventano savi per li pericoli dei vicini, voi non rinsavite per li vostri.... Perch'io vi dico, che la fortuna non muta sentenza dove non si muta ordine; n i cieli vogliono o possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere, veggendovi Fiorentini liberi, ed essere nelle mani vostre la vostra libert. Alla quale credo che voi avrete quei rispetti, che ha avuto chi  nato libero e desidera viver libero." Quello che noi dobbiamo per ora notare si  la tendenza, che apparisce sempre pi chiara nel Machiavelli, a formulare massime di politica generale, anche parlando di un affare cos semplice come era il raccomandare una nuova imposta.
Le trattative intanto iniziate dai Borgia, per fare alleanza coi Fiorentini, continuavano senza speranza d'alcun resultato, perch questi volevano procedere in tutto col consenso della Francia, la quale ora s'allontanava dal Papa, che dimostrava favore agli Spagnuoli. Essa cercava di favorire una lega tra Siena, Firenze, Lucca e Bologna, il che era finora riuscito solo ad aiutare il Petrucci a tornare in Siena. Col i Fiorentini mandarono nell'aprile il Machiavelli, per comunicare a quel Signore le pratiche e le premure fatte dal Papa; e ci per dargli una prova d'amicizia, pi che per speranza o desiderio avessero di venire a qualche pratico resultato.(610) E per vinta che fu la provvisione del danaro, pensarono seriamente a mettersi in difesa contro inaspettati assalti dei Borgia, ed il Machiavelli era di nuovo al suo banco a scrivere lettere. Ad un commissario scriveva di tener d'occhio i nemici, ad un altro d'armare la fortezza, un terzo veniva rimproverato aspramente di mollezza e pigrizia. Nel maggio avvertiva che il Valentino licenziava le sue genti, le quali potevano fare qualche colpo di mano per proprio conto, o anche tentar, sotto queste mentite apparenze, di meglio servire il loro signore. Intanto esse erano verso Perugia, e minacciavano il confine. "Laonde, sebbene il divieto della Francia non ci faccia credere possibile un assalto, n abbiamo pelo addosso che pensi quella Maest essere per consentirgliene;(611) pure non bisogna punto addormentarsi, ma stare in guardia come se ci si credesse, visto il modo con cui procedono ora le cose, riuscendo quasi sempre dove nessuno immagina. Pi adunque le vedi rannugolarsi e le conosci pericolose, e pi terrai gli occhi aperti."(612) I Dieci invero temevano poco un assalto manifesto, ma dubitavano molto di furti, di rapine, di saccheggi o anche di ribellione provocata in qualche terra, per poi scusarsene. "Se si ha a dubitare di assalto manifesto a 12 soldi per lira, e' se n'ha a dubitare a 18 soldi di furto."(613) Forse ancora tutti questi segni di minacce avevano per unico scopo d'impedire che si dsse il solito guasto ai Pisani, richiamando altrove l'attenzione e le forze della Repubblica. Ma quanto a ci, essa era fermamente decisa a profittar della buona stagione.
Infatti s'erano gi inviati al campo, come commissar di guerra, Antonio Giacomini, che faceva anche l'ufficio di capitano con ardore sempre maggiore, e Tommaso Tosinghi. Nell'aprile una circolare dei Dieci ordinava che s'arrolassero nel territorio alcune migliaia di marraiuoli per dare il guasto, e nel maggio si mandavano al campo travi, bombarde, maestri d'ascia, e si annunziavano pronti a partire fanti, uomini d'arme e guastatori, tanto che i Pisani si spaventarono e dettero segno di voler venire ad accordi. Ma n il Giacomini n il Tosinghi si lasciarono prendere a questa pania, dichiarando di volere stare ai fatti, non alle parole, e ne furono molto lodati dai Dieci, in nome dei quali Niccol Machiavelli scriveva loro il 22 maggio, confortandoli "a seguire co' medesimi termini in ogni vostra azione, mostrando sempre dall'una mano la spada e dall'altra l'unguento, in modo che conoscano essere in loro arbitrio pigliare quale e' vogliano."(614) E il 23 del mese uscirono in campagna 300 uomini d'arme, 200 cavalli leggeri, 3000 fanti e 2000 guastatori, che per l'energia del Giacomini, in due giorni, dettero dalla parte dell'Arno un guasto cos generale, che i Dieci stessi ne restarono assai soddisfatti, anzi maravigliati, e incoraggiavano a continuare in Val di Serchio.(615) Il Machiavelli, nello scrivere tutte queste lettere, non solo trasmetteva gli ordini avuti; ma qualche volta si distendeva a dare consigli, direzioni, suggerimenti, entrando nei pi minuti particolari, quasi fosse un uomo di guerra, e che si trovasse in sul posto, pure ripetendo sempre che la Repubblica si rimetteva del tutto ai giudiz dei commissar e capitani.(616)
Ai primi di giugno era finito il guasto anche nella Valle del Serchio, ed arrivava il bal di Caen, il quale, portando poco pi che la bandiera di Francia, e qualche uomo d'arme, cominciava subito coi soliti lamenti e le solite pretese. Tuttavia la sua presenza e quella dei suoi, senza poter fare n gran male n gran bene, toglievano animo ai Pisani e ne davano ai Fiorentini, i quali subito presero Vico Pisano e la Verruca, di che i Dieci molto si rallegrarono,(617) ed il 18 giugno ordinarono che si espugnassero Librafatta e la Torre di Foce.(618) Ma la notizia che i Francesi comandati dal La Trmoille s'avanzavano verso Napoli, fece sospendere queste operazioni, essendo ora necessario d'avere l'esercito libero ad ogni occorrenza imprevista; e per fu dato invece ordine di limitarsi a pigliar solo la Torre di Foce, "perch si lievi questo riceptacolo ai Pisani, e che non possino pi rifarci nidio alcuno."(619) Dopo di ci la guerra fu da quel lato sospesa, ed il Giacomini richiamato per mandarlo ai confini.
Le cose del Reame avevano preso una piega assai contraria alla Francia, di cui i Borgia perci cominciavano a curarsi assai poco, e quindi i Fiorentini si sentivano ora meno sicuri che mai. Alcune genti del Valentino scorrevano gi nel Senese, di che il commissario Giovanni Ridolfi era in grandissimo pensiero, e per, con lettera del 4 agosto, il Machiavelli cercava fargli animo, scrivendo: "Gaeta non  poi all'olio santo come tu supponi, gli Spagnuoli cominciano a ritirarsi, i Francesi s'avanzano. Ed  falsa la tua opinione che l'esercito loro resti in Lombardia per paura dei Veneziani;" "e' quali non sono meglio in su le staffe, che si sieno stati tutto questo anno, n si sente che tramutino un cavallo, n che muovino un uomo d'arme, tale che, per tornare al proposito, noi non veggiamo come el Duca in su el traino di queste cose, abbi a cominciare una guerra e turbare apertamente le cose di Toscana, possendo in mille modi esserli, colla met di questi favori, messo fuoco sino sotto el letto."(620) Tuttavia, non ostante questa fiducia apparente, si davano gli ordini per la difesa, e si mandavano al Ridolfi 250 lance francesi. Cos fra questo ondeggiare pass buona parte dell'anno, quando nuovi eventi in Roma mutarono affatto le condizioni della politica italiana.
Col, dopo che le genti del Duca avevano finalmente preso Ceri, pareva che fosse nato dissenso fra lui ed il Papa, non volendo quegli procedere risoluto contro Bracciano e gli Orsini, per rispetto della Francia, quando l'altro si mostrava per ci pieno di cos gran furore, che minacciava scomunicare il figlio; e corse perfino la voce che una sera erano tra loro venuti alle mani.(621) Ma tutto questo, secondo l'ambasciatore veneziano, era una commedia. Nella presente incertezza intorno ai prossimi eventi del Reame, il Papa dimostrava d'inclinare a Spagna, il Duca a Francia. Pure, "buttandosela un all'altro, continuava il Giustinian, non restano di far li soi disegni."(622) La verit era che adesso pi che mai speravano poterli finalmente, fra i prossimi ed inevitabili disordini, porre in atto, e perci con ogni mezzo davano opera a far danari. Il d 29 marzo lo stesso ambasciatore scriveva che erano stati con una Bolla creati ottanta nuovi uffic nella Curia, venduti subito a 760 ducati l'uno. "La Sublimit Vostra fazi el conto, e vedr quanti denari ha toccato el Pontefice."(623) E nel maggio aggiungeva, che erano stati nominati nove cardinali, uomini della peggior sorte, pagando tutti buona somma di danaro, alcuni da 20,000 ducati in su, tanto che s'erano messi insieme da 120 a 130 mila ducati. Cos Alessandro aveva fatto vedere al mondo, che le entrate d'un Papa possono esser quali e quante esso vuole.(624)
Ma tutto ci non bastava, e si ricorreva quindi ad altri mezzi. La notte dal 10 all'11 aprile, il cardinale Michiel, dopo due giorni di vomito, moriva, e prima dell'alba la sua casa era svaligiata, per ordine del Papa, che, secondo il Giustinian, tra danari, argenti, tappezzerie, prese pi di 150,000 ducati. Infatti, andato questi in Vaticano, trov tutte le porte serrate, e non fu ricevuto, perch erano occupati a contar danari, e continuavano ancora nella sala, in cui fu condotto la mattina del 13, quando v'and perch invitato dal Papa. Questi gli disse: "Vedete, non sono che 23,832 ducati, e pure tutta la terra  piena della notizia che abbiamo avuto in contanti da 80 a 100 mila ducati." E domandava la testimonianza di quelli che erano presenti, "quasi," osservava l'ambasciatore, "ch'el fosse gran cosa che loro el dovessero servire di busa." E tuttavia il Papa gli faceva vivissime premure, perch si ricercasse nel Veneto dove erano gli altri danari del cardinale, parendogli pochi quelli che aveva trovati.(625) Non and guari, e Iacopo da Santa Croce, colui che lo aveva aiutato ad impadronirsi del cardinale Orsini, accompagnandolo in Vaticano, fu fatto prigioniero anch'egli, e dopo pattuito con lui di lasciarlo vivo, mediante buona somma di danari, gli fu invece il d 8 giugno tagliata la testa. Il suo cadavere venne lasciato per terra sul ponte Sant'Angelo fino a sera, i suoi beni mobili e immobili confiscati, la moglie ed il figlio mandati raminghi.(626)
Intanto il 19 maggio era a un tratto fuggito di Roma il Troches o Troccio, uno dei pi fidati strumenti degli assassinii de' Borgia, i quali ora lo cercavano a morte.(627) Il Valentino, con lettera dello stesso giorno, pregava gli amici, ed ordinava "a tucti nostri vaxalli," sotto pena di ribellione, che lo ritenessero prigioniero, fuggendo egli per cose che erano "contro l'onore del Re di Francia."(628) Altri per affermavano, che causa della fuga di questo assassino era stata lo sdegno di non esser messo nella lista dei nuovi cardinali, sdegno da lui manifestato al Papa, il quale gli avrebbe risposto che tacesse, se non voleva essere ammazzato dal Duca; e ci lo aveva, come si affermava, indotto a rivelare alla Francia i loro segreti maneggi colla Spagna. Quindi il furore dei Borgia, e la brama ardente d'averlo nelle mani. Comunque sia, fu preso in una nave che lo menava in Corsica, e portato subito a Roma, venne chiuso in una torre nel Trastevere. Col, dopo poche ore, comparve il Duca che gli parl brevemente, e poi, ritiratosi in luogo donde lo vedeva e non era visto, mand don Micheletto a strangolarlo. La sua roba, che era stata gi inventariata, fu distribuita secondo gli ordini del Papa. E cos, osservava il Giustinian, di tutti i pi sicuri e fedeli strumenti dei Borgia restavano ora vivi solo don Micheletto e Romolino, ai quali era forse tra poco serbata la medesima sorte degli altri.(629) Veramente pareva che non vi dovesse essere pi fine alle persecuzioni ed alle morti. Molti vennero imprigionati come ebrei, altri in maggior numero come marrani: con questi pretesti s'entrava nelle loro case, svaligiandole d'ogni cosa; poi si pattuiva con ciascuno di essi di lasciar solo salva la vita, mediante una somma pi o meno grossa. "Sono tutte invenzioni da far danari," scriveva l'ambasciatore fiorentino Vittorio Soderini, e lo stesso diceva presso a poco il veneto.(630) Questi annunziava pi tardi che il d 1 agosto, verso l'Ave Maria, dopo due soli giorni di malattia, era improvvisamente morto il cardinal di Monreale, Giovanni Borgia, "per la morte del quale el Pontefice ha abuto una bona zera, bench li fosse nepote." Andato l'ambasciatore in Vaticano, non fu ricevuto, scusandosi il Papa col dire d'esser fastidito per la morte del cardinale nepote; "et el fastidio doveva esser in contar danari e manizar zogie." Infatti, tutto computato, si trov, fra contanti ed altro, pel valore di 100,000 ducati; e pubblicamente si affermava, "che lui etiam sia sta' mandato per la via che sono tutti gli altri, da poi che sono bene ingrassati; e dassi di questo la colpa al Duca."(631) Le cose erano ormai arrivate a tal punto, che chi aveva danari o fama d'averne, tremava per la sua vita, parendogli da tutta ora aver el barisello alle spalle."(632)
I Borgia facevano ora ogni sforzo, per trovarsi pronti a nuove imprese, in mezzo al disordine generale che s'aspettava pei rapidi mutamenti che seguivano nel Napoletano. Il D'Aubigny era stato disfatto in Calabria dagli Spagnuoli sopravvenuti di Sicilia; il Nemours alla Cerignola da Consalvo di Cordova, che era uscito di Barletta, e dopo una splendida vittoria entr nel maggio trionfante in Napoli. In breve ai Francesi non rest che la fortezza di Gaeta, dove si rifugi il maggior numero dei loro soldati avanzati alla rotta; Venosa, dove era Luigi d'Ars; Santa Severina, dove era assediato il principe di Rossano. Luigi XII si dovette quindi rifar da capo, assalendo direttamente la Spagna, ed inviando in Italia un nuovo esercito sotto Luigi La Trmoille e Francesco Gonzaga, esercito che doveva essere poi accresciuto cogli aiuti promessi da Firenze, Siena, Mantova, Bologna, Ferrara. Questa spedizione procedeva per con una lentezza incredibile, a causa della sospetta neutralit di Venezia, e della sempre pi mutabile e meno comprensibile politica del Papa. Egli manifestamente inclinava a Spagna, cui permetteva fare pubblici arrolamenti in Roma; ma faceva poi sentire ai Francesi, che gli avrebbe aiutati nella loro impresa, pagando sino a due terzi della spesa, quando per dessero il Reame o la Sicilia al Valentino, rifacendosi nell'Italia superiore a loro piacere.(633) Nello stesso tempo faceva le pi grandi profferte d'amicizia e d'alleanza ai Veneziani, perch s'unissero con lui contro la Francia e contro la Spagna, a difesa comune dell'Italia dagli stranieri.(634) A Massimiliano re dei Romani, che pensava sempre di venire in Italia a pigliar la corona imperiale, chiedeva invece con grande istanza la investitura di Pisa pel Duca, dicendo che altrimenti sarebbe obbligato d'abbandonarsi alla Francia, che gli prometteva il Reame in cambio della Romagna.(635) Che riuscita potesse avere una cos stolta condotta, lo lasceremo giudicare a coloro che esaltarono l'accortezza e il senno politico dei Borgia. Trattando con tutti contro tutti, dopo tanto agitarsi, il Papa si trovava condannato alla immobilit, senza poter contare sull'amicizia di alcuno. E il Duca, che s'armava con animo d'andar contro Siena, di unirsi a Pisa, e, fattosene padrone, spingersi contro Firenze, non poteva neppur egli muovere ora un passo; giacch avrebbe per via incontrato l'esercito francese, e gli sarebbe stato necessario dichiararsi amico o nemico, cio combatterlo o unirsi con esso e seguirlo nel Reame. Volendo invece serbarsi pronto a tutti i possibili eventi, a lui non conveniva n l'uno n l'altro partito, e quindi il resultato di tanto agitarsi, di tante astuzie, di tanti assassinii, era anche per lui l'immobilit e l'incertezza.
Ma un fatto inaspettato venne a mutare improvvisamente lo stato delle cose. Il 5 agosto verso sera, il Papa and col Duca a cena nella vigna del cardinale Adriano da Corneto, in Vaticano, e stettero col fino a notte. Il mese di agosto, sempre cattivo per le febbri romane, era quell'anno pessimo. Alcuni degli ambasciatori, moltissimi della Curia, specialmente coloro che abitavano in Palazzo, s'erano ammalati; e per tutti quelli che erano stati alla cena, se ne risentirono pi o meno gravemente. Il giorno 7 il Giustinian and dal Papa che, rinchiuso e rimbacuccato, gli disse volersi aver cura, perch gli facevano paura le tante febbri e morti che allora seguivano in Roma.(636) Il giorno 11 il cardinale Adriano era a letto colla febbre; il 12 il Papa fu preso da un assalto di febbre e di vomito; il Duca s'ammal anch'egli dello stesso male.(637) Il Papa aveva allora 73 anni, e quindi era evidente la gravit del suo stato. Infatti cominciarono subito minacce di congestione cerebrale, cui si cerc riparare con abbondanti salassi, i quali, indebolendo il malato, rendevano pi forte la febbre.(638) Sopravvenne un sopore minaccioso, che pareva quasi di morte. Il 17 la febbre, che l'ambasciatore di Ferrara chiama tertiana nota,(639) torn con parossismi cos violenti, che il medico dichiar il caso disperato. Il disordine fu subito grandissimo in Vaticano, molti cominciavano gi a mettere in salvo le loro robe. Alessandro VI, che durante tutto questo tempo non aveva neppur chiesto notizia del Duca o della Lucrezia,(640) il giorno 18 si confess e comunic. Verso le ore 6 si svenne in modo che parve spirare, e si rinvenne solamente per dar subito dopo l'estremo respiro, verso l'ora di vespro, in presenza del vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.(641)
Allora la confusione fu al colmo. Il Duca, sebbene stsse sempre assai male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare in Castello buona parte delle proprie robe, e dato ordine alle sue genti di venire in Roma. Don Michele era con alcuni armati entrato nelle stanze del Papa, e, chiuse le porte, aveva fatto puntare un pugnale alla gola del cardinal Casanova, minacciando di ucciderlo e gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i danari del Papa. Cos furono presi pel Valentino da 100,000 ducati in contanti, oltre le argenterie e le gioie, in tutto un valore di pi che 300,000 ducati.(642) Fu per dimenticata la stanza accanto a quella, in cui era spirato Alessandro, nella quale erano le mitrie preziose, anelli e vasi d'argento da empirne molte casse.(643) I servitori pigliarono ogni altra cosa che trovarono nelle camere gi saccheggiate. Da ultimo si spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.
Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro fino alla sepoltura. Lavato e vestito il cadavere, fu abbandonato con due soli ceri accesi. I cardinali chiamati non vennero, e neppure i penitenzieri che dovevano dire l'ufficio dei morti. Il giorno seguente il cadavere s'era, per la corruzione del sangue, alterato in modo che aveva perduto ogni forma umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua s'era ingrossata cos che riempiva tutta la bocca, la quale rimaneva aperta.(644) In sul mezzogiorno del 19 agosto fu esposto, secondo il costume, in San Pietro; "tamen per esser el pi brutto, mostruoso et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma n figura de omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, e poi avanti el sol a monte, lo sepelite, adstantibus duobus cardinalibus de' suoi di Palazzo."(645) In San Pietro mancava il libro per leggere le preci, e poi segu un tafferuglio tra preti e soldati, in conseguenza del quale il clero, smesso il canto, fugg verso la sagrestia, ed il cadavere del Papa rest quasi abbandonato. Portatolo all'altar maggiore, si dubit d'insulti per l'ira popolare, e lo posero perci con quattro ceri dietro un'inferriata che venne chiusa: cos rest tutto il giorno. Dopo 24 ore fu portato nella cappella de febribus, dove sei facchini, beffando ed insultando la sua memoria, cavarono la fossa per seppellirlo, mentre che due falegnami, i quali avevano fatto la cassa troppo corta e stretta per lui, messa la mitria per parte, copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a forza di pugni.(646) La sepoltura fu tale, che il marchese di Mantova, il quale nel settembre trovavasi coll'esercito francese presso Roma, scriveva a sua moglie, la marchesa Isabella: "Fugli fatto un deposito tanto misero, che la nana, moglie del zoppo, l'ha l a Mantova pi onorevole."(647)
La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue, e l'essersi nello stesso tempo ammalati il Papa, il Valentino ed il cardinale Adriano, fecero spargere la voce, e credere universalmente, che vi fosse stato veleno, opinione che veniva suggerita dal nome stesso dei Borgia. Si disse che il Papa e il Duca volevano disfarsi del cardinale; ma che per errore, il vino, gi prima avvelenato per lui, era stato dato invece ad essi. Senza qui osservare che i Borgia non erano nel proprio mestiere tanto inesperti da lasciar facilmente commettere, a proprio danno, simili errori, non si capirebbe in questo caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato.(648) Da altri si affermava che questi si salv, perch, avvedutosi a tempo del pericolo, corruppe con 10,000 ducati il coppiere, che dtte perci il veleno solo ai Borgia. Ma tutte queste voci prdono ogni valore dinanzi ai dispacci degli ambasciatori, massime del Giustinian, il quale descrisse, giorno per giorno, l'origine ed il progresso della malattia; parl continuamente col medico del Papa, e cos seppe che la congestione cerebrale, sopravvenuta alla febbre, aveva prodotto la morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, che il 19, dopo la rapida corruzione del cadavere, annunziava la voce per questa ragione diffusa e creduta di avvelenamento, aveva il 14 dichiarato esplicito, che era febbre terzana, di che nessuno poteva maravigliarsi, perch quasi tutti della Corte erano stati presi dallo stesso male, che allora infieriva in Roma, "per la mala conditione de aere." Sarebbe in ogni caso assai strano, per non dire di pi, che il veleno dato la sera della cena avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili solo dopo sette giorni, quando infatti cominci la febbre.(649) Anche l'oratore ufficiale, che dinanzi ai Cardinali radunati prima del Conclave, pronunzi la orazione funebre sopra Alessandro VI, dice che fu quadriduana febris quella che lui e medio abstulit.
Noi risparmieremo al lettore tutti gli altri racconti che furono allora ripetuti, di diavoli visti presso al letto del Papa, con cui avevano pattuito sin dal principio del pontificato, per avere la sua anima, e simili altre favole, tanto pi credute, quanto pi incredulo era il secolo. Il 19 agosto anche il Duca sembrava vicino a morte, le botteghe si chiudevano, gli Spagnuoli si nascondevano, e correva voce che Fabio Orsini era entrato in Roma coll'Alviano e cogli altri di sua casa, pieni d'un furore indescrivibile di vendetta. Cesare Borgia lo sapeva; ma egli che, come disse al Machiavelli pi tardi, aveva pensato a tutto meno che al caso di trovarsi moribondo quando il Papa era morto, sembrava che ora si fosse perci affatto smarrito.(650) I suoi soldati tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una parte. Finalmente il Conclave, per mezzo degli ambasciatori, riusc a persuadere tutti ad una specie di tregua. Gli Orsini ed i Colonna si allontanarono quindi da Roma; il Duca, essendo migliorato, mand innanzi le sue artiglierie, ed il 2 settembre usc anch'egli da Roma in portantina, per andarsene al castello di Nepi ancora suo. Col si trovava vicino all'esercito francese, gi in via per Napoli, e da esso sperava aiuto, essendosi a un tratto dichiarato per la Francia, sebbene ponesse sempre tutta la sua fiducia nei cardinali spagnuoli, dai quali era circondato e favorito.
Arrivarono a Roma il cardinale Giuliano Della Rovere, dopo un esilio di dieci anni; il cardinale Ascanio Sforza, liberato dalla prigiona per opera del cardinale di Rouen, che aspirava al papato, ed altri molti. Il 3 di settembre furono fatte le esequie solenni e di rito al Papa morto; il 22 fu eletto finalmente Francesco Todeschini dei Piccolomini, nipote di Pio II, e prese il nome di Pio III. Aveva allora 64 anni, ed era cos malato, che saliva sul trono come un'ombra passeggera, quasi destinato solamente a lasciar continuare le trame che d'ogni parte si ordivano, e dar tempo di misurarsi ai var partiti, che gi erano in moto per la prossima elezione. L'esercito francese che s'era fermato, proclamato che fu il nuovo Papa, continu il suo cammino; ed allora il Duca, trovandosi solo co' suoi a Nepi, dove s'avvicinava l'Alviano assetato di sangue e di vendetta, torn subito a Roma. Ivi seppe che le citt, gi sue una volta, richiamavano i loro antichi signori, i quali tornavano ed erano festosamente accolti. La Romagna per, essendo stata da lui assai meglio governata, gli restava ancora fedele, e le sue fortezze col, occupate da comandanti spagnuoli, si mantenevano sempre per lui. Pure non gli venne mai l'idea di mettersi alla testa del suo piccolo esercito, per aprirsi la via fra i nemici, riconquistare e difendere il proprio Stato colle armi. Sperava sempre e solo negli intrighi orditi, acci la prossima elezione riuscisse a lui favorevole. Intanto il nuovo Papa, d'indole mitissima, gli dimostrava per ora compassione. Ma gli Orsini, sentito che egli s'era volto a Francia ed era stato accettato, ne furono sdegnatissimi, e fecero subito alleanza coi Colonna, con Consalvo e la Spagna. Una parte di essi assalirono Borgo, misero fuoco a porta Torrione, per entrare in Vaticano ed ivi impadronirsi del Borgia, che essi cercavano a morte. A fatica ed in fretta egli pot essere salvato da alcuni cardinali, i quali lo menarono pel corridoio in Castel Sant'Angelo. E cos l dove tante vittime di lui e del padre erano spirate nelle tenebre, fra i tormenti, consumati dal veleno, si trov finalmente anch'egli per un momento quasi prigioniero. Seppe allora che Pio III, il quale non s'era potuto tenere in piedi il giorno 8 ottobre, quando fu incoronato, dopo dieci giorni era morto.(651)
Il resultato della nuova elezione non poteva ormai essere pi dubbio, perch tutto era stato apparecchiato con danari, concertato con promesse, con intrighi fatti per ogni verso, anche coi cardinali spagnuoli, per mezzo del Valentino, il quale credeva cos d'essersi assicurata valida protezione. Il 31 ottobre trentacinque cardinali entrarono in Conclave. S'erano a mala pena radunati, e quasi non s'era ancora, secondo il costume, chiusa la porta, che gi il nuovo Papa veniva proclamato nella persona di Giuliano Della Rovere, che prese il nome di Giulio Secondo. Questo acerrimo nemico dei Borgia, il quale pure seppe a tempo favorirli, nato presso Savona, di bassa origine, aveva allora 60 anni; ma della forte stirpe di Sisto IV, di cui era nipote, cardinale dal 1471 e per molti vescovadi ricchissimo, aveva una tempra di ferro. Sebbene la sua giovent non fosse stata molto diversa da quella dei prelati d'allora, e sebbene non fosse uomo di molti scrupoli, pure egli mirava alla potenza e grandezza politica della Chiesa con un ardore ed un ardire maravigliosi alla sua et. Senza abbandonare i suoi, non voleva sacrificare ad essi gl'interessi dello Stato e della Chiesa, e per non trasmod mai troppo nel nepotismo. Le sue vie, le sue mire, il suo carattere impetuoso, violento, erano affatto contrari a quelli dei Borgia. Pure sapeva a tempo simulare e dissimulare, e non aveva avuto scrupolo alcuno di trattare col Valentino per la propria elezione, promettendo di farlo Gonfaloniere della Chiesa, lasciargli governar la Romagna, far sposare la figlia di lui con Francesco Della Rovere, prefetto di Roma. Sebbene per egli non fosse proprio deliberato a violare queste promesse, era ben altro che deciso a mantenerle. Tutto dipendeva dal vedere se il Duca poteva, per un po' di tempo almeno, essere utile strumento ai disegni del Papa, che erano di respingere i Veneziani dalla Romagna, dove s'avanzavano. Prima o poi doveva consegnare le fortezze che ancora si tenevano per lui, qualunque fossero le promesse fatte o le speranze date; giacch l'interesse generale della Chiesa non poteva cedere dinanzi ad alcun riguardo umano. In questi propositi Giulio Secondo era saldo e deliberato, ed il suo carattere era tale, che nulla poteva ormai farlo deviare. Lo stato delle cose s'and quindi rapidissimamente complicando; con questo Papa anzi cominci addirittura un'epoca nuova, non solamente in Italia, ma in Europa. Ha perci tanto maggiore importanza la nuova legazione del Machiavelli, che allora appunto fu spedito a Roma.


CAPITOLO VII.

I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. - Legazione a Roma. - Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. - Seconda legazione in Francia. - Si ripiglia la guerra di Pisa. - Vani tentativi per deviare l'Arno. - Decennale Primo. - Uno scritto perduto.
(1503-1504)


Quando a Roma seguivano i fatti da noi ora descritti, Firenze teneva l'occhio rivolto a quello che accadeva negli Stati gi appartenuti al Valentino, coi quali essa confinava. Ci che pi di tutto voleva evitare era l'avanzarsi dei Veneziani, che aspiravano sempre alla Monarchia d'Italia. E per il Machiavelli, per ordine e in nome dei Dieci, scriveva ai commissar e podest, che favorissero la Chiesa o il ritorno degli antichi Signori o quello del Duca stesso, secondo la piega che gli avvenimenti pigliavano, pur di chiudere la porta a Venezia.(652) N si tralasciasse di considerare, se non fosse possibile profittare del generale trambusto, impadronendosi per conto proprio di qualche terra vicina: si raccomandava per sempre di farlo con molta prudenza, e senza esporre la Repubblica a conseguenze pericolose. In questo senso i Dieci scrivevano al commissario Ridolfi per Citerna, Faenza, Forl, dichiarandosi pronti a spendere, per avere quest'ultima terra, sino a 10,000 ducati. Ma aggiungevano al solito che, non avendo la Repubblica forze sufficienti a fare imprese ardite, bisognava, ad eccezione dei Veneziani, favorire in ogni caso chiunque avesse maggiore probabilit di fortunato successo.(653) Mentre per si discuteva se conveniva impadronirsi di Forl, v'entr invece il signor Antonio Ordelaffi, il quale fu bene accolto dalle popolazioni, e dichiar subito di rimettersi tutto alla protezione dei Fiorentini. Questi allora non seppero pi come regolarsi. Non potevano convenientemente ricusargli protezione; ma non si sentivano in forze da difenderlo contro la Chiesa e contro il Valentino, che facilmente lo avrebbero assalito. Ricorsero quindi al ripiego d'invitarlo a Firenze, dicendo che ivi starebbe pi sicuro, e che avevano da trattare con lui faccende di importanza. Nello stesso tempo il Machiavelli scriveva al commissario in Castrocaro: "Questa venuta far sollevare gli animi dei Forlivesi, e insospettire le genti del Duca. Ai primi dirai che lo abbiamo fatto venire per aiutarlo meglio; ai secondi, invece, che lo abbiamo chiamato per vantaggio del Duca, e per chiudere quella porta aperta ai Veneziani, togliendo loro di mano uno strumento. E cos verrai bilanciando la cosa per farci guadagnare tempo. Bisogna per governare con destrezza e segretamente questo maneggio, e colorirlo in modo che nessuna delle parti s'avvegga d'essere aggirata o tenuta in pratica."(654) Un cos continuo e misero tergiversare era ci che pi di tutto disgustava il Machiavelli, che vi si trovava, per obbligo d'ufficio, costretto, e lo spingeva sempre pi ad un'esagerata ammirazione per la condotta di uomini come il Valentino, i quali, senza riguardi umani n divini, andavano diritti al loro fine.
Per buona fortuna egli fu presto levato da siffatta tortura, giacch il 23 ottobre ebbe le istruzioni e l'ordine di recarsi a Roma, con lettere di raccomandazione a molti cardinali che doveva visitare, specialmente al cardinal Soderini, che trattava col i principali affari della Repubblica, e dal quale egli doveva dipendere.(655) Era mandato a far condoglianze per la morte di Pio III; a raccogliere tutte le notizie che poteva, durante il Conclave, ed ancora a concludere, mediante il cardinale di Rouen, una condotta con G. P. Baglioni. Questa si faceva in nome dei Fiorentini, ma tutta nell'interesse ed a servizio della Francia, per bilanciare il danno da essa risentito a causa dell'abbandono degli Orsini, che insieme coi Colonna s'erano uniti a Consalvo di Cordova, appena che l'amicizia del Valentino era stata accettata dai Francesi. Come era naturale, la condotta fu subito conclusa, ed il Baglioni s'apparecchi senza indugio a partire, per riscuotere il danaro in Firenze, che s'era impegnata a pagarlo coi 60,000 ducati dovuti alla Francia "per conto della protezione."(656) Al quale proposito il Machiavelli scriveva di lui, "che anch'egli era come gli altri che saccheggiano Roma, i quali sono pi ladruncoli che soldati, e vengono cercati pi pel nome e le amicizie che hanno, che pel loro valore o per gli uomini di cui dispongono. Obbligati come sono alle proprie passioni, le alleanze fatte con essi durano fino a quando non torna loro l'occasione d'offendere, e per chi li conosce cerca solo di temporeggiarli."(657)
Del resto gli avvenimenti mutarono subito lo scopo e l'indole di questa legazione. Al giungere del Machiavelli in Roma, gi erano in sul finire quegli scandalosi maneggi coi quali, secondo che scriveva l'ambasciatore veneto, i voti s'erano contrattati non a migliaia, ma a diecine di migliaia di ducati, ch "ormai non  differenzia dal papato al soldanato, perch plus offerenti dabitur."(658) Il cardinale Giuliano Della Rovere aveva cos guadagnato rapidissimamente terreno, ed essendogli, come gi dicemmo, riuscito, merc le promesse fatte al Valentino, di avere il favore dei cardinali spagnuoli, era sicuro del fatto suo. Gli animi erano per sempre assai agitati, e grandissimo il disordine nella citt, a segno tale che un servitore di quel cardinale, la sera del 31 ottobre, fu accompagnato da venti uomini armati, nell'andare a casa del Machiavelli. Tuttavia questi scriveva la sera stessa, che l'elezione era omai sicura. Il giorno seguente, infatti, radunatosi il Conclave, veniva proclamato il nuovo Papa, che prese subito il nome di Giulio Secondo, e senza esitare strinse con mano fermissima le redini del governo. Cos ora non si trattava pi di pensare a raccogliere e trasmettere notizie intorno al Conclave; ma sorgevano invece due altre questioni assai pi gravi. Che cosa il Papa intendeva fare del Valentino, cui aveva tanto promesso? Che condotta voleva tenere di fronte a Venezia, la quale gi si dimostrava deliberata ad avanzarsi in Romagna?
E due erano gli uomini, che con maggiore diligenza e penetrazione le esaminavano: il Machiavelli ed il Giustinian. Questi per, come era naturale, s'occupava assai meno dell'affare del Valentino, di cui la sua Repubblica poco temeva. Fin da quando sent parlare delle promesse, che gli faceva colui che stava per essere eletto Papa, era andato con grande accortezza a scrutarne l'animo. E gli fu risposto: "Fate che l'elezione riesca, e non dubitate. Voi vedete la miseria, in cui ci ha condotto la carogna che dopo s ha lasciato papa Alessandro, con questo gran numero di cardinali. La necessit costringe gli uomini a fare quello che non vogliono, finch dipendono da altri; ma, una volta liberati, fanno poi in diverso modo."(659) Il Giustinian non ebbe dopo ci bisogno d'altre spiegazioni, n pi si occup del Valentino, anzi ripetutamente da lui pregato che venisse a trovarlo, non volle andare, per non crescergli importanza.(660) Invece scrutava, con una riserva e costanza maravigliose, i pi segreti pensieri del Papa circa l'avanzarsi dei Veneziani, e ne ragguagliava il suo Governo con una diligenza insuperabile. Egli si era subito avvisto che i primi segni di benevolenza e le prime incertezze del Papa erano solo apparenti ed illusorie, essendo questi deciso a mettere a repentaglio la tiara e la pace d'Europa, per riprendere le terre, che, secondo lui, appartenevano alla Chiesa. E cos, prima che si manifestino ad altro occhio umano, noi vediamo i germi della Lega di Cambray nei dispacci del veneto ambasciatore, che invano dava consigli di prudenza al suo Governo, ed invano cercava calmare l'animo irritato e fiero del Papa. Diversa assai apparisce di fronte a questi fatti la condizione del Machiavelli. I Fiorentini erano sopra ogni altra cosa impazientissimi di vedere Giulio Secondo dichiararsi nemico dei Veneziani. Le necessarie riserve da lui usate alle prime notizie dell'avanzarsi di costoro, venivano da essi interpetrate non solo come segni d'imperdonabile freddezza; ma quasi come una prova che egli fosse contento, e forse andasse d'accordo, per impedire cos il ritorno del Valentino. Il Machiavelli perci veniva dai Dieci spronato a destare con ogni arte gelosia e odio contro Venezia; ma ben presto egli si dovette avvedere che la cosa era assai facile, perch i primi accenni del passionato e deliberato sdegno del Papa non tardarono a manifestarsi. Invece doveva tener d'occhio il Valentino, il quale, quando fosse andato in Romagna, avrebbe dovuto passare per la Toscana, il che non sarebbe stato un piccolo malanno per la Repubblica. Egli poi non aveva come il Giustinian molto frequenti occasioni d'avvicinare il Papa, e quindi non sapeva quale fosse veramente l'animo di lui verso un uomo che aveva molto odiato, ma a cui aveva pure molto promesso.
L'importanza di questa legazione, per quel che risguarda la vita del Machiavelli, viene dal trovarsi egli, dopo breve tempo, nuovamente in presenza del Valentino, caduto dal potere e dalla fortuna in cui lo aveva la prima volta veduto. Infatti ora ne scrive e ragiona con una indifferenza ed un freddo disprezzo, che ha scandalezzato moltissimi, i quali vollero in ci vedere non solo una flagrante contradizione con quanto aveva scritto di lui altra volta; ma anche la prova di un animo basso, che sapeva ammirare solo il prospero successo e la buona fortuna, pronto a calpestare il proprio eroe appena lo vedeva caduto. Questo falso giudizio per non  altro che la conseguenza naturale del precedente errore, commesso nel voler dare all'ammirazione del Machiavelli pel Valentino un significato ed un valore che non potevano avere. Anche presso un capo di briganti, che fosse stato assai audace ed accorto, tale da saper mettere a soqquadro tutto un paese e dominarlo, il Machiavelli ne avrebbe ammirato l'accortezza ed il coraggio, senza lasciarsi spaventare da qualsiasi azione pi sanguinosa e crudele. Ne avrebbe anzi potuto formare nella propria fantasia una specie d'eroe immaginario, lodandone la prudenza e la virt, nel senso che a questa parola dava il Rinascimento italiano. E tutto ci per la natura del suo ingegno, per l'indole dei tempi, ed anche, se vuolsi, per la freddezza del suo cuore, non punto cattivo, ma neppur sempre riscaldato da troppo ardenti entusiasmi pel bene. Se per avesse pi tardi ritrovato il medesimo brigante, caduto dalla prima fortuna, ritornato nella vita privata, e si fosse visto dinanzi l'uomo, avvilito ed abbietto, nella sua ributtante ed immorale mostruosit, egli, seguendo sempre lo stesso esame impassibile della realt, senza punto esitare e senza punto temere di contradirsi, lo avrebbe descritto e giudicato quale veramente lo vedeva ed era. Non molto diverso dobbiam credere che fosse allora lo stato del suo animo di fronte al Valentino; e la contradizione non  perci ne' suoi giudiz, ma in quelli di chi volle attribuirgli opinioni, virt o vizi che non ebbe mai.
Intanto molte e molto varie erano le voci che correvano sulle intenzioni del Papa, a proposito delle promesse fatte. Non voleva mantenerle, e non voleva passare per violatore della fede, accusa da lui tante volte lanciata ai Borgia. E il Duca dall'altro lato, scriveva il Machiavelli, trasportato sempre "da quella sua animosa confidenza, crede che le parole d'altri sieno per essere pi ferme che non sono sute le sue, e che la fede data de' parentadi debba tenere."(661) Il 5 novembre le lettere dei Dieci narravano come Imola s'era ribellata dal Valentino, e i Veneziani s'avanzavano verso Faenza. Il Machiavelli rec queste notizie prima al Papa, che le ascolt senza turbarsi, e poi ad alcuni cardinali, cui disse che, andando di questo passo, Sua Santit si ridurrebbe ad essere il cappellano dei Veneziani. Si present quindi al Duca, che subito si turb sopra modo, e si dolse amaramente dei Fiorentini, i quali, egli diceva, con cento uomini avrebbero potuto assicurargli quegli Stati, e non lo avevano fatto. "Giacch Imola  perduta, Faenza assalita, egli dice che non vuol pi raccogliere gente, n essere uccellato da voi: metter tutto quello che gli resta, in mano dei Veneziani. Cos crede che vedr presto rovinato lo Stato vostro, e sar per ridersene, avendo i Francesi tanto da fare nel Reame, che non potranno aiutarvi." "E qui si distese con parole piene di veleno e di passione. A me non mancava materia di rispondergli, n anco mi sarebbe mancato parole; pure presi partito di andarlo addolcendo, e pi destramente ch'io posse' mi spiccai da lui, che mi parve mill'anni."(662) Lo stato delle cose era adesso totalmente mutato da quello d'una volta; il Duca non aveva pi la forza a suo comando; si trattava solo di ragionare e discutere, ed in ci il Machiavelli sentiva tutta la propria superiorit sul suo interlocutore, che altra volta gli era apparso tanto maggiore.
A Roma si trattavano adesso i pi grandi affari diplomatici e politici del mondo: quelli della Francia e della Spagna, che erano i pi importanti in Europa; le faccende della Romagna; le fazioni dei baroni nel Reame e nello Stato della Chiesa. Ma il Papa, obbligato a tutti per la sua elezione, non avendo ancora raccolto proprie forze o danari, non poteva decidersi a favorire alcuno. "Conviene di necessit che giocoli di mezzo, infino a tanto che i tempi e la variazione delle cose lo sforzino a dichiararsi, o che sia in modo rassettato a sedere, che possa, secondo lo animo suo, aderire a fare imprese." "Nessuno capisce che cosa voglia fare col Valentino: lo spinge a partire, ha scritto e fatto scrivere a VV. SS. che gli diate il salvocondotto, ma non si cura poi che lo abbia davvero.(663) Questi s'apparecchia a prendere la via di Porto Venere o Spezia, e di l per la Garfagnana e Modena, in Romagna. Le sue genti, che sono 300 cavalli leggieri e 400 fanti, passerebbero per la Toscana, avuto il salvocondotto da VV. SS., verso cui si dimostra ora tutto benigno. Ma chi si pu fidare della sua amicizia, massime ora che egli stesso non sembra sapere che cosa voglia? Il cardinal di Volterra lo ha trovato" "vario, inresoluto e sospettoso, e non stare fermo in alcuna conclusione, o che sia cos per sua natura, o perch questi colpi di fortuna lo abbino stupefatto, e lui, insolito ad assaggiarli, vi si aggiri drento." Il cardinal d'Elna(664) ha detto che "gli pareva uscito di cervello, perch non sapeva lui stesso quello si volesse fare, s era avviluppato e irresoluto."(665)
Il nome del Valentino poi era cos odiato dalla generalit dei cittadini in Firenze, che, nonostante le raccomandazioni, certo non molto calde, del cardinal Soderini e del cardinal di Roano,(666) portata nel Consiglio degli Ottanta la proposta del suo salvocondotto, sopra 110 votanti ve ne furono 90 contrar.(667) Ed al ricevere questa notizia, Sua Santit, alzando il capo, disse al Machiavelli, che andava bene cos e che era contento; laonde questi scriveva: "si vede chiaro che vuol levarselo dinanzi, senza parere di mancare alla fede, e quindi non si cura punto di quel che altri faccia contro di lui."(668) Ben diversa naturalmente doveva essere l'impressione prodotta nell'animo del Duca, il quale, appena vide il Machiavelli, and in furore, dicendo che aveva gi inviato le sue genti, che era per montare in acqua, e non voleva pi aspettare. L'oratore cerc calmarlo col promettergli di scrivere a Firenze, dove anche il Duca poteva spedire un suo uomo, e qualcosa di buono si sarebbe certo concluso. Ma ai Dieci scriveva invece d'aver parlato cos per calmarlo, e perch esso minacciava che, ove non si concludesse subito, si sarebbe gettato ai Pisani, ai Veneziani, al diavolo, pur di far loro male. "Venendo il suo uomo, VV. SS. potranno trascurarlo e governarsene come parr loro. Quanto alle genti che sono gi partite, 100 uomini d'arme e 250 cavalli leggieri, cercheranno intendere di loro essere, e, quando paia a proposito, opereranno che le si svaligino in qualche modo."(669) Il Valentino partiva per Ostia con 400 o 500 persone, secondo la pubblica voce, la quale faceva ascendere a 700 i cavalli in via per la Toscana,(670) e il vescovo di Veroli li aveva preceduti, recandosi a Firenze con una lettera di raccomandazione, firmata dal cardinal Soderini, e scritta di mano del Machiavelli,(671) che subito ne inviava direttamente un'altra, con cui avvertiva che erano lustre per addormentare e mandar via il Duca. Potevano regolarsi come volevano.(672)
Ora per le cose si complicavano, perch arrivava la notizia che i Veneziani avevano preso Faenza, e non molto dopo che avevano acquistato Rimini, per accordo col Malatesta. Il Machiavelli allora, con un linguaggio veramente profetico, scriveva che questa impresa dei Veneziani "o la sar una porta che aprir loro tutta Italia, o la fia la ruina loro."(673) Infatti qui  il germe della futura lega di Cambray. Il cardinal di Rouen, fieramente alterato, giurava sull'anima sua che, se i Veneziani minacciavano Firenze, il Re lascerebbe tutto per soccorrerla; il Papa dichiarava che, se non mutavano consiglio e non si fermavano, s'accozzerebbe con la Francia, con l'Imperatore, con chiunque, per pensare solo alla loro rovina, come difatti poi fece.(674)
E non potendo pi stare alle mosse, se prima aveva tollerato che il Valentino se ne andasse ad Ostia, senza lasciare i contrassegni delle fortezze di Cesena e Forl, che ancora si tenevano per lui, mandava ora il cardinal di Volterra ed il cardinal di Sorrento, perch se li facessero dare in ogni modo, avvertendolo che altrimenti Sua Santit lo avrebbe fatto arrestare, e dato ordine che fossero svaligiate le genti di lui. Infatti, essendo essi tornati senza aver potuto nulla concludere, sped subito l'ordine al comandante delle navi in Ostia, che s'impadronisse del Duca; e scrisse a Siena ed a Perugia, perch ne svaligiassero le genti, e, potendo, gli mandassero prigioniero don Michele che le comandava.(675) Tutto ci fece correr la voce che Cesare Borgia era stato gettato addirittura nel Tevere, cosa a cui il Machiavelli non prestava piena fede, aggiungendo per: "Credo bene che quando non sia, che sar.... Questo Papa comincia a pagare i debiti suoi assai onorevolmente, e li cancella con la bambagia del calamaio; e poich gli  preso (il Duca), o vivo o morto che sia, si pu fare senza pensare pi al caso suo....(676) Vedesi che i peccati sua lo hanno a poco a poco condotto alla penitenza: che Iddio lasci seguire il meglio."(677) Ecco un esempio di quel linguaggio che tanto scandalezza coloro i quali, dopo aver fatto del Machiavelli non solo un cieco ammiratore, ma quasi un consigliere ed un agente segreto del Valentino, si debbono maravigliare, non possono comprendere che ne parli ora con cos freddo disprezzo, e trovano quindi in ci materia di nuove accuse contro di lui. Ma la condotta del Valentino in questi giorni apparve a tutti, quale veramente era, bassa, inconseguente, spregevole. Invece di difendere colla spada i male acquistati domin, divenuto umile ed incerto, fidava solo nei pi volgari intrighi. Non  questi pi l'uomo che il Machiavelli aveva ammirato e lodato. E per quanto il suo presente linguaggio paia cinico a coloro che lo vogliono, in ogni modo, o troppo lodare o troppo biasimare, assai diverso era il giudizio dei contemporanei. A Firenze egli veniva invece accusato di voler sempre fare gran caso del Duca, al che i meno benevoli aggiungevano ancora la derisione e perfino la calunnia. "Voi," dice una lettera del Buonaccorsi, "nell'universale ne siete uccellato, scrivendo di lui gagliardo; n  chi manchi di credere, che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non  per riuscirvi."(678)
Cesare Borgia intanto, accompagnato dalla guardia del Papa, arrivava il 29 novembre per il Tevere, sopra un galeone, fino a San Paolo, donde la sera entr in Roma. "Le SS. VV.," scriveva il Machiavelli, "non hanno a pensare per ora dove possa spelagare. Le genti partite con lui son tornate alla sfilata, quelle venute con don Michele in cost, non la faranno molto bene."(679) Il primo dicembre infatti arrivava la notizia che esse, inseguite dai Baglioni e dai Senesi, erano state disfatte e svaligiate, e don Michele, preso dalle genti di Castiglion Fiorentino, mandato prigioniero a Firenze. Il Papa ne fu lietissimo, e voleva averlo nelle mani, per "scoprire tutte le crudelt di rubere, omicid, sacrilegi e altri infiniti mali, che da undici anni in qua si sono fatti a Roma contro Dio e gli uomini. A me disse sorridendo, che voleva parlargli, per imparare qualche tratto da lui, per saper meglio governare la Chiesa. Spera che voi glielo mandiate, ed il cardinal di Volterra gliene ha dato ferma speranza, e conforta quanto e' pu le SS. VV. a fargliene un presente, come di uomo spogliatore della Chiesa."(680) Il Duca, come era naturale, ne rest sempre pi avvilito nelle stanze del cardinal di Sorrento, dove alloggiava. Non per questo per mutava modo. Aveva finalmente dato i contrassegni a Pietro d'Oviedo, che doveva partire con essi, per far cedere le fortezze; ma chiedeva dal Papa assicurazioni per le terre di Romagna, e che il cardinal di Rouen gli guarentisse in iscritto queste assicurazioni. Ma mentre che egli "sta cos in sul tirato," scriveva il Machiavelli, "e pretende guardarla pel sottile, il Papa, sicuro del fatto suo, lascia correre e non vuole sforzarlo. Credesi per che, senza altra assicurazione, il D'Oviedo parta domani;" "e cos pare che a poco a poco questo Duca sdruccioli nello avello."(681)
 inutile ora fermarsi a raccontare come il D'Oviedo partisse; come venisse in Romagna impiccato da uno dei comandanti delle fortezze, che non volle cedere, perch il suo signore era sempre in potere del Papa, e come questi avesse finalmente le fortezze, ed il Valentino, da tutti abbandonato, andasse a Napoli, dove Consalvo di Cordova lo prese prigioniero, e lo mand nella Spagna. Sono cose molto note, ed estranee al soggetto di questa narrazione. Importa invece ricordare un ultimo fatto, che illustra assai bene la condotta del Valentino in questi giorni, gettando una luce sinistra sul suo carattere. Egli, che aveva cos iniquamente tradito il povero duca Guidobaldo d'Urbino, inseguendolo, cercandolo a morte, volendolo costringere a sciogliere il matrimonio come impotente, a rinunziare al proprio Stato di cui gi lo aveva spogliato, ed a farsi prete, come pi volte ripet, aggiungendo che senza questo non li dara uno suspiro,(682) adesso invece chiedeva, supplicava, come "una grazia speciale," d'essere ricevuto dal duca Guidobaldo, che da Urbino era venuto a Roma, dove trovavasi in assai buoni termini col Papa. Guidobaldo, sdegnato e disgustato, come era naturale, ricusava di vederlo; ma pure ced finalmente alle intercessioni di Sua Santit. Il Valentino, scrive un testimone oculare, entr con la berretta in mano, e s'avanz facendo due volte umile riverenza, trascinandosi con le ginocchia per terra, fino al duca d'Urbino, che sedeva nell'anticamera dei pontefici sopra una specie di letto. Questi, al vederlo in tale posizione, mosso da un sentimento di dignit e quasi di rispetto per s stesso, si lev e lo fece con le proprie mani alzare e sedere accanto a s. Chiese il Valentino umilmente perdono del passato, "incolpando la giovent sua, li mali consigli suoi, le triste pratiche, la pessima natura del Pontefice, e qualche uno altro che l'haveva spinto a tale impresa, dilatandosi sopra el Pontefice, e maledicendo l'anima sua." Promise di restituirgli la roba rubata, salvo alcuni "panni troiani" dati al cardinale di Rouen, e qualche altra cosa che pi non aveva. Guidobaldo rispose poche parole cortesi, ma tali che l'altro "remase pauroso assai e bene chiarito."(683) Nonostante, continu con tutti nella stessa petulante e bassa umilt, come apparisce dal seguito della citata lettera e dai dispacci dei var ambasciatori italiani a Roma. Possiamo noi dunque maravigliarci, che il Machiavelli sentisse ora per la persona del Valentino un freddo disprezzo, e cercasse quasi cancellar dalla sua memoria il presente spettacolo, per non perdere la reminiscenza delle osservazioni gi fatte, e delle idee che altra volta gli erano state suggerite dallo stesso individuo in condizioni ben diverse?
La legazione pu dirsi adesso quasi finita. Il Machiavelli si trattenne qualche giorno di pi in Roma, impedito di partire da una tosse allora prevalente col, e dalle premure del cardinal Soderini, che mal volentieri si separava da lui. In questo mezzo continu a trasmettere le notizie che raccoglieva alla giornata. Annunzi la presa d'un segretario, che si riteneva avesse, per ordine di Alessandro VI, avvelenato il cardinale Michiel, e che si diceva ora sarebbe perci stato pubblicamente arso;(684) continu, come aveva fatto sempre, a dare le notizie che correvano sulla guerra nel Reame, e scritta qualche altra cosa del Valentino, che ormai era come prigione, mandava la sua ultima lettera in data del 16 dicembre, e partiva per Firenze con una del cardinal Soderini, la quale faceva di lui i pi alti elogi alla Repubblica, come uomo di fede, diligenza e prudenza senza pari.(685)
Durante la sua dimora in Roma, il Machiavelli aveva mandato sempre notizie incerte e contradittorie sulla guerra che seguiva allora fra gli Spagnuoli ed i Francesi, i quali si trovavano accampati da una parte e dall'altra del Garigliano, su terreni paludosi, sotto piogge continue. Fino alla sua partenza, infatti, non era seguto nulla di veramente decisivo, e non v'erano che voci sempre diverse. Ma egli non era appena giunto a Firenze, che arriv la notizia di quella che si chiam la rotta del Garigliano, seguta nella fine del dicembre, e che fu pei Francesi una vera catastrofe. Il loro esercito venne disperso e distrutto; i loro migliori capitani uccisi, prigionieri o fuggiaschi; il Reame ormai fu tutto nelle mani degli Spagnuoli. Fra le tante notizie arrivate allora a Firenze, ve ne fu una che rallegr assai la Citt: Piero de' Medici, che seguiva l'esercito francese, era rimasto, come altri non pochi, affogato nel Garigliano, mentre cercava passarlo in una barca. L'essere finalmente liberati da questo tiranno odioso e spregiato, era per un piccolo compenso di fronte alla gravit dei nuovi pericoli che ora appunto minacciavano la Repubblica. A molti pareva gi di vedere il gran capitano Consalvo, alla testa del suo esercito vittorioso, avanzarsi fino in Lombardia, per cacciare addirittura dall'Italia i Francesi. Che sarebbe stato allora di Firenze? Sapevasi che Consalvo favoriva i Pisani. E quale animo poteva mai essere il suo verso la pi fida alleata di Francia nella Penisola?
Per tutte queste ragioni il Machiavelli, quasi non aveva ancora ripreso il suo ufficio in Firenze, che fu per la seconda volta, spedito in Francia, dove era gi ambasciatore residente Niccol Valori. Le istruzioni, in data 19 gennaio 1501, firmate da Marcello Virgilio, dicevano: "Anderai a Lione presso il nostro oratore Niccol Valori e presso la Maest del Re, per far loro conoscere lo stato delle cose di qua; vedere in viso le provvisioni che fanno i Francesi, e scrivercene subito, dando il giudizio tuo. E quando non ti paiano sufficienti, farai bene intendere, che noi non siamo in grado di mettere insieme tante forze da poterci difendere; e per saremmo costretti di volgerci altrove, per cercare la salute nostra donde si pu averla, non ci restando altro che questa piccola libert, la quale ci conviene salvare con ogni industria. N ti contenterai di grandi promesse e disegni, ma farai capire che occorrono aiuti effettivi ed immediati."(686) Oltre di ci, essendo stata rotta la condotta del Baglioni, doveva sollecitar qualche provvedimento anche per questo verso.
Il Machiavelli part subito, ed il 22 gennaio 1504 scriveva da Milano, che il signore di Chaumont non credeva che Consalvo fosse per venire innanzi, e affermava che in ogni caso il Re avrebbe saputo difendere i suoi amici, ed egli stesso gli avrebbe scritto, perch si fermasse la condotta col Baglioni, e s'aiutasse la Repubblica a fare amicizia "con questi spicciolati d'Italia;" quanto ai Veneziani "li farebbero attendere a pescare." Altri gli assicuravano invece che il re di Francia si trovava senza danari, con poche genti e sparse in pi luoghi, mentre "i nemici erano in sulla sella, freschi e "in sulla vittoria."(687) Il 26 il Machiavelli arrivava a Lione, ed il 27 si presentava col Valori al cardinale di Rouen, cui parl assai vivamente, esponendo lo stato delle cose e la necessit d'immediati provvedimenti. Le risposte erano sempre vaghe e tali da non soddisfare; ma ad un tratto si vide che l'orizzonte abbuiato rapidamente si rischiarava. La Spagna, sebbene avesse ottenuto una straordinaria vittoria, non s'era lasciata ubriacare dalla prospera fortuna, e cercava consolidare quello che aveva conquistato, piuttosto che slanciarsi in nuove e pericolose imprese. Essa prestava perci facile ascolto alle proposte di tregua fatte dalla Francia, la quale non poteva negli accordi dimenticare i Fiorentini, che cos vedevano inaspettatamente dileguarsi i temuti pericoli. Una tregua di tre anni fu infatti firmata a Lione il d 11 febbraio. Gli Spagnuoli restavano per ora padroni del Reame, le buone relazioni venivano ristabilite temporaneamente fra i due potentati, e i Fiorentini erano inclusi nella tregua come amici della Francia. Subito il Valori ne dava notizia ai Dieci; ed ora al Machiavelli non restava da fare altro che apparecchiarsi a partire. Il 25 febbraio, infatti, egli scriveva che, appena giunta la notizia della tregua, era stato in sulle staffe per tornarsene, come fece dopo qualche giorno, essendo trattenuto solo per affari di poco momento dal Valori. Questi faceva di lui moltissimo conto; ne lodava ai Dieci lo zelo e l'intelligenza; si valse molto de' suoi consigli; ma pure continu sempre a tenere da s la corrispondenza diplomatica, e cos in tutta questa Legazione non troviamo che tre lettere del Machiavelli, fra le quali solo quella scritta da Milano  notevole.(688)
Tornato questi a Firenze, venne il 2 di aprile mandato a Piombino, per dare a quel Signore assicurazioni di sincera amicizia da parte della Repubblica, e metterlo in diffidenza contro i Senesi.(689) Al solito gli ordinavano di esaminare attentamente quale fosse l'animo di lui e di chi lo avvicinava, per poi riferirne, come fece, quando fu di nuovo in Firenze. E dopo ci ricominciarono pi fitti che mai gli affari della cancelleria, ripigliandosi con nuovo zelo la guerra di Pisa.
Il Soderini aveva ora preso animo, e cominciava un poco a fare di sua testa; il Machiavelli, che aveva gran potere su di lui, lo secondava per meglio dominarlo. L'ufficio di Gonfaloniere perpetuo toglieva naturalmente importanza a tutti gli altri, nei quali si rimaneva assai poco, e vi entravano perci uomini di minore autorit, che lasciavano mano sempre pi libera a colui che era il capo effettivo dello Stato, ed al quale un'amministrazione assai economica dava, dopo il tanto profonder danari, sempre maggior credito appresso gli uomini prudenti. Per il che egli otteneva facilmente dalla Pratica, dagli Ottanta e anche dal Consiglio Maggiore quello che voleva, sebbene non mancassero gi le gelosie contro di lui, ed anche contro del Machiavelli, nel quale egli aveva riposto pienissima fiducia.(690) In ogni modo si fermarono le condotte con G. P. Baglioni, Marcantonio Colonna e con altri capitani pi o meno reputati, per 50, per 100 o pi uomini d'arme ognuno. Si assoldarono 3000 fanti per dare il guasto.(691) Era allora commissario di guerra il Giacomini, che incominci subito le operazioni militari. Nel maggio usc a dare il guasto a San Rossore, e tutto fu compiuto in quattro giorni; lo stesso fece in val di Serchio, e poi subito prese Librafatta. Si assoldarono tre galee, che furono assai utili ad impedire l'arrivo di vettovaglie ai nemici, ed intanto egli esegu varie scorrere nel Lucchese, per fare vendetta degli aiuti che di l venivano sempre ai Pisani. A lui scrivevano il d 1 luglio i Dieci, per mezzo del Machiavelli, rallegrandosi di ci che aveva compiuto, ed invitandolo a far ben capire, essere egli deliberato ad operare in modo che i Lucchesi "non presumino rinfrescare di un bicchiere d'acqua i Pisani; e perch sai che da essi li  mantenuto loro la vita in corpo, hai fatto fermo pensiero che non vada pi cos, e sarai per andarli a trovare fin dentro in Lucca."(692)
Ma tutto ci non aveva nulla d'insolito. Se non che era entrata ora nella testa del Soderini un'idea assai infelice, nella quale egli ed il Machiavelli s'erano riscaldati stranamente, contro il parere delle persone pi competenti. Trattavasi nientemeno che di deviare l'Arno presso Pisa, gettandolo in uno stagno vicino a Livorno, per lasciare a secco quella citt, e toglierle ogni comunicazione col mare. Consultati i maestri d'acqua, dissero che con 2000 operai e certa quantit di legname, poteva farsi una pescaia, la quale avrebbe fermato il corso del fiume, deviandolo e gettandolo nello stagno, per mezzo di due fossi a questo fine cavati, e di l poi nel mare. Bastavano 30,000 o 40,000 giornate di lavoro. Portata la cosa dai Dieci nella Pratica, non fu consentita, parendo "pi tosto ghiribizzo che altro."(693) Ma il Gonfaloniere allora la gir per tante vie che ne venne a capo, e fu deliberata. Il 20 agosto Niccol Machiavelli scriveva una lunga lettera al Giacomini, comunicandogli la risoluzione presa, ed ordinandogli di metter mano ai necessari provvedimenti per eseguirla, d'accordo con Giuliano Lapi e Colombino, mandati espressamente.(694) La cosa non persuadeva punto n al Bentivoglio, n al Giacomini. Il primo con la penna in mano dimostrava che, avendosi in tutto a cavare 800,000 braccia quadre di terreno, occorrevano 200,000 opere almeno, e poi non si sarebbe concluso nulla.(695) Il Giacomini, pur dichiarandosi, come doveva, pronto ad eseguire gli ordini avuti, scriveva: "Vedranno VV. SS. che ci nascer grandissime difficult ogni giorno, e che la tanta facilit monstrasi, rester inferiore."(696) Anch'egli in tutto ci non vedeva altro che una perdita di danaro e di tempo, con l'obbligo di stare a guardare gli operai, senza poter fare intanto altre fazioni di guerra. Ed essendo uomo di poca pazienza, ben presto, tolta occasione dalle febbri che davvero lo avevano ridotto a mal partito, chiese con lettera del 15 settembre licenza, che gli fu concessa il giorno seguente, inviando i Dieci a succedergli Tommaso Tosinghi.(697)
Il Machiavelli intanto scriveva una serie interminabile di lettere per dirigere i lavori. Si ordinava a tutti i Comuni l'invio al campo di zappatori per fare i fossi; si ordinava il mettere soldati a guardia per difendere i lavori; si mandavano maestri d'ascia per la pescaia; si facevano venire maestri d'acqua da Ferrara: non si posava mai.(698) Il lavoro dei due canali che dovevano essere profondi sette braccia, e larghi, l'uno 20, l'altro 30, procedeva rapidamente; ma pi rapida ancora procedeva la spesa, non essendosi con 80,000 opere anche a mezzo dell'impresa. E quel che era peggio, ben presto cominciarono gravi dubbi sulla possibile riuscita; giacch, fatta, durante una piena, entrar l'acqua nel primo dei fossi che era gi compiuto, ritorn tutta in Arno cessata che fu la piena.(699) Si affermava che la pescaia, fermando il corso del fiume, ne avrebbe rialzato il letto; ma si vide poi che, dovendola costruire a poco per volta, si restringeva il corso delle acque, che subito procedevano pi rapide, e quindi invece lo abbassavano. Si rispondeva che l'inconveniente sarebbe cessato una volta compiuto il lavoro, e intanto i soldati restavano oziosi a far guardia agli operai.
Il Soderini tuttavia non si dava per vinto, ma, portata la cosa prima nella Pratica e poi nel Consiglio degli Ottanta, fece deliberare che si continuasse, e cos fu scritto al Tosinghi il 28 e 29 settembre.(700) Tuttavia ben presto si cominci a desiderar solamente, che la spesa gi fatta di 7000 ducati non riuscisse del tutto inutile, operando in modo che i fossi, allagando il paese, servissero almeno ad impedire l'avanzarsi dei Pisani.(701) Si mand poi fuori un bando, che fu letto sotto le mura di Pisa, e diceva che i Signori avevano dal Consiglio Maggiore ottenuto di poter perdonare coloro che, uscendo da quella citt, si dichiarassero obbedienti alla Repubblica.(702) Ma anche questo riusc male, perch i Fiorentini speravano cos di levar forze ai Pisani, e questi ne profittarono invece per scaricarsi delle bocche inutili, durante la caresta. Altri si fecero, uscendo, reintegrare nei loro beni, e tornavano poi di nascosto. Fu quindi necessario riscrivere subito a fin di provvedere in modo, che le intenzioni benevole del bando non ne facessero frodare lo scopo.(703) Ma tutto and rapidamente a rovina in questi giorni. Le navi noleggiate per guardare il mare, erano gi naufragate con la morte di 80 uomini; le genti d'arme si dimostravano sempre pi scontente; gli operai al sopravvenire delle pioggie andavano via.(704) E sebbene nuovi maestri d'acqua, venuti da Ferrara, uniti con quelli che erano al campo, non dessero la impresa per disperata affatto, pure il 12 ottobre si commetteva al Tosinghi che decidesse egli se bisognava andar oltre, o licenziare l'esercito e sospendere tutto, il che significava che in Firenze ormai mancava ogni fiducia per continuare. Infatti il Tosinghi poco dopo fu richiamato, inviandogli un successore; l'esercito fu licenziato, e i fossi con tanta spesa e fatica condotti, vennero in fretta ripieni dai Pisani. Cos ebbe fine la mal consigliata impresa.(705)
In questo momento appunto il Machiavelli si mise a scrivere i primi versi che abbiamo di lui, ed in quindici giorni compose il suo Decennale Primo,(706) che con lettera del 9 novembre 1504(707) dedic ad Alamanno Salviati, uno degli uomini pi autorevoli in Firenze, e del quale si fanno nel Decennale medesimo grandi lodi, sebbene pi tardi egli si dimostrasse molto avverso al Machiavelli.(708) In questo breve lavoro noi non possiamo dire di trovar poesia vera, perch si tratta d'una semplice narrazione storica dei fatti seguti in Italia nel decennio che incominci coll'anno 1494. Il racconto procede assai rapido, in terzine semplici e disinvolte, accennando solo i principalissimi avvenimenti, senza tralasciarne alcuno d'importanza, massime in tutto quel che risguarda la storia di Firenze. Di tanto in tanto per scoppia una pungente irona, che ravviva coi suoi frizzi la narrazione, e fa singolare contrasto colle espressioni di vero dolore, che non meno spesso sfuggono all'autore.
Egli invoca la Musa, perch l'aiuti a descrivere le sventure d'Italia, incominciate quando questa si lasci nuovamente calpestare dalle genti barbariche, cos chiama sempre gli stranieri. I Francesi invitati dalle nostre discordie nazionali, percorrono la Penisola, senza che alcuno osi far loro fronte. Solo in Firenze resiste il coraggio di Piero Capponi:

Lo strepito dell'armi e de' cavalli
Non pot far che non fosse sentita
La voce d'un Cappon fra cento Galli.

Ma quando essi si debbono ritirare dall'Italia, ed al Taro passano, respingendo l'esercito della Lega, Firenze non sa pi separarsi dalla loro alleanza, e "col becco aperto aspetta sempre che qualcuno venga d'oltr'Alpe a portarle la manna nel deserto." Invece fu ingannata, e per tutto le si levarono contro nemici, che ne misero a pericolo l'esistenza, specialmente quando essa si lasci "dominare e dividere dalle dottrine di quel gran Savonarola, che, afflato da virt divina, l'avvolse colla sua parola." N vi sarebbe stato pi modo a riunirla, conclude egli cinicamente:

Se non cresceva o se non era spento
Il suo lume divin con maggior foco.

Seguono i guai della guerra nel Casentino, della guerra di Pisa, ed il Machiavelli accenna chiaro al tradimento di Paolo Vitelli "cagion di tanto danno." Egli continua ricordando le guerre di Lombardia e la ribellione di Arezzo, al quale proposito esalta anche pi del dovere la virt e prudenza di Piero Soderini, che trovavasi allora Gonfaloniere, non per ancora a vita. Descrive poi i fatti di Romagna, rappresentando il Valentino e i suoi capitani come serpenti avvelenati che si lacerano, rivolgendo l'un contro l'altro i denti e gli ugnoni. Il Duca  fra essi il basilisco che, soavemente fischiando, li attira nella sua tana e li uccide. E mentre di nuovo i Francesi scendono in Italia, per tornare all'impresa di Napoli, "lo spirito glorioso di papa Alessandro  portato fra l'anime dei beati, e ne seguono i passi tre sue indivisibili ancelle: lussuria, crudelt e simona." Giulio Secondo venne allora eletto "portinar di Paradiso;" i Francesi furono disfatti, ed il Valentino ebbe finalmente dal Papa e da Consalvo la punizione

Che meritava un ribellante a Cristo.

Per dieci anni, conchiude il Machiavelli, tornando di nuovo serio e grave, il sole ha girato su questi eventi crudeli, che tinsero il mondo di sangue. Ora esso raddoppia l'orzo ai suoi corsieri, perch presto seguiranno altri fatti, in paragone dei quali parr nulla tutto ci che  avvenuto sinora. La fortuna non  ancora contenta; la fine delle italiche guerre non  ancora vicina. Il Papa vuol ripigliare le terre della Chiesa; l'Imperatore vuole essere coronato; la Francia si duole del colpo avuto; la Spagna tende lacci ai vicini, per assicurarsi quello che ha preso; Firenze vuole Pisa; Venezia ondeggia fra la paura e l'ambizione di nuove conquiste; onde facilmente si vede che la nuova fiamma, una volta riaccesa, arriver fino al cielo. Il mio animo resta tra la speranza ed il timore,

Tanto che si consuma a dramma a dramma,

perch vorrei sapere dove ander a riparare la navicella della nostra Repubblica. Io m'affido tutto al suo accorto nocchiero; ma il cammino sarebbe assai pi facile e certo, se i Fiorentini riaprissero il tempio di Marte.
In tutto questo lavoro troviamo un continuo e singolare contrasto. Non solo, come gi notammo, una pungente e qualche volta cinica irona trovasi accanto al pi profondo dolore per le sventure d'Italia; ma un sentimento assai vivo della unit nazionale, sta di fronte all'amore anche pi vivo per la piccola patria fiorentina. L'autore incomincia col deplorare le crudeli ferite che l'Italia riceve dagli stranieri, e vorrebbe saperle guarire; ma l'odio contro Pisa, Venezia e gli altri Stati vicini prorompe subito. Spesso egli ritorna al suo primo e nobile dolore; ma il pensiero con cui il canto si chiude,  rivolto a Firenze, non all'Italia. L'ultimo verso accenna poi all'idea, che da un pezzo agitava la sua mente, di salvare cio la Repubblica, armandola di proprie armi. Del resto questa lotta di scetticismo e di fede politica, d'irona e di dolore sincero, di sentimento nazionale e di municipalismo, trovasi in tutto il Rinascimento italiano;  per meglio che in altri personificata nel Machiavelli, massime in questi anni, nei quali, non potendo egli darsi a stud pi ser e prolungati, gettava sulla carta i pi intimi suoi pensieri cos come venivano.
Questo Decennale Primo fu dato alle stampe solo nel principio del 1506, per opera d'uno dei coadiutori della cancelleria;(709) ne venne poi subito fatta una ristampa illegale, ad insaputa dell'autore, e cos circol subito largamente fra gli amici, letto con grande avidit, a causa delle allusioni contemporanee, senza per esser tale da poter crescere di molto la fama dell'autore.  tuttavia notevole una lettera che il d 25 febbraio del 1506, gli scrisse da Cascina, dove era a servizio della Repubblica, il signor Ercole Bentivoglio, cui il Machiavelli aveva inviato un esemplare del proprio scritto. Ringraziandolo, lodava prima di tutto l'arte, con la quale in s piccolo spazio erano raccolti i principali eventi del decennio, senza tralasciarne alcuno che fosse notevole davvero. Lo confortava poi a continuare, "perch, sebbene questi tempi sono stati e sono tanto infelici, che il ricordarli rinnuova ed accresce a noi altri dolori non pochi, pure ci  gratissimo che queste cose scritte in verit pervenghino a chi verr dopo noi, s che conoscendo la mala sorte nostra di questi tempi, non c'imputino che siamo stati cattivi preservatori dell'onore e riputazione italiana." "Chi non legge la storia di questi anni," conchiude il Bentivoglio, "non potr mai credere, come in s breve tempo l'Italia sia da tanta prosperit precipitata a cos grande rovina, alla quale pur troppo sembra correre, come a cosa desiderata, anche tutto il poco che resta, se non ci salva inopinatamente Colui che salv dai Faraoni il popolo d'Israele."(710)  certo singolare assai questo serio e severo linguaggio in un capitano di ventura; ma tali erano i tempi, e tale era il presentimento che tormentava allora tutti coloro che pensavano in Italia.
Pare che il Machiavelli si dilettasse in quegli anni d'accoppiare spesso l'irona e la satira al quotidiano lavoro degli affari, ed alle severe meditazioni politiche; giacch  assai probabile che allora appunto componesse anche un secondo lavoro letterario, il quale sfortunatamente and perduto. Era un'imitazione delle Nuvole e di altre commedie d'Aristofane, intitolata Le Maschere. Tutto quello che ne sappiamo  che la scrisse ad istigazione di Marcello Virgilio, e che pervenne con altre sue carte e lavori nelle mani di Giuliano de' Ricci, il quale non volle copiarla, come aveva fatto di tante altre cose inedite del suo illustre antenato, perch era ridotta in frammenti appena leggibili, e perch l'autore "sotto nomi finti va lacerando e maltrattando molti di quelli cittadini, che nel 1504 vivevano." Dopo di che lo stesso scrittore aggiunge: "Fu Niccol in tutte quante le sue composizioni assai licenzioso, si nel tassare persone grandi, ecclesiastiche e secolari, come anche nel ridurre tutte le cose a cause naturali o fortuite." E veramente questo spirito satirico e mordace fu quello che gli procur molti nemici, molti dispiaceri nella vita; ma l'ostinarsi a ridurre tutti i fatti, massime della storia, a cause naturali, se fu, come osserva con dolore il Ricci, la cagione che ne fece proibire le opere da Paolo IV e dal Concilio di Trento,(711) fu quella ancora che lo condusse ad iniziare la scienza della storia e la scienza politica.


CAPITOLO VIII.

Tristi condizioni dell'Umbria. - Legazione a Perugia. - Pericoli di guerra. - Nuova Legazione a Siena. - Rotta dell'Alviano. - I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti. - Legazione presso Giulio Secondo. - Istituzione della milizia fiorentina.
(1505-1507)

Verso la fine del 1504 le cose sembravano avviarsi assai male per la Repubblica. Bartolommeo d'Alviano s'era partito scontento da Consalvo di Cordova, e dicevasi volesse tentare qualche impresa per suo conto nell'Italia centrale. I Vitelli, gli Orsini, il signore di Piombino e quello di Siena lo secondavano; ma quel che era peggio, pareva che anche G. P. Baglioni, sebbene capitano dei Fiorentini, fosse con lui d'accordo. Questi se ne stava a Perugia, senza rinnovare la condotta scaduta, ed alle lettere che essi gli scrivevano,(712) rispondeva evasivamente, o non rispondeva affatto. Le cose non procedevano bene n a Livorno n a Pisa,(713) ed alla fine del marzo 1505, incontrandosi sul fiume Osole, al ponte a Cappellese, e venuti fra loro alle mani buon numero di Pisani e di Fiorentini, questi ebbero una vera disfatta, dovuta quasi esclusivamente alla negligenza dei loro capi. Di tale rotta, com' naturale, la Repubblica si dolse amaramente,(714) e dopo aver mandato danari al campo per riordinarlo, pens ad assicurarsi per l'avvenire. Ma prima di tutto fu mandato Niccol Machiavelli a Perugia, a fin d'indagare quale fosse veramente l'animo del Baglioni.
 difficile farsi un'idea dello stato d'anarchia in cui trovavasi allora tutta l'Umbria, specialmente Perugia, e del modo con cui in questa dominavano i Baglioni. Era uno stato di guerra continua. Le citt vicine erano tutte piene de' suoi esuli, fra i quali primeggiavano gli Oddi, che di tanto in tanto tornavano per sorpresa, ed insanguinavano ferocemente le strade. Quando Alessandro VI, cacciato dalla paura di Carlo VIII, and a Perugia nel 1495, pens profittare dell'occasione, e propose ai Baglioni che facessero qualche gran festa, col segreto intendimento di pigliarli nella rete tutti in una volta. Ma Guido Baglioni rispose, che la pi bella festa sarebbe stata di fargli vedere il popolo armato sotto il comando de' suoi parenti, che ne erano i condottieri. Allora, dice il cronista Matarazzo, Sua Beatitudine cap che Guido "aveva sale in testa," e non insist pi oltre. Non era appena partito il Papa, che i Baglioni combattevano per le vie di Perugia, alcuni di essi ancora in camicia, per essere stati improvvisamente assaliti dagli Oddi, i quali, entrati di notte in citt, li avevano cercati a morte nelle case, fin dentro i propr letti. Pi di cento furono i cadaveri sparsi per le vie o impiccati alle finestre: il sangue corse a fiumi, e ne bevvero, secondo che afferma il medesimo cronista, i cani ed anche un orso domestico, che girava per le strade.(715) Finalmente i Baglioni restarono vittoriosi.
Dopo due anni venne il cardinale Borgia, mandato da Roma a mettere ordine nell'Umbria. Tutti si dichiaravano obbedienti all'autorit del Sommo Pontefice; ma aggiungevano essere pronti piuttosto a spianare al suolo la loro citt, che rinunziare alle vendette. Laonde il cardinale scriveva essergli impossibile concludere nulla, se non gli mandavano genti d'arme per combattere "contra questi demonii, che non fugono per acqua santa."(716) Partito il cardinale, senza aver nulla concluso, segu una guerra tra i Baglioni stessi, divisi per gli odii di Guido e Ridolfo fratelli. I giorni della state del 1500, nei quali si celebravano le feste per le nozze di Astorre figlio di Guido, furono quelli appunto in cui si venne alle mani. I Varano di Camerino cominciarono la strage, uccidendo molti dei Baglioni, prima che avessero tempo di svegliarsi. Giovan Paolo che fugg, dopo essersi difeso colla spada, fu creduto morto, e Grifone Baglioni trionfava pel sangue sparso de' suoi parenti. La madre lo maledisse e lo respinse dalla casa, in cui s'era ritirata coi figli di Giovan Paolo. Ma dopo poco, questi entr in citt, alla testa d'uomini armati, che aveva raccolti fuori delle mura, e si sentirono le grida di Grifone pugnalato nella piazza. A mala pena la desolata madre fu in tempo per accorrere colla moglie a vederlo spirare. Gli assassini si ritirarono, compresi di rispetto, ed il figlio, obbedendo, strinse "la bianca mano de la sua giovanile matre," in segno di perdono ai nemici, e spir. Il suo cadavere fu messo nella stessa bara, in cui era stato ventiquattro ore innanzi Astorre da lui fatto uccidere, in quei giorni in cui se ne celebravano le nozze. Cos G. P. Baglioni rimase signore di Perugia per la distruzione dei suoi, e pass trionfante davanti all'arco innalzato a celebrare gli sponsali del cugino, e su di esso si leggeva l'iscrizione poco prima composta dal Matarazzo. Questi, dopo averci data la minuta narrazione dei fatti sanguinosi, conclude dicendo, che "Perugia non si potr pi chiamare augusta, ma angusta, et, quod peius est, combusta." Pure egli va in estasi quando parla dei Baglioni, quando descrive il terrore che ispiravano a tutti, e la fama che di loro correva nel mondo. Ogni volta che uno di essi comparisce coll'elmo in testa e la spada in pugno,  sempre per lui un nuovo San Giorgio, un nuovo Marte, e la citt doveva essere superba delle loro prodezze.(717) Questi erano i tempi!
G. Paolo Baglioni non era per contento di viversene tranquillo a Perugia; ma cercava sempre agguati, guerre ed avventure dentro e fuori della citt, lasciando governare i suoi parenti superstiti. Unitosi con Vitellozzo, noi lo vediamo andare alla caccia di un tale Altobello da Todi, contro del quale l'odio popolare si scaten cos ferocemente, che molti si ferirono colle proprie armi, per volere ognuno essere primo ad ucciderlo. I Perugini mangiarono la sua carne, secondo che afferma il cronista, il quale aggiunge che uno di essi ne mor d'indigestione; che altri la cercavano invano ad altissimo prezzo, e non potendola avere, per furore di vendetta ponevano nelle vie carboni accesi sul suo sangue.(718) Dopo di ci il Baglioni si trov fra i congiurati della Magione; ma questa volta, meno fortunato, dov presto fuggire innanzi all'idra che s'avanzava. Allora fu capitano di ventura a servizio dei Francesi e dei Fiorentini, e Carlo Baglioni govern pel Valentino in Perugia. Quando per si seppe, nell'agosto del 1503, la morte del Papa, Giovan Paolo lasci subito il soldo dei Fiorentini, ed insieme con Gentile, che era cugino di Carlo Baglioni, corse armato a ripigliare il proprio Stato. Il d 8 di settembre fu dato l'assalto; i due cugini Carlo e Gentile vennero alle mani inferociti come due leoni, "mostrandosi la virt di ciascheduno, e quanta sia la virt e fortezza che Marte concesse a questa magnifica casa Baglioni, la cui fama per Italia resona."(719) Il 9 settembre Giovan Paolo era di nuovo signore di Perugia, e torn al soldo di Firenze; ma con uno o un altro pretesto non prestava effettivo servizio. Chiamato con pi insistenza che mai, quando si cominci a diffidare di lui, propose che dessero a suo figlio una condotta con qualche lancia, sperando cos di far credere ad essi che restava fedele alla Repubblica, senza compromettersi coi loro nemici. Ed anche in ci i Fiorentini s'erano indotti a contentarlo; ma ora che l'Alviano s'avanzava, e sopra tutto dopo la rotta che essi avevano avuta dai Pisani, al ponte a Cappellese, non volevano pi restare in questa incertezza. Mandarono quindi parte della prestanza o anticipazione che soleva darsi a chi veniva in campo, ordinandogli d'inviar subito i cavalli leggieri, e seguire senza indugio egli stesso colle genti d'arme, che avrebbe trovato il resto della prestanza. Vedendo che non pigliava il danaro e non partiva, si decisero a mandare il Machiavelli, perch venisse in chiaro di tutto, se poteva.
Le istruzioni, in data 8 aprile, dicevano, che egli doveva far le viste di prestar fede alle pretese ragioni che avrebbe addotte il Baglioni per scusarsi; ma, "pungendolo poi in qualche parte," cercare di scoprir le vere, e indagare se operava cos solo per migliorare i patti, o perch s'era addirittura collegato coll'Alviano e cogli altri nemici di Firenze. Il giorno 11 il Machiavelli scriveva, che G. P. Baglioni adduceva, per non muoversi, le macchinazioni fatte contro di lui in Perugia, e l'essere a servizio della Repubblica i Colonna ed i Savelli suoi capitali nemici, aggiungendo, che aveva fatto esaminare da molti dottori perugini i capitoli della condotta, e che gli era stato assicurato non doversi per essi tenere obbligato a servire i Fiorentini. Io gli risposi, continuava il Machiavelli, che da ci poteva venire pi danno a lui che a voi, giacch se per colpa sua "voi rimanete ora allo scoperto ex improvviso di 130 uomini d'arme, egli era tanti cavalli in Italia fuora della stalla, che voi non eri per rimanere a pi, a nessun modo." "Ma il suo male invece non era curabile, perch, se anche voi non vi dolevate di lui, chiunque conosce il suo procedere, e sa la condotta data al figlio a sua richiesta, e la prestanza portata a lui infino a casa," "lo accuser d'ingratitudine e d'infedelt, e sar tenuto un cavallo che inciampa, che non trova persona che lo cavalchi, perch non facci fiaccare il collo a chi vi  su, e che queste cose non hanno a essere giudicate da dottori, ma da' signori, e che chi fa conto della corazza e vuolvisi onorare drento, non fa perdita veruna che la stimi tanto quanto quella della fede, e che mi pareva che a questa volta e' se la giuocasse." "Gli uomini debbono far di tutto per non aversi mai a giustificare; ma a lui seguiva invece di doversi giustificare troppo spesso." "E cos lo punsi per ritto e per il traverso, dicendogli molte cose come ad amico e da me; e bench pi volte li vedessi mutare il viso, mai fece col parlare segno da potere sperare che mutassi opinione." Il risultato di tutto ci fu, che il Machiavelli si convinse esservi accordo fra l'Alviano, gli Orsini ed il Baglioni, per trre Pisa a' Fiorentini, e fare anche peggio potendo; che il Petrucci di Siena secondava queste trame, e che se tutti in parole professavano amicizia per Firenze, in fatto si armavano. Laonde, ripetuto anche una volta al Baglioni, che pensasse bene a quel che faceva, perch "questa cosa pesava pi che non pesava Perugia," se ne torn a casa. Questa Legazione  composta d'una sola lettera, scritta per con molto vigore, con una singolare evidenza, ravvivando col linguaggio pi domestico e familiare la dignit diplomatica, il che forma uno dei grandi pregi nella prosa del Segretario fiorentino, aggiunge vivo colorito alla originalit sua propria.(720)
In Firenze ora si spingevano innanzi, a tutta possa, le cose della guerra, per essere pronti alla difesa contro i minacciati pericoli. Si sparse in quei mesi la voce che Luigi XII era morto, e subito si diceva che l'Alviano, aiutato non solo dagli Orsini e dai Vitelli, ma dai Veneziani, dallo stesso Consalvo di Cordova e dal cardinale Ascanio Sforza, si sarebbe avanzato per rimettere i Medici in Toscana, e poi cacciare i Francesi da Milano, dove avrebbe nella persona del cardinale ristabilito il dominio degli Sforza.(721) Tutte queste voci per svanirono qual fumo al vento, quando si seppe che il re di Francia non era morto, e che nel maggio moriva invece Ascanio. Non per questo l'Alviano si fermava; ma i suoi disegni si restringevano alla Toscana, come s'era sin dal principio sospettato, tanto che alcuni in Firenze fecero persino la strana proposta di dargli una condotta, e cos farla finita. Quantunque non pochi cercassero di sostenere un tale partito, esso non poteva riuscire accetto a nessun uomo prudente, perch contrario alla dignit della Repubblica, ed anche assai pericoloso, sapendo ognuno che l'Alviano e gli Orsini desideravano il ritorno dei Medici. E quindi, colla elezione dei nuovi Dieci, tutti gl'intrighi andarono a monte, prevalendo invece la proposta di fare una condotta di 300 uomini d'arme col marchese di Mantova, come capitano generale. Ma anche qui le trattative andarono in lungo, e sebbene il 4 maggio si spedisse il Machiavelli per concludere, non si venne a capo di nulla, affacciando il Marchese sempre nuove difficolt.(722)
Le gravi cure dei Fiorentini perci non diminuivano, ma invece crescevano ogni giorno. Anche il signore di Piombino sembrava ora unirsi ai nemici di Firenze, e si parlava del prossimo arrivo col di 1000 fanti spagnuoli; laonde al commissario Pier Antonio Carnesecchi fu dato ordine d'andare a vedere un poco quale fosse il vero stato delle cose.(723) Ranieri della Sassetta, altro venturiero nemico di Firenze, si recava in Piombino, ed il Machiavelli, in data del 28 giugno, scriveva di nuovo al Carnesecchi, che sembra fosse alquanto incerto e prosuntuoso, che si tenesse in forze da quel lato, e se la intendesse bene col governatore Ercole Bentivoglio. "Il che non ti si  ricordato per diffidarsi di te, n per parerci che' e' panni tuoi non sieno finissimi, e per questo volere che tu ti vesta con quelli d'altri;" "ma perch egli  prudente, ha ai suoi ordini tutte le nostre forze, e quindi bisogna pure in ogni modo intendersela con lui."(724) Lo stesso giorno fu scritto al Bentivoglio, esponendogli i dubb che avevano i Dieci sul procedere del signore di Piombino, incerto sempre tra Pandolfo Petrucci e i Fiorentini, diffidente di questi e di quello. "Si era rivolto a Consalvo, il quale dicevasi avesse mandato 800 fanti spagnuoli per farli pagare agli altri, e intanto sbigottire con essi Firenze. Se tutte queste notizie," concludeva la lettera, "non sono certe,  certo l'arrivo degli Spagnuoli, onde bisogna in ogni modo stare in guardia."(725) Si pens quindi d'inviare un ambasciatore a Consalvo stesso, e sebbene il Soderini desiderasse mandarvi Niccol Machiavelli, trov ne' Consigli tale opposizione, che fu eletto invece Roberto Acciaiuoli. Il Machiavelli ebbe allora un'assai pi modesta commissione presso il Petrucci in Siena, il quale era noto avversario dei Fiorentini; eppure avvertiva ora delle mene dell'Alviano contro di essi, coi quali proponeva di fare alleanza, offerendo 100 uomini d'arme per l'impresa di Pisa, e 50 di pi l'anno seguente. La cosa pareva assai strana, e si voleva quindi indagare che intenzione egli veramente avesse.
Se il Baglioni era un tiranno della scuola del Valentino, il Petrucci non era uomo di guerra, ma uno di quelli che s'impadronivano allora del potere quasi unicamente con l'accortezza e l'astuzia, come i Medici, non senza di tanto in tanto ricorrere al sangue. Era suo consigliere e segretario Antonio da Venafro, che di poco conosciuti natali, fu prima professore nello Studio di Siena, e giudice delle Riformagioni; poi, mescolandosi nella politica, s'arricch, e co' suoi consigli aiut assai efficacemente il Petrucci a farsi tiranno. La potenza di costui, cominciata a consolidarsi nel 1495, quando, tornando Carlo VIII da Napoli, lasciava a Siena alcune lance francesi, si and rafforzando negli anni successivi colla morte de' suoi pi temuti rivali, i quali furono in un modo o nell'altro assassinati, aiutandolo sempre il Venafro co' suoi consigli. Cacciato dal Valentino, che lo chiamava il cervello dei congiurati della Magione, dove infatti aveva inviato il Venafro come uno dei pi abili ad ordire la trama, era tornato coll'aiuto francese e col favore di tutto il popolo. Questo gli si era affezionato, perch lo vedeva uomo d'ingegno, e perch gli oppositori erano peggiori di lui, il quale, una volta sicuro di s, cerc d'esser mite e giusto nel governare. A ci si aggiungeva, che l'odio universale contro il Valentino destava nel popolo una simpatia assai naturale verso un uomo che, quasi per miracolo, era scampato vivo dalle mani di lui. Il Petrucci non ostante continu sempre ad aver mano in tutti gl'intrighi, desiderando esserne stimato come l'autore principale. In mezzo alle nuove complicazioni che nascevano ora, si destreggiava con grandissima accortezza, e mentre si dimostrava amico di Firenze, da cui certo poteva ricevere molti danni, cercava avvicinarsi anche ai nemici di essa, vedendo che la cattiva fortuna di Francia aumentava la loro forza, e rendeva sempre pi potenti gli amici di Spagna.
Le istruzioni, in data 16 luglio 1505, dicevano al Machiavelli: "Tu chiederai consiglio sul da fare, e allargandoti su questa materia, la rivolterai per tutti i versi, regolandoti, secondo che proceder il discorso, con quella prudenza che fu sempre tua, per arrivare a conoscere quale sia l'animo di quel signore."(726) Ed il 17 egli scriveva da Siena, che il Petrucci voleva stringere accordo con Firenze, senza punto impegnarsi a far desistere l'Alviano dalla sua impresa, proponendo che si dovesse prima indebolirlo, isolandolo dai Vitelli, "perch, essendo di natura fiera e senza rispetti, trovandosi ora armato e senza Stato, poteva far qualche colpo disperato; e l'Italia era piena di ladri, usi a vivere di quel d'altri, onde molti per predare gli sarebbero corsi dietro."(727) Da pi lati per l'oratore veniva messo in diffidenza, ed assicurato che Pandolfo Petrucci era nemico di Firenze e del Gonfaloniere, andava d'accordo con Consalvo e con l'Alviano, era l'autore di tutti i movimenti che ora seguivano, "e teneva il pi sempre in mille staffe, in modo da poternelo trarre a sua posta."(728) Sicch, quando egli e Antonio da Venafro, "che  il cuore suo e il caffo degli altri uomini," tornarono a proporre che si facesse prima l'accordo, per pensar poi ad isolare l'Alviano dagli altri, il Machiavelli, temendo che volessero cos compromettere sempre pi la Repubblica, chiedeva invece che si venisse prima ai fatti, cominciando "a por pi in su queste faville."(729)
Il 21 luglio si venne ancora pi alle strette, dichiarando il Petrucci con lungo ragionamento, che, nonostante il suo buon volere, non poteva solo e senza previo accordo opporsi all'Alviano, e fermare quei movimenti. "Non era gi vero che lui avesse in questo caso la briglia e gli sproni; perch gli sproni non ci ebbe mai, e la briglia tira quanto pu." Invano il Machiavelli replicava tutte le ragioni suggerite dal suo ingegno, ch l'altro, ben fermo nel suo proposito, cercava aggirarlo con strani consigli e notizie contradittorie. E per egli scrisse ai Dieci: "Per fargli capire che intendevo bene quegli aggiramenti, dissi che queste pratiche mi facevano in modo confuso, che io dubitavo non dare la volta avanti me ne ritornassi. Ora si sentiva che Bartolommeo d'Alviano veniva coi danari e fanti di Spagna, ed ora invece che Consalvo gli era contrario e l'avrebbe fermato; ora che era pronto a passare, ed ora che limosinava aiuto; ora che era d'accordo col Papa, ed ora che erano nemici; ora che era d'accordo con Siena, ed ora che i suoi soldati predavano i cittadini senesi. Pertanto io desideravo che Sua Signoria mi rilevasse questa ragione." E Pandolfo, senza punto confondersi, rispose: "Io ti dir come disse il re Federico ad un mio mandato in un simil quesito, e questo fu, che io mi governassi d per d, e giudicassi le cose ora per ora, volendo meno errare, perch questi tempi sono superiori a' cervelli," aggiungendo che l'Alviano li secondava, perch "uomo da dare in un tratto speranza e timore ai suoi vicini, mentre che sar cos armato."(730) Ed in questo tenore continu fino all'ultimo il Petrucci, il quale era tale, dice il Machiavelli, "che per guardarlo in viso non si guadagna nulla o poco." La sera del 23 il Petrucci gli fece leggere una lettera, che avvisava avere Consalvo ordinato all'Alviano di non alterare le cose di Toscana; e chiedendogli l'oratore che cosa ne pensasse, rispose: "La ragione vorrebbe che l'Alviano obbedisse e restasse fermo; pure gli uomini non sempre seguono la ragione, quindi potrebbe invece muoverlo la disperazione." "E bench di quelli che si muovono per disperati, de' quattro, tre capitino male, tamen sarebbe bene che questa disperazione egli non l'usasse, perch non si pu muovere una cosa, non se ne muova mille, e gli eventi sono var." Perci era bene che i Fiorentini provvedessero.(731) N ci fu verso di cavarne mai nulla; sicch, dopo un colloquio avuto col Venafro, cui disse di avere da un pezzo in qua veduti molti "ridere la state e piangere il verno,"(732) il Machiavelli se ne torn a Firenze pi confuso di quel che ne fosse partito.
Non c'era dunque che apparecchiarsi alla guerra, e i Dieci richiamarono in ufficio il prode commissario Giacomini, inviandogli la patente il 30 luglio, con ordine di mettersi subito d'accordo col governatore sul da fare; e nello stesso tempo davano coraggio al commissario Carnesecchi in Maremma, assicurandolo che non v'era immediato pericolo.(733) Ben presto per dovettero ricredersi, dolendosi con lui stesso che gi l'Alviano fosse presso a Campiglia, e cominciasse ad assalire "avanti che la testa nostra sia fatta. Ma ci pare che la tela sia ordinata in modo che, per la prudenza vostra, si potr rassettare ogni cosa." E promettevano solleciti rinforzi.(734) L'Alviano sapeva di non poter far nulla contro la voglia di Consalvo, il quale non voleva che i Fiorentini pigliassero Pisa, ma neppure che fossero direttamente assaliti, perch erano compresi nella tregua firmata in Francia, e aveva mandato pochi fanti spagnuoli in Piombino, solo acci si tenessero pronti ad ogni possibile evento. L'altro adunque, sebbene avesse con s il favore ed i segreti aiuti del Baglioni e del Petrucci, non aveva ancora potuto deliberare un disegno di guerra. Avrebbe bene accettata una condotta dai Fiorentini, per far poi a suo modo; ma questo non sembrando ormai possibile, rest fino al 17 luglio in Vignale, luogo del signore di Piombino, ed ora s'apparecchiava ad entrare in Pisa, donde poteva assai danneggiarli. Circa la met di agosto, infatti, il Giacomini faceva sapere che i nemici s'avanzavano, e che egli era deciso di venire a giornata; al che i Dieci rispondevano, rimettendo il giudizio di tutto in lui e nel governatore: "Osservassero per che se l'entrata dell'Alviano in Pisa era pericolosa, pi pericolosa assai poteva essere una zuffa, in cui si dovesse tutto vincere o tutto perdere."(735)
I Fiorentini avevano in campo 550 uomini d'arme e 320 cavalli leggieri, oltre poca artiglieria, e qualche migliaio di fanti. Di questi un cento uomini d'armi erano a Cascina, gli altri a Campiglia ed a Bibbona, centro principale delle loro forze. Quelle dell'Alviano non erano minori, e quindi lo scontro poteva essere aspro e decisivo. Il 14 venne al Giacomini l'avviso che il nemico s'avanzava, ed il mattino del 17, in sul far del giorno, che gi era vicino, ordinato a battaglia: i Fiorentini lo affrontarono alla Torre di San Vincenzo, e cominci subito la zuffa. Le fanterie che erano, a quanto si diceva, pagate coi denari del Petrucci, furono rotte al primo scontro, e poi subito detter l'assalto gli squadroni di Iacopo Savello e Marcantonio Colonna, di fronte ai quali cominciarono a piegare tutte le genti dell'Alviano. Questi allora si fece innanzi coi suoi 100 uomini d'arme, e guadagn terreno; ma sopravvenuto dall'altro lato Ercole Bentivoglio col grosso delle forze fiorentine, la vittoria fu sua, e l'artiglieria fin di sbaragliare il nemico. Il combattimento non dur pi di due ore, nel qual tempo l'Alviano, assai abile capitano, ma quasi sempre sfortunato, dopo la totale disfatta de' suoi, ferito nel viso, a mala pena scamp con 8 o 10 cavalli nel Senese. I Fiorentini presero da 1000 cavalli, grandissimo numero di carri, di prigionieri, e videro l'esercito che li minacciava, come per incanto scomparso: la gioia fu universale nella Citt.(736)
Ma questa vittoria riusc a loro assai poco utile, per la troppa fiducia in cui vennero delle proprie forze. Il Giacomini aveva reso conto della rotta data al nemico, senza aggiungere altro; il Bentivoglio, invece, che era tenuto generalmente pi capace a far disegni di battaglie che ad eseguirli, proponeva d'assaltare Pisa senza metter tempo in mezzo, dando poi ancora qualche colpo a Siena ed a Lucca.(737) Il Gonfaloniere allora s'infatu appunto nel pensiero d'assaltare e prendere subito Pisa, profittando del caldo della vittoria. Invano s'opposero i cittadini pi prudenti e i Dieci, facendo osservare che non si avevano forze, e che si correva un gran rischio, essendo gli Spagnuoli in Piombino. Questi erano pochi,  vero, ma altri ne potevano d'ora in ora arrivare, imbarcandosi, se non s'erano gi imbarcati, a Napoli. Alcuni parlavano pure d'un campo formato o da formarsi in Livorno. Certo il Gran Capitano s'era assai adirato, e chiamato a s l'Acciaiuoli, aveva fatto grandissime minacce ai Fiorentini, i quali avevano, diceva egli, promesso di lasciar stare per ora almeno la citt di Pisa, la quale egli farebbe in ogni modo difendere da' suoi soldati. Ma il Soderini rideva di ci, affermando che in otto giorni l'impresa sarebbe compiuta.(738) Tenuta dai Dieci una Pratica assai numerosa, la sua proposta non fu approvata; ma egli port la cosa negli Ottanta e nel Consiglio Maggiore, dove volle spuntarla e la spunt, riuscendo il 19 agosto a far votare 100,000 fiorini per correre senza indugio all'assalto.
Il Machiavelli venne spedito in campo a portare gli ordini al Giacomini ed al Bentivoglio, che fu nominato capitano generale.(739) Il 24 egli era di ritorno a Firenze, dove faceva conoscere quello che occorreva al campo, e ponevasi con ardore a spingere innanzi i necessar provvedimenti. Si ordinarono fanti in tutto il territorio; se ne assoldarono in Bologna, in Romagna, e perfino in Roma, dove vennero pagati 575 Spagnuoli, che erano liberi, non per servirsene, ma solo per impedire che andassero in aiuto dei Pisani. Si comandarono marraiuoli; si spedirono armi, munizioni, tutte le artiglierie.
Il 7 di settembre il campo si trovava a poche ore da Pisa, e il giorno dipoi 11 cannoni furono piantati dinanzi alla porta Calcesana. Cominciato il fuoco al levare del sole, verso le 22 ore s'erano buttate a terra 36 braccia di mura; ma, dato l'assalto, venne subito respinto. Tuttavia, essendosi adoperato solo un terzo delle forze fiorentine, il cattivo successo non aveva importanza. Se non che, in quel mezzo entravano per la Porta a Mare 300 fanti spagnuoli, partiti da Piombino per ordine di Consalvo, e questo era un pessimo segno. Pure, mutata la posizione delle artiglierie, si ricominci a far fuoco, continuando nei giorni 10, 11 e parte del 12. A ore 18 cadevano a terra 136 braccia di mura, e si di un secondo e pi generale assalto, che riusc assai peggio del primo, non avendo voluto le fanterie fiorentine combattere in modo alcuno, preferendo piuttosto farsi ammazzare dai loro capi che presentarsi davanti alla breccia. E allora cominciarono le mille voci che provano il disordine e la dissoluzione morale di un esercito. Si parlava di 2000 Spagnuoli entrati in Pisa, di altri partiti da Napoli per Livorno, e si affermava gi formato col un campo che nessuno vide mai. A Firenze poi, dove tanti avevano biasimata l'impresa, e dove alcuni erano perfino accusati d'essersi intesi col nemico per non farla riuscire, la notizia dell'esercito per la seconda volta respinto, e del campo in pieno disordine, produsse tale effetto, che fu subito deciso di abbandonare l'impresa. In breve, alla mezzanotte del 14, si levarono le artiglierie; il 15 fu portato il campo a Ripoli, poi a Cascina, donde le genti d'arme andarono alle loro stanze.
L'autorit del Soderini per questo fatto ne scapit assai; ma, non potendo tutti pigliarsela con lui, le ire si rivolsero assai ingiustamente contro il Giacomini, che aveva eseguito gli ordini avuti con indomita energia e mirabile coraggio. Egli fu assai sdegnato di questa ingratitudine, e mand la sua rinunzia, che venne subito accettata, inviandogli anche il successore. Da quel giorno, dopo aver reso tanti servigi alla patria, la sua fortuna cadde per sempre, e la sua vita militare pu dirsi finita.(740) Il Machiavelli fu dei pochi che gli restarono sempre fedeli, e nel Decennale Secondo ne esalt la virt, biasimando l'ingratitudine dei Fiorentini, che lasciarono morire il loro generoso concittadino, cieco, povero e vecchio, senza aiutarlo, e lo fece con un linguaggio che onora del pari l'uno e l'altro. Iacopo Nardi lo pose accanto a Francesco Ferrucci, n meno largo di lodi gli fu il Pitti; e tutto ci aumenta non poco la vergogna di coloro che cos vilmente lo abbandonarono finch visse.
Il deplorabile resultato che ebbe l'assalto di Pisa, fece nel 1506 rivolgere l'animo del Machiavelli, con pi ardore che mai, ad un suo antico disegno, l'istituzione cio d'una milizia propria della Repubblica fiorentina. A questo pensiero egli rivolse ora per molti anni tutte le sue forze. Ma prima di cominciare a parlarne, noi dobbiamo accennare alla legazione presso Giulio Secondo, che fu un episodio importante della sua vita, in questo medesimo anno. Il nuovo Papa non trascur i parenti, ma provvide subito ai casi loro, per darsi poi tutto all'impresa di riconquistare alla Chiesa le provincie che le appartenevano. Ora che gli Spagnuoli dominavano nel Napoletano, era pi che mai necessario distendersi verso il settentrione, per non restare in bala dei vicini. Cacciare i Veneziani dalla Romagna, distruggere i piccoli tiranni ritornati ivi potenti per la caduta dei Borgia, e tutto ci a benefizio della Chiesa, non dei nipoti, ecco lo scopo che si propose, ed a cui questo vecchio di 63 anni dedic il resto della sua vita, con una volont di ferro, con un ardore giovanile, con un coraggio da soldato e non da sacerdote. Gi nel trattato firmato a Blois, tra la Francia e la Spagna, il 22 settembre del 1504, s'era per opera sua convenuto, che Luigi XII, l'Imperatore e l'arciduca Filippo assalirebbero i Veneziani. Ci non ebbe effetto; ma la pace definitivamente conclusa nella medesima citt, il 26 ottobre del 1505, tra i Francesi e gli Spagnuoli, che dovettero sottomettersi a molti sacrifiz per restare padroni del Reame, lasciava l'Italia tranquilla; ed il Papa si decise allora a cominciare da s quello che gli altri non volevano fare per lui. E prima di tutto, per esser sicuro della quiete in Roma, reintegr molti dei nobili negli averi tolti loro da Alessandro VI, che nelle sue Bolle egli chiamava fraudolento, ingannatore ed usurpatore. Strinse ancora parentado cogli Orsini e coi Colonna, dando una sua figlia in moglie a Giovan Giordano Orsini, ed una nipote al giovane Marcantonio Colonna. Dopo di ci, il 26 agosto, con ventiquattro cardinali, alla testa di 400 uomini d'arme, e della sua poca guardia di Svizzeri, part per andare alla conquista di Perugia e di Bologna, due citt fortissime e ben difese da armati. Aspettava da Napoli 100 Stradiotti; altre genti dai Gonzaga, dagli Este, dai Montefeltro, dalla Francia e dai Fiorentini, che tutti erano amici. Questi ultimi, ai quali aveva chiesto il loro capitano Marcantonio Colonna con la sua compagnia, spedivano il 25 agosto Niccol Machiavelli, per dirgli che erano pronti a favorire la sua "santa opera;" ma non potevano in sul momento mandare il Colonna, per non lasciare senza comando il campo di Pisa; promettevano per dargli tutto quel che voleva, quando la sua impresa fosse "in sul fatto."(741)
Il Machiavelli and subito, ed il 28 agosto scriveva da Civita Castellana, che a Nepi aveva trovato il Papa gi pronto a partire, pieno di buona speranza. Era contento delle promesse dei Fiorentini, aspettava 400 o 500 lance dai Francesi, oltre i 100 Stradiotti da Napoli, "e de' fanti aveva piena la scarsella." Cavalcava in persona, alla testa delle sue genti comandate dal duca d'Urbino. L'ambasciatore veneto gli prometteva aiuti dai Veneziani, se lasciava loro tenere Faenza e Rimini; ma egli se ne faceva beffe, e andava innanzi sicuro.(742) Il 5 settembre gi il Baglioni, spaventato dal fatto insolito di vedere il capo stesso della Chiesa venirgli contro in persona, s'era presentato ad Orvieto, per trattare della resa. Ed il 9 il Machiavelli scriveva da Castel della Pieve, che l'accordo era concluso: gi erano cedute le porte e le fortezze della citt. Quel signore servirebbe nella impresa come capitano del Papa, il quale dichiarava perdonargli il passato; ma se peccasse poi anco venialmente, lo avrebbe impiccato. Giulio Secondo aveva deliberato di porre 500 fanti nella piazza di Perugia, e 50 a ciascuna delle porte, per poi entrare in citt;(743) ma tale e tanta era la sua furia, che il 13 settembre entrava coi cardinali, senza lasciare al duca d'Urbino il tempo necessario per eseguire gli ordini ricevuti. Questi aveva condotto le sue genti presso alle porte, e poco discosto si trovavano quelle del Baglioni, in modo che il Papa e i cardinali erano a disposizione di costui. "Se non far male," scriveva il Machiavelli, "a chi  venuto a trgli lo Stato, sar per sua buona natura e umanit. Che termine si abbi ad avere questa cosa io non lo so; doverassi vedere fra 6 o 8 d che 'l Papa sar qui."(744) Giovan Paolo diceva di avere preferito allora salvare lo Stato con la umilt, piuttosto che con la forza, affidandosi perci al duca d'Urbino. Ma il Papa, senza curarsi d'altro, occupata che ebbe la citt, vi fece entrare i fuorusciti vecchi, non per i nuovi, giudicandoli troppo pericolosi all'ormai spodestato signore: intanto arrivarono da Napoli i cento Stradiotti che aspettava.(745)
 noto che, nei Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio,(746) il Machiavelli biasim la condotta del Baglioni, accusandolo di vilt, per non avere osato impadronirsi della persona del Papa e dei cardinali, levandoli addirittura dal mondo, e dimostrando il primo ai prelati "quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro." Ma noi non dobbiamo qui fermarci, ad esaminare ci che egli disse assai pi tardi in opere di un'indole affatto teoretica e scientifica. Questa Legazione ci obbliga invece a fare un'altra osservazione. Colui il quale s'era potuto esaltare accanto al Valentino, ammirandone l'astuzia e le arti assai poco oneste, rimane ora quasi indifferente dinanzi a Giulio Secondo, che, nonostante molti difetti e molte colpe, aveva pure alcune parti di vera grandezza.  certo che non solamente egli rest maravigliato assai, vedendo che il Baglioni non osava resistere, profittando della occasione propizia; ma la sua indifferenza verso il Papa fu tale, che questa Legazione riesce una delle meno importanti, quantunque ci sarebbe stato da aspettarsi appunto il contrario. Ademp strettamente il dovere d'ufficio, senza trovare materia particolare di studio, senza abbandonarsi a nessuna considerazione generale o estranea allo scopo pratico del momento.
Il suo pensiero era in verit rivolto altrove, alla istituzione cio della milizia fiorentina da lui gi iniziata; e per egli ardeva del desiderio di tornare a casa per condurla a termine: ne chiedeva infatti e riceveva continue notizie dal Buonaccorsi.(747) Inoltre il Machiavelli aveva un disprezzo, quasi un odio singolare contro i preti, e pi specialmente contro i Papi, che secondo lui erano stati sempre la rovina d'Italia. Era poi persuaso che l'uomo politico poteva apprendere ben poco dallo studio fatto sui principati ecclesiastici, perch la loro forza, egli diceva, viene tutta dalla religione, ed essi sono i soli che si mantengano sempre, comunque siano governati.(748) Se l'autorit della religione e la potenza della Chiesa erano ancora tali che un uomo perfido, accorto, audace come il Baglioni, si sentiva spaventato dalla sola presenza del Papa, il Machiavelli non credeva che da questo fatto potesse molto apprendere colui che cercava indagare l'arte dell'uomo di Stato, e voleva nel fenomeno politico ritrovare le cause naturali, le passioni umane che lo producono. Ci che era o pretendeva essere divino usciva dalla sfera de' suoi stud prediletti, e per non se ne occupava. Il fato, i capricci stessi della fortuna potevano secondo lui essere soggetto di studio, non la volont di Dio, che, comunque si consideri, trascende sempre il nostro intelletto. Quanto poi al generoso ardimento di Giulio Secondo, che a 63 anni, nel fitto della state, s'avanzava senza curarsi se cadeva in bala del nemico, questo non gli sembrava che fosse prova di vero accorgimento politico. La prudenza e l'astuzia infernale del Valentino potevano essere studiate come modelli dell'arte; ma la cieca audacia del Papa, se poteva essere una sua virt personale, non dimostrava le qualit vere di un uomo di Stato, e quindi egli se ne occupava assai poco. Come aveva separato il fenomeno politico dal morale, cos separava anche l'arte politica dal carattere individuale, privato di colui che la esercitava, cercando in esso solamente le qualit utili o necessarie a bene adoperarla.
E non si ferm neppure a descrivere come venisse allora ordinato il nuovo governo in Perugia. Il 25 settembre scriveva da Urbino, che il Papa era pi caldo che mai nel voler compiere la sua impresa, la quale era difficile prevedere dove e come andasse a finire, potendo egli, se mancavano gli aiuti francesi, colla sua furia precipitare.(749) I Veneziani lo aspettavano a qualche stretta, per farlo, con l'aiuto del Re, venire alla voglia loro; altri affermavano invece che il Papa avrebbe saputo condurre il Re, "tali sproni gli metter ai fianchi...; ma che sproni si abbino ad essere questi, io non li so."(750) Certo il 3 di ottobre Luigi XII s'era gi chiarito pel Papa contro Venezia e Bologna, e sei oratori di questa citt erano in Cesena per trattare della resa. Quando per essi gli ricordarono i capitoli firmati gi da pi Papi, Giulio Secondo rispose che non se ne curava punto, e non voleva sapere neppur di quelli che avesse egli stesso firmati. S'era mosso per liberare quel popolo dai tiranni, e sottomettere alla Chiesa tutto ci che le spettava; non facendolo, gli sarebbe sembrato di non poter trovare scusa appresso Dio.
Sicuro ormai degli aiuti francesi, fatta in Cesena una mostra delle sue genti, 600 uomini d'arme, 1600 fanti e 300 Svizzeri, chiese ai Fiorentini che mandassero senz'altro indugio il Colonna co' suoi 100 uomini d'arme, essendo egli vicino a partire per Bologna.(751) Giovanni Bentivoglio gi cominciava a parlare di resa; ma quando propose che il Papa entrasse in citt colla sola sua guardia svizzera, questi, in risposta, pubblic una Bolla contro di lui e de' suoi seguaci, dichiarandoli ribelli di Santa Chiesa, dando le loro robe in preda a chiunque le pigliasse, concedendo indulgenza a chiunque operasse contro di loro o anche li ammazzasse, e continu il suo cammino.(752) Non volendo ora toccar le terre usurpate dai Veneziani, and da Forl ad Imola, passando pel territorio dei Fiorentini, di che dette loro avviso, quando gi era per passare il confine. Essi fecero nondimeno tutto quello che potevano per dimostrargli amicizia ed ossequio. Marcantonio Colonna ebbe da loro ordine di partire in ogni modo il 17 per raggiungerlo; Niccol Machiavelli s'avanz, perch in un viaggio cos rapido ed improvviso non mancassero al Papa le cose pi necessarie. I Dieci scrivevano poi in fretta a Piero Guicciardini, commissario in Mugello, che Sua Santit s'avanzava: "Gli spedisse incontro quattro o sei some del vino di Puliciano, e del migliore che vi si trovava, qualche poco di trebbiano, qualche soma di caci raviggiuoli buoni, e una soma almeno di belle pere camille."(753) Il Papa pass rapidamente per Marradi e Palazzuolo, dove tutto fu pronto; il 21 era ad Imola e vi pose il suo quartier generale. Di l il Machiavelli scriveva lo stesso giorno, che Sua Santit voleva dal Bentivoglio resa incondizionata, e tutto faceva prevedere che l'avrebbe. Se non che, divenendo ora lo stato delle cose assai pi grave, e dovendosi trattare delle condizioni generali d'Italia, era necessario che fosse mandato al campo un ambasciatore. Il Papa lo aveva chiesto, ed i Fiorentini gl'inviarono Francesco Pepi, che arriv il 26 ad Imola, donde part il Machiavelli per tornar subito a Firenze.
Il Bentivoglio avrebbe potuto respingere l'assalto, quando non fosse stato in odio al suo popolo, che gi s'era sollevato all'arrivo delle Bolle papali, e non fosse stato abbandonato dalla Francia, che mand in aiuto di Giulio Secondo 8000 uomini comandati da Carlo d'Amboise, il quale s'impadron subito di Castelfranco. I Bolognesi, temendo il saccheggio, obbligarono il loro Signore ad andarsene il giorno 2 di novembre, e poi inviarono messi ad Imola, per sottomettersi addirittura al Papa. Quando per i Francesi volevano entrare, il popolo si lev a tumulto, and contro il campo nemico, mostrandosi parato alla difesa; e cos obblig il Papa a licenziare l'Amboise, mediante buona somma di danaro, oltre la promessa del cappello cardinalizio al fratello di lui. Giulio Secondo pot allora, il d 11 novembre, entrare in Bologna trionfante come un Cesare, in mezzo a cardinali, vescovi, prelati e signori delle vicine citt. Egli mut subito il governo, istituendo un Senato di quaranta cittadini, il quale dur poi lunghissimo tempo; rispett gli Statuti municipali; fece costruire una fortezza, e finalmente il 22 di febbraio 1507 se ne part contentissimo d'essere cos riuscito in tutto quello che aveva voluto. Il 27 marzo arrivava pel Tevere a Ponte Molle, e faceva poi la sua entrata solenne nella Citt eterna. Questa impresa lo aveva gi innalzato, con maravigliosa rapidit, ad una grande altezza dinanzi agli occhi de' suoi contemporanei.
Il Machiavelli intanto, giunto a Firenze, s'era gi dato al suo lavoro prediletto per la milizia. Da un gran pezzo egli s'era persuaso, che la rovina degli Stati italiani veniva dal non avere essi armi proprie, dal dovere perci sempre ricorrere a soldati mercenar. E si conferm in questa sua idea ogni volta che, costretto ad andare in campo, pot coi propr occhi osservare il disordine, l'insolenza e la mala fede di quei venturieri, nella cui bala i magistrati si trovavano costretti a rimettere la salute della patria. Aveva visto la forza acquistata dal Valentino, quando "comand un uomo per casa nelle sue terre,"(754) formando cos un grosso nucleo di soldati propr. Tutti gli Stati d'Europa che si facevano rispettare, come la Spagna, la Germania, la Francia, avevano propr eserciti, che fedelmente li servivano; la Svizzera stessa, cos piccolo paese, ma con libere istituzioni, era riuscita ad aver la prima fanteria del mondo; perch non potevano gl'Italiani, i Fiorentini fare lo stesso? Non lo avevano fatto i Comuni del Medio Evo; non se ne vedeva ora un debole esempio nella pertinace difesa dei Pisani, dalla necessit educati alle armi; non lo avevano sopra tutto fatto i Romani, maestri al mondo nelle arti della pace e della guerra? Perch non si potevano i loro ordini e quelli degli Svizzeri imitare in Firenze; ed imitandoli, che dubbio poteva esserci, che identici ne sarebbero stati gli effetti? Cos pensava il Machiavelli, e l'animo suo era a tali idee singolarmente esaltato. Dare a Firenze, e pi tardi forse all'Italia, armi proprie, e con esse quella forza che loro mancava, quella dignit politica che gli Stati deboli non hanno mai, fu d'ora in poi il sogno della sua vita. A questo si dedic con un ardore cos disinteressato, con un entusiasmo cos giovanile, che il suo carattere desta adesso in noi una simpatia, un'ammirazione che ancora non avevamo potuto provare per lui. Il cinico sorriso del freddo diplomatico scomparisce dalle sue labbra; la sua fisonomia si colorisce a un tratto, dinanzi ai nostri occhi, di una seria e severa solennit, che ci rivela la fiamma d'un sincero patriottismo, la quale arde nel suo cuore e nobilita la sua esistenza. Come padre, come marito e come figlio, se poco abbiamo trovato da biasimare in lui, poco abbiamo anche trovato da ammirare. I suoi costumi non erano liberi dalle colpe del secolo. Come cittadino, finora egli non ha fatto che servire fedelmente la Repubblica, con quell'ingegno che la natura gli aveva cos prodigamente largito. Ma ci non bastava a sollevare in alto il suo carattere. Lo abbiam visto,  vero, nelle molte legazioni che gli furono affidate, non pensar mai a valersi della opportunit, per farsi strada nel mondo; abbandonarsi invece a cercare i princip d'una nuova scienza, con un ardore che gli faceva dimenticare i suoi interessi personali, e qualche volta trascurare anche i pi piccoli affari che di giorno in giorno gli venivano raccomandati. Ma questo era un disinteresse scientifico, di cui infiniti esemp troviamo in mezzo alla corruzione del Rinascimento italiano. Quando per il Machiavelli cerca di esaltare l'animo del Gonfaloniere, per indurlo a fondare la nuova milizia, e scrive al cardinale Soderini, perch lo aiuti a persuadere di ci il fratello, e corre tutto il territorio della Repubblica, portando armi, arrolando fanti, scrivendo migliaia di lettere, e si raccomanda che non lo levino di mezzo ai campi ed agli armati, noi non possiamo in tutto ci non vedere la prova d'una sincera, d'una profonda abnegazione in favore del pubblico bene. Come segretario e come uomo di lettere, che non segu mai il mestiere delle armi, non poteva da questo suo lavoro aspettarsi alcun grande vantaggio personale, avanzare di grado nel proprio ufficio. Suo unico movente fu quindi allora quel patriottismo, di cui gli esemp cominciavano gi a divenir troppo rari in Italia; ed esso circonda perci la sua immagine di un'aureola, che invano ricerchiamo intorno a quella degli altri pi illustri letterati del secolo.
Da quanto abbiam detto non segue per che sia opportuno esaltarsi qui a segno da dimenticare gli errori o i difetti del Machiavelli, e neppure da farne, come alcuni han preteso, un genio militare. La grandezza e la originalit del suo pensiero furono in ci quali possiamo aspettarci da un patriotta e da un uomo politico, che aveva amministrato le cose della guerra, e che, quando essa era molto pi semplice che non  oggi, s'era trovato spesso in campo, ne aveva a lungo ragionato col Giacomini e con altri capitani del tempo; ma non aveva in nessun caso comandato mai una compagnia. Il suo medesimo libro dell'Arte della guerra, in cui sono tante osservazioni giuste, e tante idee originali, pi di una volta ci obbliga a ricordarci, che egli non era un capitano, n un soldato. Basterebbe la poca o nessuna fede che ebbe nei grandi effetti delle armi da fuoco, che pur distrussero l'antica e crearono la nuova tattica. Matteo Bandello, in uno dei proem che pone alle sue Novelle, racconta d'essersi un giorno trovato sotto le mura di Milano con Giovanni dei Medici, il celebre capitano, pi noto col nome di Giovanni delle Bande Nere, e col Machiavelli. Questi, volendo dar loro un'idea dell'ordinanza da lui tante volte cos bene descritta, li tenne al sole per pi di due ore, senza poter mai venire a capo di mettere in ordine 3000 uomini, tanto che, essendo gi passata l'ora del desinare, Giovanni, perduta la pazienza, lo mise da parte, ed in un batter d'occhio, coll'aiuto dei tamburini, li ordin mirabilmente in pi modi. Dopo di che il Machiavelli, a sdebitarsi del tempo che aveva fatto loro perdere, raccont a tavola una novella, che si legge appunto fra quelle del Bandello.(755) L'aneddoto non si trova,  vero, ricordato nelle storie; ma pur non ha nulla d'improbabile, ed in ogni caso pu valere a riconfermare, che ai suoi tempi l'autore dell'Arte della guerra, da tutti ammirato come scrittore di cose militari, non era del pari riconosciuto veramente pratico delle armi.
L'idea d'istituire una milizia propria c'era nella Repubblica da pi tempo; mancava per la fede nella riuscita, e questa fede ebbe il Machiavelli. La pessima prova che facevano quasi sempre i comandati; la vilt delle fanterie fiorentine che, nell'ultimo assalto alle mura di Pisa, s'erano ricusate di presentarsi dinanzi alla breccia aperta, avevano persuaso i pi che ormai si dovesse contar solo sui soldati di mestiere; ed era questa un'opinione che il Machiavelli combatt sempre, sforzandosi di mostrare che tutto il male veniva solo da mancanza di buoni ordini e di disciplina. Cerc innanzi tutto persuaderne il Gonfaloniere, "e veduto che gli era capace, cominci a distinguergli particolarmente i modi."(756) Ma quando l'ebbe persuaso, si presentarono subito le mille difficolt dell'attuazione, e prima la diffidenza di coloro i quali temevano che il Soderini potesse o volesse in questo modo farsi tiranno. Si ricorse quindi al prudente consiglio di cominciare qualche parziale esperimento della nuova ordinanza, sperando che i cittadini, vedendola alla prova, si convincerebbero della sua utilit, e voterebbero i provvedimenti legislativi, necessar a renderla stabile e pi generale, come di fatto avvenne pi tardi.
Noi abbiamo uno scritto del Machiavelli, che ci espone per filo e per segno le norme seguite in questo primo tentativo, norme che furono poi approvate per legge. E da esse impariamo sempre pi a conoscere quanto diverse dalle nostre fossero le idee di quel tempo, e contro quali enormi e spesso insuperabili difficolt si dovesse combattere. Prima di tutto egli afferma, come cosa la quale non meriti d'essere discussa, che, volendo la Repubblica avere un esercito proprio (salvo il comandante in capo, che doveva essere straniero, come poteva essere ancora qualche altro ufficiale), era necessario che fosse comandato solo dai Fiorentini, i quali soli dovevano formarne la cavalleria. Non potendosi subito metter mano a questa, che era la parte pi difficile della nuova ordinanza, bisognava cominciare intanto col far le leve di fanti fuori della Citt. Ma il territorio si divideva in contado propriamente detto, ed in distretti, cio quelle parti che contenevano grosse citt, cui avevano obbedito prima che queste fossero, per la forza delle armi o per libera dedizione, divenute suddite della Repubblica. Sarebbe stato sommamente pericoloso dare le armi ai distretti, appunto perch in essi erano le citt; e "li umori di Toscana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di s, non vorrebbe pi padrone."(757) Bisognava quindi contentarsi per ora di armare solo il contado. N ci bastava. La generale diffidenza era tale e tanta, che ancora i conestabili eletti a comandare i drappelli formati sotto le bandiere, non dovevano mai, secondo il Machiavelli, essere dello stesso luogo dei fanti, e ogni anno bisognava mutarli, perch si temeva che altrimenti, affezionandosi troppo ai loro uomini, avrebbero preso pi autorit che non conveniva, e sarebbero divenuti pericolosi.(758)
Or chi non s'avvede che dovevano mancare i primi e i pi essenziali elementi della forza ad uno Stato, nel quale tutte le citt tendevano a separarsi da quella che le comandava, e che, serbando per s sola la libert politica, era di necessit condannata ad una grandissima diffidenza verso quei medesimi sudditi, cui voleva poi affidare la propria difesa? Ma il Segretario fiorentino alcune di queste difficolt non le valutava neppure, perch secondo le idee del tempo non v'era in esse nulla di anormale o d'insolito; altre sperava che si sarebbero a poco a poco superate. Cos, per esempio, egli scriveva che, dopo avere armato il contado, si poteva forse, con qualche cautela, armare una parte almeno del distretto. Nondimeno la sua fiducia in questi nuovi ordini militari era illimitata, ed egli concludeva dicendo ai suoi cittadini: "Vi avvedrete ancora a' vostri d, che differenza  avere de' vostri cittadini soldati per elezione e non per corruzione, come avete al presente, perch se alcuno non ha voluto ubbidire al padre, allevatosi su per li bordelli, diverr soldato; ma uscendo dalle scuole oneste e dalle buone educazioni, potranno onorare s e la patria loro."(759)
Animato da queste idee, egli non solo cercava infonderle direttamente nell'animo del Gonfaloniere; ma si valeva anche dell'opera di coloro che su di esso avevano autorit. Nel principio dell'anno 1506 scriveva al cardinal Soderini in Roma, perch persuadesse il fratello che solo una severa giustizia nella Citt e nel contado poteva essere la salda e sicura base della nuova Ordinanza. Ed il cardinale rispondevagli il 4 marzo: "Essere pi che mai convinto che i fatti confermavano la speranza nostra, pro salute et dignitate patriae; non potersi dubitare che le altre nazioni siano divenute superiori a noi solamente perch ritengono la disciplina, la quale gi da gran tempo  sbandita d'Italia; n debbe esser poca la contentezza vostra, che per vostra mano sia dato principio a s degna cosa." E, secondando la domanda del Machiavelli, il giorno stesso scriveva al Gonfaloniere, rallegrandosi per la fede universalmente riposta nella nuova milizia, da cui ognuno s'aspettava il rinnovamento delle antiche glorie, e ripetevagli appunto che tutto dipendeva dalla buona disciplina, quae plurimum consistit in obedientia, maximeque fundatur in iustitia. Concludeva poi, proponendo che, per mantenere questa giustizia, si nominasse "qualche ministro simile a Manlio Torquato, rigido e severo, el quale ne le cose liquide proceda alla esecuzione de fatto, nelle altre lassi la cura alli officiali."(760)
La nuova milizia, essendo appena in formazione, non richiedeva ancora un comando generale, e potevano gl'iscritti istruirsi sotto i loro conestabili, di cui si fece qualcuno venire anche di fuori; ma v'era pur bisogno di uno che comandasse con maggiore autorit, non foss'altro per mantener ferma la disciplina generale, ed, occorrendo, punir severamente i colpevoli. A questo fine si deliber di eleggere, secondo il consiglio dato o meglio fatto dare dal cardinale al Gonfaloniere, un uomo pratico delle armi, e di reputazione. Ora chi crederebbe mai che appunto il Gonfaloniere ed il Machiavelli, animati allora da un cos puro e nobile patriottismo, da tanta ammirazione per Manlio Torquato, gli Scipioni ed i Camilli dell'antica Roma, pensassero d'eleggere ad un tale ufficio lo spagnuolo don Micheletto, l'assassino, lo strangolatore, il confidente del Valentino, colui che poco prima la Repubblica aveva fatto prigioniero e mandato a Giulio Secondo, come un mostro d'iniquit, nemico di Dio e degli uomini? Eppure cos fu. Il fatto dest in sul principio qualche contrariet nei magistrati e nei cittadini, non per alcuna repugnanza morale, ma pel titolo di bargello che si voleva dare ad un tale uomo,(761) e per tema che il Soderini volesse farne un pericoloso strumento di tirannide. Il Machiavelli, che ebbe incarico di tentare destramente l'animo di Francesco Gualterotti, G. B. Ridolfi e Piero Guicciardini, che erano dei Dieci, per sentire se volevano consentire a nominare don Michele, con 100 provvigionati e 50 balestrieri a cavallo, li trov infatti assai poco favorevoli; ma quando, mutato il titolo di bargello in quello di capitano, la proposta venne portata negli Ottanta, essa fu vinta dopo essere stata messa tre volte a partito.(762)
In Romagna ed in Roma il Machiavelli aveva avuto occasione di conoscere molto bene chi era don Michele. Lo aveva visto sotto il Valentino comandare uomini raccolti dal contado, i quali non essendo soldati di ventura n di mestiere, avevano pur fatto assai buona prova nelle fazioni; lo credeva perci adatto a mantenere l'ordine e la disciplina nella nuova milizia fiorentina. Non gli erano ignoti i delitti e le iniquit da lui commessi, come non erano ignoti a nessuno; ma la reputazione di sanguinario e di crudele gli pareva che giovasse anzi che nuocere nel caso presente. Voleva che don Michele si facesse rispettare e temere dai soldati; che, occorrendo, li conducesse dinanzi al nemico, e col suo esempio, unito al nome della sua crudele severit, li rendesse arditi e temuti nelle fazioni. Infatti, quando nel giugno di quell'anno alcuni de' nuovi fanti, inviati al campo di Pisa, non pareva che facessero buona prova, egli scriveva al commissario generale Giovanni Ridolfi in Cascina, che "gli si mandava don Michele con la sua compagnia di 100 uomini, per servirsene contro i Pisani, i quali fanno poco conto di questi nostri fanti, di che vorremmo farli ridire." "Ed essendo dall'altro canto uso, mentre fu con il Duca, a comandare e maneggiare simili uomini, pensiamo, quando si potessi, che sarebbe da alloggiarlo cost con loro, acci prima lui li praticassi, e dipoi, bisognando correre in un subito in qualche luogo, fossi pur presto con li suoi fanti insieme con loro, i quali, per averli veduti e maneggiati in su le mostre, possono etiam meglio convenire cost nelle fazioni."(763) Questo era dunque il pensiero del Machiavelli; don Michele doveva infondere il nuovo spirito militare nel giovane esercito fiorentino! - Ma perch, si pu assai ragionevolmente qui domandare, non chiamarono invece il Giacomini sempre fedele alla patria e valoroso soldato? Come potevano mai credere un assassino capace d'infondere in altri la vera disciplina, cio l'onor militare? - Quando anche il Giacomini non fosse allora caduto in disgrazia, assai difficilmente avrebbero i Fiorentini dato mai ad uno solo dei loro cittadini grande autorit sul nuovo esercito, e ci sempre per la paura che non si facesse poi tiranno. Come in altri tempi il Podest, cos ora volevano che il capitano della guardia nel contado fosse uno straniero.
Questa milizia doveva dunque, secondo il Machiavelli, essere animata da un vero patriottismo, e perci composta d'uomini onesti e bene educati; ma a chi era chiamato ad istruirla e comandarla bastava aver solo l'arte a ci necessaria, la quale non aveva nulla che fare col carattere morale di lui. Spesso anzi la bont dell'animo poteva riuscire d'ostacolo a quegli atti severi o crudeli, che il capitano come l'uomo di Stato sono pure costretti a compiere. Quella unit tanto desiderabile fra chi guida e chi  guidato, quasi siano un corpo solo con un'anima sola, la quale personifichi in colui che comanda la coscienza di tutti, e faccia della sua condotta come la manifestazione pi intelligente ed elevata del pensiero comune, e della sua severit stessa un atto di giustizia, il Machiavelli non la vide negli eserciti, come non la vide nei governi. Anche il popolo della sua Repubblica deve essere buono; ma esso poi perde quasi la propria coscienza, per divenire nelle mani dell'uomo di Stato come una creta molle, cui questi pu dare la forma che pi gli piace, se sa quello che vuole, e conosce il modo di recarlo in atto, senza arrestarsi dinanzi ad alcuno scrupolo. Calunnia atrocemente il Machiavelli o non lo conosce punto chi dice che egli non ama, non ammira la virt. Non bisognerebbe esser nato d'uomo, ripete egli pi volte, per non amarla, non ammirarla; e le parole con cui la esalta hanno spesso tanta eloquenza, che nessuna retorica potrebbe mai suggerirle, se non venissero veramente da una profonda convinzione. Ma la morale era per lui, come per quel secolo in generale, un affare del tutto individuale e personale; l'arte di governare, di comandare, di dominare non era in opposizione, ma indipendente affatto da essa. L'idea d'una coscienza e moralit pubblica, intelligibile solo quando s'abbia gi il concetto della unit e personalit sociale, che ci fanno comprendere chiaramente come non solo per gl'individui, ma anche per le nazioni, il vero governo sia il governo di s stessi, e come esso porti inevitabilmente seco una propria responsabilit, questa idea mancava affatto al secolo XV, e non si present mai chiara neppure alla mente del Machiavelli. Pel Medio Evo gli eventi della storia, le trasformazioni della societ erano effetto della volont divina, e l'uomo non ci poteva nulla; pel Machiavelli invece il fatto sociale  divenuto un fatto umano, razionale, che egli studia per conoscerne le leggi; e per lui le vicende della storia son quasi sempre opera esclusiva dei principi o dei capitani. La forza perci che egli attribuisce all'arte dell'uomo di Stato, alla volont e prudenza di lui, alle istituzioni ed alle leggi che pu escogitare, se ha l'ingegno e l'energia necessarie, si direbbe quasi che non abbia limiti.
E cos pot facilmente persuadersi, che la nuova Ordinanza militare, immaginata da lui secondo l'esempio degli Svizzeri(764) e dei Romani, dovesse produrre infallibili resultati, purch ne fossero fedelmente e severamente seguite, rispettate le norme. Quando egli ebbe di ci persuaso il Gonfaloniere, si pose, fin dal dicembre del 1505, in moto per la Toscana, con regolare patente, e cominci ad iscrivere fanti sotto le bandiere. Nel gennaio e febbraio la sua attivit si moltiplica, trovandolo noi ogni giorno in un luogo diverso(765) anche alla met di marzo, quando torn a Firenze, donde, scrivendo infinite lettere, continu la medesima opera.(766) Come fu prima possibile, cio nel febbraio di quell'anno stesso, si fece una mostra di 400 uomini, i quali condotti in piazza della Signoria, vestiti con colori diversi e bene armati, piacquero moltissimo alla cittadinanza; e ripetendosi l'esperimento di tanto in tanto, la nuova milizia divenne sempre pi popolare.(767) Alcuni di questi fanti furono, come dicemmo, mandati anche al campo di Pisa, dove in verit non fecero prodezze, e don Michele ebbe perci ordine di raggiungerli con la sua compagnia.(768) Sebbene neanche con ci s'ottenessero grandi risultati, pure nell'agosto si riusc a qualche scaramuccia con successo non del tutto infelice.(769)
In ogni modo, essendo l'Ordinanza ormai istituita di fatto, e gi venuta in favore del popolo, era necessario sanzionarla definitivamente con una legge. Per questa ragione il Machiavelli scrisse la relazione, cui abbiamo pi sopra accennato. In essa espose come s'era nel contado messo una bandiera in ogni podestera, nominando un conestabile per ogni tre, quattro o cinque bandiere. V'erano in tutto gi 30 bandiere ed 11 conestabili, con pi di 5000 uomini iscritti, che potevano ridursi a minor numero, rinviando a casa i meno abili: di 1200 s'era gi fatta mostra in Firenze.(770) Dopo di ci egli veniva col suo scritto a provare la necessit d'istituire un nuovo magistrato, cui fosse affidato l'ordinamento regolare della milizia. Il 6 dicembre 1506 fu nel Consiglio Maggiore approvata, con 841 fave nere contro 317 bianche, la Provvisione che creava i Nove ufficiali dell'Ordinanza e milizia fiorentina, chiamati pi comunemente i Nove della milizia; e questa Provvisione non fece altro che sanzionare tutte quante le proposte presentate dal Machiavelli. Eletti dal Consiglio Maggiore, i Nove duravano in ufficio otto mesi, e dovevano iscrivere i fanti, armarli, ordinarli, educarli alla disciplina, punirli, nominare i conestabili, ecc.; appena per che fosse dichiarata la guerra, l'Ordinanza doveva venire sotto la dipendenza dei Dieci.(771) La stessa Provvisione istituiva il Capitano di guardia del contado e distretto di Firenze, cui si davano ora solo 30 balestrieri a cavallo e 50 provvigionati. Esso doveva stare sotto il comando dei Nove, ed essere eletto come gli altri condottieri, con questo per, che la elezione non poteva cadere sopra "alcuno della Citt, contado o distretto di Firenze, n di terra propinqua al dominio fiorentino, a quaranta miglia."(772) I Nove vennero eletti il 10 gennaio 1507, prestarono giuramento il 12, ed il 13 presero possesso dell'ufficio. La Provvisione dava loro facolt d'avere uno o pi cancellieri, e come era naturale, essi pigliarono subito a loro servizio il Machiavelli. Con deliberazioni dei 9 e dei 27 febbraio rinominarono poi don Michele capitano di guardia del contado e distretto, con i 30 balestrieri a cavallo e i 50 fanti concessi dalla legge.(773)
Ed ora incomincia nella vita del Machiavelli un nuovo periodo, nel quale egli entra sempre pi convinto d'essere chiamato a restituire non solo a Firenze, ma a tutta Italia l'antica gloria delle armi e l'antica virt. Una tale speranza egli era stato il primo, ma non era adesso pi solo ad averla. Il cardinale Soderini esprimeva la opinione di molti, quando gli scriveva da Bologna il 15 dicembre 1506: "Parci veramente che cotesta Ordinanza sit a Deo, perch ogni d cresce, non ostante la malignit;" e continuando aggiungeva, che la Repubblica da lungo tempo non aveva fatto cosa tanto onorevole come questa, che si doveva tutta a lui.(774) E se ormai tale era l'opinione dei pi autorevoli suoi concittadini, non deve farci maraviglia il vedere che l'uomo, cui tutti riconoscevano il merito della grande riforma, guardasse l'avvenire pieno di speranza. Questa speranza di certo non si poteva in tutto avverare, in parte anzi doveva esser solo una nobile e grande illusione; nondimeno l'opera del Machiavelli riusc pi tardi di non dimenticabile gloria alla Repubblica. Quando infatti nel 1527 Firenze si trov circondata ed assediata da innumerevoli nemici, allora il suo amore di libert venne riacceso dai seguaci del Savonarola, e la Repubblica rinacque e fu eroicamente difesa da quella milizia, che era stata consigliata ed istituita da Niccol Machiavelli.
...
.
...
FINE.